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   Due giorni in WildGrande, 28/04/2015
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Onicer  oscarrampica   
Gita  Due giorni in WildGrande
Regione  Piemonte
Partenza  Ponte Casletto  (400 m)
Quota arrivo  700 m
Dislivello  600 m
Difficoltà  F
Rifugio di appoggio  Bivacco Orfalecchio
Attrezzatura consigliata  nde ...eventualmente set da ferrata per assicurazione su catene
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Ottime
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Era il 1991 quando col Mot mi avventurai in valgrande..un po’ come Chris Mc Candless alla ricerca del wild. Da allora ho sempre pensato un giorno di tornarci, di portarci i figli..e son passati 24 anni. Il luogo è rimasto magico e surreale, come allora un misto fra vestigia del passato, storia, e qualche segno del nuovo che avanza rappresentato dai ponti metallici che hanno sostituito i vecchi in legno (tranne uno che regala il brivido essendo piuttosto scricchiolante e senza protezioni laterali e che rappresenta il passaggio più infido di tutto il tragitto). Il fascino del percorso è rimasto invece immutabile ricordando un viaz dolomitico con passaggi mai difficili ma sempre esposti..non si arrampica ma bisogna sapersi tenere e non soffrire il baratro sempre presente. Parto con Samuele, figlio della collega Pat il 28 aprile del 2015 poco prima del mitico Ponte Casletto (q.400m, dopo Bignugno qualche slargo nella strada permette il park) sulla strada che da San Bernardino sale verso il dimenticato borgo di Cicogna e che siamo saliti a visitare per mostrargli uno dei volti di questo territorio dimenticato. Leggiamo le steli che ricordano tanti rastrellamenti e tante rappresaglie che in questi boschi son successe (una scatenata proprio in seguito all’esplosione del ponte al passaggio dei mezzi tedeschi), passando a piedi sotto la galleria. Sono ormai le 10.00 ed è ora di uscire dal passato per entrare nel presente e lanciarsi nel futuro che prevede di raggiungere l’Arca per passarci la notte. I soliti vecchi cartelli ammoniscono di non passare che è pericoloso e le note del Sindaco sono ormai documenti storici che così ammuffiti e sporchi non credo possano esser presi in considerazione da nessuno. I manufatti che accompagnano i primi passi sulle passarelle lignee, sigillano l’incontro tra la natura che spinge forte e la forza dell’uomo in attenuazione. Bastano pochi passi e quando oltre le sponde metalliche appare il verde fiume, si entra in un’altra dimensione. La strada alle spalle sparisce e si è inghiottiti dal canyon che cala il sipario per trasportarti in un ambiente preistorico. Il fiume romba sempre più forte e diventa l’unica Voce della valle lanciando immagini meravigliose di acque fresche limpide e spumeggianti. Il sentiero biforca quasi subito fra alto (seguire la scalinata sulla sx) e basso che segue le condotte dell’acqua fra le gallerie ma che abbiamo trovato impraticabile perché sommerso dall’acqua che si accumula fra la condotta e il bordo della galleria. Riguadagnata la luce pozze smeraldo scuro invitano al tuffo. Poco dopo la piccola diga Enel e la successiva passerella in cemento rappresentano il saluto alla civiltà e i piedi finalmente mordono la terra con alcuni passaggi su smottamenti che rendono pensieroso Samuele non avvezzo a queste condizioni. Transitiamo su un rifatto ponticello metallico che porta ad una parete inclinata e bagnata dove si passa grazie ad una catena e poi dopo una full immersion nel verde transitiamo su un ponte metallico sospeso che supera una forra di una decina di metri, poi un’altra forra viene superata con un vecchio ponticello di alberelli e con l’ausilio delle catene sulla parete. Qui siamo parecchio alti sul fiume che scorre sotto e il passaggio è da brividi come divertente il sentiero-cengia in stile viaz che segue. Questo primo tratto fino allo storico e fantastico Ponte di Velina (a cui con breve digressione in discesa conviene senz’altro scendere) di Romana fattura, ci impegna per poco più di un’ora. Se chiudi gli occhi dopo aver guardato la striscia verde scuro che scorre in basso puoi udire il rumore degli zoccoli dei cavalli passare sui sassi… e riaprirli nel medioEvo. Qui la forra prosegue alta sul greto e il fiume è ormai un prototipo da canyoning. Superiamo un tratto con catena che passa sotto un marcato tetto roccioso e poi un altro che permette l’attraversamento di una placca viscida e bagnata e poi il passaggio clou di un ponticello di tronchetti lungo solo tre metri ma senza protezioni laterali e con un salto sotto di una decina di metri. No vertigini o passo incerto richiesti. Poi ancora una calata su catene che permette l’attraversamento di un torrentello laterale. Scendiamo una scaletta di metallo (20 anni fa era tutto in legno o manco c’erano!) per arrivare ad una pozza cristallina e guadagniamo il greto del Rio Valgrande su sassoni che ben ricordo e che dopo un centinaio di metri consentono l’approdo con breve risalita alla radura dov’era costruita la baita di Orfalecchio ora rimpiazzata da un bellissimo bivacco in pietra, bello e accogliente come una casetta. Sono le 13 (q.600) e ci fermiamo per il pranzo. E’ veramente una costruzione incantevole in un luogo idilliaco, fatta di pietre su due piani col locale cucina con camino a terra e la mansarda letto al piano superiore, tutto con soffitti con travoni in legno. Intanto che Samuele si rilassa in poco, io esploro l’area circostante che è stata completamente deforestata e dove state riportate alla luce tutte le opere umane che erano state eseguite: terrapieni rialzamenti, cantine scale di dimensioni ragguardevoli fanno pensare all’intensa attività umana che animava questi luoghi ora immersi nella quiete e nel silenzio più assoluti rotti solo dalle grida dei rapaci, dallo stormire delle foglie nel vento e dal canto del torrente che sale a rinfrescare la mente. Fotografo Cima Tuss e il Pedum che s’alzano sopra il fogliame di bassa quota già sognando nuove avventure. Un’ora abbondante dopo ripartiamo traversando un’altra placca con catena e poi un passaggio esposto in discesa sempre attrezzato fino a trovarci sotto Cima Sasso. Arriviamo infine alle 15.30 al famoso guado che ricordavo bene, anch’esso rinnovato con catene penzolanti (anziché i cordoni di una volta) ma che rimane infido ed impegnativo…addirittura pericoloso e difficile in presenza di molta acqua. Risaliamo la sponda opposta fino a guadagnare un pianoro (Colletto di ValPiana, q.875, h16) che anticipa la discesa finale verso la nostra meta. Pochi passi dopo dall’alto vediamo l’Arca, laggiù in basso fra i rami che coprono il mistero di questo luogo incredibile con il fiume che s’incanala fra le alte pareti rocciose a formare una sorta di canale. Che bello sarebbe una volta risalire il greto del Rio. Mezz’ora dopo siamo sul greto di enormi e stupendi massi e una freccia rossa indica la direzione in questo dedalo. D’un tratto la luna attira la nostra attenzione mentre si arrampica sulle creste di Cima Tuss e poco dopo ci avviciniamo al posto annunciato dalle grandi torri rocciose che coprono la vista del cielo. La grotta dell’Arca(q.700), l’enorme antro naturale sul greto del fiume si apre davanti ai nostri occhi e ci accoglie ospitale come sempre sul suo grande pavimento sabbioso dove iniziamo i lavori d’allestimento del nostro campo base per la notte stendendo i teli, i materassini e accendendo un bel fuoco che allieterà la nostra cena col fornelletto. Ben presto la luce cale e col buio l’atmosfera diventa ben presto fiabesca e del nostro conversare le parti più belle sono i silenzi dove solo s’ode il crepitar del fuoco, il vociare delle acque e gli appalusi delle stelle alla grande luna che solca il cielo. Poi l’aria carica di fumo, la stanchezza e la pace del luogo fanno pesanti le nostre palpebre e rapidi scivoliamo cullati dai suoni della natura nei nostri sachi a pelo cedendo presto ad un un sonno profondo e ristoratore. Alle 5 la luce mi sveglia e riaccendo il fuoco perché l’umidità è forte e un bel tè caldo serve per iniziar bene la giornata. Intanto smontiamo il campo e prepariamo gli zaini per il ritorno. Alle 5.30 siamo già sull’acqua del Rio che fresca caccia via il torpore dai nostri visi e segna l’inizio della via sul ritorno. Alle 8 ripassiamo da Orfalecchio e poco dopo cerco vanamente il sentiero che dovrebbe imboccare la Val Foiera e seguendo le tracce dell’antica teleferica portare a Corte Buè. Esploro risalite e vallette ma non trovo tracce e ritorna così il fascino prepotente del wilderness in queste zone dove i segni delle rare visite umane sono coperti dalle forze della Natura. In un tripudio di bellezze naturali che il bosco ci offre e che noi abbiamo più tempo per osservare, facciamo ritorno al Ponte di Velina( h10.15). Ritorniamo poi a Bignugno per il sentiero che alto sulla destra lascia a sx la traccia percorsa all’andata per ponte casletto e alzandosi sulla Valgrande, permette ad un certo punto di vedere d’infilata le cime della zona:il Pedum, la Cima Sasso e la Cima Tuss. Attraversando incredibilmente belli boschetti di betulle, arriviamo al meraviglioso sito abbandonato dell’Alpe Scellina (q.850,h 11.30) dove le case tutte costruite a secco si alternano tra perfettamente conservate ad altre che sembrano dei musei all’aperto. Un posto incantevole, di rara bellezza incastonato con case che sembran gemme in una collana di betulle bianchissime e brillanti nel verde dei prati. Suggestivo anche il successivo villaggio di Curt Pirela(q.730, h12). Dieci minuti dopo sostiamo davanti alla cappella di Or Vergun(q.650) da dove la vista si apre sul lago Maggiore. Cominciamo la discesa fra boschi che come funghi restituiscono case in pietra di bellissima fattura: mancano solo gli gnomi! Attraversiamo il bellissimo sito di Pezza Blena(q.600) e appaiono infine dalle fronde del bosco gli stupendi tetti in pietra delle case di Bignugno(q.550, h12.30) dove giardini fioriti e curati con grande maestria dalle poche persone che ancora vi abitano, salutano il nostro arrivo e ritorno alla civiltà. Ma il cuore batte forte e selvaggio portando dentro il marchio indelebile di 2 gg di silenzio pace e solitudine al cospetto di Madre Natura. Foto1 il ponte sospeso Foto 2 l’Arca Foto3 risveglio in grotta
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