Home Gallery
Reports
Scialpinismo
Escursionismo
Roccia
Ghiaccio e Misto
Mountain Bike
Archivio
Itinerari
Scialpinismo
Escursionismo
Roccia
Ghiaccio e Misto
Fenio...menali
Forum
Ricerca
   pizzo Coca Cresta Nord, 01/09/2026
Inserisci report
Onicer  oscarrampica   
Regione  Lombardia
Partenza  valbondione (1000m)
Quota attacco  2650 m
Quota arrivo  3050 m
Dislivello  400 m
Difficoltà  AD / IV ( III+ obbl. )
Esposizione  Nord
Rifugio di appoggio  Rif. Coca e Curò
Attrezzatura consigliata  corda 30 mt, cordini, nda
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Ottime
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Sono anni che con Ste non andiamo più in montagna: è vero che lui ha sempre prediletto l’arrampicata sportiva però si uscuva comunque spesso in ambiente. L’ultima nostra grande avventura risale ormai a qualche anno fa quando insieme alle mogli volammo in Sardegna e mentre loro si godevano le bellezze delle spiagge e del mare, noi sudavamo a cercare le vie infinite e misteriose del Selvaggio Blu. Un giorno che ci sentiamo, mi butta lì l’idea di fare insieme la Cresta Est del Coca e accende immediatamente il mio entusiasmo. Quasi subito lo metto in difficoltà perché pochi giorni dopo gli propongo di salire invece dalla cresta Nord, un poco più difficile e scendere dalla Est un poco più facile. Tenta di resistere ma alla fine arriviamo al compromesso di salire da Nord e vedere poi arrivati in cima da dove scendere. I nostri impegni di lavoro, ci portano a concordare in anticipo per il 6 agosto la data del tentativo. Per puro caso essendo billy in preparazione atletica per il trofeo kima (ultimamente anche lui si è un po' disaffezionato all’alpinismo…) gli propongo la sgambata come allenamento. Accetta quasi subito solo che salirà in giornata, mentre noi secondo desiderio di Ste, spezzeremo la salita con il pernotto al Curò. Nel pomeriggio del 05 08 2026, parcheggio la mia Punto sotto gli alberi di Casnigo e attendo l’arrivo di ste che scenderà dal paese dove abita più sopra. Che bello ritrovarsi, caricare gli zaini e cominciare a sparar cazzate come se avessimo ancora vent’anni. Ma forse lo spirito di un alpinista e i suoi sogni, non invecchiano mai. Ripartiamo direzione Valbondione dove ci procuriamo il Pass x il parcheggio (cambiano i tempi…) e sotto il bel sole troppo caldo di questa torrida estate, alle 17.25 siamo pronti a partire. Mentre scherziamo un poco eccitati, mi scatta una foto al quadricipite che ci farà ridere per giorni. Partiamo di buona lena dal parcheggio superiore di Grumetti sudando copiosamente, attendendo i ruscelli per rinfrescarci e chiaccherando con tutte le persone che conosce e che incontra. Ste sceglie il panoramico e accelera sensibilmente, io fotografo il Coca che mostra le sue creste scendere dal cielo verso la Valmorta. Si vede la Est che nasconde però la Nord. Alle 19 arriviamo nel bacino del Barbellino ed entrambi siamo colpiti dal livello molto basso del lago artificiale. Preludi di crisi idriche che il futuro regalerà agli abitanti di questo pianeta incapaci di vedere oltre il loro naso e intenti consapevolmente a brutalizzare questo meraviglioso mondo che ci è stato donato per l’affitto di una vita e che invece consideriamo proprietà come potessimo esserne gli eterni padroni. Entriamo, ci registriamo, saliamo in camera e scendiamo veloci per la cena che è già servita. Pastasciutta al ragù e bresaola di carne equina con cipolla: ormai i rifugi trasformati in alberghi d’alta quota! Non più in punti di partenza per spiriti liberi che puntano le vette ma in punti d’arrivo per persone oppresse che cercano nel riempirsi lo stomaco insoddisfazioni più facili da realizzare. Segni dei tempi. Comunque passiamo un bel momento a scherzare e ridere con Ste che manifesta come al solito le sue preoccupazioni e tensioni mentre io son tranquillo come al solito anche perché ben preparato dalle mie ultime uscite piuttosto ingaggiose. Il gestore plaude e apprezza la mia idea di scendere dalla Est, e ci dà la sua benedizione. Saliamo nella stanza da 8, arriverano altri ragazzi ci dicono. Tentiamo di dormire dopo una veloce capatina in bagno ma la gente parla e fa festa: nessuno più deve alzarsi al mattino presto per iniziare la rincorsa verso l’alto. l’alpinista una specie rara ormai in via d’estinzione e il rifugio il suo zoo chiassoso dove il pubblico ti guarda come una scimmia quando tintinna la tua attrezzatura. Ho sempre preferito evitare i rifugi per una questione economica e perché amante delle notti sotto il cielo ma anche perché la cena pagata è sempre abbondante e buona e poi al mattino salti la colazione che sarebbe importante per iniziare la giornata con lo sprint giusto. Ma il sonno sereno arriva e nessuno entra in stanza a disturbare per cui la sveglia delle 4.00 non ci coglie impreparati. Ci prepariamo e scendiamo a vedere la colazione preparata per tutti: abbiamo a disposizione ogni ben di dio e cominciamo a rimpinzarci aspettando Billy che dovrebbe arrivare. Ci ha detto che sarà da un amico, salirà in auto, dormirà un’oretta e poi sparerà su al rifugio. E’ un poco in ritardo e gli scendo incontro: ci ha detto che sta arrivando! La sua luce serpeggia nel buio e presto ci abbracciamo: lo invitiamo al banchetto e poi usciamo per partire. Una foto suggella alle 5 il momento in cui partiamo sul sentiero che costeggia il lago e ci porta all’altezza della diga. Scavalco il cancello di protezione ma Billy non riesce e preferisce desistere: Ste lo segue e mi ritrovo già solo nel buio. Loro scenderanno alla base della diga per poi dover risalire. Mi vien da ridere a pensar che ho quasi sessantanni e non ho ancor smesso di scavalcar cancelli! Ora traverso fra le pietre in orizzontale sopra le loro luci che danzan a valle. Dietro, il profilo scuro del Recastello impresso sul cielo un poco più chiaro. Proseguo tranquillo, mi raggiungeranno più su. Ormai albeggia e spengo la frontale affrontando i piccoli passaggi attrezzati con la cresta est che mostra la sua linea elegante mentre alle spalle, Strinato Costone e Trobio provano, facendosi vedere, ad attirare la mia attenzione. Alto sul torrente che scorre un centinaio di metri più sotto e danza le preghiere del mattino salgo verso la linea di montagna che vorrei poi scendere. Improvvisamente scompare il muro di rocce davanti, e appare la grande piana di Valmorta dove ha scelto di annidarsi il Lago inferiore (q.2150, h6) colorando con il suo specchio blu i verdi prati che accolgono festosi e quieti chi qui si affaccia. Inizio a traversare il morbido tappeto d’erba con gli occhi che ammirano la grande cresta di Valmorta che anni fa percorsi interamente toccando tutte le 7 cime che la compongono: Cantolongo, Druet, Cima del Vag, Cagamei, creste di Valmorta, Diavolo di Malgina, e poi Cavrel e Cappuccello. Arrivo al grande masso centrale sfregiato in bianco dalle indicazioni per il Diavolo. Assecondo la direzione mancina: a sx il Passo, a dx il Pizzo. Lontani e piccoli i miei amici sbucano all’ingresso della grande prateria ma sono ancora troppo distanti per fermarmi ad aspettarli, penso, mentre guardo con tenerezza il riparo in pietra dove passai una notte insonne frustato dal vento gelido in un estivo tentativo alle creste prima citate. La cima e la parete Est, come da posizione geografica iniziano a colorarsi di rosa tenue mentre la cresta Nord, dietro ancora in ombra, appare. Dalla vetta l’onda arancione cola verso il basso e accentua la carica del suo colore e quasi inciampo nella carcassa ormai priva di protezione di un camoscio che ha scelto questi spazi infiniti per dire addio alla sua vita. Al termine del grande piano inizio a salire verso sinistra seguendo la scarpata e il corso d’acqua che scorre allegro. Radi ometti segnalano la via a conforto di quel senso di smarrimento che opprime talvolta nei grandi spazi selvaggi dove si entra in simbiosi con l’ambiente ma allo stesso tempo lo si teme. Cascatelle allietano la salita che s’interrompe nel secondo grande ripiano dove ti accoglie impassibile il freddo Lago di Mezzo (q. 2350, h7) che concede comunque al pizzo Coca di riflettersi nelle sue acque immote. Oltre la linea d’ombra della montagna l’acqua regala uno spicchio d’azzurro e la parete arancione galleggia placida. Riflessi di quella felicità così vicina ma a volte irraggiungibile. Un lembo di neve rimasto sul lato opposto mette tristezza per questi ambienti alpini che non hanno più la forza per trattenere il freddo loro necessario per custodire e proteggere i fiocchi caduti. Un grande pietrame conduce verso l’alto e l’ormai visibile Cima di Valsena che divide il passo omonimo a destra dal nostro obiettivo: il Passo del Diavolo. Nell’ombra sbuca Ste e nello stesso istante il primo fascio di luce scende dalla cresta del Diavolo di Malgina e come una carezza ci scioglie dal buio della notte. Pochi attimi e la luce esplode come qualcuno avesse pigiato sull’interruttore e siamo abbracciati dal calore dei raggi del sole che ci medicano dall’isolamento notturno. Insieme raggiungiamo l’ultimo spiazzo ghiaioso preceduto da una bella e grande roccia errante su cui scritte bianche segnano Diavolo a sinistra e Valsena a destra. Tranquillo, venti minuti dopo ci accoglie l’ultimo e più piccolo dei laghetti (q.2450) che ci mostra in bella evidenza il Passo, l’inizio della cresta e l’imponenza della q.ta 2827, la prima che dovremo salire che come una piramide s’arrampica nel cielo azzurro di una giornata magnifica e ruba la scena tuffandosi fra le acque. Oltre l’altra sponda che abbiamo raggiunto, il sole emerge deciso dalle creste del Diavolo di Malgina che l’avevano nuovamente nascosto e ci regala incredibili giochi di luce e fotografie che è bello scattare per rendere eterni alcuni momenti di estasi. Ste ci segnala un’incredibile intrusione di roccia bianca che sale solida come una trincea fra il pietrame alla destra del passo. La attraversiamo e con dispiacere lasciamo, puntando la depressione della cresta dove terminerà la nostra escursione ed inizierà la scalata della cresta Nord. La raggiungiamo (Passo del Diavolo, q.ta 2600) alle 7.45 e la vista sul versante valtellinese è impressionante: l’enorme cuneo roccioso del dente di Coca troneggia sulla lunga e tormentata cresta che dall’invisibile punta di Scais scende verso la quiete della Valle Tellina, passando per la Cima del Lupo, le cime di Caronno, il Pizzo Scotes e degli Uccelli fino agli ultimi presidi di Rodes e S. Stefano. Mi luccicano gli occhi pensando a Zeno con cui l’ho percorsa integralmente.
Sto bene, ho voglia di muovermi e scoprire, e inizio a salire mentre Billy si isola per privacy fisiologiche e Ste s’imbraga. Salgo solo e felice lanciando occhiatacce ai miei soci che si son scelti la parte migliore e chiaccherano tranquilli al Passo. Nuoto sulle facili rocce che oppongono scarsa resistenza cercando qualche passo di primo grado mentre l’enorme cresta di Valmorta si dispiega oltre il vuoto che ci separa. I miei soci son partiti e li fotografo minuscoli nell’immensità rocciosa del crestone che li avvolge. Oltre la quinta rocciosa appaiono le dentellate creste di Arigna e poco dopo la lontana cima Nord del Coca a segnare quasi il termine delle nostre aspirazioni. Mi fermo ad osservare e studiare la linea migliore sotto la torre finale: lieto d’ essere in montagna con due fra i miei migliori amici. Raggiungo la cresta di sinistra e prendo facilmente a seguirla in direzione del suo punto più alto. Mi sorprende la presenza di una bellissima Margherita Alpina che solitaria come me, sottolinea l’aspetto materno della montagna in mezzo a tanta severità ambientale. Alle 8.15 raggiungo l’ometto di cima della quota 2827 primo punto orografico di questa lunga cresta e ne osservo il proseguio in tutte le sue punte: tante! Non vedo gli amici e poi eccoli emergere tra gli spuntoni e inizio a fotografarli. Li aspetto in cima e poi via a scendere dall’altra parte in versante Valmorta con i primi due laghi che fanno capolino nel deserto roccioso. Sono davanti e scelgo una linea intermedia fra la cresta che mi sembra particolarmente accidentata e l’attenzione a non perdere troppo quota. Diciamo che tento di seguire la linea più facile in mezzo agli sfasciumi che traversiamo cercando i raccordi erbosi dove lo scarpone poggia un poco meno instabile. Sono i miei terreni, dove il camoscio che mi ha partorito in forma umana esprime il meglio delle sue doti alpine. Ste e billy restano indietro e li immagino lamentarsi del percorso che scelgo. Raggiungo la cresta e poi disarrampichiamo fino ad un intaglio dove fotografo e seguo con un poco di apprensione la loro discesa. Ancora studio la situazione e ancora scelgo una linea mediana, toccando una sorta di passetto ai piedi di un torrione. Il terreno è facile ma sgarruppato e un poco esposto e Billy manifesta disappunto perché non rispettiamo la linea di cresta. Davanti a noi la breccia che dobbiamo raggiungere e la Punta Centrale che dovremo risalire attraverso il primo punto chiave dell’ascesa. Visualizzo la linea di raccordo ma conscio delle lamentele di chi mi segue la abbandono perché l’attraversamento delle placche un poco troppo insidiose che ci attendono solleverebbero troppe rimostranze. Retrocedo, recupero un piccolo poggio erboso dal quale mi ero abbassato e salgo più facilmente fino a raggiungere nuovamente la linea di cresta. Siamo esposti su entrambi i versanti e mettiamo mano alle diverse relazioni: come sempre su questo tipo di terreno linee diverse complicano la scelta anziché suggerirla in modo univoco. Un passo esposto sul crinale e una difficile risalita alla torre che ci si para innanzi è la linea più diretta e scendere ai ghiaioni basali per poi risalire alla breccia l’opzione ormai tardiva. Scegliamo di scendere la parete abbastanza precipite a sinistra del rotto canalino che con seguente breve traverso a destra, va poi ad imboccare il canalino franoso che risale infine facilmente al punto che dobbiamo raggiungere. Disarrampichiamo con attenzione la roccia di pessima qualità che ci regala il mondo Orobico e che ormai ho imparato ad amare dopo averla tanto accarezzata. Si scala con dolcezza, come nel fare l’amore, evitando movimenti. troppo bruschi o violenti. Fotografo gli amici da sotto: non cè che dire, è bello verticale ma per fortuna generosamente appigliato con passaggi abbastanza costanti attorno al II° grado. Atterrano sani e salvi e ci portiamo risalendo scomodi sfasciumi alla base della bella placca liscia che dobbiamo affrontare: il lasciapassare obbligatorio per accedere alle sommità della montagna. Sono le 9.30 e tutto va bene. E’ un posto fantastico, porto di mare tranquillo tra cime tempestose che come onde di burrasca s’alzano pietrificate ovunque, sopra e attorno a noi. Scatto foto a memoria: la scura placca sopra di noi, il dirupo accidentato che scende fino alle ghiaie sottostanti, la cresta di Valmorta che si stende nel cielo con la sua suadente e irresistibile orizzontalità, la torre dalla parte opposta e su cui saremmo potuti salire, servita a metà da un cordone arancione attorno ad un sasso e dal quale ci saremmo calati dove siamo ora. I miei amici mi investono dell’onore di provare la placca e decido di provarci senza stare a calzare le scarpette che per precauzione ho messo nello zaino. Il primo passo per alzarsi, protetto, è duro e per non perder tempo mi isso tirando il rinvio posizionato nel chiodo; mi alzo puntando lo scarpone su un piccolo intaglio e sono al passo decisivo per uscire dalla placca. Studio il passaggio per alzarmi direttamente ma manco di decisione e propulsione ritornando al piccolo intaglio. Ste mi suggerisce di spostarmi a destra ma l’esposizione mi frena, poi vedo un chiodo e la certezza della scelta rende tutto più facile e dopo essermi assicurato esco velocemnte salendo su terreno più semplice fino alla descritta cengia da dove, attrezzata la sosta su spuntone, recupero fra i complimenti i soci che mi raggiungono. Seguiamo la cengia verso destra e siamo alla base di una bella parete che sale decisa verso l’alto. Supero un masso sul quale è avvolto un cordone del color del cielo e che può servire per superare la placca in discesa o come sosta per assicurare la scalata. Ste da sotto mi scatta un paio di foto bellissime dove il mio corpicino sparisce nell’immensità della montagna. Salgo libero su difficoltà di II°, la roccia ottima e mi sposto vs la cresta a sinistra ma le difficoltà arrivano al terzo: placche bellissime ma che non concederebbero errori. Ste è dietro di me, concordiamo per traversare a destra e con qualche passetto un pochino più teso recuperiamo la frattura nella roccia che sale più facilmente verso la fine delle difficoltà. Billy rimasto un poco indietro si trova pericolosamente a sinistra e dopo averlo invitato a correggere la rotta, riprendo a salire per non guardare. Alle 10.30 con sollievo, li vedo sbucare entrambi sulla cresta sommitale che aerea ma facile sale discontinua oltre la Cima della Torre Centrale (q.2885). Li riprendo avvicinarsi e cimentarsi nei continui spostamenti lungo il filo che la cresta richiede per mantenere il fragile equilibrio sopra l’abisso. Mi attende una verticale discesa ma vedo appigli e disarrampico su terreno quasi verticale ma per fortuna generoso di appoggi. Qualche minuto più tardi un nuovo torrione sale davanti ai miei occhi e lo raggiungo 15 minuti dopo. Vedo dall’altimetro che siamo già a quota 3000 ed esulto inconsapevolmente perché credo che siamo già in cima ma poi Redorta Scais e tutta la loro immensa muraglia rapiscono la mia attenzione con il Dente di Coca che esce dall’allineamento e converge verso di noi attraverso le creste di Arigna. Davanti torrioni indefiniti lasciano scorgere comunque la non lontana Cima Nord di Coca. Improvvisamente mi giro e vedo emergere Ste in cima alla torre che ho poco fa disarrampicato. Prospettiva meravigliosa, sembra stare in cielo con le rocce che precipitano ai suoi fianchi e gli ordino di fermarsi proprio sulla cresta superiore per aumentare l’effetto aereo. Poi arriva Billy e li fotografo insieme stagliati contro il cielo. Gli urlo che gli appigli ci sono e li guido nell’impegnativa discesa di cui fisso i passaggi più spettacolari. Scatto foto spettacolari della loro impegnativa disarrampicata e dieci minuti dopo (superato anche aggirandolo a sinistra un grande masso sulla cresta) mi raggiungono sul poggio che scende leggermente verso un’anello di calata. Oltre appare un vuoto che sembrava non ci fosse.Se ne vede uno anche poco più sotto su un’altra vicina torretta e un’altro ancora laterale sulla cima di una torre a sinistra. Cordini ovunque per una situazione difficile da decifrare. Comunque sono pronto e alle 11.15 inizio a calarmi dalla torretta che precipita decisa ad un intaglio di cresta dal quale poi un quarto d’ora dopo, recuperata la corda,risaliamo insieme e velocemente al secondo e molto ingegnoso sistema di calata, realizzato con due cordini uniti e che lavorano insieme, una volta caricati, per mettere in sicurezza la calata. Mi viene in mente Zeno e verifichiamo come fossimo esperti il funzionamento sincrono del sistema. Entrambi i cordini si possono sfilare dalle pietre attorno alle quali sono fatti girare. Guardo oltre e non riesco a capire perché ci si debba calare e poi apparentemente risalire la torretta sulla quale sta il terzo cordino. Le relazioni non sono chiarissime e ci lasciano i nostri interrogativi. Perdo sicurezza anche perché non vedo dove arriva la seconda calata e non capisco perché non possa arrivare direttamente a terra. Chiedo a Ste più esperto nelle manovre di corda se se la sente di scendere lui per primo e mi risponde affermativamente deciso. Lo guardo curioso calarsi nell’anfratto di cui non vediamo il punto di arrivo. Poco dopo ci rassicura gridando terra e che ha davanti una fessurina che coincide con quanto affermava la relazione. Lo raggiungo poco dopo e tutto diventa lampante. Siamo in una sorta di canalino fra le due torrette e scendere direttamente da qui non si può perché la scarpata sottostante scende molto decisamente e un lastrone roccioso cosparso di detrito e molto inclinato, creerebbe molti problemi per la sua risalita e oltretutto servirebbe una corda più lunga per la calata. Arrampicare la torretta successiva invece permette di spostarsi verso sinistra e potersi calare più brevemente e vicini alla breccia che dobbiamo raggiungere e soprattutto su terreno più semplice. Cercare di tenersi in questa calata un poco a destra per non atterrare troppo bassi nel canalone detritico, eventualmente facendosi aiutare dal compagno già arrivato. Ste nel frattempo sta davanti alla fessurina descritta di 4° nella relazione, e ha già deciso che l’affronterà e sta provando a piazzare un friend. Ste è tornato e ne sono contento! A mezzogiorno l’amico è ben assestato nella fessura e come un gatto Ste la risale avvisandoci immediatamente dopo che possiamo seguirlo entrambi legati alla stessa cordina. Fotografo Billy risalire svelto la fessura e poi mi cimento a mia volta: più semplice del previsto, non oppone difficolta che secondo me stanno sul III°+. Bel movimento tecnico con le dita saldamente nella fessura e i piedi che fanno aderenza e appoggio sulla placca circostante. Dall’ultima calata, si lancia Billy con la corda che arriva sugli sfasciumi sottostanti. Dice di aver rischiato la vita dopo essersi liberato dalla corda e scendo un poco preoccupato: forse la tensione e l’impervietà del terreno, gli han giocato un brutto scherzo e lo raggiungo facilmente risalendo alla breccia dove sta consultando la relazione. Alle 12.30 parto di slancio su per il canalone sfasciumato che punta verso il cielo e la cima. Ho ancora forze ed entusiasmo e salgo velocemente affrontando gli ennesimi su e giù della cresta ora soltanto scomodi ma non più difficili od esposti. Sulla soglia della cima attendo i miei amici e insieme facciamo gli ultimi passi verso quella croce (q.3052, Pizzo Coca, h 12.45) raggiunta tante altre volte ma mai da questa direzione. Uno sguardo ammirato e una sommessa preghiera alla scogliera di Scais vera cattedrale per noi devoti e praticanti il culto della montagna e poi gli occhi prendono a seguire l’infinita cresta che abbiamo percorso e che ora si staglia contro il cielo come un’arabesco sapientemente realizzato e che si snoda fra le innumerevoli torre e torrette che abbiamo dovuto salire e scendere. Grazie. Dopo gli abbracci e i complimenti, riparte immediata la discussione mai accantonata sul versante da cui scendere: io in fissa con la cresta Est, loro che ne hanno abbastanza, propensi a scendere dalla normale. Sono sereno e chiedo loro se non hanno problemi a che io scenda da solo con la corda. Facci pure, mi rspondono. Il concitato confronto, è rotto da uno strano crepitio di cui non capiamo l’origine: quando poi ci troviamo tutti e tre a fissare la croce, l’arcano è svelato. C’è un forte campo elettrico e il metallo della croce “canta”: sembra stia friggendo. Ci spostiamo un poco per mangiare qualche dolciume e intanto io scendo a vedere la partenza della cresta Est rinvenendo subito entusiasta un grosso ometto. I peli del braccio però mi si rizzano e quando mi appoggio alle rocce con le mani, percepisco uno strano sfrigolio. Torno dagli amici e anche loro mi raccontano delle stese sensazioni. Il pensiero vola veloce attraverso il tempo e lo spazio e mi ritrovo sul ghiacciaio del Castore nel bel mezzo del bombardamento sonoro e luminoso cui fui e fummo sottoposti in quel giorno di paura. Mi sembra un poco di andare a cercarmela pensando di fare una cresta esposta con queste condizioni climatiche e allora decido di desistere dal mio progetto. Ci fermiamo in vetta solo un quarto d’ora ed iniziamo fra i camosci che appaiono un poco ovunque a scendere verso la Bocchetta che non a caso porta il loro nome. Disarrampichiamo i saltelli della via normale e poi giro un sequel ad una mamma camoscio che indisturbata bruca l’erba allungando il collo proprio sotto di me e che mostra nascosto dietro due rocce solo il capo con cui ogni tanto si nutre e talvolta mi fissa con uno sguardo tipo: “mai viso un camoscio mangiare”? I suoi occhi color ambra fissano i miei. Sguardi. Incontri. Ci si riconosce. Senza parole. Accanto, il suo cucciolino pare essersi incrodato e non saper più cosa fare...sembra chiedermi aiuto mentre mi avvicino a fissare il suo sguardo smarrito, poi con un balzo verticale scende il metro verticale e si riassesta tranquillo poco più sotto come avesse solo respirato. Alla bocchetta (q.2720, h 14) altri camosci, oltre ai due appena osservati, giocano fra loro e litigano incuranti del nostro arrivo. Incontriamp più sotto un grande vecchio maschio dalle corna lunghe e poi sotto di noi la macchia verde del laghetto di Coca che raggiungiamo poco dopo le 15 sotto un acquazzone che si è scatenato insieme ai tuoni che rombano lontani oltre il muro di Scais. Scherzo con due ragazze incontrate a salire sotto la pioggia, con la prima che sbianca quando le chiedo se sta andando al lago a meditare e mi risponde “ ma tu come fai a saperlo”? Entrambe in ora d’aria dal lavoro al Rifugio sottostante dove bagnati come pulcini entriamo mezz’ora dopo soffermandoci per quasi n’ora a scherzare con altre due ragazze. Quando ci invitano al tavolo per giocare a carte, è il momento per cortesemente rifiutare e prendere sotto un aleggera pioggerellina la via della valle. Sale il calore e la pausa nella pozza del Serio da miraggio diventa realtà alle 17.30 quando in mutande mi immergo completamente nelle acque fredde e rigeneranti. Successive immersioni abbassano la temperatura salita pericolosamente a livelli di guardia. Che pace, che bellezza, anche se le temperature elevate hanno trasformato questo luogo da sempre idilliaco e isolato in un lido quasi affollato. Segno dei tempi e del termometro. Foto1 elevazioni della cresta nord Foto 2 ste e billy sulla torre Foto 3 trio di vetta
Report visto  3793 volte
Immagini             

[ Clicca sulla foto per ingrandire ]
Fotoreport