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   L’anello dei giganti delle Orobie: da Valbondione alla Mambretti, salendo Cime del Brunone, Pizzo Biorco e il Pizzo di Scotes, 17/09/2022
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Gita  L’anello dei giganti delle Orobie: da Valbondione alla Mambretti, salendo Cime del Brunone, Pizzo Biorco e il Pizzo di Scotes
Regione  Lombardia
Partenza  Valbondione (park stazione bus)  (870 m)
Quota arrivo  2973 m
Dislivello  3750 m
Difficoltà  F
Rifugio di appoggio  Brunone – Mambretti – Donati – Corti - Coca
Attrezzatura consigliata  Ramponi, casco
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Buone
Valutazione itinerario  Ottimo
Commento Era da diverso tempo che studiavo un giro ad anello di ampio respiro nel cuore delle orobie, a cavallo tra il lato bergamasco e il selvaggio versante valtellinese. Il progetto, con base di partenza Valbondione e pernottamento alla capanna Mambretti (biv. invernale), attendeva solo l’occasione giusta per essere realizzato.

L’itinerario percorso si presta a numerose varianti che consentono l’ascensione di cime di varia difficoltà. In sintesi: Valbondione (park stazione bus) – Lago d’Avert – Simal – Rif. Brunone – Passo Scaletta – Pizzo Brunone Sud – Capanna Mambretti (dal passo della Brunona Sup. o Inf. – Canalone del Brunone) – Passo del Biorco – Rif. Donati – Pizzo del Biorco – traccia Donati-Corti – Pizzo di Scotes – Biv. Corti – Passo di Coca – Valbondione.

Giorno 1
Partiamo con tutta calma dalla stazione dei bus di Valbondione (free park) diretti verso il lago d’Avert. La temperatura è tutt’altro che mite: avevamo guardato attentamente le previsioni ma il primo freddo della stagione è sempre difficile da digerire quando le ossa sono ancora abituate al caldo torrido d’estate.
Si attacca il sentiero 331 (indicazione Avert – Simal) che sale ripido per il bosco, ad eccezione del tratto sulla strada forestale che porta alle caratteristiche baite Redorta. Usciti dal bosco si costeggia una condotta e si entra in un vallone con al centro un evidente pozzo, posto nei pressi dell’incrocio con la variante bassa Coca-Brunone. Qui si continua a salire (CAI 334) prima al centro e poi sulla sinistra del vallone, fino ad un canalino che immette nel pianoro sommitale ove è situato il lago (2310), molto suggestivo. Si risalgono quindi le balze prima erbose, poi rocciose poste sopra il lago, in direzione passo del Simal. Circa 80 mt prima del passo è possibile deviare a sinistra (indicazione Rif. Brunone): noi proseguiamo verso il Simal (2712) per scattare qualche fotografia. Tornati al bivio si prosegue lungo il sentiero delle Orobie Orientali fino al rif.Brunone, dove ci concediamo la seconda pausa di giornata. Dietro al rifugio è posta la traccia che conduce al Passo della Scaletta (2530), così denominato perché lungo lo stretto canale del lato valtellinese erano posizionate delle travi di legno per facilitare il passaggio dei minatori (miniere di ferro sul lato seriano), ora sostituite da pioli e catene.
Dal passo si continua a salire lungo la dorsale per percorso vario, indicato da sporadici ometti. Superato il piccolo Lago della Scaletta la traccia diventa meno evidente e la toponomastica non aiuta: si contano infatti due “Cima del Brunone Sud”, talvolta denominate “Cime del Brunone”, una Cima Nord (evidente) e una cima Est. Qui tribuliamo un po', sia perché siamo investiti da raffiche di vento gelido da far venire il malditesta, sia perché le due relazioni che abbiamo in mano risultano incongruenti tra loro (Attenzione! La traccia GPS caricata sui circuiti openMap denominata “X Pizzo Brunone” è una linea retta non percorribile, dal momento che taglia di netto una ripida bastionata di circa 150 mt). Decidiamo quindi di fidarci dell’intuito e ci abbassiamo nella sella posta tra la/le cime sud e la cima nord (la sella è denominata su alcune carte come “Passo della Brunona Inferiore”, talvolta come “Superiore”: ai posteri l’ardua sentenza!).
Alla sella (evidente), discendiamo un ripido ghiaione che si immette nel suggestivo “Canalone del Brunone”. A circa metà del ghiaione ritroviamo alcuni sporadici ometti sopravvissuti dallo scarico di materiale da cui sono investiti. Una volta giunti a casa, tramite opportune ricerche, constatiamo che la via percorsa rappresenta effettivamente la normale estiva al Pizzo Brunone dal lato valtellinese, sia (soprattutto) la traccia scialpinistica invernale (“Scialpinismo nelle Orobie Valtellinesi” di Stefano Ravasi, il quale a pag. 184 e pag. 208 riporta come possibile variante di discesa la ripida bastionata di cui sopra). Per altro nel canalone, davvero molto suggestivo, resiste ancora una piccola vedretta (non censita) sommersa da cumuli di materiale.
Abbassandosi per percorso vario e sporadici ometti si raggiunge il sentiero Scaletta-Mambretti (2004), che con ampio semicerchio conduce alla capanna, alla quale arriviamo piuttosto stanchi giusto in tempo per goderci un bellissimo tramonto sul gruppo dello Scais-Redorta.

Per quanto riguarda l’utilizzo del rifugio in autogestione avevo preventivamente contattato il referente Luigi, il quale mi aveva informato che l’invernale possiede (solo) 2 posti letto, mentre per l’accesso al rifugio l’unica alternativa percorribile è il ritiro delle chiavi presso la casa dei guardiani della diga di Scais. Siamo quindi attrezzati con sacco a pelo invernale, in caso di un improbabile ma comunque possibile raro caso di “sovrappopolamento” nel bivacco.
Con nostra sorpresa troviamo sì altre persone, ma dotate di chiavi, il che renderà la gestione degli spazi molto più semplice! Noi ci sistemiamo nel locale invernale (2 posti letto, coperte abbondanti, tavolino, acqua corrente), ma la simpatica comitiva modenese ci invita all’interno del rifugio per condividere il pasto. Durante la serata scorrono diversi bicchieri di lambrusco, grappe fatte in casa e storie di montagna: quella che doveva essere la prima fredda notte di fine estate è stata una calda serata passata in compagnia.

Giorno 2
Visto il freddo pungente (zero termico poco sopra i 2000) decidiamo preventivamente di partire dopo l’alba. Il sentiero per il Passo Biorco sale subito ripido per balze erbose, il che è un bene visto che c’è bisogno di scaldarsi in fretta. Verso i 2350 mt la traccia si divide nei pressi di un masso con freccia e scritta gialla “Donati”: a sinistra il passo Biorco e il suddetto rifugio/bivacco, a destra la traccia che lambisce i laghetti del Biorco diretta al biv. Corti.
Qui optiamo per la variante del Donati, allungando il percorso di circa 1h45min, ma con l’obiettivo di esplorare la bella conca posta sotto il Pizzo di Rodes dove sorge il caratteristico rifugio, sulle rive del Lago di Reguzzo. La salita per il passo (2641) è ripida, con finale su catene che è meglio non toccare visto che sono saltati gran parte dei punti di ancoraggio. Stesso discorso per la discesa verso il Lago di Reguzzo: meglio lasciare le catene dove stanno e discendere per vie alternative. Al rifugio (2504) troviamo due persone che hanno pernottando nella struttura (chiavi da ritirare a Briotti, interno molto accogliente e ben tenuto, secondo edificio con bagno di lusso e bivacco invernale con un solo letto ed una panca).
Dopo una pausa rimontiamo il lato sinistro della conca che punta al passo (2700) che porta lo stesso nome del primo (Biorco). Qui abbandoniamo gli zaini per una rapidissima ascensione al Pizzo Biorco (2735), attraverso una cresta di facili passaggi di I°. Ritornati al passo scendiamo il ripido canale di sfasciumi che punta ai Laghetti del Biorco e seguiamo fedelmente la traccia che indica il Biv. Corti (frecce, bolli e scritte “corti” o semplicemente “c”).
Il percorso da seguire è evidente ma il terreno è via via di quanto più infame si possa trovare nel cuore delle orobie: gli amanti del genere possono di certo intuirne le caratteristiche, per gli altri basti pensare a sfasciumi in abbondanza, canali che scaricano di tutto, pietre instabili e sporadiche catene che dovrebbero aiutare la progressione ma al contrario l’unica funziona che assolvono è quella di indicare che il percorso è quello giusto, visto che sono completamente saltati gran parte degli ancoraggi. D’altra parte il sentiero è una vera perla che con un percorso per nulla intuibile dal basso, riesce a collegare i due bivacchi vincendo prima il lato ovest del Pizzo degli Uomini e poi la piramide dello Scotes. Mentre avanziamo inizia ad intraversi la parete dello Scotes: ad una prima, ma anche ad una seconda vista, questo appare scuro e impenetrabile. Il punto più delicato della traversata è la discesa dall’intaglio denominato “Bocchetta di Scotes” (circa 2800), la quale introduce l’escursionista in un ambiente davvero tetro e inospitale quale la pala nord del Pizzo di Scotes (2973). La suddetta discesa si effettua in uno stretto canale di scarico (aiutandosi con catene), al termine del quale si traversa su una cengia sufficientemente larga ma parecchio esposta. La cengia introduce in un secondo canale, più largo ma “sfasciumosissimo”, che immette nel cuore del versante NW della montagna. Per nostra fortuna niente verglass e niente neve, nonostante la temperatura intorno allo zero: soltanto qualche roccia molto umida (che mi farà perdere l’equilibrio in un tratto di discesa) e innocui depositi di grandine che imbiancano qualche passaggio.
Dopo una breve pausa “motivazionale” troviamo un buon posto per depositare gli zaini e armati di soli caschetto e guanti iniziamo l’ascesa. Al di sotto della parete non si ha una chiara idea di quale linea seguire, ma è sufficiente fidarsi dell’intuito e salire laddove la via appare più semplice. Seguendo questa logica ci siamo imbattuti in diversi ometti (una decina in totale dalla base alla vetta) che non sono molto visibili dal basso ma aiutano nel rassicurarsi di essere sulla strada giusta. Le difficoltà non vanno oltre il I° con qualche raro e limitato passaggio di II°, ma l’esposizione e la qualità della roccia alzano decisamente l’ingaggio complessivo. Di fatto si risale per 200 metri una pala di detriti che scarica materiale un passo sì ed un passo no, soprattutto in discesa. Sconsiglierei vivamente la salita in caso di altri escursionisti sul medesimo itinerario, ma a giudicare dalle poche firme sul libro di vetta, questa è una eventualità molto difficile da realizzarsi!
Per la discesa propongo al socio di infilarsi in un canale più a sinistra (orografica) rispetto al dove siamo saliti (una relazione sembra indicare questa alternativa) ma mossi i primi passi nel canale ci accorgiamo che scarica una quantità immensa di materiale. Torniamo quindi da dove siamo venuti e con molta delicatezza ripercorriamo fedelmente la traccia seguita in salita.
Armati di zaino riprendiamo la traccia per il biv. Corti, la quale lambisce l’ormai piccolissima vedretta di Scotes (543.1 GCL) e si congiunge alla Sella di Pioda (2794). Da qui l’itinerario si fa via via più semplice: due canaloni intervallati da un pianoro conducono direttamente al bivacco. Anche in questo caso sono più le pietre che si muovono rispetto a quelle che stanno ferme, ma a differenza delle sezioni precedenti, in questo caso non c’è pericolo dettato da esposizione o improvvise balze sottostanti.
Breve pausa al bivacco (2499) e poi subito in cammino perché la strada non è di certo finita e le borracce sono quasi a zero. Alla Vedretta del Lupo calziamo i ramponi, che fino a questo momento erano rimasti comodi nel fondo dello zaino. Vista la stagione e la temperatura, il poco ghiaccio rimasto è di marmo puro: in certi punti è quasi trasparente! Passo di Coca (2645): ci siamo, ora è “solo” discesa. Da qui è tutta autostrada, giù fino al Lago, breve sosta al rifugio per un sorso d’acqua e poi giù fino al paese, dove ritroviamo l’auto dopo 11h di marcia.

Con il socio Carlo e il supporto di Fede, che ci ha accompagnato fino al Lago d’Avert.

Note tecniche
Giorno 1: circa 2250 D+, 1200 D- , 8h con pause e individuazione percorso
Giorno 2: circa 1500 D+, 2550 D-, 11h con pause e individuazione percorso
Materiale: ramponi, casco, fornello, sacco a pelo, attrezzatura fotografica

Foto 1: Tramonto sul gruppo Scotes-Scais-Redorta
Foto 2: Rodes, Lago di Reguzzo e Rif. Donati dal Passo Biorco
Foto 3: La NW dello Scotes dalla Bocchetta di Scotes

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