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   Pizzo del Diavolo di Tenda, Cresta Est-Nord-Est, 04/01/2019
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Onicer  Zeno   
Regione  Lombardia
Partenza  Fiumenero  (790 m)
Quota attacco  2200 m
Quota arrivo  2914 m
Dislivello della via  750 m
Difficoltà  TD ( pendenza 80° / IV+ in roccia )
Esposizione in salita Est
Rifugio di appoggio  Bivacco Frattini
Attrezzatura consigliata  Normale attrezzatura da alpinismo invernale.
Itinerari collegati  nessuno
Rischio valanghe  2 - Moderato
Condizioni  Buone
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Sfogliando l'amato libro “Orobie: 88 immagini per arrampicare” di Nino Calegari, Santino Calegari e Franco Radici esattamente a metà volume ci si imbatte in una suggestiva fotografia, probabilmente aerea, della cresta Est-Nord-Est del Diavolo di Tenda.
La storia di questa cresta è lunga quasi un secolo e coinvolge alcune delle figure a parer mio più significative dell’alpinismo classico orobico.
La parte alta, relativamente semplice, è stata percorsa nel ’21 da Alfredo Corti ed il figlio Nello mentre solo nel 1983 è stata completata “l’integrale” di tutta la cresta dal primo torrione che si protende quasi in Val del Salto. Tale salita è stata realizzata da Nino Calegari (persona squisita, oltre che grande alpinista, che ho avuto il piacere di conoscere tramite le nipoti) e Dario Rota che molti avranno incontrato, magari senza essere a conoscenza del suo folto curriculum alpinistico, presso il negozio Diemme Sport a Bergamo di cui è titolare.
Informazioni su questo itinerario - oltre che al sopracitato libro e ad una nota di ripetizione solitaria di Paolo Valoti sull'annuario CAI Bergamo del 1987 - non se ne trovano, segno di una frequentazione limitata dovuta anche ad un avvicinamento non proprio comodo, almeno ad una prima valutazione.

Dopo averla tante volte studiata, ammirata e contemplata da varie prospettive mi è nata l’idea di percorrerla in inverno e l’amico Asso (Daniele Assolari) è stato subito entusiasta della proposta.

Partiamo dunque nel pomeriggio di giovedì da Fiumenero risalendo la selvaggia Valsecca fino al Bivacco Frattini dove passiamo la notte in compagnia di un notevole vento da Nord-Ovest che scuote con veemenza il bivacco e le nostre intenzioni sul giorno successivo; all'alba decidiamo comunque di partire.
I primi due torrioni della cresta, dove sono racchiuse le difficoltà maggiori su roccia, sono completamente puliti da neve e li saliamo con le picozze appese all'imbrago (io mi tolgo anche i ramponi); trovare alcuni vecchi chiodi di Dario e Nino infonde speranza e un po’ di sicurezza nonostante la roccia sia a tratti precaria e l’esposizione notevole.
Arrivati alla fine di questa prima sezione la cresta diventa nevosa e perde verticalità: con sorpresa notiamo appena a destra del filo una sinuosa goulotte di ottimo ghiaccio che ci semplifica la salita di tale tratto centrale. Alla fine del terzo torrione attrezziamo una doppia così da raggiungere l’intaglio dove arriva la vedretta Nord-Est.
L’ultima parte della via, che d’estate offre passaggi non superiori al III, ci impegna notevolmente per la roccia ricoperta da croste di ghiaccio e neve non sempre solide e confortanti; il sole che sta per calare ci costringe ad accelerare.
Usciamo in vetta con le ultime luci del giorno, ci sediamo uno in fianco all'altro abbracciandoci quasi commossi. Dopo la foto di rito scendiamo lungo la via normale traversando poi fino al Passo di Valsecca e “rincasando” al bivacco Frattini dove troviamo finalmente riparo dal vento che ci ha accompagnato per tutta la giornata rendendo davvero difficile mantenersi tranquilli e sufficientemente caldi.
Il giorno successivo con calma ci abbassiamo per i pascoli di Tenda fino al Pian del Campo per fare ritorno all'auto lungo l’amena valle di Fiumenero che si crogiola in un tiepido sole invernale.

Alla luce di ricerche più affinate sugli annuari e dopo aver parlato con i primi salitori ed altri alpinisti bergamaschi competenti in materia, sembra che la nostra sia effettivamente la prima invernale integrale a questa cresta.
Ne siamo contenti non tanto per lo sterile desiderio di primeggiare quanto per aver dato un piccolo contributo alla lunga, umile e corale storia dell’alpinismo classico orobico.

Mòla mia, leù!
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