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   Alta Via dei Monti del Sole, 29/06/2020
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Onicer  oscarrampica   
Regione  Veneto
Partenza  Le Rosse Alte (550m)
Quota attacco  1650 m
Quota arrivo  1800 m
Dislivello  150 m
Difficoltà  PD+ / III ( III obbl. )
Esposizione  Varia
Rifugio di appoggio  no
Attrezzatura consigliata  corda 30 mt,imbrago,acqua molta
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Mediocri
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Da qualche anno il fascino seducente dei monti del sole fatto di solitudine zecche e silenzio ,rocce verticali e mughi orizzontali mi ha conquistato. Vado ad onde a progetti che s’intersecano o s’annullano anche a seconda del tempo o meno che ho a disposizione per realizzarli. Quest’inverno durante la fuga dalla pandemia i primi timidi approcci hanno confermato la bellezza del sentito dire. E allora complice il dover portare a Caprile mio padre che non riesce più a guidare per le 4 ore abbondanti che ci vogliono, e incassato l’arrendersi di Alessio, propongo a Giona di accompagnarmi. Accetta e anche di seguirmi nel mio progetto a dire il vero non del tutto definito. Alla fine dopo una cenetta consumata a casa vs le 19, usciamo la sera del 23 giugno e prendiamo la direzione in discesa vs Belluno, Sospirolo e il parcheggio di Rosse Alte a quota 500 mt. Da lì partiamo alle 20.15 con l’intenzione di andare a dormire a Casera Nusieda quota 960 ed essere quindi un poco più avanti per la lunghissima tappa dell’indomani che prevede di raggiungere dopo aver compiuto l’Alta Via dei Monti del Sole il Bivacco Valdo. Si sale lasciando sulla dx il sentiero che sale al Piz Vedana, salito coi bimbi qualche anno fa e poi cominciamo una lunga discesa e a traversare sopra il Lago del Mis col dubbio di aver sbagliato qualcosa. Per fortuna invece dopo 20 minuti arriviamo al bivio che divide il sentiero normale da quello attrezzato e optiamo per il secondo. Ora il sentiero sale ripido nel bosco di latifoglie e dopo dei bei traversi in cengia e qualche passaggino delicato sui dirupi della Val Carpenada, sbuchiamo dal folto del bosco e arriviamo sugli accoglienti e ben falciati prati dove sorge la Casera. Sono quasi le 21.30 e i colori della sera rendono magico il momento ed è bello bere la vita alla bella fontana ed osservare le luci della Piana Bellunese, farsi sempre più nitide nel buio che s’avvicina. Ci guardiamo e spogliamo per toglierci le zecche e vediamo che molte arrivano come fossero moscerini: ciò toglie il pensiero di dormire all’aperto sotto le stelle e il bel noce che troneggia sul prato. Apriamo e l’interno è accogliente e anche il piano di sopra con i 2 letti in legno e i materassi appesi col fil di ferro al soffitto. Quando li apriamo, appaiono sudici e sporchi e li stendo sul lato meno sozzo. Usiamo le coperte come isolanti e ci prepariamo al meritato riposo. Appena spegniamo le frontali il silenzio è immediatamente rotto dal concerto dei ghiretti che nel soffitto corricchiano,grattano, masticano..finchè il sonno non ha la meglio. Punto la sveglia alle 4.30 per sfruttare tutta la luce a disposizione..ma come l’ultima volta non la sento e alle 5.30 sono sveglio accorgendomi della luce. Devo controllare la suoneria dell’altimetro! Comunque sistemate le brande e fatta colazione e aver bevuto tanto alla fontana partiamo in una mattina grigia..ma il sole verrà come meteo ha promesso. La traccia nell’erba è da scoprire subito a dx della casera e aggirata una dorsale, si entra nella Val Nusieda. Circa mezz’ora dopo si supera (la traccia passa sopra) il grosso solco di una frana. Giona rimane indietro, appare affaticato..e io comincio preoccuparmi per la lunghezza dell’itinerario che ci aspetta. Nella nebbia e nel bosco fitto ariviamo attorno alle 7.30 a Forcella Canevuze e poi su per prati col vantaggio di vedere poco dopo il fotogenico famoso fungo roccioso inclinato del Sass di Peralora che ci guida come una stella polare per questi prati che si sono ingoiati il sentiero. Si avanza a caso, ad intuito..qualche segno sparuto, un ramo di mugo tagliato. I tratti in erba sono i più duri da seguire. Ci si perde e ci si ritrova, timorosi di allontanarsi troppo dalla via maestra e di non ritrovarla più. Comunque alle 7.45 siamo alla Forcella del Sass de Peralora..e non si vede nulla oltre il crinale che abbiamo da salire. I primi metri sono su larga dorsale subito in buona pendenza, poi questa si restringe e diventa cresta con qualche passo esposto dal lato sinistra ovest; In pochi minuti si arriva sotto lo spigolo sud del Zimón de Peralòra dove si può dire che inizia “la parte alta” dell’Alta Via dei Monti del Sole, e da questo punto inizia la segnatura ufficiale di bolli rossi e bande bianco-azzurre aggirando le rocce del Zimón verso destra est. Si scende un 3/4 metri nel bosco con un paio di svolte e si continua per un bel tratto quasi in piano. Dopo la prima parte nel bosco, dove il sentiero si nasconde sotto le foglie e si deve quasi esser veggenti per seguirlo(segni saltuari e sbiaditi sui tronchi), conduce all’aperto su qualche ghiaia e poi fra tagli di mughi fino a un saltino in discesa (forse tre metri). Poi alcuni bei tratti in cenge spettacolari sul baratro ma ben percorribili e improvvisa alle 8.40 la svolta verso l’alto a sx in direzione del canalino in parte attrezzato. Dopo un primo passaggino un poco esposto si arriva all’ingresso del canale che è attrezzato in una prima parte facile e poi su un doppio salto con passaggi di buon II° grado. Giona preferisce essere assicurato e allora ci imbraghiamo. Assecondo subito le sue intenzioni perché più che la difficoltà è l’umido della roccia a rendere pericolosi i passi. Superati questi metri verticali ci si trova su una piazzola erbosa davanti ad un altro muretto più breve del precedente ma non protetto. Non me la sento di far passare Giona perché cadere qua significherebbe rotolare giù anche per il salto precedente e allora passo io e poi trovata una clessidra gigante (archetto naturale) mi ci metto dietro e gli faccio arrivare la corda con un moschettone. Lo recupero finchè arriva alla catena che penzola dall’alto (e che non capisco perché non arrivi alla base del saltino) sulla quale poi supera un muro verdicale( muro d’erba quasi verticale). Lo raggiungo e proseguendo dalla testata del canalino in pochissimi metri si arriva sotto una fascia rocciosa, si traversa verso destra su taglio di mughi e infine, sempre nei tagli di mughi, si sale con qualche svolta al Forzelón de le Mughe. Le manovre con la corda ci hanno fatto perdere un poco di tempo e sono le 10. Anche dalla forcella non si vede nulla: mughi ad altezza d’uomo e grigio il cielo nebbioso. Da qui si fanno pochi passi verso nord (destra) sul filo della gran forcella e si comincia a scendere in diagonale verso nord-ovest fino a sotto la parete rocciosa del Fornel – si trova ben presto un grande triangolo bianco azzurro dell’Alta Via dei Monti del Sole e poi, alternate ai segni rossi, le tipiche bande bianco azzurre. Questo tratto è duro per l’orientamento perché la traccia è quasi inesistente. Raggiunto e aggirato lo spallone ovest e si inizia a camminare in “modalità cengia o bancata”, bisogna attraversare una sorta di anfiteatro roccioso dove raggiunto l’ultimo segno evidente mi fermo a cercare di leggere il proseguo(h.10.30). Salgo per uno scivolo roccioso ma non trovo più nulla e decido comunque di proseguire fino alla selletta sopra, sperando poi di poter scendere dall’altra parte ma invece non ci si riesce proprio e quindi siamo costretti ad una attenta discesa per la ripida e scabrosa via salita. Dall’alto ho compreso che raggiunto di nuovo il segno, si doveva traversare vs sx in leggera risalita ed aggirare la costola sulla quale siamo invece saliti. Abbiamo perso una mezz’oretta ma ora ritrovata poco dopo i primi passi incerti la traccia, puntiamo decisi all’insellatura che unisce il Mont Alt e il Col dei Séch – quest’ultimo tratto richiede attenzione di orientamento fra le varie svolte e cambi di terreno, nonostante i numerosi segni e la cresta di meta ben visibile, in una lotta forsennata e anche stancante con il muro di mughi che sbarra e tenta di ricoprire la via. Poco prima di arrivare all’intaglio di cresta, a Giona si disfa la suola del vecchio scarpone di Nico che gli avevo prestato e capisco che è il segnale della resa. Raggiungiamo il culmine(h11.30), proviamo vanamente a proseguire lungo la cresta dove il muro di mughi diventa inviolabile e allora mi fermo a leggere la relazione del buon Mario. Ah, devo scendere subito dal canalino che stà dall’altra parte e dico a Gio di aspettarmi, che voglio visionare il vicino tratto esposto successivo. Anche qui non si vede nulla e l’idea della rinuncia non mi pesa. Scendo senza problemi, trovo un evidente segno biancoazzurro e assecondandolo affronto la svolta verso sinistra. Ho davanti una bancata molto inclinata dove la nebbia confonde la vista e ciò che ha più l’aspetto di una traccia è un evidente cengia rocciosa che sembra quasi scavata e che sale per qualche decina di metri fino ad un aereo spigo letto. Quando poco dopo lo raggiungo è decisamente troppo aereo per proseguire e torno attentamente sui miei passi, provo allora per due volte a scendere un poco di più per trovar tracce di traversata ma il terreno è veramente troppo verticale, franoso e pericoloso e procedo molto incerto. Ogni tanto torno a portata di voce da Giona per dirgli di attendermi ancora un poco. Trovo un omettino piccolino, arrivo scendendo ad una specie di pulpito ma poi il nulla: continuo a guardare in su e in giù per cercare di capire dove diavolo devo andare. Ritorno per l’ennesima volta al segno biancazzurro e urlo a Gio che faccio l’ultimo tentativo. Provo ad andare avanti in orizzontale, scelta non supportata dalla morfologia rocciosa ma ultima possibilità rimastami e arrivo su un salto roccioso dove sotto di qualche metro pare di scorger fra mughi e nebbia un altro piccolo ometto: per raggiungerlo dovrei calarmi sui mughi o scendere nuovamente e provare a scendere. Ma non ho più voglia perché non mi sembra logica la situazione. Torno da Gio e visto l’orario (ho girovagato per quasi un’oretta!),decidiamo di far pranzo prima di avviarci per il ritorno. Alle 13 ci avviamo e,memorizzata la strada, alle 13.45 siamo nuovamente al Forzelon de le Mughe. Arrivati alla catena preparo la prima doppia, spiego a Gio come scendere col Machard e lo precedo. Facciamo poi una seconda doppia(ho una corda da 30 mt.) sul cordone sosta di arrivo dopo il primo salto e da qui arriviamo alla base del canalino( h 15), non prima di aver immortalato Giona alle prese con le sue prime corde doppie che affronta deciso e quasi divertito. Alle 16.15 raggiungiamo nuovamente il sass de peralora, un poco preoccupato del tratto successivo che ricordavo per prati poco segnati e traccia a tratti inesistente. Ma non ci perdiamo più e dopo aver visto emergere per la prima volta dalle nebbie i Pizet e il Piz Nusieda scendiamo a bere assetati alla casera Nusieda(h 17) dove ci concediamo una piccola sosta di disgaggio dalle zecche, presenti su questi prati quasi come moscerini che osserviamo camminare felici sulle nostre braccia scoperte. Alle 18.30 dopo i saliscendi del sentiero vs Le Rosse Alte arriviamo provati all’auto. E via con un’altra seduta chirurgica di rimozione di quegli esserini,come noi innamorati di questi territori, solo per loro ospitali. Grande Gio …è bello andare in montagna, ma andarci con un figlio lo è ancora di più…alla prossima campione.
Foto 1 io e Giona all’intaglio del Col dei Sech Foto 2 Giona vs cengie esposte Foto 3 Gio in doppia nel canale
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