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   monte Ortigara e Col di Ronch , 02/06/2023
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Onicer  oscarrampica   
Gita  monte Ortigara e Col di Ronch
Regione  Veneto
Partenza  Piazzale Lozze  (1700 m)
Quota arrivo  2100 m
Dislivello  400 m
Difficoltà  E
Rifugio di appoggio  cecchin
Attrezzatura consigliata  nde
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Ottime
Valutazione itinerario  Ottimo
Commento Cosa meglio dopo la giornata di tensione di ieri passata sulle rocce dello spigolo Wiessner al sass d’ Ortiga che passarne una di relax accompagnando nonno e nipoti ad esplorare il Monte Ortigara e le sue memorie di guerra che erano un vecchio pallino di mio papà. La visita all'Ortigara ancor oggi è impressionante e commovente. I luoghi molto impervi, le distese di brulle pietraie, le balze rocciose completamente martoriate da scavi, trincee, grotte, esplosioni, ci ricordano il martirio di migliaia di giovanissimi ragazzi, di ambo le parti, mandati inutilmente al massacro. Così il 18/08/2017 lasciamo Caprile nel cuore delle Dolomiti Venete, scendiamo oltre Belluno per puntare poi in direzione di Asiago e salire infine ai 1770 m. del parcheggio di Piazzale Lozze dopo 19 km di lunghissima strada sterrata che parte dal paese di Gallio e attraversa prati e bei poschi e cge pensavo ci stesse portando in qualche angolo remoto della Finlandia. Infatti, tutta l'area monumentale 'sacra' è molto impervia, isolata e lontana da qualsiasi insediamento. Alle 14.15 iniziamo a salire l’ampia carrareccia che s’inoltra nel bosco e dopo 15 minuti raggiungiamo la chiesetta di Lozze (q.1900) dove in una cappelletta sono ammucchiate in modo un poco macabro molte ossa sparse di uomini che combatterono l’inutile guerra. Poco dopo fotografo Gio e Jari che sorridenti hanno per sfondo l’apparso panettone carsico-lunare dell’Ortigara. Passiamo per la grande colonna dedicata alla Madonna da dove si ha uno sguardo panoramico sulle varie cime della montagna e poi iniziamo a intrufolarci in trincee e galleria che segnano questa montagna. Entriamo poi in un bel bosco e in una zona ricca di mughi per entrare nel bel prato del Vallone dell’Agnelezza dove ci aspetta il piccolo ricovero in pietra del Baito dell’Ortigara (q. 1973, h 15.15) con vista sul colle del Monte Caldiera. Proseguiamo a salire e attraversando altre trincee arriviamo mezz’ora dopo sulla vasta cima dell’Ortigara che è un altipiano più che una vetta dove è sita la celebre colonna mozza "per non dimenticare" il sacrificio di 50.000 giovani soldati, posata nel 1920. Il risalto roccioso quota 2.106 (l'Ortigara non è una vera cima, ma una spalla della dorsale di Cima Dodici, prima della battaglia non aveva nemmeno un nome, assunto poi dal vallone e dal baito sottostante per via delle ortiche del magro pascolo) è ancor oggi un luogo estremamente desolante. Dieci minuti dopo siamo col nonno al cippo austriaco (q.2090, h 16) in un ambiente spoglio che molto ricorda il carso per struttura con la presenza anche di alcune grandi doline. Sotto di noi il mondo civile della Valsugana e poi scendiamo insieme verso le scalette che portano alla Galleria Biancardi che permette l’esplorazione delle viscere della montagna e delle varie postazioni belliche. Scendendo bella la vista sulle due cime della montagna appena salite. Poi ci dividiamo e mentre nonno e Jari tornano vs il baito, Giona mi segue nell’esplorazione dei dintorni e per belle roccette prendiamo a risalire fino al Pozzo della Scala (q.2000) dove una grande scala in pietra accompagna fra i ruderi di guerra in direzione dell’ormai vicina Cima Caldiera che raggiungiamo seguendo fedelmente i camminamenti nelle trincee (q. 2124, h 17.15). Rasserenante la vista sui boschi e i prati della grande piana che abbiamo percorso per arrivare qua in auto e su tutto il complesso dell’Ortigara fatto di paesaggi lunari punteggiati di machi verdi. Per altri camminamenti e bei sentierini di ghiaia che serpeggiano nel verde fra vari saliscendi, ci dirigiamo ora verso il Monte Lozze che sbuca da grandi foreste di abete raggiungendone la sommità fortificata alle 18 (q.1960). Pochi attimi dopo concludiamo il giro ad anello tornando alla Chiesetta di Lozze e al parcheggio da dove per curiosità percorro una strada alternativa per tornare a valle dirigendomi verso la Piana di Marcesina che per la bellezza dei posti viene chiamata la Finlandia d’ Italia e che tanto amata era da Mario Rigoni Stern. Prati infiniti e boschi si perdono a vista d’occhio in un insolito almeno per le nostre latitudini, paesaggio pianeggiante. Siamo ammirati da questo ambiente che sembra svizzero e guido piano per la bella stradina assaporando la bellezza dei luoghi che attraversiamo. Poi al colmo dell’incanto troviamo il Rifugio Malga Ronchetto do ve assaporiamo vino birra e gelati gustando la qiuete della sera che scende sui ricordi tenui di una giornata fantastica passata nella natura e negli affetti della famiglia. Tornando mucche per strada ribaltano le priorità in un mondo diverso dove sarebbe bello tornare. Un angolo d’Italia dimenticato dal turismo e per questo di una beltà primitiva e originaria. Un posto in cui tornare. Tre giorni dopo facciamo ancora un giretto pomeridiano col nonno e i bimbi salendo a Ronch fantastico villaggio sopra Caprile e dal cui colletto si gode una vista spettacolare sui gemelli del gol Civetta e Pelmo. Stavolta non ci siamo saliti per starcene sdraiati sui prati, per salire al Migogn o per andare ai Sassoni, ma per guardar giù da dei prati affacciati sulla valle dove da piccolo saliva sempre mio padre che qua ha vissuto molti anni. Saliamo a piedi tranquillamente da Caprile nel fresco della sera con le dorate luci della sera che disegnano ombre fra gli anfratti misteriosi della parete nordovest del Civetta bella come sempre e bella più che mai. Alle 18 siamo al colle di Ronch(q.1500) sotto al bel poster con i cuccioli degli animali del bosco e i miei.Scatto una bella foto al cristallo del Civetta che prende il sole tiepido del fine giornata e immortalo nonno e nipoti davanti alla Parete delle Pareti di cui da quassù si ha una vista spettacolare. Ci muoviamo nel verde con lo sguardo che plana sulle abitazioni di Rocca Pietore, macchie di bianco e arancione nel bosco e fra casette che spuntan nel folto bosco di larici come funghi. C’è il silenzio delle grandi rivelazioni e i bimbi raccolgon pigne mentre io assorbo i racconti incessanti del bosco. Erbe alte segnano la dimenticanza dei passi dell’uomo e appena dopo siamo in mezzo ai carpini che segnano la sommità del colletto che si affaccia sul vuoto della Val Cordevole da cui dominiamo Caprile il nostro paesiello da dove siam partiti. C’è tranquillità, silenzio e quella pace tipica dei luoghi d’aria. La vista vola fino all’onnipresente parete del Civetta e poi alle minuscole case di Caracoi abbracciate sul prato verde dove splendon di sole strette nell’abbraccio del bosco che par volerle inghiottire. E a sorpresa un incredibile vista sul molosso roccioso delle Counturines col suo testone e le sue onde di pietra. Mi sento bene qua in questo luogo che sento abitato dalla presenza che un tempo fu di mio padre e mi sembra di vedere coi suoi occhi e mi sembra di sentire col suo cuore. Felice sento la corsa dei miei figli che tornano buttandosi di corsa in discesa nel prato e assecondo la loro direzione con quella struggente malinconia che prende il cuore quando deve distaccarsi da un luogo amato. I bimbi salgono su un enorme tronco tagliato che sembra un podio sul quale trionfano il loro entusiasmo e qualche minuto dopo la vista viene sedotta da una zona che tanto amo perché nascosta e selvaggia ed anche un poco misteriosa per quel che riguarda la topografia. Dietro al sasso Bianco sfilano in istruttiva vista d’insieme le punte del Pizzo Zorlet, quelle delle Cime di Pezza e il Monte Pezza. Mentre fotografo i bimbi si sono seduti su un tavolo e parlamno e parlano con ampi gesti delle mani: chissà quali discorsi..e mi piace osservarli e amarli in silenzio, senza distuirbarli, lasciando che la bellezza della sera li accolga e li avvolga. Torniamo dal nonno che s’era seduto ad aspettarci e lascio che partano da soli e di corsa giù lungo il sentiero sapendo che non li rivedrò più fino giù al paese..non si fermeranno, la vita scorre forte nelle loro vene…e non ammette fermate. A me il compito di non fermare la loro corsa verso le gioie della vita. Mi salutano..mi raccomando di stare attenti…mi preoccupo un poco ma voglio farli crescere fiduciosi delle sfide che sono in grado di affrontare. E poi ai passi lenti di mio padre, dopo aver baciato con gli occhi l’ultima volta il Civetta, scendiamo anche noi verso valle. Foto1 Jari gio e l’Ortiogara Foto2 nonno e nipoti al cippo austriaco Foto3 il saluto dei bimbi





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