![]() |
![]() |
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| tre cenge e due Viaz attorno al Bosconero, 01/07/2026 | Tweet |
|
| Onicer | oscarrampica
|
| Gita | tre cenge e due Viaz attorno al Bosconero |
| Regione | Veneto |
| Partenza | Rif. Bosconero (1450 m) |
| Quota arrivo | 2300 m |
| Dislivello | 1700 m |
| Difficoltà | F |
| Rifugio di appoggio | no |
| Attrezzatura consigliata | nde...se non si patisce l'esposizione |
| Itinerari collegati | nessuno |
| Condizioni | Buone |
| Valutazione itinerario | Eccezionale |
| Commento | Dormiamo abbastanza bene nel dormitorio del Rif. Bosconero da soli e al mattino la luce mi sveglia anche se non presto visto che sono al terzo giorno di montagna. Poco prima delle 7 sveglio Marco e dopo l’igiene quotidiana, salutiamo Denise e Raffaella e ci avviamo nuovamente a ripercorrere il canalone che sale a F.lla dei Matt. Lasciamo la radura poco dopo le 7.30 del 13 06 2026 e ben presto sopra le nostre teste Bosconero e Rocchetta Alta salutano sbucando oltre gli abeti. Anche i gendarmi spuntano là in alto e mi fanno notare fra i sassi bianchi un fantastico piccolo esemplare di larice che si fa largo con la forza dell’amore. E’ commovente il contrasto fra i suoi bagliori d’oro e le pallide rocce che l’accolgono con tenerezza. Salgo troppo verso il canalone di Toanella non vedendo la deviazione a sx e devo traversare un poco per tracce disturbando il pascolo di un camoscio che fugge a gambe levate. Ben presto Bosconero e le due Rocchette sono alle spalle e recuperata la retta via ( sottoroccia passa l’Alta Via n° 3!) imbuchiamo l’accidentato drupo che sale verso il nostro obiettivo. Lasciamo al suo processo di scioglimento un residuo di nevaio alla nostra dx e con sudore e fatica, guadagniamo il vallo dove ci accoglie il primo sole di giornata. Forcella dei Matt (q. 2060, h 9). La bella torretta a sx e il Duranno a dx stanno sempre là; ritrovare un panorama in montagna è come ritrovare un amico, non è cambioato nulla dall’ultima volta che l’hai visto! Marco mangiucchia qualcosa seduto sul prato del sonno di giamba e sotto un sole ancora non fastidioso. Scendo il versante opposto e pochi metri dopo una piccola freccia rossa a terra fa scartare a dx: è l’inizio del Viaz de l’Ors. Bastano pochi attimi e la traccia che corre parallela sotto la fascia rocciosa fa entrare in un altro mondo: solitudine, bellezza, mistero la fanno da padroni. E si punta alla quinta rocciosa da dove spuntando l’anno scorso con Giamba in senso inverso, ci si svelò finalmente dopo tante ricerche, Forcella dei Matt. Ora invece avanzo verso il tappeto verde che ci farà lasciare alle spalle il vallone per consegnarci ai versanti orientali del Bosconero. Arrivo sull’erba tenera e non posso fare a meno di pensare a quanto sarebbe bello passare una notte sdraiato qua: lo farò appena possibile, penso. Mi volto per vedere se Marco arriva e la bellezza pietrificata dello Sfornioi Sud e delle sue torri riempie il cielo blu. Passiamo il grande masso con le indicazioni per scendere a Casera Valbona e alle 9.30 esco dal Viaz per una cengetta a dx che porta verso una grande banca a dx che mi sembra possa essere quella che sto cercando e che circumnaviga il Bosconero per portare in cima (via aperta nel 1882!). Attraversiamo un macereto di enormi massi che sta sotto un grande canalone e che francamente non ricordo. Fra i massi fotografo un’arvicola delle nevi con una brutta ferita che ne ha causato il decesso e poi la banca riprende larga ed erbosa per poi dopo una svolta diventare rocciosa e più stretta rialimentando le mie speranza che possa essere quella giusta. Poi però arriviamo ad un passaggio un poco scomodo sotto una specie di tetto e mentre analizzo come passare, mi convinco definitivamente che di qui non son passato l’anno scorso. Torno allora da Marco che attendeva l’esito della mia esplorazione e gli dico che dobbiamo tornare. Un’ora dopo ritorniamo al percorso originale del Viaz, affrontiamo un facile traversino e poi un canalino con qualche bollino rosso sbiadito che sale decisamente verso l’alto. Alle 10.50 si apre a destra una nuova grande barca erbosa e cominciamo a percorrerla: è molto erbosa ed ampia e continuo a fare foto vs il retro per memorizzare il punto dove abbiamo lasciato il viaz. Saliamo e anche qua ad un certo punto traversiamo un ampio canalone che scende dall’alto e che non ricordo, come la successiva traversata sotto una specie di tettoia rocciosa. Poi la cengia diventa più stretta, rocciosa e simile ai miei ricordi per cui procediamo nell’esplorazione. Vedo un ammasso pietroso davanti allo Sfornioi Sud dove ricordavo di aver scattato una foto e arriviamo ad una sorta di pulpito che mi sembra di ricordare. La cengia continua imperterrita oltre una svolta che non vediamo e allora scendo un poco per vedere il punto cieco. Ma dall’altra parte non riesco ad arrivare perché ad una svolta la cengia si restringe e aggettante finisce sul vuoto prima di arrivare alla fine della gola da dove ricomincia irriverente. Di qui non si passa proprio e mesto me ne ritorno da Marco per annunciargli il secondo fallimento. Dal pulpito che precipita nel vuoto osservo lungamente la parete alla ricerca della gola dove dovrebbe finire la cengia che ho percorso l’anno scorso ma non capisco. Una grande gola corre per quasi tutta la parete..ma da qui non si pùò raggiungere. Facciamo qualche foto dall’aereo pulpito e torniamo nuovamente verso il Viaz che raggiungiamo alle 12.30. Questi due errori ci sono costati più di due ore! Sfornioi Sud, Antelao e Sassolungo di Cibiana sembrano ridere di noi e ci osservano incuranti. Un bel passaggio bollato su larga ed esposta cengia ci porta mezz’ora dopo alla grande pietra magica (bollata) e che ricordavo perfettamente dall’anno scorso. Ora siamo giusti, son sicuro Marco…hai voglia di provarci ancora? Andiamo, mi dice e iniziamo per la terza volta a dirigerci verso destra, attraversando prima un macereto di sassi e poi una parte erbosa che alla prima svolta diventa l’agognata cengia rocciosa che da stamattina stiamo rincorrendo. Fotografo da lontano la pietra bollata della svolta (dove l’anno scorso non scendemmo ma proseguimmo verso la banca che invece ora percorriamo intenzionalmente) che è la pietra miliare del percorso. Il percorso diventa entusiasmante con la cengia che prosegue larga a sufficienza ad ogni svolta in un ambiente assolutamente fantastico. Arriviamo al castello di sassi (“sassi in tutte le salse” per citare Marco) davanti allo Sfornioi che avevo fotografato anche l’anno passato e afrontiamo un tratto di cengia un filo più stretta dove Marco ha qualche problema con l’esposizione e poi un altro bellissimo tratto aereo con vista Civetta. Un lungo ed entusiasmante susseguirsi di svolte con la cengia che come un filo d’Arianna percorre il fianco della montagna. Cinque primule ammiccano da una piccola insenatura terrosa fra le rocce restituendo un poco di femminilità ad un ambiente severo. Che non finisce mai e continua a stupire per questa bellezza aerea ed eterea. La cengia non si restringe particolarmente ma diventa più netta ed incisa, accentuando la sensazione del vuoto che le foto che scatto a Marco accentuano in maniera evidente. Sensazioni fantastiche. Un nuovo tratto che sembra stretto, permette comunque il passaggio e improvvisamente grido a Marco che si è fermato ad un anfratto la gioia per aver trovato un ometto. Forse siamo al momento chiave! Forse troviamo la gola citata che è la via d’accesso verso la cima. Pochi passi oltre l’ometto la cengia muore nel vuoto e mi sporgo con prudenza per fotografare il Sasso di Toanella e la Rocchetta Alta che maestosi alzano le loro rocce nel mezzo di tanto vuoto. Vertigine. Mi ritraggo e mi risporgo per una nuova foto…credo di essere in un posto dove non son state tante persone. Scatto foto alla cengia che muore a Marco che mi attende nell’anfratto e all’espostissima cengia che lo sorregge e lo fa apparire come un piccolo uomo circondato da un vuoto immenso. Ambiente impressionante. E all’orologio che segnala q.ta 1320 alle h 13.45. Poi ai due vecchissimi e arrugginiti Chiodi Cassin impiantati in due fessure (uno a lama dritta e uno angolare) e che segnalano la partenza di una via dura e che non può essere quella che cerchiamo noi. Prendo un moschettino da rinvio più recente e che qualcuno ha dimenticato lì. Tutto bello ma sono molto deluso perché qua muore il sogno di trovare la nostra via. Torno da Marco e gli dico: niente da fare!. Riguardo la gola che diparte dall’anfratto dove mi attendeva ed è impraticabile. Poi lui mi dice: ma scusa da qui non si può salire? Guardo la paretina sopra di me e che non avevo degnato di uno sguardo perché cercavo la gola che la relazione citava. Mi si illuminano gli occhi e non credo a quello che vedo: DA QUI SI SALE! La paretina è appoggiata ed appigliata e corrisponde alla gradazione attorno al II° grado e soprattutto sembra proseguire altrettanto tranquillamente verso l’alto. Cosa facciamo chiedo a Marco? Non mi sembra convintissimo e allora lascio lo zaino per provare a salire un poco e vedere. Non ci son problemi: si tratta solo di scegliere il percorso più semplice edopo una trentina di metri mi blocco per decidere cosa fare. Son sicuro che da qui arriviamo in cima, mi resta solo qualche dubbio sul tratto finale che da qua non si legge bene. Ma non voglio insistere con Marco che è stato finora bravissimo e mi ha seguito entusiasta. E’ un poco provato dall’esposizione continua e non me la sento di cacciarlo in un guaio ulteriore anche visto l’orario ormai un poco tardo e che siamo in giro ormai da otto ore e ancora molto lontani dalla fine della nostra traversata. Potrebbe anche andare bene, ma non ne ho la certezza e allora scendo da lui per tornare. Sarà per la prossima volta. Perché qua io ci ritorno! Alle 14.10 iniziamo la discesa della cengia magica, felici e sereni per la decisione presa. Marco è un po' provato a livello psicologico ma fisicamente è formidabile. Venti minuti dopo siamo nuovamente sul Viaz de l’Ors sopra la pietra magica pronti per affrontare il passaggino di II° tecnicamente più impegnativo di questo fantastico tragitto. Lo superiamo senza problemi come la successiva cengetta rocciosa e il canalino verso l’alto. Ora puntiamo al passo del gatto che si annuncia quando la banca erbosa lascia nuovamente il posto alla roccia ed è visibile per la traccia scura con cui segna la roccia chiara che va ad incidere. Lo passo all’esterno salvo poi rientrare all’ultimo e sedendomi perchè l’esposizione porta troppo all’esterno. Marco fa uguale ma rientra subito sotto la roccia e ne esce strisciando. Lo prendo in giro perché da passo del gatto lo trasforma in quello del a leopardo e infine della biscia. Ma l’importante è passare. Oltre, una bella bancata, e poi improvvisa la magnifica visione di una torre che mi era sfuggita l’anno scorso ma che poi una volta aggirata dall’altro lato assume la doppia fisionomia dell’Om e de la Dona che l’anno scorso avevamo ammirato arrivando in senso inverso. Formazioni veramente spettacolari. E alla successiva svolta entriamo nel primo dei due incredibili canyon che il Viaz supera passando su entrambi i lati per cengia appesa ma mai difficile. Sono le 15 e mi sembra di ricordare che ormai dovremmo esserci quasi a F.lla Toanella. Due camosci dall’altra parte della cengia fuggono verso il canalone centrale che raccorda le due parti. Il primo s’invola su per il dirupo mentre la seconda, una camoscina, si ferma indecisa ritenendo di non fare in tempo prima del mio arrivo. Si ferma, mi fissa dolce e poi fa retromarcia scappando per dove noi passeremo dopo. Poi torna sui suoi passi, ma ormai la via di fuga è chiusa dalla mia presenza: mi fissa nuovamente, zoomo e fotografo, poi ritorna sui suoi passi e sparisce oltre la svolta della cengia. Alla svolta zoomo sull’Om e la Dona che campeggiano elegantissimi e ammiro la torretta con la base più stretta del suo corpo. La vista si apre sull’inedita triade composta da Vant, Cima de la Serra e Cima Alta di Nisia. Dietro campeggiano Pelf e Schiara e a sinistra il Friuli rappresentato da Duranno e i monti di Mauro: Palazza, Borgà, e dietro il Col Nudo. Lontano il pugno d’acqua del Lago di Santa Croce con alla sua destra la misconosciuta per me, Cima dell’Albero e il Serva. Sempre in cengia passiamo a fianco di due ricoveri con resti di bivacco e poi arriviamo al secondo canyion che ci fa nuovamente entrare nelle viscere della montagna per poi uscirne con eleganza dall’altra parte, stavolta in vista delle torrette che rallegrano la cresta che scende dall’imperioso Sasso di Toanella. Solchiamo orizzontalmente l’immane ghiaione che scende dalle altezze del Bosconero e alle 15.30 raggiungiamo l’ombra della Forcella omonima (q.2150) riparata dal sole dalle verticali ed immense pareti che s’alzano in cielo sopra di noi come missili puntati verso l’infinito. Quattro genzianelle bellissime mi ricordano i miei figli e faccio qualche foto in giro mentre Marco al sole si rifocilla. Guardo la relazione per il Viaz de le Ponte che rappresenta la nostra via di fuga per il ritorno a valle e alle nostre auto. Lunghina, ci vorranno ancora 6 ore! Alle 16 prendiamo a seguire i bolli arancioni che scendono nel vallo sotostante: torri di fronte a noi e sopra mentre la cresta allungata del Bosconero campeggia dietro come una corona sull’immenso ghiaione. Poi risaliamo a raggiungere la fascia rocciosa dove inizia ufficialmente il Viaz de le Ponte. Andiamo a sud verso La Cima Alta di Nisia che alza ai cieli le sue creste articolate, fra erbe e mughi, lasciandoci dietro Rocchetta Alta e Sasso di Toanella. Siamo comunque sull’Alta Via n° 3 e oltre il lontano ed agognato fondovalle si elevano i Noni di Megma, la Talvena, il gruppo del Pramper e quello degli Spiz. Mezz’ora dopo siamo alla Forcella Viaz de le Ponte (q.1880) che precipita per un centinaio di metri di dislivello verso ovest in un bruttissimo e franoso canalone servito da corde metalliche. Al termine si svolta sotto roccia a sx e si percorre lungamente la base del gruppo delle Rocchette, passando sotto Pònte, pareti e canali vari. Il sole picchia come un martello, si suda e la fatica di questo tour de Force che dura da tre giorni, comincia a farsi sentire. Passiamo un tratto attrezzato e alle 17.15 siamo sotto la verticale della Cima Alta di Nisia ma siamo troppo stanchi per prendere in considerazione l’ipotesi di provare a salire come avremmo in origine voluto fare. Poi domani pomeriggio io devo tornare a lavorare e devo anche tornare a casa per il lungo viaggio autostradale. Traversiamo un canalino che forse è la via d’accesso verso l’alto e poi appare La Cima de la Serra e il grande catino dove corrono per mano tutte le varie punte delle Rocchette. Alle 17.45 arriviamo ad un bivio e ci fermiamo sotto il sole per decidere se proseguire lungo il Viaz per valicare la catena delle Rocchette e poi tornare a valle dopo esser transitato dal Bivacco Toanella, oppure scendere direttamente a valle. Io non ho dubbi, mi gira quasi la testa per il calore. A Marco piacerebbe proseguire per poi fermarsi a dormire al bivacco, ma purtroppo non è un’opzione che posso considerare visto che domani devo essere al lavoro. Scendiamo, che comunque sarà ancora lunga visto il dislivello negativo che ancora ci attende (oltre 1000 mt!). infiliamo il bel sentiero ben segnato che si fa largo fra prati e mughi con belle viste su Rocchetta Alta, Sasso di Toanella e Cima Alta di Nisia che piangono la nostra discesa verso il basso. Siamo proprio ora sotto Cima Serra, traversiamo un bucolico praticello fiorito, mazzi di Camedri Alpini e un rimasuglio di neve conservatosi chissà come e nel quale mi piace affondare gli scarponi per immaginare di trarvi un poco di refrigerio. Cominciamo un altro estenuante traverso orizzontale, passando un ponticello sospeso, senza mai perdere di quota. Lontana come un miraggio che svapora, la diga di Pontesiei. Chiedo a Marco di verificare sull’App: siamo giusti…s’inizierà a scendere più avanti! Finalmente alle 18.30 iniziamo a scendere entrando in un ombroso bosco di faggi e picchiamo verso valle. L’orientamento è difficoltoso per l’enorme quantità di foglie che copre la traccia a terra ma i segni sugli alberi e soprattutto la maestria di Marco nel seguire le indicazioni dell’App, non ci fan smarrire la via. La temperatura sale, traversiamo una radura prativa con casera e mezz’ora dopo alle 19.30 arriviamo alla Statale nei pressi del cartello Ospitale, ma soprattutto di una fontana dalla quale sgorga un acqua miracolosamente fresca e benedetta aggiungo io perché ci disseta, rinfresca e lava via il sudore e le scorie di una giornata assolatissima. Che gioia, che bello bere senza posa, e recuperare energie che pareva non ci fossero più. Marco si offre di fare autostop per andare a recuperare la sua auto che è a valle 3/4 km oltre e io ne approfitto per mangiare e continuare a rinfrescarmi. Mi stendo nell’erba ma Marco arriva subito dopo raccontandomi di esser stato raccolto da una francese che ha fatto la Dolomiti Extreme Trail. Carichiamo l’auto e facciamo rotta verso la mia dove ci salutiamo esausti ma felici dopo due meravigliosi giorni alpini. Tornando verso Caprile, il Pelmo infuocato mi regala immagini di struggente poesia. Grazie Montagna. Alle 21.30 rientro in casa a Caprile…ma avevo già avvisato Dani che sarei tornato l’indomani. Troppo stanco. Dati: 18km, 1700m disl., 12h Foto1 la Magic Line Foto 2 Marco attende all’anfratto Foto 3 ecco la via vs la cima
|
| Report visto | 159 volte |
| Immagini | ![]() |
| Fotoreport | |