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   Bosconero per la Via della cengia, 08/09/2026
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Onicer  oscarrampica   
Regione  Veneto
Partenza  Pontesiei (820m)
Quota attacco  2285 m
Quota arrivo  2470 m
Dislivello  200 m
Difficoltà  PD- / III ( II obbl. )
Esposizione  Nord
Rifugio di appoggio  Casera Bosconero
Attrezzatura consigliata  corda x eventuale sicurezza
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Buone
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Nell’estate del 2025 con Giamba fecimo un magnifico giro per i Viaz de l’Ors e del Fonch e tornando da forcella Toanella per il primo ci perdemmo momentaneamente ma a lungo seguendo una cengia così bella che prima ci ingannò e poi mi sedusse con le sue svolte sinuose lungo i fianchi del Bosconero. La seguii più a lungo del dovuto (era ormai evidente fossimo fuori traccia) ma non tanto da arrivarne alla conclusione. E così il pensiero di dove andasse mai a finire una cengia così lunga ed evidente mi rimase dentro come un tarlo tanto che una volta a casa, mi misi a cercare sulle mitiche guide del Berti. E probabilmente la trovai! Si narra infatti di una grande cengia che termina poi nei pressi di una gola che conduce senza difficoltà alla cima. Pare sia stata la seconda salita alpinistica al Bosconero, realizzata nel 1882! Storia! Ci tornai allora ad inizio luglio dell’estate successiva con Marco, conosciuto e con cui condivisi, l’avventura della traversata de Le Stornade solo che, trovata la parete di risalita dopo molte cenge errate, lui non se la sentì di affrontarla alla cieca essendo anche pomeriggio un poco inoltrato e rimandai ancora la sfida. Un mese e mezzo dopo (17 08 2026) sono con mio figlio Giona pronto all’assalto decisivo. Marco, cui avevo promesso che ci sarei tornato con lui, non ha voluto esser della partita. Ho uno spezzone di corda e un poco di materiale d’assicurazione, che non si sa mai. Siamo arrivati ieri sera dalla folle calura padana di questa torrida estate e dopo poche ore di sonno ci alziamo nel cuore della notte a Caprile per arrivare, valicato il Passo Staulanza, a Pontesei (q. 800) dove alle 4.15 imbocchiamo la stradina che nel bosco sale in direzione del Rif. Bosconero. Il buio del bosco ci inghiotte ma il sentiero è ampio e salgo veloce senza problemi. Perdo subito Giona e penso che si sia fermato, ci sono molti cartelli e mezz’oretta dopo siamo al Pian de Mugon e subito dopo ad un raccordo con la rotabile che lasciamo subito per rientrare nel folto degli abeti. Attendo Gio finchè vedo riapparire la luce tremula della sua frontale. Sale lento, non si è fermato. Alle 5.45 le sagome scure delle Rocchette occupano il cielo che si è liberato sopra la foresta e poco dopo l’ultimo tratto di bel bosco lascia spazio alla fantastica radura dove fu costruita la ex Baita Bosconero ora trasformata in rifugio (h 6, q.ta 1455). Aspetto per un quarto d’ora Gio che mi ha detto di non stare bene, che sente la testa strana e che avendomi già chiesto le chiavi dell’auto, mi urla dal bosco di salire pure. Lui tornerà al parcheggio. Mi spiace, prima gli ho restituito il poco materiale che avevo nello zaino. Ma sono anche sollevato perché non avrò il pensiero e la preoccupazione di gestire la sua scarsa preparazione. Nelle situazioni pericolose, un figlio mette ansia. Riparto di slancio cercando di accelerare che finora mi è sembrato di salire col freno a mano tirato. Ma non ho chissà quale margine e sento immediatamente il cuore accelerare. Ma è anche il bello di poter spingere, anche se come quasi sempre nelle mie uscite, si tratta di resistere più che esprimere potenza. Il chiaro mi aspettava fuori dal bosco e oltre le finestre fiorite del rifugio, Bosconero, Rocchetta Alta e Bassa attendono contemplative il mio avvicinarsi. Giro attorno alle mura e alla cucina per vedere se incontro Raffaella o suo figlio Riccardo che gestiscono questo luogo bucolico ma c’è silenzio e il meritato riposo. Inizio a salire e poi traversare verso il canalone che sale alla Forcella del Matt e attira la mia attenzione quello a destra fra le due Rocchette e che dovrò percorrere un’altra volta per salire alla Bassa. Poi incrocio e vedo da sotto la lunga scia franosa che sale fra Bosconero e Rocchetta Alta e che porta al valico di Forcella Toanella. Alzando gli occhi al cielo per il ringraziamento del mattino, lo vedo nuvoloso e occupato dalle meravigliose punte delle montagne che mi sovrastano: come missili salgono la Rocchetta Alta e il Sasso di Toanella. E’ passata mezz’ora dal passaggio al rifugio, ho terminato la traversata fra i mughi e sopra di me si apre il grande canalone franoso e sassoso che porta al mio valico. Inizio a salire ripidamente circondato dalla bellezza di tante torri che mi guardano dalle loro altezze. Il sentierino sfugge fra i massi o si nasconde nel terreno franoso a sx ma è decentemente indicato e sopravvive alla precarietà di questo terreno assolutamente instabile. Osservo a destra le grandi fessure o canaloni che tagliano la parete del Bosconero e che dalla base delle rocce s’alzano alla sommità, come fossero pieghe di un’enorme vela. So che forse una la incrocerò al momento giusto e mi indicherà la via della cima. Raggiungo e mi siedo nel piccolo praticello di Forcella del Matt (q.2060) alle 7.15, tre ore esatte dopo la partenza. Bene, ora viene il bello. Mi sento a casa, adoro questo luogo ameno chiuso fra le montagne e sospeso in bilico fra due versanti: quello di Bosconero e quello di Campestrin. Si fa fatica ad arrivarci da entrambi i lati ma poi una chiazza di verde sembra dirti: siediti, riprenditi, rilassati, benvenuto a te! E poi poco sotto dall’altra parte (già si vede…) dal sentiero si stacca la traccia del Viaz de l’Ors che corre lieve ed orizzontale per sparire in un poggio verde protetto dalle rocce e dove sogno un giorno di poter dormire: so che succederà. Dalla parte opposta del poggio sta una bellissima torre gialla che non mi sembrava di aver notato fino all’anno scorso quando per la prima volta la fotografai. Del resto lo sguardo tende a perdersi nell’infinito delle creste furlane dove la parte del leone, la ruggisce l’appuntito Duranno e la dirimpetta enorme Cima Preti, alle prese con le luci dorate dell’alba che le carezzano la cresta. Dieci minuti dopo muovo passi nuovi, addirittura una piccola freccia rossa indica il momento di lasciare la via nota ed entrare nell’ambiente più impervio e selvaggio del Viaz. Respiro l’aria pura della solitudine e sono felice di quella carezza lieve della tensione che immediatamente sale perché devi iniziare a concentrarti sul percorso da seguire e sul terreno accidentato. Calco l’erba tenera e morbida del poggiolo e faccio sogni di sonno. La torre gialla è inclusa nella parete del Sassolungo di Cibiana, li ammiro entrambi riconoscente. Rocce e guglie nuove incantano la vista: questo Viaz è veramente spettacolare. Risalgo la prima paretina da arrampicchiare e poi evito la prima bancata verde che corre verso le due cime a cielo degli Sfornioi Sud e di Mezzo. Mi innervosisco un poco perché smarrisco per due volte la traccia e volevo avere un’idea precisa del tempo da Forcella Matt alla pietra magica. Continuo a traversare per lieve traccia dove in realtà pallidi segni rossi ormai quasi invisibili guidano a destra su una paretina proprio all’altezza della bancata verde prima vista da sotto. Svolto a sinistra mentre l’Antelao sbuca oltre la Torre di Campestrin racchiusi nell’abbraccio fra gli Sfornioi a sx e il Sassolungo di Cibiana a dx. Poi un falso ometto mi porta in orizzontale e perdo la rampa che poi risalirò. Imbocco poi la svolta a sx che mi porta dritto verso la pietra magica che segna il mio orientamento e dove devo abbandonare il Viaz che scarta vs l’alto e verso sx. Ci arrivo con un quarto d’ora di ritardo rispetto all’oretta che ci vorrebbe senza commettere errori di percorso. La vedo da lontano, mi accorgo che rispetto ad un mese fa con Marco, non ho visto la seconda cengia errata, ma poco m’importa. Il terreno non concede sconti alla difficoltà di orientamento! Cammino andando incontro agli Sfornioi e alle 8.50 sono alla q.2140 della pietra magica cui batto una mano sulla spalla come fossimo vecchi amici. La supero rifaccio gli ometti, che questo è un tratto chiave. Saluto un poco commosso il Viaz de l’Ors che sale nel suo mondo spettacolare e selvaggio fatto di paretine e serpentine e cammino sereno verso la mia cengia che ora bancata, si trasformerà dietro le prime quinte rocciose. Non faccio ometti e continuo a percorrerla sempre sufficientemente larga, sempre decisamente esposta, ma mai difficile. Arrivo alla caratteristica torretta che sta sopra un ammasso di massi ( sassi in tutte le salse…Marco dixit..) che si para proprio davanti al gigantesco Sfornioi Sud, venti minuti dopo e qui la cengia diventa veramente spettacolare perché traversa la parete inclinata ma affacciata sul vuoto della sottostante Forcella Matt. Comincio a veder paretine che mi sembran tutte buone da risalire e non ho memoria precisa di quella che iniziai a scalare un mese fa con Marco. Dopo mezz’ora sono alla base di quella che mi sembra giusta e per averne ulteriore conferma proseguo come l’altra volta fino alla fine della cengia superando la partenza in diedro di una via alpinistica dove recuperai un moschettino lasciato nei due chiodi Cassin martellati nella roccia ad imperitura memoria di tempi antichi. La cengia muore pochi passi dopo e ti devi sporgere quasi pericolosamente per riuscire a fotografare sopra lo strapiombo le pareti vertiginose del Sasso di Toanella e della Rocchetta Alta che provano a nascondersi dietro la quinta della montagna. Ritorno rassicurato verso la paretina che avevo ritenuto fosse quella giusta e non posso non notare l’incredibile ultimo tratto di cengia percorso per arrivarci. La volta precedente scattai un incredibile foto a Marco la cui presenza minuscola dava un pazzesco senso di esposizione allo scatto. Ma anche solitaria è uno spettacolo da vedere: un’incisione in discesa, una ferita aperta sulla parete del monte. Alla paretina faccio foto ovunque per memorizzare il punto d’attacco e mi metto a sorridere quando così facendo rivedo i due ometti che avevo costruito la volta prima e di cui mi ero chiaramente dimenticato. Bene, non mi resta che mangiucchiare qualcosa, mettere il casco ed iniziare a scalare sperando in bene. Alle 10 sono pronto a partire. Salgo a lato della gola con dei massi incastrati, a sinistra tenendo come riferimento una forcella leggermente a sinistra più in alto. Cerco la via più semplice fra le piccole paretine e le cenge di collegamento. Faccio zig-zag su difficoltà contenute nell’ordine del secondo grado ma continue. La parete è appoggiata ma non spiana e comincio a pensare che se dovessi scenderla, non sarebbe il massimo. Arrivo alla forcellina in una ventina di minuti e mi sposto leggermente a sinistra: faccio qualche passetto più complicato, sale un po' d’incertezza, non vorrei trovarmi in un vicolo cieco e l’ambiente è molto severo. Poi capisco che arriverò senza problemi sotto le placche terminali che di bella roccia solida fessurata mi sembrano opporre difficoltà troppo elevate per tentarne la salita in libera e allora devo decidere se puntare alla cresta verso sinistra o traversare vs destra. Sembra più semplice traversare ma poi vado a sx che ormai ci sono già e raggiungo un curioso pinnacolo e subito dopo la facile cresta sfasciumata che in pochi minuti fra gli enormi massi, percorro fino al suo punto più alto costellato di ometti. Mi rilasso felice fra i massi (Cima Bosconero q. 2470, h 10.40) e mi abbandono alla vista del panorama che improvvisamente si è aperto davanti agli occhi che per mezz’ora abbondante han visto solo la roccia davanti a sé. Seguo a sx la processione di ometti fino a quello leggermente più im alto dove mi siedo a contemplare. Oltre le grandi pietre del Sasso di Toanella e della Rocchetta Alta che ho di fronte alla stessa quota, si estendono il Serva, le Cime della Serra, Pelf e Schiara, e poi Talvena, e l’incredibile accrocchio di cime dei gruppi del Prampèr, del Moschesin e degli Spiz di Mezzodì. Poi l’Agner, il Civetta e il Pelmo fino alle Tofane. Altrove oltre il proscenio degli Sfornioi e delle loro tre torrette, s’alzano verso il cielo, il Sorapiss, l’Antelao che fa da chioccia alle Marmarole e la piana di Cortina . Più lontani il Sass de Mura e le Pale di San Martino. Poi a Est il Friuli si fa rappresentare dal sempre presente dente del Duranno ma anche dalle frastagliate creste del Cridola, del Crodon del Giaf e del Monfalcon di Montanaia. Più vicini i monti di Mauro: Crep e Col Nudo e poi Citta, Borgà, Palazza. Mi fermo in cima tranquillo ad osservare il cielo che non minaccia il previsto temporale, pranzo, mi faccio na foto e alle 11.30 due bei bolli rossi segnano il mio ritorno alla civiltà dei sentieri Cai. Davanti a me il sasso di Toanella e la Rocchetta Alta cambiano continuamente posa come modelle davanti al fotografo e io assecondo la loro esibizione. Una pernice distoglie l’attenzione dalle loro cime e scatto bellissime pose. Bellissima la linea di trucco rossa sopra gli occhi grandi. Torri e torrette ovunque riempiono di meraviglia l’osservare e a mezzogiorno atterro a Forcella Toanella. Osservo estasiato il missile roccioso che si alza sopra di me torcendo il collo all’indietro e poi a salti mi butto sulle ghiaie che come un fiume scorrono verso il basso. Mi fermo a guardare il canale che sutura la base del Sasso di Toanella alla Rocchetta Alta, la via d’accesso per salire quest’ultima e poi riprendo a saltare verso il basso, quasi sciando. Saluto e osservo anche il canale che alla stessa maniera unisce La Rocchetta Alta alla Rocchetta Bassa, anche questo punto d’accesso per la cima minore. Poi saluto Riccardo del Rif. Bosconero cui racconto della mia via e scendo distratto trovandomi su un sentiero diverso da quello percorso in salita e che mi porta a visitare la pozza del Laghetto delle Streghe che raccoglie l’acqua cristallina di una bella e limpida cascatella. Non fa così caldo da pensare ad un bagno rinfrescante e quindi mi limito a dei begli scatti. Riprendo a scendere con altri bei scorci d’acque e alle 14 arrivo puntuale da Giona che è tornato a prendermi in auto. Che dire? Una salita storica abbandonata non certo per le elevate difficoltà ma probabilmente oper l’esposizione eccessiva che la rende poco in linea con l’evoluzione dell’alpinismo. Ma quanta soddisfazione ambientale! Foto1 l’inizio della cengia Foto2 ultimo tratto della cengia Foto3 l’attacco della parete

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