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   creste dallo Strinato fino al Trobio, 26/08/2021
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Onicer  oscarrampica   
Regione  Lombardia
Partenza  Lizzola (1250m)
Quota attacco  2500 m
Quota arrivo  2865 m
Dislivello  500 m
Difficoltà  AD- / III+ ( III obbl. )
Esposizione  Varia
Rifugio di appoggio  no
Attrezzatura consigliata  meglio avere la corda per lo sviluppo incerto ,per la paretina e per eventuali doppie. Noi avevamo due corde da 30 mt.
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Buone
Valutazione itinerario  Ottimo
Commento Ci avevamo provato anche l’anno scorso ma le eccezionali nevicate e le rigide temperature tardo primaverili ci avevano presentato una montagna in condizioni invernali e dopo aver salito il Pizzo Strinato attraverso la ferrata Rossi, ci eravamo fermati sulla sua cima. Quest’anno partiamo per realizzare la traversata di tutte le cime e le creste che collegano in sequenza Pizzo Strinato,Monte Costone, Trobio, Glenino e Gleno e infine Tre Confini. Essendo dismessa la ferrata decidiamo di prenderla larga e iniziare le creste dal Passo Grasso di Pila per comprendere anche il lungo e tortuoso collegamento con lo Strinato. Partiamo ancora da Lizzola alle 6.15 del 10/08/2021 con immediata bella visione sul Diavolo di Tenda e poco dopo su Redorta e Coca attraverso il noto sentiero che prima nel bosco e poi per traversi e saliscendi passando anche sotto il canalone nord del Cimone, va ad intersecare il sentiero che sale da Valbondione vs il rif. Curò. Vi arriviamo due ore dopo e facciamo scorta d’acqua alla fontanella proseguendo sul bel sentiero che accarezzando il lago sale pigramente vs la conca del Barbellino naturale. Transitiamo al bivio delle belle cascate che scendono dalla Val Cerviera, sotto la bella e slanciata mole del Recastello e terminiamo il periplo del lago raggiungendo l’idilliaca valletta con fiume che sale verso il Rif. Barbellino oggi ad uso di un bel gregge di pecore che rendono ancora più bucolico il paesaggio. Scatto una bella foto al nonno e a due giovanissimi pastorelli, tracce di un mondo antico che sta scomparendo prima che alla svolta successiva lo sguardo sia catturato dalla sagoma controluce, piramidale e slanciata vs il cielo dello Strinato. Facciamo 2 chiacchere con mario il gestore, che praticamente non avendo noi moneta sufficiente, costringiamo ad offrirci il caffè e ridiamo della frase che lui ci consegnò l’anno prima: “he ta riet so al barbellino a ghet mia ol covid”. Rif. Barbellino( q. 2130, h 9.15). Dopo la sosta colazione (al sole nel prato) e il cafferino ripartiamo sul lungo lago ammirandone le fresche e blu acque che ci invitano al bagno e fotografiamo il rifugio oltre le acque in un paesaggio che sembra scozzese e contornato un turrito spuntone prendiamo a salire l’erbosa pietraia verso il Passo Grasso di Pila punto d’inizio della nostra traversata in cresta. Superato un altro bel laghettino racchiuso gelosemente in una piccola radura erbosa affrontiamo l’ultimo scoglio roccioso e guadagniamo la grande insellatura( q. 2513,h 10.30) che a Ovest si apre verso i profili del Telenek e del Sellero che anticipano il Roccia Baitone e la punta dell’Adamello che come una pinna di squalo nuota fra le varie punte. Dalla parte nostra Redorta Coca, Diavolo di Malgina, Cime di Lago Gelt,di Caronella e Torena arrivano in ordine a noi. Alla nostra sx il futuro prende le sembianze della cresta che parte in direzione del Pizzo Strinato e dopo aver scambiato 4 chiacchere con 2 ragazzi hippy che salivano dall’altra parte diretti al bivacco A.e.m.,ci avviamo per la nostra avventura. Entriamo in aree selvagge e l’assenza di traccia si nota subito. Saliamo per rocce gradonate evitando il ghiaietto e guadagniamo un ripiano da cui il panorama vs Ovest è decisamente migliorato. Emergono nitidi addirittura il fantastico trio Ortles Zebrù e Gran Zebrù e alla loro destra il gruppo del Cevedale e Punta San Matteo. Del resto qui siamo al confine orientale delle Orobie. Anche la catena dell’Adamello ora emerge imperiosa e di monte in monte arriva fino al gruppo del Camino. In ultimo i recentemente visitati Pizzo Tornello e q.ta 2585. Infine appaiono intrecciate fra loro le cime delle montagne che andremo a salire dopo lo Strinato: Costone Trobio Glenino e Gleno. Risaliamo a caso il pendio che abbiamo di fronte puntando all’alto, puntando la cresta e il percorso migliore per arrivarci. La guadagniamo rapidamente con i quadricipiti che iniziano a pompare la fatica e salendo un breve tratto di roccette ci affacciamo sulla piatta sommità che si prolunga verso l’infinito delle cime che dovremo raggiungere. Avanziamo su questo largo terrazzo e dopo un canalone che a dx precipita fino al lago sottostante, arriviamo all’intaglio che ci separa dalla prima asperità( h12, q.ta 2769). Una paretina data di terzo grado che in effetti vista dal basso non appare banalissima anche se generosa di appigli. Ma la roccia non proprio solida e la presenza di uno spit ci fanno propendere per l’uso della corda e allora imbragatici, risalgo il breve tiro e recupero poi Robi sul proseguio della cresta che prosegue per un bel tratto semplice ma affilata in buona esposizione costringendo a muoversi con cautela prudenza e anche un poco di apprensione. Poco dopo arriviamo ad un tratto di cresta placcosa che termina in un piccolo gendarme e commettiamo probabilmente l’errore di abbandonarla per scendere sulla destra ma il pendio è inclinato al limite della tenuta degli scarponi e molto sdrucciolevole su placchette rocciose instabili. In poche parole non riusciamo a scendere quei pochi metri che ci porterebbero ad una sorta di cengia più appoggiata. Ritentiamo in vari punti ma alla fine non trovo soluzione migliore che riprendere la corda dallo zaino, farla passare attorno ad uno spuntone della cresta e calarci entrambi per 4/5 metri. Poi non riusciamo a recuperare la corda e alla fine la risalgo e caricandola su uno speroncino ridiscendo tenendola in mano per sicurezza. Finalmente la recupero e la ripongo stizzito per il tempo perso(una mezz’oretta). La cresta prosegue sempre infida e ci avviciniamo ad un tratto che da lontano sembrava impegnativo: una cresta verde a sx ma che sembra alzarsi molto ripida ed esposta sul versante orientale. In realtà essendo molto articolata, la superiamo facilmente e per altri saliscendi su cresta però più ampia, alle 13.30 guadagniamo delle rocce placconate alla base dello Strinato che per roccette e ghiaioni raggiungiamo mezz’ora dopo(q.2836). Com’è diverso nella luce del pomeriggio il panorama da quel bianco fosco e nebbioso che dominava l’anno scorso. Ora vediamo tutto, la lunga cresta già percorsa, il gruppo del Bernina, dellOrtles e del Cevedale oltre all’universo orobico e soprattutto il lungo crestone che ci collega alla prossima tappa del monte Costone. Sono stanco e mangio qualcosa stravaccato sulle pietre sommitali. Ora ci aspetterà un tratto più semplice, dovendo scendere dalla via normale che risale dalla Bocchetta del Lago (m.2681,h 14.30). Qui valutata la tortuosità della cresta e qualche dente sul percorso decidiamo di tagliare vs il basso(..forse troppo) e finiamo per raggiungere il nevaio sul fondo del vallone che poi iniziamo a risalire godendo del refrigerio. Poi per ghiaie che fortunatamente sono più solide di quanto sembravano da lontano, risaliamo più agevolmente del previsto il fianco della montagna e per una solida e spaziosa cresta finale raggiungiamo l’ometto di cima. Monte Costone( m.2836,h15.15). Osserviamo ora un poco preoccupati l’esile cresta che dovremo percorrere per raggiungere la Cima del Trobio e gli ultimi sbalzi che sembrano impegnativi. In realtà poi si appoggiano raramente le mani e la cresta è più ampia di quanto sembra e mezz’ora dopo ci fotografiamo sull’ometto di cima (q.2865). Ora siamo entrambi abbastanza cotti mail Gleno e il Glenino sembran a portata di mano e ci slanciamo con rinnovato entusiasmo per la cresta ben percorribile fino a quando diventa precipite in grandi salti. Un poco smarriti e sorpresi divalliamo a sx per pericolosi pendii erbosi al limite dell’equilibrio e con estrema prudenza perdiamo quota cercando un punto per traversare in orizzontale e riguadagnare il filo di cresta. E’ un versante veramente ripido e solo dopo dieci minuti di paura, il terreno si appoggia un poco di più. Robi è davanti e continua imperterrito a scendere verso una sorta di cengia ma che a me appare troppo bassa. Quando lo raggiungo mi esprime anche i dubbi che traversando riusciremmo a tornare in cresta perché gli sembra di vedere un salto fra le pieghe della roccia. Non condivido i suoi timori, ma dobbiamo prendere una decisione perché si sta facendo anche tardi e siamo spersi nel nulla. Scartata l’ipotesi di scendere a valle (non facile) perché ci troveremmo nella valle del Lago di Belviso e poi probabilmente in Valtellina, dico a Robi che la via più veloce è risalire fino al Costone e poi scendere dal vallone verso il Barbellino. Rincuorati dalla salvezza espressa a parole invertiamo il senso di marcia e mi metto a ripercorrere il ripidissimo pendio erboso che in salita è meno insidioso e deviato poi un poco a sinistra per cengette erbose rispetto alla verticale scesa riapprodiamo in un tratto di cresta percorribile ( h 16.30). Robi preso da nuovo entusiasmo si getta veloce in discesa mentre io osservo eventuali via di fughe vs il vallone del Gleno che si fa sempre più vicino. Un nuovo salto roccioso ci blocca sopra il Passo del Trobio, a sx l’esposizione e il vuoto danno la vertigine: ci guardiamo un poco sconsolati e afflitti per questa cresta dura che non vuole consegnare le armi e ci costringe continuamente alla battaglia. Fra le pieghe della cresta individuo a destra una sorta di canale che con qualche svolta sembra scendere verso la valle e iniziamo a percorrerlo rendendoci conto che presto saremo a terra. Robi si lancia come un missile vs valle lasciandomi solo a pensare se avremmo avuto il tempo per proseguire, e decido comunque di fare due passi per guadagnare il Passo del Trobio dove vedo i resti di paletteria metallica ( q.2700, h 17). Robi sta già planando a valle e mi fermo un attimo a godere della solitudine di queste lande sconfinate e desolate dove pietra e neve raccontano di silenzi. Da una parte il lago di Belviso accompagna lo sguardo in Valtellina e dall’altro l’immenso vallone pietroso contenuto dalle pareti del massiccio del Gleno e poi del Tre Confini. Atterro sul nevaio sottostante e a grandi balzi di gioia scendo veloce voltandomi di tanto in tanto ad osservare la morfologia di queste cime intrecciate l’una sull’altra. E osservo il pezzo di cresta che collega il passo del Trobio al Glenino e poi al Gleno e poi quella che l’unisce al Tre Confini…sarà per la prossima volta prometto mentre scendo veloce a valle inseguendo stanchezza e sogni. E’ evidente come siamo su una morena residuo dell’antico ghiacciaio del Gleno che certo ricopriva tutto questo sfasciume. Non c’è traccia e scendiamo ad occhio mirando il centro del vallone. Bello quando l’erba ritorna proprietaria del territorio e alle 18.15 saltando di traccia in traccia senza trovare un sentiero maestro planiamo su quello ufficiale in direzione del Rif. Barbellino. Il lago inondato di fasci di luce ammorbidisce finalmente la nostra visione stanca di tanta ruvida roccia e mezz’ora dopo facciamo una pausa idratante alla fontana del Curò. Ricaricate le pile ci lanciamo vs Lizzola. Robi che l’altra volta s’era perso nel bosco mi lascia il compito di stare davanti ma ad un certo punto anch’io non mi ritrovo e difatti ci ritroviamo sul sentiero dei Poiat. Interpretando la cartina lo percorriamo nella direzione giusta e comodamente il bel sentiero nel bosco ci riconduce a Lizzola, puntuali e felici per le 21, non prima di aver catturato una falce esilissima di luna salutarci da sopra il Pizzo del Diavolo. Che bello questo momento in cui la sera cala a ringraziare per la giornata trascorsa e noi ne siamo silenziosi e ammirati spettatori col cuore gonfio di bellezza. Grazie Robi, grazie guerriero.
Foto1 la grande cresta Foto2 Robi sul Costone Foto3 Trobio Gleno e Tre Confini
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