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   Zengia Bruta e Viaz del Bus del Diaol, 18/09/2021
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Onicer  oscarrampica   
Regione  Veneto
Partenza  Lago del Mis (400m)
Quota attacco  1400 m
Quota arrivo  2000 m
Dislivello  600 m
Difficoltà  PD- / III ( II obbl. )
Esposizione  Nord-Ovest
Rifugio di appoggio  no
Attrezzatura consigliata  corda per sicurezza molti passaggi esposti
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Buone
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento 8 Settembre 2021, alle 20 finisce in anticipo il mio turno di lavoro e abbandonato l’ospedale, inizia il sogno. Corro a Bergamo da Zeno e lo raccoglierò per raggiungere, dopo il tentativo di maggio, nuovamente i Monti del Sole. Viaggiamo parlando di altezze da quelle dei monti a quelle celesti e arriviamo al Lago del Mis che dorme nello scuro della notte. facciamo due passi nel prato prima del fiume e troviamo subito erba accogliente per montare la nostra tenda e ripararci dall’umido che bagna i nostri piedi. All’una siamo in tenda e sento subito Zeno addormentarsi profondamente, e non svegliarsi neanche quando uno spaventoso e duplice bramito squarcia il silenzio della notte e mi porta a chiedergli se ha sentito. Abbiam deciso di non puntare la sveglia confidando sulla luce che verrà e alle 6.30 usciamo nell’aria appena fresca, davanti al fiume che entra nel lago poco oltre. Scarichiamo tutto il nostro cibo e il nostro materiale trasformando la strada deserta nel nostro camp four e ci dividiamo il tutto con Zeno che generosamente vuole anche la sua mezza corda nonostante abbia già il materiale da arrampicata. Non mi oppongo alla sua forza alla sua giovinezza e alla sua generosità. Un pettirosso si mette a giocare fra di noi costringendomi a fotografare le sue danze fra attrezzi e cibo che gli gettiamo. Poi sfrecciamo su in auto per la stradina interdetta per portar su gli zaini stracolmi ma ci dobbiamo fermare a Gena Media dove un tornante franato ferma l’ansimante salire della mia Peugeot. Scaricati gli zaini facciamo pari o dispari per vedere chi deve portare giù l’auto e risalire a piedi e purtroppo perdo. Senza zaino, parto alle 7.45 e salgo veloce dai 400 metri del lago del Mis e in dieci minuti raggiungo Zeno e ripartiamo per la stradina asfaltata arrivando agli 800 metri di Gena Alta alle 8.15. Qui inizia la poesia, perché il bosco sembra mangiarsi il piccolo nastro d’asfalto, le poche casette emergono abbracciate agli alberi e la piazzola con le vasche per lavare i panni e la fontana è l’ultimo segnale della presenza dell’uomo. Ancora per poco si procede per la larga forestale che infila il bosco di carpini a destra, lasciando a sinistra la via per il Bivacco Valdo. Un quarto d’ora dopo diventa sentiero e s’abbassa sul bordo di una bella cascatella con toboga andando a toccare il fondo e l’acqua della Val Soffia, che va attraversata per risalire l’altro versante. Incontriamo una coppia francese che discenderanno il canyon raccontandoci che è uno dei più belli d’Europa e li salutiamo qusi invidiosi per la fatica del nostro salire belli carichi. Passiamo dal sasso del geologo e ad un certo punto abbiamo una bella vista sulla lontana Forcella Zana che divide il Piz de Mezzodì dai Feruch. Procediamo all’ombra sui tornanti dell’abbastanza evidente traccia fino a quando emergiamo nel sole della mattina su una spalla erbosa a 1200 mt di quota(h 9.30) con la vista che si apre sull’intera catena dei Monti del Sole in cui si raggruppano nel bel colpo d’occhio partendo da sx, le cime del Bus del Diaol coperto quasi interamente dalla Montagna Brusada , la Croda Bianca, il Col de i Sech che copre il Mont Alt e poi Zimon e Tornon de Peralora. Ora le nostre relazioni raccontano storie diverse con Briotto e la Bibbia che suggeriscono la deviazione a dx prima del traverso orizzontale di Drio le Coste e Mason che suggerisce di proseguire oltre. Trovata la deviazione suggerita(segnalata anche da una sbiadita freccia rossa su una larga pietra) la imbocchiamo e perdiamo immediamente nell’erba alta. Girovaghiamo un po’ a caso tra ebe e mughi e poi ritroviamo solo la traccia che abbiamo abbandonato e che quindi decidiamo di seguire fin quando prima di arrivare alla discesina che porta in Val Covolera, siamo nel bosco di faggi che andrebbe risalito per raggiungere un grande landro. Secondo Zeno siamo giusti e saliamo fino alle rocce che s’intravedevano dal basso e che rivelano in effetti la presenza del grande ladro con muretti a secco di umana fattura. La relazione non dice da che parte andare e dopo aver valutato le possibili direzioni optiamo a dx che inizia come una banca ma che finisce immediatamente nel folto di mughi. Mi scoraggio e allora Zeno procede ancora un poco aprendo la via che lui dice, migliora. In effetti usciamo dal fitto di mughi e serpeggiamo fra di essi. Nulla segnala tracce di passaggio ma da uno sguardo vs l’alto stabiliamo che la nostra forcella dovrebbe essere quella a dx e che noi la raggiungeremo dopo esser saliti vs sx. Continuiamo imperterriti a salire nel bosco non difficile ma molto ripido dove vaghe tracce non durano mai più di una decina di metri, fino a quando un buco azzurro fra le rocce , oltre il fitto delle ramaglie, suggerisce la presenza di una forcella. Entrambi speriamo la stessa cosa e decidiamo di andare a vedere. Ancora lotta per una decina di metri coi mughi fitti e poi Zeno mi dice che forse potremmo esserci. Arrivo e confermo entusiasta le sue intuizioni. Siam proprio a Forzela dei Covoi Brusadi(m. 1440, h 11.30). Ci rilassiamo al sole dopo la dura lotta e guardiamo con dolcezza le piccole ma evidenti tracce che arrivano dalla nostra sx e proseguono a dx. Tiriamo fuori i panini al prosciutto e giochiamo a proporre all’altro tutto quello che di buono e pesante ognuno ha nello zaino da mangiare, allo scopo di alleggerirlo: mele e prugne offerte con generosità disinteressata. E’ un luogo remoto di cui non si trova traccia neanche sul web, precipite sulla Val Pegolera dall’altro lato e invaso dai mughi dove stiamo placidi. Un luogo di frontiera senza segni attraversato da una traccia lieve come un fantasma, racchiusa fra gli spalti rocciosi della Cima del Valarin e quelli delle Covolere, un varco aperto sul vuoto. Pochi passi oltre la nostra seduta incombe l’inizio della cengia che guardando la parete non abbiamo il coraggio di pensare dove possa passare. Mezz’oretta dopo ci alziamo e come condannati al patibolo ci alziamo per andare a vedere la sorpresa celata dietro la macchia di mughi. Un invitante cengia erbosa solatia cammina a dx del muro roccioso e una traccia lieve a sx scorre a sfidare l’abisso. La nostra direzione purtroppo. Fotografo l’incredibile partenza della Zengia Bruta che fascia la montagna: un filo verde sul baratro di rocce giallastre. Ma si cammina abbastanza bene e appena l’occhio si abitua all’esposizione il trucco diventa non incrociare troppo spesso le profondità dell’abisso che si apre alla nostra sinistra. Un passaggio carponi sotto ad un tetto, l’incredulità guardando avanti che si dovrà passare proprio di là e poi mi giro a fotografare Zeno in massima esposizione. Il pezzo brutto è ora alle spalle e il cammino un poco più rassicurante ma sempre su un vuoto totale. Poi larghe bancate coperte di mughi regalano qualche attimo di serenità. Uno sguardo all’inizio della cengia lascia interdetti perché la prospettiva sembra rendere incredibile il nostro esser passati su quella sutura verde fra due muri verticali. Poi la Zengia torna a stringersi minacciosa, il ritmo cardiaco ad impennarsi ma una provvidenziale discesa ci salva dall’affrontare il precipizio. Un altro breve spigo letto lo affronta Zeno( stare davanti è un poco come tirare da primo, ci si stanca psicologicamente e si ha piacere nel darsi il cambio) e poi entriamo in un bellissimo circolo che aggira un canalone precipite. La cengia qui sufficientemente larga entra nella piega della montagna e se ne esce dall’altra parte contornando la parete con sequenze spettacolari. Zeno si ferma a far foto e riprende e fotografa il mio giro mentre mi avvicino all’evidentissima torretta rocciosa a q.ta 1560 che segna la fine della Zengia Bruta(h 13). Intanto che lo aspetto leggo il proseguio della relazione che ci porterà a percorrere l’entusiasmante sistema di cenge che cinge i fianchi occidentali delle Covolere. Paion larghe bancate mugose e cominciamo a percorrerle in un bellissimo e non difficile andirivieni fra le pieghe della montagna che ci mostra angoli selvatici e altrimenti irraggiungibili dove i mughi proteggono lo sguardo dagli incombenti precipizi. Passiamo sotto landri che precipitano piogge di goccioline e man mano ci addentriamo sopra la Val Feruch e le sue punte lanciate contro il cielo azzurro di queste benedette giornate settembrine. E’ fantastico anticipare i nostri passi futuri leggendo le pieghe che la montagna srotola davanti ai nostri occhi ammirati ed estatici. Una bella cengia larga ed esposta anticipa un preannunciato tratto molto esposto. Osservo con apprensione Zeno muovere i suoi passi sulla striscia d’erba che sempre più esile si proietta nel vuoto fino a sparire nei pressi di uno spigoletto che lui aggira coi piedi praticamente galleggianti su pochi centimetri di roccia. Passo anch’io con più paura che reale difficoltà e mi giro a fotografare l’infido ma adrenalinico passaggio( h 13.30). Dall’altra parte del mondo il filo d’Arianna del sentiero che scende da Forzela dei Pon nell’impossibile intento di traversare pareti verticali e cenge sospese sul vuoto per raggiungere il Bivaco Valdo che occhieggia di tanto in tanto, giallo fluo nel verde del bosco. Ora le creste delle Covolere disegnano ghirigori nel cielo sopra le nostre teste e noi continuiamo per ben marcate cenge rocciose più bonarie fino ad arrivare mezz’ora dopo in un tratto dove la traccia sembra scomparire nel nulla davanti ad una facile ed articolata paretina rocciosa inclinata che va superata in obliquo vs sinistra con passi di primo grado su roccia straordinariamente levigata dall’acqua. Zeno decide invece di affrontare un camino più a dx salvo poi ritornare sui miei passi quando diventa troppo duro. Risalito poi un canalone, ci si porta sotto le pareti su di una grande bancata erbosa dove presso un bel gruppo di larici sotto di noi, ci fermiamo per uno spuntino in un ambiente straordinario e ora anche rilassante dominato dal vuoto della val Feruch che sprofonda sotto di noi, dalle punte dei Feruch e dal più discostato e tranquillo Piz de Mezzodì e dalla mole del Bus del Diaol che s’ingrandisce sempre di più. mamma mia che posto, che pace e quanta bellezza gratuitamente elargita solo per chi sale quassù a raccoglierla. Mangiamo in silenzio per non rompere l’incanto e svegliarci dal sogno che stiamo vivendo. Riguadagnata la postura eretta un grande larice isolato funge da segnavia e per raggiungerlo superiamo una paretina solcata da una fessura che oppone passi di primo superiore. Ora saliamo su un bellissimo prato verde che si fonde con la striscia altrettanto verde proveniente da destra e che è la Zengia del Pà Furlan proveniente dalla Forcella Covolera. Paesaggi ampi e riposanti che contrastano con il mondo severo di crode e precipizi da cui proveniamo. Una barriera di rocce si oppone frontalmente al nostro salire e allora la seguiamo vs sx fin all’imbocco di un luogo in cui ho tanto sognato di arrivare: il canalone che sale a Forzela dei Arner. Fra poco svelerò l’arcano di questo luogo misterioso che non sono mai riuscito a decifrare neppure quando mesi fa ci eravamo proprio sopra ma affacciandoci dallo spigolo del Bus, si nascondeva in questo universo di rocce e spuntoni ribelli all’ordine. Riconosco una strana lama di pietra che ne segna l’inizio e seguendone il fondo destreggiandoci sugli ampi facili massi in divertente progressione un quarto d’ora dopo siamo in forcella ( m.1840,h 15.15). L’orizzonte ora è conosciuto e il mio sguardo ammirato cade sul profondo canalone che precipita dallo spigolo sudovest del Bus, dove domani proveremo a salire, e sulla Forzela de la Montagna Brusada che ora riesco finalmente a vedere e che è addirittura raggiunta da un evidente traccia di sentiero che sale dal fondo della Val Pegolera. Da qua è molto evidente come divida le quote maggiori della cresta( 1990 e 1907) dalla vera e propria Montagna Brusada che le sta a destra. Zeno contempla la carta alla ricerca di soluzioni georografiche e io assorbo la voce del silenzio e del mistero che aleggia su questi luoghi. Mi faccio dei selfie in questo luogo arcano e poi ridiscendiamo un poco il canalone per prendere la via sulla parete inclinata che fra mughi e saltelli rocciosi conduce senza passaggi obbligati verso uno spigoletto a sinistra contraddistinto da un masso a punta. Là arrivati, ci si parerà davanti la parete nordovest del Bus del Diaol col suo enorme antro che raggiungeremo attraverso il pazzesco Viaz che ne taglia la parete in vertiginosa esposizione. Cominciamo a salire ad occhio senza difficoltà, usando poco le mani su passaggi al massimo di primo grado e pregustando che ormai ci siamo e alle 16 contempliamo l’immensa concava parete e la sua caverna centrale. Lo sguardo corre subito preoccupato alla cengia che appare meno esposta di quanto pensavo( la parete sottostante non è verticale ma solo inclinata). Zeno propone di mettere gli imbraghi qualora dovessero servire e poi iniziamo a camminare agevolmente sul sentierino senza problemi e in dieci minuti raggiungiamo l’enorme bus iniziando a fotografare. Traversata su terreno infido ma semplice la voragine ci fermiamo davanti all’evidente passo chiave che è un breve tratto di secondo grado (2/3 metri) costituito dalla risalita di una costoletta rocciosa che unisce il piano inclinato inferiore alla cengia d’uscita. Zeno propone di usare la corda e piazzato un dadino gli faccio sicura per il breve tratto esposto che supera velocemente piazzando un altro friend per sicurezza. Quando mi dice di partire un sibilo che ben riconosco fende l’aria e una gragnuola di sassi atterra con micidiale violenza sul ghiaione a pochi passi da me e continua la sua disperata corsa nel canalone che s’imabissa sotto l’antro. Ho il cuore che batte a mille e mi ritraggo verso il tetto della caverna spaventatissimo, poi ritornato il silenzio parto veloce e supero anch’io il passaggino semplice ma che costringe a spingere un poco sugli appoggi e a tirare un poco con le mani. Ormai siamo fuori, con in piedi sulla via d’uscita, galleggianti sul precipizio della Val feruch che precipita sotto di noi. E’ fatta, la gioia comincia ad esplodere dentro. L’esposizione, a cui ci siamo abituati, mi fa stare più tranquillo. La mitica forcella attende in atteggiamento di sfida adagiata placida nel sole, qualche centinaio di metri più in la e mentre Zeno fa su la corda gli dico che m’avvio. Lo fotografo lavorare con alle spalle l’enorme occhio della parete. M’inebrio di vuoto, la cengia erbosa sulla quale strisciano i miei passi diventa sempre più sottile…fino a diventare TROPPO sottile. Allora mi fermo e poggiate le mani alla parete mi accorgo che sopra ne scorre una parallela e più larga. Con un facile passo d’arrampicata la raggiungo e ora capisco che non c’è più nessun ostacolo. Quando Zeno mi raggiunge ci abbracciamo entusiasti, senza parole ma con sorrisi che parlano e rimbalzano come echi sulle pareti e nello spazio che ci circondano ( Foerzela dei Pon, m. 1940,h 17). Incombe su questo spazio angusto ma solido la Cima Est dei Feruch, lo spigolo Nord del Bus dove corre una via di Manolo, il solco della Val Feruch che divide e incide queste montagne come un colpo di spada inferto da un Dio gigante. E poi la Cima del Camin che tende la mano alle Stornade, fra loro lontano il Duranno di friulana appartenenza e infine la struggente vista sulle Pale Alte e Bassa che anticipano la pianura, a noi celata. Facciamo una piccola pausa con gli occhi che planano come deltaplani nell’aria dell’incassatissima Val de le Coraie e sulla parete articolata e che sembra percorribile che ne raggiunge il fondo evitando l’articolato e alpinistico passaggio per la Forzela de le Coraie. Mezz’ora dopo ci alziamo e iniziamo a seguire la nota traccia dell’Alta Via dei Monti del Sole, segnatissima(secondo i parametri finora seguiti) di azzurri sbiaditi. Cenge straordinarie percorrono lo zoccolo basale dell’enorme parete orientale del Bus del Diaol ( montagna incredibile dalle mille sfaccettature e forme, come un camaleonte capace di mutare le sue sembianze). Attraversiamo ben due anfiteatri della montagna ormai in ombra puntando all’oceano di luce che riflette sulla parete ovest della Croda Bianca. Il paesaggio e il percorso pur rimanendo severi sono meno impervi di quanto affrontato in precedenza e ci arrendiamo alla contemplazione estatica della Bellezza che attraversiamo nella luce tenua della sera che ci avvolge man mano. Ci perdiamo e ritroviamo in un ampio canale che ci fa perdere quota per ritrovare l’ennesima cengia e in cui Zeno si stende abbandonato alla stanchezza per succhiare un poco d’acqua dalla roccia. Poi come i ricordi mi suggerivano troviamo la paretina friabile di pochi metri che mi aveva fatto un poco tribulare..non è difficile ma è un insieme di piccole pietre che si sfagliano fra le mani e sotto i piedi. Con un po' di brivido passiamo veloci..ora dovrebbe mancare poco alla nostra cara grotta. L’incredibile spuntone delle Antene si para come un dobermann davanti a noi intimandoci di non avvicinarsi troppo. Concede una foto. Il sole sfugge sulla cresta delle Stornade e arriviamo all’enorme canale pietroso lavorato dall’acqua che ci deve trasportare al livello superiore del nostro sentiero(h18.30). Lo risaliamo memorizzando e bevendo da tasche piene d’acqua nella roccia e avvicinandoci allo spigolo della nostra montagna che domani proveremo ad arrampicare. Alle nostre spalle la calda luce arancione accarezza le cime del Viaz rendendo struggente l’ambiente. Io sono davanti, più in alto nel canale alla ricerca dei segni che non trovo più e Zeno taglia a dx fra i mughi. Lo seguo per una cengia più baranciosa e con traccia più assente di quanto ricordavo e giunti sotto la grotta Zeno mi dice che non è quella giusta. Come no?..ma quando salgo a controllare ha ragione…mi spiega che la cengia giusta corre più sopra e che dobbiamo tornare al canalone. Torniamo mesti, con Zeno che si scusa per l’errore( ha una capacità di lettura della roccia e dei sentieri che è incredibile!) e giunti presso un canale mugoso mi propone di risalirlo che poi arriveremo giusti. Va avanti lui, risaliamo quasi verticali e poi un passaggino roccioso mi mette in difficoltà. Non ho più voglia e testa e gli dico di buttarmi la corda con cui risolvo rapido il problema. Arriviamo sulla giusta traccia dove ci accoglie un fantastico tramonto che colora di rosso prima e di porpora poi le cima della Schiara e quella del Burel, lasciandole quindi pallide a rifulger della luce lunare. Faccio un ultima bella foto zoomando vs i Tamer e il Castello di Moschesin che troneggiano dietro un curioso e arcuato spuntone roccioso. Poi dirigiamo i nostri ultimi stanchi passi di giornata verso sud, verso le poche decine di metri che ci separano dal nostro approdo protetto. Alle 19.30 saliamo le roccette che ci portano all’ingresso del Covol di Forzela de la Caza Granda, dove passeremo la notte. Ceniamo all’ombra delle ultime luci con le provviste di Zeno che estrae dallo zaino: tonno in scatola salamino e olive. Preparata la zona letto, cominciamo a ridere di quando a maggio ci eravamo affumicati col fumo del fuoco che aveva saturato la grotta e avevamo tossito per decine di minuti anche a causa della polvere che usciva dalle coperte che avevamo usato e che stavolta ci guardiamo bene dal toccare. Il buio e la stanchezza vincon presto la nostra resistenza. Domani sarà un gran giorno, domani scaleremo il Bus del Diaol. Foto1 passaggio sulla Zengia Bruta Foto2 Il viaz del Bus del Diaol Foto3 la montagna
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