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   Sasso Manduino Spigolo Ovest, 30/08/2022
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Onicer  oscarrampica   
Regione  Lombardia
Partenza  Loc . Tracciolino fine strada per Frasnedo (1000m)
Quota attacco  2400 m
Quota arrivo  2889 m
Dislivello  450 m
Difficoltà  D- / V ( IV+ obbl. )
Esposizione  Ovest
Rifugio di appoggio  bivacco Casorate Sempione
Attrezzatura consigliata  corde 50 m, scarpette, friend e dadi
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Ottime
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Zeno torna dal Belgio dopo un anno di studi e risentendoci mi chiede di pensare ad una gita da farwe con una sua amica fiamminga. Butto sul piatto l’intricata traversata in cresta delle cime orobiche dal Biorco al Redorta, la traversata superiore degli Spiz de Mezzodì in Veneto e per ultimo lo spigolo Ovest del Sasso Manduino. La sua scelta ricade su quest’ultima via e diamo il via alla preparazione confrontando le date disponibili (poche le mie). Alla fine supportati dal meteo decidiamo per il 09/10 agosto 2022. Ci troviamo a Brescia e conosco Lidvee ( che non si chiama proprio così..ma è la semplificazione fonetica) e il viaggio sull’auto di Zeno è un po' complicato dalla voglia di parlare con Zeno e dall’obbligo di doverlo fare in inglese. Spesso nn ci riesco troppo..troppe cose da dire e chiedere. Ma al fine di una sterrata che avrebbe messo ai ferri corti la mia peugeot (fortuna che non ho insistito per usarla…) e dopo aver acquistato il permesso di transito in un bar all’inizio della Valle dei Ratti, arriviamo a parcheggiare qualche km prima di Frasnedo neu pressi di un punto di contatto col sentierino del Trecciolino che dovremo seguire per un lungo tratto a ritroso. Il Sentiero del Tracciolino è una delle più spettacolari opere di ingegneria umana della Valchiavenna, un tracciato lungo 10 chilometri che corre ad un altezza costante di 920 metri fra la Val dei Ratti e la Val Codera, costruito negli anni Trenta del secolo scorso come collegamento fra due piccole dighe. Il park, è afffollato e ridiamo della solitudine che solitamente respiriamo quando ci troviamo noi due. Ma tantè e iniziamo a districarci tra gli zaini di materiale e provviste. Manca un quarto al mezzogiorno quando le corde sono stipate in fondo agli zaini e raggiungiamo la partenza del sentiero che scorre in piano (ufficialmente chiuso…ma abbastanza trafficato..) facilitando il nostro riscaldamento. Seguiamo le rotaie tra gallerie passaggi sul vuoto e scorci sui laghi di Como e Novate chiaccherando in inglese a cui mi sforzo di abituarmi e cantando …loro, appassionati e compagni di coro!. Superata una limpidissima pozza d’acqua a cui ci rinfreschiamo abbondantemente raggiungiamo il bivio per Cola e la fine del piano. Ora si comincia a salire in pochi minuti, raggiungiamo questo bellissimo villaggio in pietra arroccato sul fianco della montagna(q.1030,h 13.15) e subito noto l’abbeveratoio dove Beno si era tuffato( dal servizio di Montagne divertenti) e dove ora Zeno sta bevendo. Il paese è tutto in pietra e luccica bianco nel sole sullo sfondo azzurro intenso del cielo. Già quassù il tracciolino è lontano e si respira una pace incredibile con lo sguardo che plana sulla valle e i suoi laghi. Facciamo un momento di preghiera nella bella chiesetta aperta ed è dolce tirare le corde e far suonare timidamente la coppia di campane che rintoccano di memorie e tempi che non torneranno. Poi superando una bellissima casa riprendiamo l’erto sentiero sulla costa erbosa e panoramica sul bel paesello e che rientra subito nel bosco e sale diretto verso sud-sud-est e poi sud-est. Saliamo fra bellissime betulle con qualche vista sull’ormai lontano tracciolino che scorre nel vuoto più in basso e usciamo già accaldati sui prati dell’alpe in Cima al Bosco, presidiata da una baita solitaria (m. 1268, h 14), sul crinale che separa l’ampia e selvaggia Val Ladrogno, alla nostra sinistra, dalla minore (a dispetto del nome) Val Grande, alla nostra destra. Domina l’alpeggio una cima appuntita che tanto mi ricorda la cara Rocheta dolomitica. Balcone panoramico e all’ombra delle mura in pietra pranziamo con fette di pane e tacchino tagliato a pietra perché lame non abbiamo. Ci godiamo la pace e il silenzio del luogo e un’oretta dopo a malincuore ci alziamo dalla nostra oasi e riforniti d’acqua alla fontana ci fermiamo esterrefatti davanti al cartello appiccicato su una betulla e che dichiara inagibile il bivacco dove dovremmo dormire. Con Zeno ci guardiamo e capiamo subito che non sarà un problema e in british italian confezioniamo la rassicurazione per Lidvee che appare un poco più titubante. Il sentiero rientra subito nel bosco di betulle ed alni (che ha colonizzato gli abbandonati prati da sfalcio) e prosegue lasciando verso sinistra il crinale e piega leggermente a sinistra (est), tagliando il ripido versante meridionale della Val Ladrogno, in bellissimi e luminosi boschi ora di abeti, poco sotto le incombenti pareti rocciose che lo delimitano. Procediamo alternando lunghi tratti quasi in piano a brevi strappi e ci affacciamo, dopo una coppia di tornantini, ad un marcato vallone laterale, la Val Duméniga, Tagliamo la fascia deii Ruèrs, ricca di vegetazione in estate (attenzione a segnavia ed ometti). Superiamo, sempre procedendo verso nord-est, diverse cascate che con le loro belle vie di granito si aprono un varco nel bosco, fino ad arrivare ad una bella e grande cascata con una placconata superiore immensa e bagnata sotto la quale ci facciamo praticamente la doccia per ripararci un poco dalla calura che incombe nonostante la quota. La risaliamo poi lasciandocela a destra e ammirandone ancora la maestosità. Altre placche levigate attraversate da un torrentello, ci fanno ammirare stupiti la grande quantità di acqua di questa valle che apparentemente non risente della siccità che sta bruciando tutta l’Italia e Zeno ci fa notare una stupenda intrusione rocciosa che sembra fatta di marmi incastonati. Attraversiamo vari affluenti del Ladrogno e poi riprendiamo a salire nel bosco ora più rado che ci permette di scorgere lassù, lontanissimo il puntolino rosso del nostro bivacco, minuscolo sotto l’immensa e soprastante Punta Magnaghi. Attraversiamo un’immensa placca dove Zeno ci da lezioni di geologia e poi ancora su, ancora vie d’acqua che scendono per vene di granito, fino a quando con un breve traverso quasi in piano a sinistra usciamo dal bosco al poggio erboso dell’alpe Ladrogno (m. 1700,h 16.30), con una baita ben tenuta, circondata da una staccionata in legno. Le nubi alte si sono un poco sfilacciate e ora lasciamo intravedere i possenti contrafforti granitici del Manduino e della sua poderosa cresta sud est cui la punta finale pare reggersi. Che spettacolo di rocce grigie e compatte come quelle del Badile. Dall’alpe possiamo cominciare anche ad intravvedere gli spalti di granito delle cime che coronano la val Ladrogno, vale a dire, procedendo da sud (destra) in senso antiorario, la punta Redescala (il Redescàl, m. 2304), il Sasso Manduino (m. 2888), la punta Como (m. 2846), le cime di Gaiazzo (m. 2920), la punta Bresciadega (m. 2666), la cima di Lavrinia (m. 2307) e il Mot Luvrè (m. 2047), a nord. Proseguiamo oltre salendo diretti verso nord-est, in un bosco di larici, rododendri e lamponi, via via più rado. La traccia è debole e discontinua, difficile da seguire se non fosse per segnavia ed ometti. Mi ritrovo solo, sento le voci di ZL sempre più lontane e mi concentro sulla fatica che ora si fa sentire e sulle gocce di sudore che cadono a terra. Lo zaino pesa, la corda si fa sentire ma è bello uguale salire. Superata una sorgente a quota 1760 metri, usciamo di nuovo all’aperto, passando a lato di un tronco che sembra protendersi sul sentiero, e raggiungiamo il Doss Bèl, che deve il suo nome alla posizione panoramica, più che alla gentilezza dei luoghi. Un branco di cinque cavalli fra cui due bianchi ci fa respirare la bellezza di questi spazi aperti sull’infinito delle pareti che ci circondano, troneggiando su un enorme masso erratico. Gli passiamo accanto salutandoli e sfiorandoli e un poco invidiando la loro libertà senza orari in una natura primitiva. Saliamo ancora verso nord-est, piegando a destra e superando verso destra un altro ramo del torrente Ladrogno. Proseguiamo fra pietraie, macereti e magri pascoli, fino ad un bivio segnalato, presso un grande masso (m. 1949): qui lasciamo a sinistra la magra traccia segnalata per il rifugio Brasca e scendiamo a destra per pochi metri superando un secondo ramo del torrente Ladrogno. Il bivacco sembra ormai a portata di mano, ma non lo raggiungiamo puntandolo direttamente, ma piegando a sinistra e descrivendo un largo giro in senso antiorario fra ripidi pascoli e blocchi (est e nord-nord-est), lo raggiungiamo prendendolo alle spalle. Eccoci così al bivacco Casorate-Sempione (m. 2090, h 17.30), a ridosso di un grande masso erratico che, lo ripara benevolmente. Non c’è nessuno( del resto tranne i cavalli non avevamo visto anima viva) e soprattutto è aperto e verniciato di nuovo. Il panorama si apre, anche da qui, soprattutto a sud-ovest, sull’alto Lario, ma appaiono anche, ad ovest, le cime del versante occidentale della Valchiavenna. In primo piano il pizzo di Prata, o Pizzasc’, sul versante occidentale della Val Codera. Il bivacco, per iniziativa di Gino Buscaini e della sottosezione CAI Casorate Sempione, venne inaugurato il 23 settembre 1979, come struttura di appoggio alle ascensioni di uno dei più selvaggi nodi orografici, fra Val Codera e Val dei Ratti. Ne prendiamo possesso e ci dedichiamo alla ricerca dell’acqua scendendo non come consigliato lungo la strada percorsa ma procedendo oltre il costone verso un torrente che appare più ricco d’acqua. Lo raggiungiamo per vaghe tracce e ci immergiamo in un angolo fantastico sotto il sole delle 18 che picchia ancora e ci invita prima a pucciare i piedi e poi sull’esempio di Zeno ad appoggiarci sulle lastre di granito dove l’acqua scorre veloce e gelida. Mamma mia che brividi di freddo pervadono il corpo, ma che rigenerazione e che piacere infinito uscire dall’abbraccio glaciale e assaporare il tepore del sole lieve sulle placche scaldate leggermente dal sole. Il paradiso, dico a Zeno..ma cosa si può volere di più dalla vita? Lo dico quasi con rabbia pensando a quanti non riescono proprio ad amare la vita e si perdono il dono della semplicità. Assaporo steso questi momenti in silenzio e gstandomi il calore del corpo che lentamente torna a scaldarsi e poi sorridendo brutalmente dico a Zeno che è giovane e che provveda a recuperare il cibo al bivacco che faremo qui un apericena nel nostro Eden privato. Disponibile il giovane s’invola e poco dopo usando le lastre di granito come tavola e schegge come coltelli imbandiamo la nostra tavolata regale con pane tacchino e cioccolata. Che bello e cantiamo allegri insegnando a Lidvee i nostri canti tipici (ravanei e remulass..). Girovaghiamo e ci appisoliamo fino alle 19.30 quando il sole comincia a perder di calore e la brezza fresca scende ad annunciare il calar della sera. Torniamo al bivacco per assistere al tramonto che lentamente comincia a colorare il nostro spigolo rosolandolo a fuoco lento. Scattiamo belle foto verso la parete e salendo il grande masso sopra il bivacco fin quando il sole sparisce dietro i monti ad ovest regalandoci le ultime magie cromatiche e lasciando illuminato solo il fantastico spigolo che domani saliremo e che ora rosso, incendiato è irresistibilmente attraente. Scendiamo dal poggio e cominciamo ad armeggiare per la cena e per riuscire ad accendere il fuoco e contempliamo la grande linea rossa che ricorda il giorno andato e che magnetizza i nostri sguardi. Rovistando nei dintorni procuriamo la secca legna necessaria e le fiamme prendon a crepitare nel buio creando quell’atmosfera ancestrale e unica che solo il fuoco sa creare. Mangiamo fagioli dall’unico recipiente spezzandogli del pane a mo di zuppa e satolli ci alziamo. Zeno pulisce e io alimento il fuoco davanti al quale stiamo molto a pensare e chiaccherare finchè verso le 23 le palpebre cominciano a pesare e ciritiriamo nei nostri lettucci già preparati. Buonanotte. Sveglia puntata alle 5 ma anche alle 6 le nebbie avvolgono tutto ed è solo poco prima delle 7 che la luce c’induce ad un pigro ma necessario risveglio..perchè sarà lunga. Colazione con piccolo focherello da compagnia e zaini pronti per l’arrampicata, si parte simulando entusiasmo per la nebbia che tutto avvolge alle 7.45. Mancando la prospettiva(anche se l’avevamo studiata ieri) ci muoviamo a vista sulla traccia di discesa che ben presto abbandoniamo stando in costa a sx e proseguendo a vista in direzione sud. Sappiamo di dover traversare qualche costola rocciosa intervallata da valloni erbosi. Passiamo il primo torrente su placche lisce e rimontiamo il versante opposto per un pendio di erba ripido. La foschia che si muove col vento rende il paesaggio imperscrutabile e misterioso ma non gli toglie la selvaggia bellezza dettata dalle placche di granito che diventano vie d’acqua che scivolano verso il basso. Qualche ometto talvolta ci rassicura..il fiuto di Zeno fa il resto. Ricordo con orgoglio personale le poche volte che ho avuto ragione su dubbi di scelta (l’autostima è una gravosa necessità..!). Una gradita schiarita ci mostra ancora lontano ma finalmente visibile il canalone sfasciumato, chiave d’accesso verso il salto superiore. Traversiamo ancora più o meno in diagonale per valloncelli erbosi, massi enormi di granito e detriti, fino a raggiungerne la base da dove si vede bene il grande masso incastrato che si supera con passaggio di II per una fessurina accedendendo così alla parte superiore del canale che risaliamo per grandi massi. Un ghiaione di granito certo più solido dove la risalita seppur faticosa non ha niente a che vedere con la disperazione che coglie sui parenti dolomitici od orobici. Ora puntiamo ad una evidente cengia erbosa e sassosa ascendente da sinistra verso destra, che rompe la verticalità della parete che pare si possa superare anche per un evidente camino che la incide a sinistra. Superando con un passo di II° dei massi ci troviamo davanti un esposto traversino che tanto mi ricorda i miei amati Viaz. Ci fermiamo ad osservare l’esile passaggio e il vuoto sottostante poi Zeno con attenzione traversa. Non son tranquillo e neanche Lidvee sembra entusiasta ma alla fine segue i passi del nostro capo. Li imito anch’io e assaporo l’ebbrezza del passaggio che costringe a posare i piedi su una stretta lista in posizione perfettamente verticale essendo la parete un poco aggettante e non regalando quindi il conforto di potercisi appoggiare un poco. Bah…strano passaggio ma c’è troppo vuoto in giro per cercare altre alternative e altri pochi passi ci portano in luoghi più sicuri. Risaliamo per circa 50 m e svoltando l’angolo, mi trovo su una forcelletta con un canale di una decina di metri da scendere per poter poi puntare verso l’attacco in direzione contraria alla cengia appena percorsa ( il camino permetterebbe di evitare questo andirivieni.. ma sembrava necessitare di un tiro di corda visto da sotto…). Scendo con attenzione i primi metri(II°) e sono a terra. Lidvee forse ancora scossa dal passaggino esposto precednte, preferisce chiedere a Zeno di essere calata. Dopo la piccola manovra, alle 9.30 siamo sotto al nostro grande spigolo che dobbiamo raggiungere traversando e risalendo un ultimo canalone franoso dove fra gli sfasciumi ci fermiamo venti minuti dopo e ci prepariamo all’arrampicata srotolando le corde e mettendoci le scarpette. Questo in realtà è un tratto di raccordo con l’inizio vero e proprio dello spigolo che si trova un poco più su. Alle 10.30 Lidvee assicura Zeno che da una cengia franosa a sx della base del canale sale per rocce frantumate e un poco verticali (II+) per 60m, finchè giunge nei pressi del bocchetto dove una finestrella quadrata permetterebbe di vedere dalla parte opposta. Noi però vediamo solo bianco perché le nebbie coprono tutto. Alle 11 su rocce ben articolate Zeno muove i primi passi d’arrampicata sulle articolate rocce dello spigolo e segue poi un diedro di rocce rotte (III) e una rampa delicata (IV-) perché poco proteggibile fino al filo dello spigolo. La roccia è un piacere, le scarpette fanno il resto e si sale bene che è un piacere. L1 IV- 45m, sosta su due chiodi. Lungo tutto lo spigolo ci sono pochissimi chiodi di passaggio che rendono la salita quasi completamente da attrezzare e che richiede quindi esperienza nel posizionare le protezioni (friend) più che capacità di muoversi sul grado. Zeno riparte trascinando verso l’alto le due mezze corde da 55 metri lungo lo spigolo che assomiglia in realtà ad un placcone e per fessurine e dossetti che offrono buona aderenza si alza in cielo sopra di noi attrezzando la prima sosta sempre su cordino con due chiodi. (30m, IV-)). Io e Lidvee ci alterniamo al suo inseguimento recuperando tutte le sue ottime e sapienti protezioni. Si traversa in piano per pochi metri (fessura per friend) e si segue un diedro che sale verso destra (3 friend) alla fine del quale si trova la sosta sul filo. (L3 45m, III+). Zeno segue la bella placca sul filo trovando fessure per friend e nuts e recuperandoci su una sosta fatta su due friend non scatenando l’entusiasmo mio e di Lidvee che poche settimane prima era volata fino a terra portandosi dietro i friend che aveva piazzato(L4, 50m, IV). Zeno sorride delle nostre ansie e dolcemente ci rassicura. Riparte poi cpl suo piglio calmo e sicuro per un tiro vario e molto bello salendo sopra la sosta con passaggio leggermente atletico afferrando dal basso una lama (friend possibile), IV+, e proseguendo per una bella placca con buchetti e fessure ben proteggibile (IV). Eventuale sosta su spontone dove il percorso torna ripido, altrimenti proseguire per un diedro camino leggermente verso sinistra tra massi incastrati e uscire alla comoda sosta (IV+) donde si vede il versante opposto (N) della cima e il proseguo della cresta. ( L5 IV+ 45m). Siamo alti ora la cima appare oltre le nebbie e un’improvvisa schiarita scatena il nostro entusiasmo permettendoci di ammirare l’immenso vuoto sotto le nostre scarpette ma sempre ben poggiati su soste comode e a prova di bomba. Sono quasi le 14 e ci fermiamo un poco esterrefatti a gurdare il mondo lontano apparire e scomparire fra le folate di foschia. Ora lo spigolo si stringe e facendosi più esile assomiglia di più ad uno spigolo. Lidvee sfrutta l’attimo di sosta e a sorpresa estrae lo spazzolino con cui comincia a lavarsi i denti sostenendo l’importanza dell’igiene orale( da non credere!!!). Tra una risata e l’altra, Zeno riparte e segue la facile cresta di blocchi fino ad una forcelletta dove fa sosta su un macigno incastrato. L6 ( II,III 40m) Ora di fronte a noi uno spigolo con una evidente striatura giallastra che Zeno affronta virando a sorpresa (molto esposto a destra, ma ben appigliato( IV-) per un passaggio davvero fantastico praticamente sul vuoto) e proseguendo poi ancora leggermente a destra e ponendo attenzione a dei blocchi apparentemente appoggiati, ma semplici in un’arrampicata entusiasmante. Si giunge alla sosta su una placca inclinata (cordini), III+. Ora si vede un poco dello spigolo precipitare nelle nebbie sotto di noi. Spettacolo veramente notevole. Qui Zeno raddrizza la via che proseguirebbe a sinistra per una cengia di rocce rotte e si concede la salita diretta dello spigolo con difficoltà attorno al V° e sostando su uno spuntone aereo della cresta ( L7 III+,V 50m). Siamo in cielo e non si può non perdonare la variante a Zeno che con maestria ci sta conducendo verso la cima. La cima è distante un tiro e ci attende sull’ultimo dei massi accatastati che la compongono. Quanto vuoto! Lidvee chiede di fare l’ultimo tiro e parte ma poco dopo sparita alla vista la sentiamo ferma e alla fine Zeno riparte per concludere il tiro per blocchi (III), e fino a rimontare una fessura con passaggio delicato (possibile mettere 2 friend e un nut) e traversino verso destra (IV+) che conduce al bloccone sommitale e alla croce di vetta posta in una nicchietta naturale e accogliente. Per raggiungere il punto più alto (una pinna di roccia sopra la nicchia) necessita un ulteriore passaggio esposto sul vuoto incommensurabile che precipita dall’altra parte. (L8 IV+ 30m). Raggiungiamo Zeno a cavalcioni in tre sul punto più alto della cresta del dinosauro e fotografiamo la nostra felicità. Dallo scatto: tre sorrisi d’entusiasmo e il vuoto che ci abbraccia. Cima Sasso Manduino (quota 2890, h 15.30). Siamo proprio in cielo e io scendo nella nicchietta a rilassarmi un poco mentre LZ rimangono achiaccherare sul filo del rasoio. Poi facciamo foto, mangiamo le poche fette di pane rimaste dato che abbiamo dimenticato il cibo in bivacco e ci ritiriamo ognuno nei propri pensieri gustandoci senza fretta il momento. Il panorama non sarà mai eccellente perché disturbato dalle nubi che solo a tratti permetton di vedere i laghi,il bivacco, la valle dei Ratti. Mezz’ora dopo ricordo a Zeno che sarà lunga la discesa e allora cominciamo ad attrezzare la prima doppia che ci porterà 20 metri sotto su un pianoro alla base della parete finale dell’altro versante (Est). Quando scendo Zeno ha già pronta l’altra corda per il salto successivo. Volendo si possono concatenare le doppie con due mezze corde da 50. Prestare solo attenzione alle prime due poiché sono leggermente angolate. Le soste sono ben visibili e si trovano facilmente. Tra roccioni che ci avvolgono come in un anfiteatro reso tetro dalle nebbie che ancora aleggiano, troviamo un’altra calata sopra una grande placca inclinata che scendiamo unendo le due corde(50 m). In attesa della calata di Lidvee scendo per cenge erbose a zig-zag (I+), fino a proseguire prima in un evidente canale sfasciumoso per una cinquantina di metri da disarrampicare per piccoli salti e poi per una comoda cengia erbosa verso destra che conduce ad un bocchetto e ad un canalino erboso successivo. Qui Zeno mi avverte che l’altra volta è sceso dritto e allora guardo verso destra dove si vede un’altra sorta di cengia impervia ma che alla fine, trovando un’altra bella calata attrezzata, non riteniamo di esplorare(entriamo così nel canale erboso che seguiremo fino a valle e non percorrendo a ritroso la via di salita della normale). In una schiarita nelle nebbie alte intravediamo la grande sagoma del Pizzo Ligoncio. Scendo dunque nel canale erboso abbastanza ripido e quando la pendenza aumenta un poco troppo, al termine di una cengia, trovo un’altra calata attrezzata su placca e chiamo Zeno che arma la doppia con due corde (50 m) dopo averne verificato la tenuta. Lo seguiamo e poi giù ancora per altri 50 m sempre nel canale erboso con un ultimo salto roccioso e piega a sinistra che mentre scendo mi preoccupa per il successivo recupero. Tocchiamo il fondo felici a pochi metri dal vallone ghiaioso alle 18.30. Zeno non riesce a recuperare le corde e ci invita a unirci a lui per tirare in tre ma riusciamo a smuoverle di pochi cm nonostante sforzi titanici. Mentre mi allontano per togliermi il materiale e provare a risalire zeno continua a tentare cambiando angolazione. Quando ritorno alle corde il mio compagno è già salito al punto di giro delle corde e riesce a smuoverle e poi finalmente riusciamo a recuperarle. Ora è proprio finita: noi e tutto il materiale siamo alla base di questa montagna colossale da tutti i lati. Alle 19 sistemato il materiale iniziamo a scendere nel vallone erboso e pietroso che a catino scende verso la Val dei Ratti. Siamo proprio a fianco di un’immensa placca arancione i cui colori sbucano nonostante la nebbia dal grigiore uniforme e nei cui dintorni dovrebbe esserci l’inizio della via normale. Scendiamo in silenzio in questo anfiteatro magico reso misterioso dalle nebbie che s’impigliano alle punte rocciose e rendono imperscrutabile la visione d’assieme. Non c’è traccia ma la direzione è obbligata verso il basso e l’incavo della valle. Ad un tratto comunque il velo si solleva e vediamo le creste di fronte a noi che vanno dal Pizzo dei Ratti alle varie cime del Calvo: le zone sommitali del Sasso Manduino sono ancora coperte ma ne possiamo vedere l’enorme basamento roccioso sul quale scorrono le sue vene erbose. Ora i nostri passi calcano una zona più morbida calpestando ciuffi bellisiimi di erbe alte e rossastre che rendono il paesaggio simile alla brughiera scozzese. Sopra di noi i profili appuntiti della Punta Como e della Punta Volta rompono il grigio. Alle 20 arriviamo per prati all’Alpe Talamucca (q.2070) bellissimo villaggio di case costruite a secco in pietra con vena decisamente artistica. Ci fermiamo a riposare un poco sognando qualcosa da mangiucchiare che non abbiamo. Ora da qui il sentiero diventa evidente e mi attardo a fotografare inseguendo ZL che talvolta chiaccherano altre cantano o si fermano assorti dalla contemplazione di questo vallone immenso acceso solo per noi. Troviamo un cartello che ci indica Frasnedo e il Tracciolino ma senza riferimenti orari e quando sembra che finalmente si possa raggiungere il fondo della valle dei Ratti, il sentiero scarta a destra e traversa la costa orizzontalmente. Mezz’ora dopo siamo al grande piano coperto di foglie di Lavazza dove sorge l’alpeggio Camera (1792m). Ritrovo Zeno e Lidvee seduti nelle erbe a fissare il vuoto e i laghi che sono riapparsi in fondo al nostro campo visivo. Ora scendiamo vista laghi alti sul fondo della valle e transitiamo per un isolato ed enorme albero di abete. Ora sono dietro ZL e chiedo come mai i miei usignoli non cantano più? La sera sta calando e il rumore di cascate pressochè verticali spiega perché non si passa dalla valle interrotta da un grande salto roccioso coperto di alberi. Raggiungo il fondo della valle alle 21 nei pressi di una capanna di pietra e m’infilo nel bosco. Ritrovo ZL seduti e li supero infilandomi nel buio. Mezz’ora dopo sotto un grande abete illumino con la frontale un cartello che è come prendere un pugno sul muso: Tracciolino h1.50! Avanzo ancora un poco e mi fermo su un tavolo a chiamare Dani sorprendendomi a pensare in inglese. Parlare con lei in italiano è il ritorno alla realtà, poi arrivano ZL e chiedo loro se han visto il terribile cartello. Zeno inizia il forcing, nel buio brillano le luci del lungolago e abbastanza sfatti arriviamo a Frasnedo ( q.1287, h22) dove beviamo come se non ci fosse un domani ad una fonte rigogliosa da cui esce così tanta acqua spumeggiare ovunque. Legende spiegano le caratteristiche della Valle dei Ratti, chiamata Madre delle Acque e delle Erbe. Abbeverati ci aggiriamo al buio per il bellissimo borgo: sembra di essere precipitati in un’altra era. Tutto è pietra ed erba e non troviamo indicazioni. Ad un certo punto vedo Lidvee seduta su un muretto e mi fa tenerezza: è il primo momento in cui vedo una traccia di stanchezza. Io e Zeno siamo nella solita modalità..fino alla fine.. in cui si va avanti per inerzia. Trovo l’indicazione Tracciolino e lo grido felice a Lidvee che rapida si rialza. Troviamo un escursionista notturno che ci dice che in 20 minuti arriveremo all’auto. Scendiamo spingendo quasi rabbiosi per veder terminare e premiate le nostre fatiche ma venti minuti dopo..troviamo solo un cartello che dice Tracciolino 15 minuti. Ridiamo la nostra disperazione inveendo contro l’escursionista facilone e finalmente pochi minuti dopo le 22.30 siamo all’auto. Ci abbracciamo felici e iniziamo la ricerca delle chiavi della mia auto che non ricordo dove avevo messo. Non le trovo nel marsupio in auto e rovistiamo un poco dappertutto prima di ritrovarle quando tasto meglio nelle tasche del marsupio. Basta ora dobbiamo solo divertirci e viene accolta all’unanimità la mia proposta di andare in pizzeria. Abbiamo una fame bestia tutti perché dopo colazione, abbiamo mangiato delle fette di pane in cima e null’altro. ZL assaltano le brioche..io aspetto la pizza!...e la birra!! Mamma mia che due giorni entusiasmante in luoghi selvaggi e solitari, belli oltre l’immaginabile e in compagnia fantastica di due giovani che mi aiutano ad entusiasmarmi ancora per questa vita fantastica con vista sul futuro radioso che loro rappresentano. Grazie veramente ZL. Di cuore. Foto1 spigolo sm al tramonto Foto 2 io e Lidvee sullo spigolo Foto3 trio in cima


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