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   Viaz dei Camorz e dei Camorzieri parte 2, 08/12/2015
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Onicer  oscarrampica   
Regione  Veneto
Partenza  Rifugio VII° Alpini (1500m)
Quota attacco  1715 m
Quota arrivo  2000 m
Dislivello  1500 m
Difficoltà  AD / III+ ( III obbl. )
Esposizione  Varia
Rifugio di appoggio  Bianchet
Attrezzatura consigliata  corda qualche chiodo materiale da bivacco
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Buone
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Sveglia alle 6 sistemiamo i nostri giacigli, facciamo colazione e alle 7 usciamo ai primi chiarori in cielo mentre noi usiamo le frontali per seguire un poco il sentiero e abbandonarlo poi per salire al valico barancioso delle Forzelete. La pendenza è tosta e un passaggino su roccia ci da definitivamente la sveglia. I nostri fiati gelidi sbuffano e la luce aumenta. Alle 7.20 cieli rossi si colorano dietro il Serva e nuvolette trapuntate rendono incredibile l’aspetto del tetto celeste. Saliamo fra mughi e ghiaie fra gelo e luce con Nico e Marta che spingono a tutta forza. Alle 7.40 esplode il sole e ci investe con la forza di un treno: sono attimi, prendon fuoco le rocce sopra di noi e pare scoppiare un incendio. Ora vediamo l’immensa parete del Burel tingersi violentemente di arancione eppur introvabili all’occhio umano le cenge della muraglia sudovest. Ancor più rosse le Pale del Balcon proprio sopra di noi. Che spettacolo incredibile. Raggiungiamo il valico trasognanti (q.1820, h7.50): una vecchia targhetta in legno di larice abbandonata tra gli sterpi segnala austera la località. Segnala una frontiera fra due mondi. Guardo in ombra le arzigogolate creste dei Pinei che ci hanno impegnato ieri e scendiamo all’ombra. I primi passi li faccio emozionato: è veramente come entrare in un regno misterioso, qui non ci passa nessuno se non alpinisti provetti o chi segue i segnavia del Viaz. E’ un luogo di nessuno. Scendiamo per traccia che accarezza le pareti, vuoto sotto e davanti scolpite le muraglie dei Monti del Sole. Scendiamo un poco e si profila davanti a noi sulla parete verticale una prima esile cengetta esposta: inizia il ballo. Solo la vista dei segnavia rassicura un poco. Nico studia il passaggio , ci prova, s’allunga e ci mostra la via. L’esposizione è da paura. Scendiamo nuovamente per dirupi e in un peregrinare fra cengette esigue a volte esposte, crestine e sentierini friabili raggiungiamo un altro luogo mitologico: “i gravinei”, macereto posto proprio sotto il Torrione Val del Piero che riconosco per averlo visto tante volte sulla Bibbia dello Schiara a nome Sani Bristot. Intravediamo, senza desiderio di raggiungerla, la cengia baranciosa che custodisce gelosa il bivacco a cielo aperto dedicato da Franco a Piero Rossi, circa 100 mt più in alto. Sarebbe bello salirci… Ma non oggi che la strada è moolto lunga e impervia. Passiamo sotto la Quarta Pala del Burel e alle 8.30 si apre la vista su un tratto di parete che andremo ad affrontare. Una sola domanda: … ma dove diavolo si passera? Onde di roccia disegnano la verticalità e tutto sembra sospeso. Proseguiamo fra le pieghe della montagna, dentro e fuori, su e giù per per piccoli sbalzi finchè il luogo seppur austero diventa più largo e ampie bancate ghiaiose ci levano il pensiero fisso dell’esposizione. Passiamo nei pressi di un antro e raggiungiamo le bellissime balconate rocciose sotto la Pala Tissi e che per fortuna sono più appoggiate di come sembravan da lontano. Che posto incredibile anche questo che dona un piano inclinato sospeso nel mondo verticale della parete più alta delle Dolomiti. Mi volto verso il valico delle Forzelette che si vede ancora e mi sembra di essere in viaggio da ore..in realtà è passata poco più di un’ora. Poco prima delle 9.30, raggiungiamo un pulpito ghiaioso dove ci fermiamo nella vana ricerca della traccia. Di fronte i selvaggi Monti del Sole. Nicola sale alto traversando per rocce, io scendo basso fermandomi poco prima di spiccare il volo nell’abisso ... allora io risalgo e lui discende e infine cerco lungo l’ultimo passaggio logico seppur non segnato..mi affido con tensione alla tenuta dei miei trango nel percorrere il duro ghiaino paurosamente inclinato vs il basso, trovandolo per fortuna ad ogni passo sempre più inconsistente e quindi un po’ più facile da percorrere..e con gioia ritrovo poco oltre i giallorossi segnavia. Abbiam perso un quarto d’ora ma ritrovato il bandolo della matassa. Poco dopo oltre uno spigolo roccioso quello che che ci si para davanti agli occhi, contorce lo stomaco: non si intuisce dove sia possibile passare e sembra di dover affrontare una parete verticale sospesa sul vuoto. Il mantra che faccio mio trovandomi davanti in questo tratto di sfasciumi vari(ed essendo stato ufficialmente eletto re del marcio) diventa quello di avanzare segnale per segnale senza alzare troppo lo sguardo al minaccioso proseguio. Svoltato l’angolo i piedi poggiano su cengettine friabili inclinate ma sufficentemente larghe da non necessitare di ali per il proseguio. Non è poco. Ci caliamo ancora tra saltelli e canalini fino ad approdare alle 10.30 nel cuore del Burel. Ci troviamo improvvisamente e tranquillamente appoggiati nel catino ghiaioso sospeso nel centro della parete e di cui per le distorsioni prospettiche non sospettavamo l’esistenza. Consideriamo con timore la parete d’una cinquantina di mt che risalita ci porterebbe al traverso attrezzato più in alto, ultimo ostacolo di questo tratto del percorso. Rompo gli indugi e Il mio proverbiale coraggio m’impone di suggerire a Nicola più preparato tecnicamente e più sicuro su roccia … di andare avanti. Lui parte con la corda ma ad ogni metro dice che gli sembra facile e di provarci..allora parto deciso e contrariamente alla relazione non trovo passi di III° ma solo II° su placca inclinata e non verticale e poco dopo assicuratomi al primo cavetto lancio grida di giubilo vs marta e nico che si preparano a partire per raggiungermi. Sembra di volare, sono tranquillo, incredulo e mi aggancio solo per prudenza al cavetto. Dal mio poggio li osservo arrampicare e li fotografo nei passaggi su roccia. Poi quando iniziano a traversare verso di me, mi rendo conto dell’esposizione assurda e li ammiro danzare sul vuoto. Non mi capacito di esser passato di là poco fa…e guardo il cavetto che mi trattiene. Nico mi raggiunge e lo faccio passare. Il traverso è quasi tutto attrezzato ma con esposizione su un baratro di centinaia di metri e solo il filo dà la forza di avanzare vs lo spigolo fotogenico (chi non ricorda Miotto col camoscio in spalla?). Li seguo con lo sguardo avanzare e sorridere più si avvicinano al termine, in attesa di partire dopo di loro per non caricare troppo il vecchio cordino metallico. Muovo passi titubanti e fotografando il vuoto siderale sotto i miei Trango rossi e poi un vecchio chiodo. Poco dopo siamo riuniti tutti e tre insieme fra le morbide e accoglienti braccia mugose della Fratta del Moro( q.1730,h 11.30). Siamo in uno dei luoghi simbolo dell’alpinismo dolomitico ..su queste erbe hanno riposato Miotto, Bee, Messner, i polacchi, e noi seguaci dell’avventura ci sentiamo un poco profani in mezzo a tanta grandiosità e maestosità. Soli con la montagna, ne sentiamo il respiro. Ci sediamo e con noi si riposano le nostre emozioni. La vista prende il volo sopra gli abissi dell’alta Val Ru da Molin e ritrova terra sulla Costa del Castelaz unita per il tramite della Forcella dela Pala longa alle dirupatissime e selvagge Pale Magre; in basso i profondi valloni paralleli del Ru de Porta e de le Pale Magre confluiscono col solco principale della profonda Val Ru da Molin in corrispondenza del Cogol de la Crosera. Venti minuti dopo salutiamo con rammarico la Fratta e scendiamo su tracce d’erba e fra tagli di mughi per dirigerci poi nuovamente a dx e abbracciare con lo sguardo la parete stavolta nordovest del Burel: non si vede il ghiaccio che temevamo di poter incontrare e ad una prima vista, pare d’esser decisamente meno sospesi che da dove siam venuti. Emerge la cima delle Pale Magre e a destra ormai meno lontano, il Coro che sogniamo di raggiungere. Scendendo per cenge ghiaiose meno estreme in venti minuti si giunge quasi a toccare il fondo della parete quando il cengione si restringe e pochi metri di II°/III° grado in traverso ed esposti su un salto di 20 mt rendono complicata l’uscita: Nicola mi ha guidato ma è stato il passaggio che più ho sofferto (eufemismo alpino). Entriamo in un anfiteatro di terrazze e banche ghiaiose e il cammino riporta regolarità di respiro. Prima una breve verticale ma facile paretina apparentemente liscia (II°) poi altre larghe e bonarie bancate di ghiaino dove dobbiamo solo stare attenti ad evitare chiazze e striature di ghiaccio. Usciamo nel sole e alle 13 mi fermo sotto una fascia rocciosa ben gradinata(50 m): guardo indietro e nonostante siano ampie le cenge-banche traversate, tutto sembra sfuggire paurosamente verso il basso. Probabilmente ci siamo anche molto abituati all’esposizione assoluta di questi luoghi. La partenza è su bella placca (III°) che affronto con la corda assicurato su mugo e poi continuo su più gioiose rocce articolate di II° grado che mi riconciliano col movimento armonioso dell’arrampicata. Osservo Nico assicurare Marta e mi proietto con lo sguardo verso un’altra bella parete assolata e articolata(II°) che non oppone resistenza e si lascia conquistare. Da questo nuovo pulpito(q.1760,h 13.30) illuminato dalla forte luce del sole osservo la bellezza dell’ambiente che stiamo attraversando con le macchie di colore dei due amici che salgono verso di me ballando fra le rocce. Oltre si vede il nostro percorso scorrere all’ombra sulle balconate semigelate che sorreggono gli appicchi della parete nordovest del Burel e più oltre invece i pascoli delle Pale Magre inondati di luce. Distensivo questo tratto finchè le grandi bancate si riducono e resta solo una cengia rocciosa incollata alla parete in alcuni punto così bassa da doverci passar sotto di culo o a gattoni. Lasciamo da parte l’eleganza..un paio di saltelli oltre canali di cui non s’intravede il fondo e di traversini mettono pepe anche a questo tratto (veramente estetico questo lungo tratto di antri sotto parete finalmente apprezzabile senza angoscia perché l’abisso s’immagina soltanto). Ma all’ennesima spigolo superato di questo labirinto, si materializzano i nostri timori: la paretina bagnata è in realtà ghiacciata, anche se il suo aspetto non appare così insormontabile. Ci fermiamo a valutare la situazione: senza corda non si può passare! Pianto un chiodo malsicuro che unito ad una piccola clessidra bassa dovrebbe proteggere (?) Nicola nell’attraversamento compiuto aiutandosi sempre con San Martello. Grande Nico! In mezzora (14-14.30) con un sistema di teletrasporto attraversano prima gli zaini e poi noi più sicuri nelle mani della corda trattenuta da Nico oltre il baratro che si spalanca sotto il gelido pavimento. Beviamo le ultime gocce d’acqua rimaste e poi avanti ancora su terreno più semplice e finalmente i segnavia ci buttano a sx su una parete illuminata incisa da una serie di facili e divertenti camini consecutivi. Guardo alla base una pozza di acqua ghiacciata e sento la voglia di bere. Seguiamo Marta su per i camini che non superano mai il II° grado e che ci riportano nuovamente alti, nel verde dei pascoli sotto la Cima delle Pale Magre e la Forcella del Balcon. Pulpito (q.1775,h 15.30), su una roccia la targhetta metallica avvisa: “itinerario alpinistico non attrezzato molto difficile”mentre una traccia che può vedere solo chi la sa promette di riportare giù alla Stanga. Salutiamo l’imperioso spigolo del Burel che sale e divide il cielo e che è stato lo Zenit del nostro andare. Emozionante essere nuovamente inondati dai colori della vita che giallo verde pulsa fuori e dentro noi regalandoci la certezza che il più è fatto e che il sogno sta diventando realtà. Certo l’ora è tarda ma le preoccupazioni se le portan via i caldi raggi di sole dorato. Foto di luce raccontano i nostri sorrisi. Camminiamo felici fra erbe morbide e calde dopo tanta dura severa e fredda roccia. Tutto è ocra. Re Burel si è già avvolto il manto ombroso della sera e nell’ombra ritrova la sua serenità. Noi veleggiamo invece verso pendii dorati che sembrano vele issate nel mare di roccia grigia. Osservo questo mare giallo muoversi al soffio di una leggera brezza e tutto mi sembra compiuto anche se la nostra via è ancora misteriosamente celata fra le onde. E via per le famose e infide Loppe delle pale del Balcòn, ritrovando talvolta, più che inseguendo, segni ormai stinti e ricordi di passaggi precedenti. Su a volte rapidi per passaggi quasi verticali, dove bisogna aggrapparsi con le mani ai fasci delle erbe secche e poggiare i piedi su piccole tacche per i piedi nella speranza che la combinazione sia sufficiente ad evitare lo scivolamento che avrebbe significato percorrere qualche centinaio di metri culo a terra prima di spiccare il volo sui burroni della sottostante Val Ru da Molin. Nei miei ricordi ormai sbiaditi come i segnavia in cui ogni tanto ci imbattiamo, i passaggi che riconosco, sembrano sempre gli ultimi prima della facile Costa del Ciastelaz . Il tratto che mi piace chiamare verticaloppe è ormai alle spalle e il sole sopra di loro gioca col Nason, le Pale del Balcon e il Burel. Dall’altra parte del mondo le pareti in ombra delle Pale Alte e basse dormono già. Improvviso alle 16.15 il sole dopo una sfiammata sparisce dietro i monti che da lui prendono il nome e capiamo che sarà questioni di attimi prima che la notte ci colga. Lo fotografo sorridermi mentre scivola oltre il profilo del Mont alt ..e lo ringrazio per essere qua. La sera dura un nulla e il buio cala sulle erbe già capaci senza aiuti di nasconderci i segnavia. Ora il mare è calmo, placido, arrendevole ma ormai piatto e indecifrabile ai nostri sguardi che si arenano nella vana ricerca di segni. Procediamo a sussulti fino alle 17 nella zona sotto la piccola Pala Longa. La striscia arancione oltre la Val belluna manda gli ultimi riflessi luminosi e il Burel si è tirato su le coperte per prepararsi al sonno. Noi no, per 2 ore cerchiamo tenaci al buio improbabili soluzioni traversando alla ricerca di Forcella di Pala Longa lasciapassare per la poi semplice da seguire Costa dei Ciastelaz. Peccato: basterebbe poco per salvarci! Proviamo allora a salire verso la cima della Pala Longa (q.1900) per provare a seguirne la cresta e arrivare per altra via alla Costa, ma la marea di mughi mi fa prigioniero e devo alzare bandiera bianca sconsolato: qui non si passa urlo a Nico! Ci arrendiamo allora all’unica considerazione logica rimasta: bivaccheremo all’aperto sotto le stelle che numerosissime si sono già arrampicate in cielo. Scendiamo a fatica l’inferno di mughi, e iniziamo a battere i pendii erbosi alla ricerca di zone piane dove buttare le nostre stanche ossa. Loro 2, muniti di sacchi più pesanti, finiscono in cresta preferendo il morbido prato seppur percorso da una lieve ma gelida arietta mentre io col mio sacco “essential” preferisco buttarmi su una colma di formiche che spiano a mo’ di materasso e un poco protetto dall’abbraccio dei mughi. Segnalo per i ripetitori l’eccezionale vista su un cielo tanto vicino e pieno di stelle da sembrare caderti addosso. Sono le 19.22 quando fotografo il mio straccetto con scritto “Dani ti amo” che metto sopra il sacco come fosse una federa. Mangiamo qualcosa con poche parole e sognando di avere da bere; poi ci salutiamo augurandoci la buona notte. Ho indossato il piumino e tutto quello che ho…compreso il contenuto del mio provvidenziale sacchettino del freddo. Mi stendo sul mio eppur morbido giaciglio, non fa freddissimo e non voglio chiudere gli occhi che guardano la magia del cielo nero trapuntato di luci. Ma è dicembre e siamo quasi a 2000 metri. Poi continuo a vedere le stelle anche se le palpebre hanno calato il loro sipario di pelle su questa fantastica giornata. La prima volta che guardo l’orologio dopo essermi un poco appisolato, spero siano almeno le 23 o se va bene le 24. Sono le 21.15 e mi prende un simpatico sconforto. Mi riprometto di non farlo più. Il resto della notte passa nel dormiveglia tra bruschi risvegli, brividi e indomenticabili sguardi al cielo che sembra piover di stelle sopra la nostra stanchezza. Quando rinuncio allo zaino come cuscino per infilarmici dentro con i piedi avvolti poi dal telo termico, quasi quasi mi addormento. Le chiacchiere dei compagni più in alto, a tratti mi certificano del loro sopravvivere e del mio. Ad un certo punto la squillante risata di Marta anche sulle loro buone condizioni. Vai che il sole tornerà, vai che il buio finirà, vai che il freddo finirà. Basta avere pazienza e pensare che le stelle sono piccoli soli e ci si sente meno soli. “ Vieni su a vedere l’alba con noi” è la sveglia che aspettavo da infiniti secondi..mi levo nell’amore radioso di una giornata che sorge in me prima che sui monti ancor scuri. Muoversi è dura, rigidi le articolazioni, le membra e i pensieri. Sono le 7 in punto e rischiara dietro il profilo nero del Burel e le gobbe delle Pale alte e basse. Fotografo la mia zona letto con vista Talvena che manco sospettavo e raggiungo i begli addormentati avvolti in un groviglio di sacchi e teli. Ci facciamo un selfie con i nostri visi che sorridono di felicità. Dalla cresta si vede il Talvena e dietro Sfornioi e Bosconero nella penombra, mi fanno sentire quasi a casa mentre fra il Coro e la Pala Longa arrossiscono timide ai primi raggi le Pale di San Martino e il gruppo dell’Agner. Cìè uno strato di brina sull’erba probabilmente la temperatura è scesa di qualche grado soltanto sotto lo zero…tuttosommato è andata bene. Disfiamo il campo, scrivo a Dani per tranquillizzarla , mangiamo qualcosa con la sete che ci divora e alle 7.20 c’è già abbastanza luce per vedere con rabbia dove saremmo dovuti passare la sera precedente. Che rabbia, mancava proprio poco..ma ora è bello così e non tornerei indietro. Alle 7.30 espletati con singolare puntualità i bisogni mattutini riprendiamo pinguinescamente a muoverci per le balze erbose e troviamo i segnavia proprio dove li avevamo cercati la sera prima, nascosti dal buio. Arriviamo alla forcella di Pala Longa, porta d’ingresso sull’altro versante della Pala Longa e che va a saldarsi alla Costa del Ciastelaz. Era un poco sotto e cento metri avanti rispetto a dove ci siamo fermati e l’abbiamo mancata sicuramente di poco, solo che al buio era impossibile imbattersi nel taglio di mughi che permette il passaggio. Mi volto a riconoscere nella luce livida dell’alba, il costone che conduce alle Pale Magre e dietro in parata da sx a dx il Nason, le Pale del Balcòn e il Burel. Ora la luce arancione bacia prima di noi la cima del Coro e noi proseguiamo ancora per qualche cengetta su precipizi erbosi e mi sembra di aprire una via in mezzo a pale erbose e roccette quasi verticali. Poco dopo le 8 affrontiamo l’ennesima infida traversata di un concavo roccioso erboso che mi deposita sulla cresta prima della cimetta del castellaz(q.1750) dove con un poco di apprensione seguo le evoluzioni di Marta che rimasta un poco indietro chiede a Nico dove passare. Siamo stanchi assetati e ho paura possa succedere qualcosa proprio ora. Poi aggirata a sx la sua gobba, miro e finalmente raggiungo il colletto della speranza dove inizia la costa del castellaz che finalmente senza problemi di orientamento ma solo di malagevoli boscaglie permette di camminare senza dover usare le mani. Il viaz è virtualmente concluso! Ora quasi per sentiero arriviamo conduce alla forcella del Boral del’Ors (q. 1800,h9,FINE DEL VIAZ) Non c’è più la targhetta metallica segnaletica che il mitico Miotto vi appose. Ci riposiamo e rilassiamo un poco sulle erbe tiepide impregnate di sole e mezz’ora dopo quasi come in un sogno ci alziamo per avviarci verso la Cima del Coro. Lasciamo gli zaini e in una meravigliosa giornata di sole ci leviamo a seguire i segni della via normale. E’ veramente strano seguire la pista del sentiero ormai disabituati a farlo. Passiamo nel canale che si apre fra la roccia e un bellissimo pinnacolo e poco dopo la vista si apre sulla Gusela e il Nason. I prati morbidi del Coro sembran un tappeto verde e giallo oro steso ai nostri piedi per farci salire nel cielo blu (q.1985) che raggiungiamo alle 9.45. Un autoscatto sigilla per sempre la nostra gioia. Nella foto siamo trasfigurati dall’entusiasmo. Che bello che gioia che sorrisi che sensazione di pace e la soddisfazione che dolce come una preghiera fascia il cuore. Un giardino con vista sul Mondo delle Dolomiti si apre ai nostri occhi estasiati e par che le vette si sian radunate in cerchio per far festa attorno a noi. Ognuno fotografa, siamo in viaggio da pochi giorni ma sembra che il tempo sia trascorso infinito tanto è stato tutto un concentrato di emozioni. Schiara Gusela Nason Pale del Balcon Burel formano un corpo unico che domina la scena. Alla loro destra l’inizio del Viaz con la catena delle Pale, i Sabioi e i Pinei fino alla congiunzione di Forcella Oderz descrivono i nostri tre giorni. E poi il grande corpo roccioso di Moiazze e civetta e quello più erboso del grande Talvena. E poi oltre il grande scudo del vicino Celo, l’orizzonte si spinge verso la Marmolada con Valfredda, Vernale e Ombrettola a sx e Serauta, Boè e Sella a dx. Oltre i Monti del sole che s’alzano dall’altra parte del Cordevole, le grandi catene delle Pale di san Martino e dell’Agner e infine la Val Cordevole il cui solco sfocia nel mare della Val Belluna. Alle 10 Marta e Nico si avviano fra i prati gialli in discesa mentre io me ne sto ancora un poco tranquillo a godermi il silenzio e la fusione completa con l’Universo che mi circonda. M’inginocchio per una preghiera e commosso guardo la Costa del ciastellaz e il punto dove abbiamo bivaccato stanotte. Il grazie non basta per tanta grazia e lento mi avvio anch’io con quella dolcezza melanconica tipica degli addii. Non ho più voglia di camminare forte e mi perdo negli anfratti del bosco e quando li vedo loro son sempre più distanti ma non m’importa. Ora sto bene da solo con la mia gioia. Torno in forcella e inizio anche io a scendere vs il bianchet nella speranza di trovarvi acqua e sognandola fresca ad ogni passo. Quando vedo il rifugio mi dirigo verso la fontana entusiasta e assetato ….ma è chiusa essendo inverno e completamente gelato il fiume che scorre poco sotto..cerco vanamente qualche pozza ma l’acqua allo stato liquido non esiste proprio. Sono le 11.40, sono quasi 24 ore che non bevo..non ce la faccio più, mi prende quasi una crisi di disperazione. Fotografo per consolarmi la Schiara e l’incredibile Gusela e mi butto in discesa, evitando le scorciatoie perché mi par di ricordare rii sulla strada principale e non voglio correre il rischio di saltarli. Incontro una madonnina in una nicchia a cui chiedo aiuto per trovare dell’acqua e mezz’ora dopo finalmente le mie orecchie sentono rumore di gocciolar d’acqua che si raccoglie in una pozza foglieggiante. Fotografo il momento e mi butto sdraiato a bere sorridendo dello sporco che si muove alle mie sorsate..e bevo, bevo e bevo ..anche per dimenticare il ricordo della sete..è un po’ fredda ma piano piano continuando a bere, e continuando a scendere, la sete si attenua. Alle 13.30 raggiungo il fondovalle e ritrovatici con marta e nicola ci abbracciamo felici per l’ultima volta in queste tre memorabili giornate. L’ultima foto è per santa Y10 di Ile che mi ha permesso di arrivare qua e realizzare il mio più bel sogno alpinistico. L’ultimo pensiero quando mi ritrovo solo, è per gli amici che mi hanno regalato un sogno. A loro grazie per la sintonia, la simpatia , la tenacia,e le emozioni condivise. Grazie al sorriso di marta e all’incredibile mix di Nicola:potente e umile. Difficile un commento generale su un percorso così lungo, così vario. Siam partiti attirati anche dalla fama misteriosa e un poco leggendaria che circondava questo viaz e le attese sono state ampiamente ripagate: alcuni tratti assomigliavano a come ce li eravamo pensati, altri erano profondamente diversi( le cenge del burel ad esempio son lunghissime e sono frammentate da tratti di percorso in banche, terrazzi, catini o balconi pensili).Temevo facendo una relazione un poco precisa di svelare la magia, di togliere quell’alone misterioso ed esplorativo che molte volte è la molla che spinge a partire….poi mi sono tranquillizzato: IL VIAZ è un capolavoro, è qualcosa d’immenso, più grande delle descrizioni, ad esse non riducibile. Sono convinto che qui, più che altrove, percorrendolo ognuno tratteggi il proprio Viaz (interiore). Prove di sintesi: il percorso come difficoltà e’ molto omogeneo, cerca sempre le soluzioni obbligate ma più semplici non alzandosi mai su passaggi tecnicamente difficili..però come stringe il culo quando l’errore o il volo non perdonerebbero. Dal pian della fraina a forcella oderz è un intrigo tra creste cenge mughi a cielo aperto. Le cenge del burel sono un posto angosciante dove alle difficoltà logistiche si assommano quelle ambientali … forse il cuore del viaggio, forse il luogo dove si ha la più intensa sensazione di essere nel posto sbagliato, dove i fantasmi della mente si coloran più intensamente di paura. Non capisci dove passerai e come. I prati finali son prati, solo un poco troppo dritti in alcuni punti( si ha talvolta la sensazione di scivolare sulle loppe velocemente e irrimediabilmente verso valle): i segni sono ormai stinti e pressochè introvabili (non guidano come negli altri ma te li ritrovi tra i piedi se sei nella traiettoria giusta) contribuendo a mantenere alta la suspence. Ci vuole sicuramente buona preparazione fisica altrimenti i tempi scappan via .. ci vuole abitudine a muoversi su passaggi esposti (innumerevoli passi di I°, parecchi di II°, qualcuno di III°) senza corda altrimenti come sopra. La nostra l’abbiamo srotolata solo per due tratti che data la stagione abbiam trovato ghiacciati e per un tiro di corda(evitabile, il passo di III° è all’inizio del tiro poi diventa II°). Ci vuole abitudine nervosa a stare in ballo da mattina a sera sempre in tensione perché alla fine la sintesi più vicina al vero del viaz dei camorz e dei camorzieri è proprio questa: non è mai troppo difficile ma non è mai veramente facile…ed è moolto,moolto lungo. Per ulteriori info o ripetizioni, non esitate a contattarmi: oscarrampica@gmail.com
Foto1 dalle Forzellette alla Fratta del Moro Foto 2 sprofondo Burel Foto3 festa sul Coro
Tabella tempi: Pian de la fraina 5.30 Cima pala alta(targhetta inizio viaz) 7.15 Inizio cengia 7.40 f.lla pala bassa 8 cima pala bassa 8.30 f.lla del medon 10 breve passo III° vs sx canalone discesa 11
muretto III° 11.40 cima sabioi 12 cengetta aerea e cima pinei 13
grotto del libretto 14 canalone disceso e dito 15 f.lla oderz 15.45
Rif. VII° Alpini 16.30 -6.30
Le forzellette 7.45 i gravinei 8.15 Lastroni 9
Pulpito ghiaioso 9.30- 10 Catino ghiaioso prima della paretina di II° 10.30 FRATTA DEL MORO 11.30 Passaggino II° esposto fine cenge 12.30 PARETINA 13 CENGE SCAVATE- PARETINA BAGNATA H 14-14.30
Camini finali 15 Valon de le pale magre 15.30
Bivacco nei pressi della pala longa 16.30-8
Traverso delicato su pala erbosa concava 8.30 Costa del castelaz 9 f.lla del boral de l’ors 9.30 monte coro 9.45-10 bianchet 11.30 statale 13.30

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