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| Val Cordevole (storia di una diga quasi mai costruita), 22/01/2026 | Tweet |
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| Onicer | oscarrampica
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| Gita | Val Cordevole (storia di una diga quasi mai costruita) |
| Regione | Veneto |
| Partenza | Caprile (1000 m) |
| Quota arrivo | 1050 m |
| Dislivello | 50 m |
| Difficoltà | E |
| Rifugio di appoggio | no |
| Attrezzatura consigliata | nde |
| Itinerari collegati | nessuno |
| Condizioni | Ottime |
| Valutazione itinerario | Ottimo |
| Commento | La Val Cordevole, situata in provincia di Belluno, si apre alla destra orografica della Valbelluna tra i comuni di Sospirolo e Sedico. Risalendola a partire dalla confluenza con la valle citata, si sviluppa verso nord attraverso i territori dei comuni di Rivamonte Agordino, La Valle Agordina, Agordo, Taibon Agordino, Cencenighe Agordino, San Tomaso Agordino, Alleghe e Rocca Pietore. A monte del lago di Alleghe piega gradualmente verso ovest e tocca i comuni di Colle Santa Lucia e Livinallongo del Col di Lana. L'alta val Cordevole, comprendente questi ultimi due comuni, è anche chiamata valle di Livinallongo o valle di Fodóm, ed è una delle cinque valli ladine. Termina in corrispondenza del passo Pordoi, che la mette in comunicazione con la val di Fassa. Il Cordevole nasce da una serie di ruscelli e piccole cascate che sgorgano nei pressi del Passo Pordoi, a quota 2237 metri. Fin dai suoi primi metri, la sua forza è evidente, alimentata dallo scioglimento delle nevi e dalle precipitazioni. Le sue acque, inizialmente cristalline e impetuose, scendono a valle attraverso gole strette e suggestive, scavando incessantemente la roccia dolomitica. La valle è molto antica, e solca la catena delle Dolomiti Bellunesi. E’ un sistema ambientale complesso, alla cui evoluzione morfologica hanno concorso i ghiacciai, i corsi d'acqua, i processi di degradazione (frane ed erosioni) e la corrosione carsica. Essa è fiancheggiata da un sistema di vallette laterali e di forre, alcune chiaramente impostate lungo importanti faglie (Val di Piero, Val Vescovà, Val Pegolera) ed è un “canale” di collegamento tra Dolomiti e Prealpi. Il modellamento glaciale, operato dall’antico ghiacciaio vallivo del Cordevole durante l’era glaciale, è riconoscibile per la forma blandamente a U del profilo trasversale (fondovalle relativamente ampio e fianchi ripidi, spesso rupestri). Particolarmente suggestivo è il segmento tra La Stanga e i Castei, che assume l’aspetto di una gola profondamente incisa nelle rocce stratificate in banchi suborizzontali della Dolomia Principale (canyon carsico). Con brevi digressioni dalla strada provinciale è possibile esplorare microambienti molto suggestivi e interessanti: (a) La cascata della Val di Piero, alto salto d’acqua in un ambiente orrido di forra. (b) Il conoide torrentizio di Agre, ampia superficie prativa costituita da un ventaglio di alluvioni ghiaiose, deposte dal T. Pegolera (c) La forra all’imbocco della Val Pegolera e le marmitte presenti sul fondo, “vasche” scavate sugli strati rocciosi della Dolomia Principale dai moti vorticosi dell’acqua e dei detriti trasportati durante le piene. Prima di Caprile entra nel corso principale il Torrente Fiorentina, mentre al termine del paese, vi entra la Pettorina. Pochi metri dopo risalendone il corso svolta a sinistra e s’infila in una stretta valle dai fianchi molto alti e ripidi dove negli anni 60 era iniziata la costruzione della diga di Caprile (o di Digonera) che doveva costituire l’impianto di testa del torrente Cordevole. Le acque del serbatoio sarebbero andate ad alimentare la centrale idroelettrica di Saviner, alimentata ora dalle acque che scendono dal dal Fedaia. La sua costruzione è stata interrotta dopo la frana del Vajont (1963) quando era già stato gettato il tampone alla base e le spalle. La gente del posto, preoccupata che si potesse ripetere anche lì una tragedia analoga, si è costituita in comitato ed ha iniziato a protestare, finché il Presidente della Repubblica, ha firmato un decreto che bloccava i lavori. Tutto è rimasto nel limbo fino a pochi anni fa, quando l’Enel e la Provincia di Belluno si sono accordati definitivamente per bloccare la realizzazione dell’opera. Bisogna anche dire che su tutto il versante in dx idrografica, ovvero ciò che sarebbe stata la sponda orientale dell’invaso, è stato sfruttato per centinaia di anni per l’estrazione mineraria. Nel medioevo dalle miniere del monte Pore si estraeva ferro molto ricercato in tutta Europa per le sue qualità. Oltre alle caratteristiche meccaniche della roccia c’erano quindi anche altri problemi notevoli che sconsigliavano l’utilizzo del sito anche se la conformazione del terreno era ideale: valle stretta e profonda. Questo pezzo di valle reso impercorribile nel suo sviluppo dalla gettata di cemento della base della diga alta una decina di metri me l’aveva fatta conoscere senz’altro mio padre che là ci portava a curiosare e a bere alla fonte dell’acqua solforosa che si trovava qualche centinaio di metri prima del muro. Diventò presto nella mia preadolescenza una sorta di luogo magico (perché non vi andava che pochissima gente fino all’acqua solforosa e quasi nessuno fino alla diga) in cui isolarsi e immaginare avventure. Una sorta di parco giochi ad uso personale. Del resto c’erano ai miei occhi tantissime attrattive: l’isolamento, il fiume, le grotte, i resti dei lavori e di qualche casetta, gallerie alte sui fianchi da raggiungere. Ci andai negli anni da solo, con Greg, con la compagnia serale di Caprile quando facemmo uno scherzo cattivo a Gianluca detto “macina”, con Rossella. Con Gregorio guardavamo spesso col naso all’insù i buchi delle gallerie dei condotti di scarico che passavano a sinistra alti sulla montagna, ma, credo per fortuna non trovammo mai il tempo o l’ardire per provare a raggiungerli. Un giorno ci andai da solo e come al solito l’obiettivo era quello di provare a superare i fianchi per poi accedere all’altro lato del muro. Salii a destra e in mezzo a sfasciumi rocciosi, corde metalliche e pezzi di legno mi alzavo delicatamente verso l’alto cercando di non far partire come una valanga il cumulo di materiali che calpestavo e che scivolava per la pendenza ben accentuata sotto i miei piedi precipitando poi fragorosamente oltre il muro verticale roccioso che avevo superato per arrivare sul pendio laterale. Ad un certo punto, scivolai e iniziai la mia lenta discesa verso il basso ma prima di acquistare troppa velocità, vidi e riuscii ad afferrare con la mano sinistra un cavo metallico che per fortuna era incastrato da qualche parte e rallentò e poi frenò la mia caduta. Fermo, steso, avevo il cuore che batteva a mille e paura che il cavo a cui mi ero attaccato precipitasse a sua volta. Non successe e con calma e terrore cercai di riguadagnare la posizione eretta. Continuare vs l’alto, era fuori discussione e con molta attenzione iniziai a scendere fra gli sfasciumi e tornare a terra sano e salvo, solo un poco sgarbellato. Ma che paura! Infatti non raccontai niente a casa per evitare di preoccupare i miei o peggio che m’impedissero di andare in giro da solo come da poco avevo iniziato a fare con mia grande gioia. Ero libero. Un giorno con Gregorio ci portammo delle corde e provammo a salire sul lato sinistro che era servito anche da una scaletta cui si poteva accedere scavalcando un cancelletto: riuscimmo senza troppi problemi a salire in aderenza il pendio liscio di cemento che dal basso sembrava molto più verticale e ad accorgerci che i cordoli in cemento che scendevano verso il centro della diga non erano così distanti da rendere impossibile la traversata. Con Gregorio che mi teneva la corda, passai da uno all’altro dei pioli sopra il vuoto che incombeva sotto e raggiunsi con un urlo di gioia il colmo della diga. Ce l’avevamo fatta! Imparammo presto a non aver bisogno della corda e prendendo confidenza, raggiungevamo facilmente e senza correr pericoli il ciglio della diga che formava dall’altra parte un grande laghetto che si stendeva sotto i nostri piedi. Armati di fili e lenza, talvolta ci pescammo pure delle trote che abboccavano voraci ed ingenue non avendo certo mai visto dei pescatori che pure non eravamo. E quante volte mi arrampicai fino al foro della galleria di scarico per entrarci ma non riuscire mai a uscire dall’altra parte perché ad un certo punto il cordolo di passaggio terminava e la furia delle acque impediva di camminare sul fondo del grande manufatto in cemento. Poi crescendo, come non ricordare le estati passate sul greto a prendere il sole e nelle giornate più calde a farci il bagno. E poi l’agosto 1987, quando conosciuta Rossella la portai alla mia spiaggia preferita e con gli occhi che brillavano di luce e futuro, ci scambiammo il primo bacio che sapeva più di addio che di inizio. Ma quanta dolcezza e tenerezza portò fra noi che ce lo scambiammo. Lei era impegnata ed io troppo libero per essere chiuso in una relazione che sapeva più d’estate che di anni. E di quando le dissi: “domani parto” e il vento della Val Cordevole portava già lontano il sapore del suo ultimo bacio. Ci tornai sempre anche una volta cresciuto ma non più in cerca di avventure ma semplicemente come si torna in un santuario, un luogo sacro dove hai passato e speso con gioia tanti momenti della tua vita. Luoghi d’energia dove il tuo presente si riconnette al passato e legge il futuro in quell’unicum che è la tua vita. Poi iniziai a portarci i bimbi per vedere la cascata in estate (ai tempi dei racconti precedenti l’acqua non cadeva dal colmo, ma veniva fatta uscire dalla condotta laterale…), pensata per una questione estetica e che d’inverno gelava completamente creando incredibili cavolfiori di ghiaccio dovuti agli spruzzi e ai rimbalzi dell’acqua che cadeva. In una galleria a lato li portavo sempre a vedere le stalattiti e le stalagmiti di ghiaccio che si creavano e loro impazzivano a raccoglierle per farci le spade e i denti e poi le portavano a casa dei nonni dove venivano custodite al gelo sul balcone e resistevano diversi giorni. Un giorno dell’estate 2009, il 28/07, al pomeriggio mi viene in mente di provare a trovare la strada che un tempo scendeva nella Val Cordevole partendo dalla strada che ci passa un centinaio di metri sopra, toccando Digonera. La trovo inerbata e dopo aver parcheggiato dopo le gallerie, e prima del paese, inizio a scendere con Armin e David facendoci spazio a fatica fra la vegetazione. Troviamo ribes rossi bellissimi e buonissimi poi una galleria in parte ricoperta dai franamenti dove fotografiamo un ragno enorme. Mi sembra di ricordare che però dovemmo risalire e poi scendere nuovamente attraverso un altro sentierino che stavolta ci portò sul greto. Incontrammo un rudere e poi una casa molto bella e grande costruita in pietra con ancora l’indirizzo civico 41 e proseguendo in destra orografica dopo una svolta, vedemmo le mura della diga anticipate dal laghetto verde. Guadammo il torrente per portarci sul greto più ampio di sinistra dove i bimbi si misero a giocare con acqua e sassi e io a far foto ai gamberetti di fiume molto numerosi. Tirammo sera a lanciar sassi e poi rincasammo. Il 02/01/2013 ci tornai con David e Giona di ritorno da una salita al Col de la Foia e arrivandoci dal sentiero che supera Sot Crepaz in un inverno gelidissimo e trovando enormi ghiaccioli e fioriture di ghiaccio sotto la cascata che divertirono moltissimo i bimbi. E ancora nel maggio del 2021 tornando con Zeno dalla campagna fallita al Bus del Diaol lo portai a vedere i Sassoni e la valle della mia infanzia ma il ponte che permetteva di oltrepassare il Cordevole era stato spazzato via dalla furia di una piena improvvisa e forse (essendo solo pedonale, ma ci si passava pure in auto!) non sarà neppure ricostruito consegnando il fondo della valle ad un quasi totale isolamento. Era freddo e c’era molta acqua per cui decidemmo di non guadare e gli proposi di salre a vedere dall’alto, anche per fargli intuire le proporzioni dell’immenso bacino che avrebbero voluto realizzare. Fu quasi per caso che appena oltre la galleria, attirò la mia attenzione una rete bucata. Parcheggiato appena oltre ci tornammo, passammo attraverso il foro e trovammo un sentierino che proseguiva oltre nelle erbe, superammo un ponte di tronchetti ormai marci e un poco pericolosi per approdare incredibilmente sulla spalla alta della diga, quasi 100 metri sopra il livello del fiume che piccolo scorreva e cadeva dalla cascata laggiù. Non essendoci parapetti, avvicinarsi al bordo del manufatto, mette veramente i brividi. Un panorama e una visione grandiosa che lasciava intuire dove sarebbe arrivato il pelo dell’acqua e che affascinò sia me che Zeno attentissimo alla morfologia rocciosa e che trovò diverse stratificazioni molto interessanti. Volgendo lo sguardo ad Ovest invece la Parete delle Pareti ammiccava riempiendo il cielo oltre il Col de la Foia. Foto1 prima della diga Foto2 oltre la diga Foto3 diga dall’alto |
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