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| le banche le cime e la traversata del Sass de Mura, 23/07/2026 | Tweet |
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| Onicer | oscarrampica
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| Regione | Veneto |
| Partenza | Albergo Boz (650m) |
| Quota attacco | 2350 m |
| Quota arrivo | 2550 m |
| Dislivello | 200 m |
| Difficoltà | AD / IV ( IV obbl. ) |
| Esposizione | Varia |
| Rifugio di appoggio | Boz |
| Attrezzatura consigliata | corda 30 m, friend medi scarpette se necessario |
| Itinerari collegati | nessuno |
| Condizioni | Ottime |
| Valutazione itinerario | Eccezionale |
| Commento | Un giorno di Marzo del 2025 ero con i piedi gelati nell’acqua del Cordevole e maledicevo l’idea che avevo appena avuto di traversarlo. Il mio supplizio stava ormai finendo, il greto sassoso a pochi passi. Sento voci nel sentiero al riparo del boschetto che passa poco sopra. DEVO vedere chi è: gente che passa da queste parti a quest’ora del mattino, bisogna conoscerla. Salto fuori dal fiume, m’infilo gli scarponcini e comincio a correre all’impazzata per raggiungere gli ignoti. Ho intuito che avessero un gran passo e quindi non smetto di correre finchè li raggiungo alla svolta verso l’alto del sentiero. Che culo ( a tal proposito, mi spiegheranno che s’erano fermati per un bisogno…). Di quella giornata passata insieme a tratti, ci scambiamo le foto, poi qualche telefonata e qualche progetto. Non facciamo insieme ma ognuno per conto proprio la Spirlonga e poi dopo la mia avventura sulle Stornade, decidiamo di fare qualcosa insieme sui Monti del Sole, nostro comune amore. Un giorno invece ritrovo i miei appunti sul Sass de Mura e Thomas raccoglie entusiasta l’invito. Thomas ha tempo, io ce l ho sempre un poco contato e gli dico che la prossima occasione che può coincidere con un weekwnd è quella del 12 luglio. Qualche giorno prima, mi dice che vorrebbe venire anche Gabriele. Saremo un poco più lenti ad arrampicare, ma così potremo dividere meglio i pesi, gli rispondo. Il meteo promette un brutto sabato ma bella la domenica e così diamo il via ai preparativi. Una collega mi chiede un cambio, mi libero della notte del Venerdì e il tempo guadagnato mi spinge a Caprile in anticipo. Non so bene cosa fare e quando il meteo sembra migliorare per il sabato, rompo gli indugi e decido di salire al Ciadin di Neve a dormire con la tendina e aspettare in quel luogo che sembra essere meraviglioso, l’arrivo dei due compagni. Così il sabato mattina preparo l’attrezzatura e mi avvio in discesa verso Cesiomaggiore e la Val Canzoi dove parcheggierò l’auto nei pressi del Lago della Stua. La strada finisce poco prima nei pressi dell’Albergo Boz (q.650m.) e il simpatico e gentile gestore mi dice che posso lasciare il mio enorme Scudo parcheggiato nel praticello anche se lo lascio fino a domani, e mi dice dov’è il bagno per riempire il bag dell’acqua. Estraggo dallo zaino i miei due panini alla pancetta acquistati in valle poco prima e mi metto a mangiarli su una panca al riparo delle fronde di un alberello. Che bello e che pace. Alle 13.15 rimetto in spalla il mio pesante zaino della Decathlon appena acquistato e a cui c’è appeso di tutto. Dieci minuti dopo sono al Lago della Stua dove chiacchero con dei ragazzi che hanno dormito al Bivacco Feltre. Punta del Comedon e Sass de Mura sono avvolti nelle nubi e io prendo il largo sentiero verso il Rif. Boz che è indicato a 3h e 40m!. C’è un calore e un afa incredibile e quasi spero che piova. Passo alla Casa Faibon dove un numeroso gruppo di festanti, si gode la vita all’ombra di un pergolato, mentre io grondo fatica e sudore. Mi infilo nel bosco e salgo tranquillo per il comodo sentiero ricoperto di foglie. Appare la frastagliata cresta del Tre Pietre, l’occhio verde e allungato del lago ormai in basso e poi avvolto in mantelli di nebbia Lui, il Sass de Mura, sovrano incontrastato del Gruppo del Cimonega e delle Vette Feltrine. E’ bagnato fradicio e non è di buon umore. Poi alle 15 la pioggia che era iniziata lieve da qualche minuto cresce d’intensità mi costringe a fermarni sotto grosse piante che mi forniscono riparo. Dura poco e qualche passo più avanti trovo un piccolo sasso sotto al quale mi acquatto proteggendomi per metà. Mi raffreddo e dopo un’oretta mi sposto più avanti sotto un sasso sporgente che mi ripara del tutto, ma non ho spazio per muovermi e vado avanti ancora finchè trovo un grande masso che strapiomba e sotto il quale posso sedermi o camminare perfettamente al riparo. Sono le 16.16 e fino alle 18 non mi sposterò più essendo investito da poderosi rovesci che mi divertirò anche a filmare per il gran frastuono che provocano. E’ un incanto ma non ho sonno e vago con la mente cullato dalla melodia delle gocce con variazioni dalla classica al metallo pesante. Mi fisso come tempo massimo per partire le 18.30 ma mezz’ora prima la pioggia cala e allora esco dal buco e riprendo a salire. Saluto con affetto il mio bivacco.Ho mangiato, bevuto, digerito il peso dei due panini alla pancetta e mi sento in ottima forma: Passo Alvis, sarai mio. Monti nuovi si affacciano al mio orizzonte e che riconoscerò poi a casa nelle Pale del Ciso, Pizzocco e Colsent. Un quarto d’ora dopo, sbuco nell’incantevole radura erbosa che ospita la bellissima ed elegante costruzione in pietra di Malga Alvis(q.1570), circondata da erbe e prati in fiore che attraverso toccandoli con le mani allargate come ho visto fare a ragazze felici in qualche film. La Madonnina nella sua teca sorride al mio passaggio e contraccambio la gentilezza. Una fontana offre il suo nettare guardando la bellezza delle pareti gocciolanti del Sass de Mura. Poi sono di nuovo inghiottito nel folto del bosco dove la latifoglia comincia a cedere il passo alla conifera. Tutto risplende e luccica in questo nuovo mondo dorato creato dalla tempesta e i riflessi portano luce ovunque fino al cuore nascosto che ne beve il nettare di gioia. Sono felice e danzo fra le erbe bagnandomi completamente i pantaloni che bevono avidamente dagli steli fradici. Mi giro di tanto in tanto a riguardare la radura appena traversata che diventa più bella man mano che si allontana col suo aspetto di mare verde e pacifico nella foresta tumultuosa di abeti che ancora ondeggiano spinti dalle folate di Eolo. Sorveglia austero, il Colle del Demonio. Un richiamo d’irresistibile bellezza. Salgo ora più rapido per i ripidi tornanti erbosi che solcano la parete verso il suo culmine. Bei margheritoni attirano le mie attenzioni fotografiche e l’acuto promontorio del Colsent mi accompagna verso il valico. Poco prima una lunaca mi strappa una risata pensando ad una barzelletta e mi fermo a fissare il panorama che spazia su cime per me inedite e che vanno dal Tre Pietre, alla Pala del Ciso, passando per Pizzocco, Colsent, Cirmia, Col Dorin, Brandol e la Punta del Comedon che emerge rocciosa dal verde che ne ricopre l’intera vista. Arrivo così al al buchetto nella cresta che segna il passaggio dall’altro versante della cresta, presidiato da un paletto e una caverna poco discosta. Passo Alvis, q.ta 1880, h 19. Scendo oltre e prati verdissimi fanno da base alla catena del Sass de Mura che si svela in tutta la sua lunghezza e bellezza: si vede la Finestra, il Birillo, le Cime Est ed Ovest, la Costa Divisoria e la catena delle Torri e Cima di Neva che custodiscono come in un abbraccio il Cadin che vorrei raggiungere. A sinistra fra dolci e sinuose colline le costruzioni del Rif. Boz e appena oltre quelle della Malga Neva di Mezzo. Una vera meraviglia, custodita in alto dalla bella catena montuosa in cui spicca il Sasso di Scarnia e che prosegue poi col Monte Ramezza, la Cima del Diavolo e infine la Cima Dodici e il Pavione. Scendo velocemente fra le erbe apprezzando l’ambiente bucolico e rilassandomi dopo tanto spingere sui quadricipiti, raggiungendo in 10 min. il Rif. Boz dove entro per chiedere info sulla malga e sul Cadin alla simpatica e bella gestrice del rifugio e scusandomi per il disturbo all’ora di cena. Seguo le istruzioni, risalgo e supero il Bivacco invernale e poi scendo dall’altra parte sempre per prati fino a guadare un piccolo torrentello e risalire il colle oltre. Incontro una tomba in mezzo al prato e poi una striscia di sole colora un lembo della collina verso la quale sto salendo. Che bello penso quando sarò salutato anche io da quell’onda di colore e calore arancione. Vedo prima la grande stalla con il sole che fa appena capolino oltre il colmo del lungo tetto e poi arrivo nel grande prato che sta davanti alla Malga e al grande abbeveratoio. E’ un posto fantastico e mi chiedo chi me lo faccia fare di salire ancora: sono nel posto più bello del mondo e decido senza ripensamenti di fermarmi. Oltretutto dovesse far brutto, potrò anche ripararmi. Fotografo nella luce radente e calante questo luogo da favola, dove però purtroppo il telefono non ha campo. Provo allora a salire il piccolo colletto prospiciente e come mi diceva la rifugista, il telefono torna ad avere segnale. Avverto quindi subito Thomas che dormirò qua e attenderò il loro arrivo l’indomani. Salgo fino in cima al colletto dove c’è una bellissima roccia piantata a ricordo di un altro giovane e più avanti una grossa croce lignea ma senza riferimenti. Il sole sta andando a nascondersi dietro profili rotondi: c’è una luce e una pace commoventi. Felicità allo stato puro. Guardo dall’alto il piccolo paradiso che accoglierà il mio sonno e poi con dispiacere scendo perché devo ancora preparare la tenda e cenare. Il sole scompare, arriva la sera col suo manto e l’ultima scintilla di luce abbandona anche la Cima Ovest del Sass de Mura. Sono ormai quasi le 20.30 ed è meglio che mi affretti, prima di dover fare le cose al buio. Spacchetto la mia tendina e dopo affannose ricerche e controlli, mi devo arrendere alla certezza che nella sacca c’è solo l’involucro e non i paletti necessari a darle una forma. Non mi arrendo e penso ad una soluzione mettendomi a cercare in giro: trovo delle canne dell’acqua che provo in vari tentativi ad infilare nelle guide passanti della tendina che poi tendo verso l’alto con dei cordini che lego alla staccionata. Fa un po’ schifo la tendina che perde molto del suo esiguo spazio, ma mi accontenterò. Gonfio materassino e cuscino, li infilo nella tenda eci srotolo sopra il sacco a pelo. Poi mi siedo sulle scale che salgono al piano superiore (chiuso) della Malga Neva di Mezzo. Io ero convinto fosse Malga Prima che in realtà sta più in basso ed è presidiata da pastori, gregge e cani maremmani. Ceno al riparo ( sacchetto di farro già precotto) con vista magnifica sulla sera che scende e sul sasso di Scarnia. Invio uno stato con la mia vecchia frase coniata decenni fa e che stasera torna clamorosamente di moda: per letto i fiori di un prato, per letto il cielo stellato. Alle 21.45 è buio e fotografo il mio riparo nel quale devo contorcermi per riuscire ad entrare. Una volta steso sto sufficientemente comodo e cerco di addormentarmi anche se devo aprire un poco la cerniera perché mi sembri manchi l’aria. Quando guardo fuori il cielo nero brilla di stelle e mi spiace dover richiudere la cerniera per cercare riposo nel sonno invece che nella contemplazione. Mi addormento anche se talvolta sento la pioggerellina picchiettare ma poi mi sembra smetta. Attorno all’1 invece il ticchettio si fa più intenso e il telo che non ben sorretto si appoggia al mio sacco a pelo, fa sentire il suo essere bagnato. Per un poco mi chiedo cosa fare, poi realizzo che mi alzerò domattina completamente fradicio e per evitare l’inconveniente, decido di alzarmi. Prendo materassino e sacco e mi metto nel ripiano fra le due rampe di scale della malga e ricreata la zona notte, mi addormento sereno cullato dl lontano belare, dai latrati dei cani e dal rumore dell’acqua che cade nella fontana. Mancano solo le stelle! Ma ormai le vedo stampate indelebilmente sulle mie palpebre tenermi compagnia negli ultimi pensieri del giorno. Dormo bene l’aria fresca che entra dall’esterno e vedo il sole dell’alba ma poi mi riaddormento e riapro gli occhi che son quasi le 7. Ho paura di far tardi rispetto all’appuntamento che abbiamo previsto verso le 8 perché io nel frattempo vorrei scendere al rifugio per lasciarvi ciò che non mi servirà per la scalata. Esco. La luce s’impossessa di me, l’erba brilla bevendola come fosse acqua e se ne ammanta vestendosi di splendore. Tutto luccica e rifulge di bellezza. Ma come si fa a non amare follemente la vita in mattine come questa? Felicità diventa semplicemente esistere e condividere con l’Universo il momento. Impacchetto tenda, materassino e sacco a pelo e poi salgo al colle per il contatto del mattino. Dall’alto rimiro il luogo paradisiaco dove ho dormito e vorrei restarmene in contemplazione ma l’alpinista ha sempre una meta che gli sfugge e non può indulgere su quella appena raggiunta e allora scendo a preparare il mio addio a questo posto magico. Raccolgo in un sacco tutto quello che non mi servirà e vado incontro agli amici, che trovo alle 8 poco prima di infilarmi nel rifugio per chiedere dove posso lasciare il mio materiale. Li saluto e dopo esser uscito dal rifugio li guido verso la malga e poi dopo aver fatto scorte d’acqua seguiamo l’ampio sentiero prativo indicato dal cartello Cadin di Neva. Saliamo nel bosco fino alla località Acquedotto Neva (q.1825, h 8.30) dove deviamo a sx e 10 min. dopo siamo sotto le dorate Torri di Neva ai cui piedi sta la bellissima cascata che rifornisce d’acqua le prese che abbiamo appena oltrepassato. Salito il gradino roccioso alle 9 facciamo il nostro ingresso trionfale nel verde e a tratti ghiaioso bacino del Cadin di Neva, un luogo veramente bellissimo e che emana pace. Certo anche qua non sarebbe stato male passare la notte, penso, mentre traversiamo un praticello dall’erba che sembra manotenuta tanto è bella. C’è perfino una sorta di menhir fatto da due grandi massi appoggiati l’uno sull’altro che crea un ottimo riparo in caso di mal tempo, abbellito da un larice cresciuto proprio in cima. Il catino è chiuso da forcella Neva e dalla parete nord del sass de Mura che sale verso la Cima Ovest ed è traversata dalla Banca Posterna che fra poco percorreremo. Raggiungiamo la forcella( q. 2150) mezz’ora dopo e la vista si apre sulla sfilata delle Pale di san Martino che ammiriamo stupiti, dal missile del Sass Maor alla Fradusta. Riprendiamo a salire vs la Banca, dietro di noi si alza il primo dei Torrioni di Neva mentre a sinistra fa capolino la piramide conica del Piz de Mez. Superiamo un intaglio con passo di II° e cordini e ci alziamo verso le pareti finali del Sass con bellissima vista sul sottostante e ormai lontano Ciadin, macchia di verde in questo altipiano per lo più pietroso. Raggiungiamo e traversiamo sulla Banca Posterna per circa una ventina di minuti arrivando poco prima delle 10 ad un colletto (Costa Divisoria) che difatto sancisce la fine della Banca Nord e l’inizio di quella Est. Seguiamo il bellissimo sentiero di cresta in direzione della montagna che si eleva come la prua di una nave e quando l’abbiamo raggiunta non sappiamo se andare sulla traccia di destra o quella di sinistra. Thomas va a sinistra e trovo la freccia sbiadita che segnala una via di salita, io vado a sinistra ma non è la direzione giusta. Consulto l’altimetro e quando vedo la quota…2400, mi viene qualche dubbio, essendo l’intaglio della Finestra, che dobbiamo raggiungere, a quota 2350. In una schiarita delle nubi che si stanno accumulando alla base della montagna, vedo in lontananza il foro che stiamo cercando e anche il curioso pinnacolo del Birillo dal quale dobbiamo passare. Dico allora che dobbiamo scendere dall’altro lato del colletto e infatti ritrovo subito la via maestra che ci conduce a traversare prima e scendere poi in un colatoio ghiaioso dove la traccia è inghiottita dal terreno instabile. Ma la direzione è obbligata e non ci si può perdere e poco dopo siamo nuovamente sulla banca a procedere orizzontalmente verso la Finestra che appare e scompare come un faro nella notte inghiottita non dalle tenebre ma dalle nebbie. La banca procede larga e innocua con viste sulla Finestra sempre più belle perché ora appare incastonata sopra a giallo grigie ed enormi pareti precipite. La prospettiva fa sembrare arduo il raggiungerla, ma sappiamo che così non sarà. Bellissimo questo tratto in cui la banca si restringe un poco a guisa di cengia e corre su lati opposti della montagna traversandola in modo aereo. Ci ritroviamo sotto grandiose pareti a precipizio giallo e nere che fotografo da sotto e poi la Finestra appare moto vicina tanto che alle 10.30 le siamo proprio sotto. Provo qualche passo per salire ma faccio fatica e Thomas che si è portato sull’altro lato mi dice che è meglio. Cambio versante e un solo passo un poco complesso mi permette di salire ed esser pronto per lo shooting fotografico. Foto veramente spettacolari, iconiche. Poi scendo con fatica e i miei compagni desistono dal tentativo di imitarmi. Ora dobbiamo salire sopra l’arco che per fortuna è abbastanza largo da non creare problemi nel suo attraversamento e prima di arrivare a ridosso della parete decidiamo di imbragarci, essendo comoda la posizione. Sembra a logica di dover salire lo spigolo articolato che si alza davanti a noi, ma in realtà dovremo traversare per cengia a destra. Scesi da un masso ci troviamo di fronte alla partenza, molto esposta, e che non appare neanche banale perché un poco aggettante. Sono le 11.30, le foto alla Finestra, ci hanno portato via un poco di tempo ma ora siamo pronti ad attaccare.A Thomas e Gabriele non convince, io trovo solo strano che non sia segnalato un passaggio che sembra essere abbastanza tecnico. Non mi convince l’idea di Thomas di salire e dopo esserci legati, parto stando basso dove una cengetta per i piedi permette di superare agevolmente i primi metri molto esposti e delicati. Thomas ha messo delle scarpette morbide e abbiamo deciso di legarci in tre alla corda che poi recupererò una volta arrivato in sosta. Dopo i primi passi, mi alzo sulla cengia vera e propria e passato un rinvio in una clessidra armo la sosta. Sono sparito dietro l’angolo e fatico a sentire le loro voci che invito a partire. Torno allora indietro con un poco di apprensione e chiedo come mai non partano. Thomas mi dice che non aveva corda sufficiente per legare anche Gabri e allora rifaccio la sosta un poco prima e gli dico di tirare la corda che è elastica. Finalmente partono e li vedo arrivare, Gabri è poco convinto e patisce l’esposizione del luogo. Ora davanti a noi il Camino cesaletti, il punto chiave della via dato dalle relazioni tra il III+ e il IV° grado. Non è un vero camino, o meglio ci assomiglia. La partenza è in camino ma bisogna spostarsi subito a sinistra su una placca i cui appigli buoni sono un poco alti. Tengo gli scarponi, Thomas mi fa sicura, sono ben protetto dal rinvio messo in vita nel cordone lasciato alla clessidra sulla destra…ma non riesco ad alzarmi perché tendo ad andare a d incastrarmi a destra quando invece dovrei spostarmi a sinistra, ma non ci riesco. Thomas mi dice di sfruttare una nicchietta a destra e puntandoci lo scarpone mi alzo quel tanto da mettere un friend un poco più in alto. Mi ci appendo, vedo che tiene ma non riesco ad alzarmi ulteriormente per spostarmi poi a sinistra ed uscire dal passaggio. Devo riprendere fiato, è troppo che non arrampico su passaggi leggermente strapiombanti e chiedo a Thomas se vuole provarci. Lo aiuto da dietro, piazza un friend ancora più in alto e insisto perché si sposti a sinistra che ormai è fuori. Fa fatica, io penso che poi ci riproverò con le scarpette ma alla fine trova il coraggio per spostarsi ed uscire dalla chiusura del camino e facilmente approdare al piccolo ballatoio superiore. Gli chiedo com’è sopra e se se la sente di andare fino all’uscita. Fatta la sosta ci chiama e parto: ho ancora gli scarponi, fatico come prima perché non riesco ad usare il piede sinistro sulla placca avara di appoggi e poi devo ritardare l’uscita verso sinistra per andare a togliere il secondo friend. Alla fine ansimante arrivo al ballatoio (una volta alzati, gli appigli diventano veramente buoni) e faccio fatica anche a raggiungere Thomas in sosta su buoni passaggi di III° grado. Lo raggiungo, mi complimento e in men che non si dica vedo arrivare Gabriele che teso, preoccupato, incline a tornare, in realtà è stato velocissimo ad arrampicare. Lo vedo felice, perché ora la montagna è più accogliente e meno esposta: ci ha accolto nel suo grembo. Questi due tiri ci hanno richiesto più tempo del previsto e sono già le 13.15 ma abbiamo ormai alle spalle il passaggio più duro. Gabri chiede se ci saranno ancora passaggi esposti e non riesco a nascondergli che la traversata probabilmente lo sarà. Saliamo per roccette e un quarto d’ora dopo ritraggo i miei soci nei pressi del Caratteristico masso appoggiato, chiamato il Birillo: bello! Ancora su per terreno più facile con qualche saltino o paretina con passi di II° fino a quando non notando un ometto alla base di una paretina, io e Thomas ci spostiamo troppo a sinistra. Quando torniamo sulla retta via Gabri, sentendo del nostro errore è già alto sulla paretina con passi di III° che ci porta alti verso la cresta d’uscita. Gli faccio i complimenti per come ha arrampicato e mi risponde che è il vuoto non l’arrampicare a creargli problemi. E’ tornato di buon umore e ci regala la battuta sugli occhiali in modalità ometto perché lui l’ha visto e noi no. Ora rocce articolate ci conducono facilmente verso il cielo e gabri ci precede ormai in versione Turbo. Thomas mi regala un sequel fotografico..che non ne ho mai!...e sbuchiamo all’ometto di cima dove ci congratuliamo per avercela fatta. Le nubi avvolgono tutto e non si vede nulla. Pochi attimi dopo un parziale sollevamento ci permette di vedere la cima vera e la cresta di collegamento che la raggiunge. Ci eravamo dimenticati dell’anticima! Rimettiamo gli zaini in spalla e brevemente raggiungiamo la Cima Est del Sass de Mura, la principale (q. 2547, h14). Ora possiamo festeggiare e fare le foto di vetta accanto all’ometto con targa. Non si vede proprio nulla e fatichiamo ad orientarci tanto che non sappiamo proprio dove dirigerci per iniziare la nostra traversata verso l’altra cima. Mangiucchiamo qualcosa e un quarto d’ora dopo rompo gli indugi scendendoo in direzione dubbia per sincerarmi che in effetti la cresta scende troppo e allora optiamo per l’altra direzione trovando ben presto qualche ometto che ci conforta nella decisione presa. Camminiamo con visibilità pressochè nulla ma una dissolvenza momentanea ci permette di scorgere l’apparentemente non lontana Cima Ovest proprio davanti a noi. Bene, almeno siam giusti! Raggiungo un pulpito che dà sul vuoto e scorgo la traccia parecchio più sotto su un’esile cengetta. Esito un poco, studio il passaggio dall’alto: bisogna disarrampicare un esposto caminetto/canale con passi di II°. Sono già sceso quando mi arrivano le proteste di Thomas che preferirebbe usare la corda. Gli rispondo che si può ma siamo più veloci se riusciamo a farne a meno, e che comunque ci sono buoni appoggi. Alla fine di buon grado, si accoda a Gabri e mi raggiungono nei pressi di una cengia che va restringendosi fino ad uno spigolo nel vuoto dove un ometto segna la via. Sono i passaggi che i miei due compagni soffrono di più e m’invitano ad andare a dare un’occhiata. Esposto ma non difficile aggiro lo spigolo restando in piedi e li informo che poi migliora decisamente. Li aspetto oltre la volta e sorrido quando vedo arrivare Gabri carponi e poco dopo Thomas che addirittura come un marines, arriva strisciando. Che tipi questi fortissimi atleti che si sono convertiti all’alpinismo, nonostante soffrano molto il vuoto. Da ammirare. Ci ricompattiamo, la cengia prosegue un poco più ampia e faccio un incredibile foto dopo essere passati che mette in risalto la notevole esposizione. Arriviamo così all’ultimo ostacolo della traversata: una torretta da risalire su un lato (II°+) oltre un masso incastrato e disarrampicare dall’altro (II°). Mi porto sulla facile rampa del proseguio e li fotografo nelle nebbie mentre completano il passaggio. Pochi passi e raggiungiamo il grande masso di vetta con targa e l’ometto sopra costruito. Cima Est, q. 2522, h 15). Altre foto e congratulazioni e velocemente ci lanciamo verso la discesa. Troviamo subito un muretto con cengetta esposta e camino da disarrampicare(II/II+) che rinfocola le proteste inascoltate di Thomas che anche questa volta rassegnato si accoda al buon Gabriele che ormai non batte più ciglio. E subito dopo nei pressi di un salto, mi sporgo e capisco che stavolta è il momento di usare la corda per davvero. Sono dieci metri e con un passaggio in camino alto ed esposto che sarebbe un poco da provare. I soci guardano e sono d’accordo per cui passiamo la nostra corda da 30 metri nell’ottima sosta su due chiodi e cordone verde e scendiamo in doppia senza prusik. Alle 15.30 siamo tutti alla base del risalto e subito dopo c’è l’altra calata simile come lunghezza e che scende una placca più appoggiata e lavorata. Usiamo ancora la corda e alla sua base un quarto d’ora dopo riponiamo la corda nello zaino e iniziamo a scendere comodamente lungo la traccia che serpeggia verso l’ormai visibile Ciadin della Neva. Un’ora dopo mi volto a salutare questo luogo di una bellezza struggente e malinconica avvolto come in un abbraccio che lo custodisce dalle fiancate del Sass de Mura e dalle Torri di Neva. Continuiamo a scendere verso le più dolci amenità dei pascoli del Boz e di Passo Alvis, passando ancora dalla bellissima cascata, dall’idilio di Malga Neva dove ci fermiamo brevemente a rinfrescarci e dissetarci al grande abbeveratoio ( h17 ). Poi venti minuti dopo recupero al Rif. Boz il mio saccone del bivacco notturno che gentilmente i miei soci si offrono di aiutarmi a trasportare. Grande ritmo in discesa e alle 18. 10 passiamo da Malga Alvis e alle 19.30 dopo aver salutato gli amici che hanno fretta e non hanno tempo per bersi una birra in compagnia, mi fotografo stravolto sulla panca sotto l’albero dell’Albergo Boz. Grazie Thomas, grazie Gabri per questa prima gita condivisa e benedetto sia il giorno in cui sul bordo del Cordevole, corsi per incontrarvi. E’ stata una giornata fantastica in ottima compagnia…speriamo possano essercene altre. Un abbraccio infinito. Foto1 le cime del Sass de Mura dal Passo Alvis Foto 2 il passo duro del camino Cesaletti Foto 3 trio di vetta |
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