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   Col di Lana e altre nevi, 03/01/2012
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Onicer  oscarrampica   
Gita  Col di Lana e altre nevi
Regione  Veneto
Partenza  Livinallongo  (1600 m)
Quota arrivo  2400 m
Dislivello  800 m
Difficoltà  F
Rifugio di appoggio  no
Attrezzatura consigliata  nde ciaspe
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Buone
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Il 2 gennaio 2012 s’inaugura la nuova stagione alpinistica e decido di portare i miei due figli maggiori(10 e 12 anni) sul Col di Lana, montagna isolatissima, panoramicissima, e teatro di infinite sofferenze ai tempi della Prima Guerra Mondiale. Parcheggiamo poco prima di Palla (Pieve di Livinallongo m 1676) e alle 14.30 c’inoltriamo per la stradina sterrata che si fa largo nel bosco, con le classiche scorciatoie che tagliano i lunghi tornanti. Camminiamo sulla poca neve vecchia di quest’inverni tardi a far neve e seguo da dietro il passo dei ragazzi. Pochi minuti dopo siamo al Pian de la Lasta, dove rimane abbandonato l’Ex rifugio Alpino che anni dopo sarà adibito a Museo aperto in alta stagione, cui segue una bella radura con una fontana d’acqua freschissima e parzialmente ghiacciata, da cui beviamo più per il gusto dell’acqua gelida che per la sete. Proseguiamo nel bosco a tratti ripido e quando ne usciamo sfiliamo le prime opere militari del “Panettone” (m 2150, h 15.30) e in vista del successivo “Cappello di Napoleone” (m 2250), che precede la cima e che raggiungiamo dieci minuti dopo. Qua la storia racconta che, dopo ben novantasette attacchi falliti, all’esercito italiano non resta che provare con la mina: si scava nella montagna per depositare un grosso quantitativo di esplosivo, sotto le postazioni austriache. Salendo a zig zag nella neve e sferzati dal vento fiancheggiando la trincea colma di macerie, arriviamo all’entrata della Galleria S. Andrea(q.2425, h16) dove alle 23.35 del 17 aprile 1916, venne chiuso il contatto elettrico che fece esplodere la montagna. In meno di un secondo, un centinaio di uomini vennero spazzati via assieme ad una parte della montagna. Come un vulcano, il Col di Lana scaraventò in aria e tutt’attorno, non lava, ma tonnellate di pietra e membra umane. Rimane ai giorni nostri un cratere ricoperto d’erba, una Chiesetta e una significativa scultura poco distante. Il vento soffia ormai libero quassù e facciamo gli ultimi passi curvi verso la tonda cima esposta alla furia degli elementi e soprattutto verso la baracca di legno (Bivacco Alpini Brigata Cadore) che promette un poco di riparo. Prima di ripararci, urlo, “raggiungiamo la cima” e allora facciamo gli ultimi passi vs la chiesetta e la poco distante croce (q.2465, h 16.15) dove scattiamo qualche foto del gelo che ci circonda con nuvole piuttosto basse che coprono gran parte del panorama immenso che da qui si potrebbe vedere. Davanti a noi il Sassongher ci saluta dalla Val Badia, e dietro nascoste dalle nubi ci sarebbero le Odle, al Lagazuoi come al Civetta e al Pelmo, mancan le cime tagliate dalle bianche nubi che preannunciano neve. Tutto giace nel silenzio e nella morsa del gelo e solo il vento scuote il silenzio sferzandoci con le sue rabbiose folate. Dopo aver mostrato ai bimbi il cratere residuo dell’esplosione che sembra un lago coperto di neve, ci rifugiamo all’interno della baracca aprendo immediatamente il termos di tè caldo che comincia a fumare insieme ai nostri respiri. Accendiamo due candele e Davidino inizia a provare a riscaldare le sue mani, mentre nel frattempo lo avvolgo con le spesse coperte di lana in dotazione. Mangiucchiando qualcosa, iniziamo a scaldarci e sentendo la bufera picchiare forte sulle assi della baracca alla fine è confortevole stare dentro. Terminato il processo di riscaldamento è già ora di scendere perché è inverno e arriveremo prima del buio solo correndo lungo la discesa. Ma la strada è larga e non ci saranno problemi di orientamento. Mentre scendiamo inizia a nevicare,come nelle favole. Il giorno dopo, nevica ancora tutta la mattina e dopo i giochi al parchetto con bob e slitte, nel pomeriggio decido di portare i bimbi a fare un giretto a Davedino una piccola frazione di Livinallongo spettacolarmente appoggiata su dolci colli e pieghe di dossi erbosi che la rendono molto bucolica e romantica d’estate e incantevole d’inverno. Ci vivono stabilmente tre abitanti, Irene 90 anni con il figlio, e tal Bruno. prima si contavano fino a cento abitanti tra Davedino e le frazioncine vicine. D’altro canto arrivarci è sempre stato piuttosto complicato. Ora c’è una strada di diversi chilometri che si può fare con un 4x4, molto stretta, in forte salita e “mangiata” dalle continue frane. Alberi caduti, radici che hanno mosso il terreno. Quando nevica si può restare isolati per un giorno o due o anche più. Spostarsi ogni mattina per andare al lavoro diventa dunque difficile. E gli abitanti un po’ alla volta se ne sono andati. Ma d’estate no, le case vengono riaperte e Davedino riprende vita e come un prato torna a esplodere di colori e di vita. oggi no, oggi la montagna, il paese e la strada che sale dormono sotto la neve. Siamo io e i miei tre cuccioli le uniche forme di vita che risalgono la strada asfaltata ma ghiacciata che sale verso il paese. Parcheggiamo appena fuori Pieve e iniziamo a camminare sulla strada impraticabile se non si ha almeno un 4x4 con gomme da neve e dopo una ventina di minuti,alle 16, arriviamo al bivio fra Roncat a dx e davedino a sx dove una bella cascata che romba seppur quasi del tutto ghiacciata, ci fa gli onori di casa. Manca ancora 1 km, dice il cartello, e chiedo ai bimbi se vogliono ancora salire. Un coro di sì ci spinge a sx e saliamo sulla stradina che impenna fra lastre di ghiaccio e cumuli di neve spostati dal mezzo passato in mattinata. Saliamo e faccio vedere ai bimbi il Col di Lana dove eravamo ieri e che oggi appare decisamente più candido e il Migogn. Attraversiamo le case e i tabiè ormai abbandonati del minuscolo villaggio di Sottil e alle 16.30 siamo davanti alle case di Davedino strette le une alle altre sul poggio che le ospita. Intorno solo bianco. Davidino fa la foto abbracciato al cartello con scritto Davedino e poi i bimbi non resistono e cominciano a giocare nella neve fresca alta 40 cm e si buttano e si tuffano facendo finta di dormire come fossero sulle nuvole. Dicono che sembra di essere in Paradiso e che si sta più comodi che in un letto. Io intanto li filmo compiaciuto e divertito. Diamo un’occhiata al paese che appare completamente abbandonato, non c’è una luce accesa e sono più i fienili in legno che le case in muratura, anche se una spicca per il suo portamento elegante con belle persiane e balconi con i classici portafiori rettangolari. Poi visitato l’interno di una stalla che rimanda ai tempi che furono in cui le bestie vivevano con gli uomini, prepariamo il bob per la lunga e spericolata discesa con Armin a cui è affidato il ruolo di pilota ufficiale. Si lanciano e spariscono presto oltre la prima curva lasciandomi solo e preoccupato. Intanto i lampioni si accendono e una scintilla di luce resuscita le pietre delle case che ora sembrano meno fredde e gelide mentre scendendo mi allontano da loro per ritornare verso la nostra finta civiltà. Qualche giorno dopo andando a trovare Giovanni a Canazei e rifacendo il Passo Fedaia sono attratto da un vago sentierino che in traverso sale passando sotto la Crepa Rossa (almeno a giudicare dal colore) e puntando verso degli strani sassoni che stanno in cima ad un piccolo colle (e che scoprirò poi venir chiamati i Popi). Chiedo a david e giona ( 6 anni ) se hanno voglia di far 2 passi nella neve e ci avviamo per il sentierino che solca in traverso il fianco del colle su cui poggia la caratteristica e cromatica roccia della Crepa Rossa. Indico ai bimbi la non lontana meta, chiamandola per la caratteristica forma, sasso degli Indiani. A fianco della strada nei pressi delle baite sotto il Passo, dove parcheggiamo la neve è ventata, assente in alcuni punti e accumulata in altri dove inevitabilmente i due s’inabissano chiassosi e festanti. Riesco ad estrarli dalle loro immersioni e a muoverli sul sentiero ma faticano e sudano molto con le loro tute da 8000 e progrediscono con fatica con i loro moon boot e le pause sono frequenti dopo i tratti ripidi. Affrontiamo un traverso nevoso quasi insidioso data la pendenza e poi all’ennesima pausa capisco che non arriveremmo prima del buio visto che ormai sono le 16 passate e allora invertiamo la marcia e con più disinvoltura torniamo all’auto fermandoci ancora a giocar con la neve nei pressi delle baite di partenza. La sera,ancor preso dal piccolo rimpianto di non aver raggiunto la cima dei Popi, propongo ad Armin un’uscita notturna all’avventura sulle tracce del pomeriggio. Quando arriviamo in auto all’altezza dello spiazzo fra le baite dove parcheggio, nevica leggermente. Accendiamo le frontali e alle 21.30 Armin inizia a salire lungo il sentiero divertendosi come un esploratore a seguire le nostre tracce nella neve. Poco dopo inizia a nevicare a pallettoni e s’alza un vento di bufera; Armin mi guarda divertito e dubbioso al tempo stesso. Chiaramente proseguiamo e superiamo il punto massimo raggiunto oggi. Alle 22.10 nei pressi di un colletto raggiungiamo il bivio segnalato che indica la direzione verso Laste e Davedino. Ci sono ormai 20 cm di neve fresca ed è tutto bianco ed è tutto scuro. Non si vede nulla tantomeno la direzione da prendere. Proviamo ad avanzare su un vago affossamento e dopo una decina di metri siamo davanti ad una grande caverna che sembra proprio la tana di un orso e con Armin ci scherziamo. Raggiungiamo un crinale ma ormai siamo persi e dopo l’ennesima ravanata fra rami e neve decidiamo che è meglio tornare per l’unica direzione possibile: quella delle nostre impronte che solcano il candore della neve. Il loro solco scuro ci guida a casa nel riflesso della luce delle nostre frontali che rimbalza sul mare bianco. La bufera continua ma la rotta non possiamo più sbagliarla.
Foto 1 bimbi vs cima col di lana Foto 2 bimbi vs la cima dei Popi Foto3 Armin nella bufera

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