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      <title>On-Ice Report roccia</title>
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      <link>http://www.on-ice.it/onice_reports.php?type=3&amp;format=rss</link>
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         <title>24/10/2026 - Monte San Martino, via Tutto di Traverso [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7316</link>
         <description>Dato il maltempo del giorno prima ed il repentino calo delle temperature decidiamo per una meta più solare.  Il Monte San Martino sovrasta direttamente la città di Lecco, per questo il colpo d'occhio risulta insolito, dove convivono le bellezze naturali  con le creazioni meno accattivanti della mano umana, un mix comunque particolare. La via tutto di traverso è una creazione originale che sfrutta la parte sommitale della parete, collegando con astuti traversi le parti più solide ed interessanti, ne risulta un percorso decisamente consigliabile per qualità della roccia e della chiodatura, molto ben curata oltre all'innegabile interesse tecnico.
Abbiamo concluso la giornata alle adiacenti e sempre divertenti Placchette del San Martino dove abbiamo percorso Spigolo Interno e via delle Clessidre entrambe su magnifica roccia. Poi ha prevalso il richiamo della birra. Bella escursione con Ivana.
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         <title>23/10/2026 - in cresta dal Lastron alla Punta Piccola dei Tre Scarperi [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7315</link>
         <description>Dopo aver saltato per un infortunio di luca la data storica fissata per il 18 agosto e avendo percorso da solo il tragitto fino a Punta Lavina Bianca, ed essendomi fermato davanti ai rischi di avanzare in solitaria e senza corda, ritorniamo insieme per tentare di completare la traversata dalla Punta di Lavina Bianca fino alla forcella omonima e poi salire da lì alla Punta Piccola dei Tre Scarperi. Questa volta la data è fissata per il 03 10 2026 e due giorni prima Luca mi telefona per sapere se si possono aggiungere alla compagnia altri due suoi amici. La cosa non mi entusiasma ma alla fine lascio decidere a lui e alla fine porta solo il più preparato fra i due. Io ho stranamente per la fine del turno estivo tre giorni liberi consecutivi e così il primo di ottobre a metà mattina, saluto Dani e parto per Caprile. Ho lavorato molto a casa e fatto turni con poco riposo e mi sento stanco. Decido così di rinunciare all’ipotizzato giro sulle Vette Feltrine e concentrarmi sul provare a conoscere tre personaggi mitici dell’alpinismo esplorativo che negli anni ho incrociato sul web: Loris, il re dei viaz, Zio Mario mitico mentore di posti sconosciuti e da lui documentati in maniera impeccabile e Adriano Bee, fratello del compianto Riccardo e che ultimamente pubblica su facebook continui giri nelle zone bellunesi della Val del Piero e dintorni che tanto amo per il loro aspetto selvaggio, misterioso e così difficile da svelare. Loris mi aspetta, Zio Mario mi risponde dalla Campania mentre Adriano non dà segnali di vita. Arrivo dal primo verso le 13.30 e l’accoglienza è magnifica con la moglie Federica che mi prepara un’incredibile pasta al ragù mentre parliamo di montagne e della mia vita. Li saluto ringraziando e punto al Passo di Croce d’Aune passando per il bellissimo e piccolo paese di Salzen, un luogo idilliaco con le sue antiche casette incastonate in un poggio prativo circondato da boschi d’abete. Un posto dove mi piacerebbe abitare. Arrivo più avanti al Passo e parcheggiato con bellissima vista sulle pareti delle Vette Feltrine che terminano sui verdi prati sommitali mi incammino nel bosco salendo verso il Rif. Piaz giusto per fare due passi. Volendo è segnalato a 9 ore circa il Rif. Boz che ricordo raggiunsi ai tempi della quarantena da Covid. Mi supera correndo un runner e mi vien voglia di seguirlo. Saliamo insieme chiaccherando fino a quando ne ho abbastanza e termino il mio sforzo in un bellissimo campo di crocus. Mi chino a terra e scatto ai bellissimi e delicati steli bianchi e violetto quando un verso stridulo richiama all’alto la mia attenzione e posso ammiarare il volo planare di un’aquila che solca il cielo in ampi volteggi.  Mi fermo un poco a godermi il momento e poi scendo tranquillo, incontrando e chiaccherando con un anziano del posto. Poi arrivo a Caprile dove ceno e vado a letto abbastanza presto. Mi sveglio la mattina dopo in un fantastico sole che rende tutto meraviglioso correndo libero per il cielo blu senza una nuvola. Decido di andare a vedere al Sass de la Gusela dove ho appena letto che hanno intimato ad un istruttore di arrampicata disabile di rimuovere dei pali in legno che lui aveva posizionato alla base delle pareti per rendere l’accesso alle falesie più comodo per chi avesse problemi di deambulazione. Salendo in auto, mi devo fermare per troppa bellezza: i prati rasati con cura, la fascia verde più scura degli abeti, le rocce brune macchiate di giallo dai larici del Migogn, il cielo blu e le casette di Laste che sembrano dipinte sui prati. Anche Laste, è un posto dove mi piacerebbe vivere. La terra verde di prato e il cielo azzurro si abbracciano incantandomi il cuore. Civetta e Pelmo sonnecchiano nella luce chiara del mattino e io parcheggiato nella piazzetta di Ronch, mi avvio nel boschetto verso i Sassoni. Prima salgo in cima al Sass de Rocia per la sempre bellissima e aerea ferratina che di scaletta in scaletta e di ponticello in ponticello porta in cielo fino al Bivacco Pian delle Stelle, uno dei posti più belli della mia vita. Quanti ricordi, che ricordi! C’è una luce pazzesca e i larici brillano nel blu. Entro a ricordarmi delle infinite notti passate quassù. Laste sorride nel verde, sembra un quadro. Scendo da questo nido dove mi piacerebbe restare e circumnavigo le pareti dirigendomi verso la Gusela dove effettivamente tutto è stato rimosso e riportato quasi allo stato naturale. Che cosa brutta però in un luogo comunque turistico e in un Italia dove il rispetto per l’ambiente non è certo interesse primario. E’ un idilio il luogo e improvvisamente mi passa per la testa un pensiero : “Ecco cosa farò da grande. Contemplerò e m’immergerò nel flusso della natura.” Voglio appuntarmi la frase ma suona il telefono: incredibile, proprio ora mentre sono immerso nella poesia del bosco, mi chiama Adriano e gli rispondo entusiasta. Passiamo 40 minuti al telefono in cui gli chiedo della sua passione, mi spiega del suo rifiuto a scrivere dei suoi viaz principalmente perché per fare una guida, bisognerebbe ripercorrerli e ne lui (75 annio) ne Pietro Sommavilla e Bonetti che son più anziani ancora potrebbero rifarli. Ah potessi averne io il tempo….Infine si complimenta per la mia passione e mi dice che chi ha fatto il Viaz dei Camorz e dei Camorzieri, può fare qualsiasi cosa. M’invita poi ad andare a trovarlo la prossima volta che passerò da Belluno che ci beviamo insieme na grappa. Certo gli dico, e felicissimo, lo saluto. Le rocce dei sassi brillano di sole e sembra di essere in un giardino incantato mentre passo dalla luce estrema al profondo buio nell’ombra del bosco. Li ho visti tante volte questi monoliti ma oggi proprio m’incanta osservarne la scalata verticale ed ardita verso il cielo. Con il collo piegato all’indietro li ammiro e mi sogno, spalmato su quei muri verticali, di avere la forza e la tecnica necessaria per salirli. Finisce la roccia ed inizia il cielo anticipato dal verde cresciuto sulle loro sommità. Passo in mezzo, passo sotto, ne accarezzo le rocce ruvide e ne percorro i sentierini che si fanno strada fra il bosco e le loro basi così solidamente piantate nel terreno. Ne riesco sulla stradina asfaltata che risale al parcheggio e poco prima di arrivarci terrorizzato comincio ad armeggiare con il mio marsupio: non ci sono le chiavi dell’auto e quelle della casa. L’angoscia mi assale al pensiero di dove posso averle perso, ma pochi istanti dopo un terribile sospiro di sollievo mi rincuora: le vedo sorridermi allegre dalla tavolata dove le avevo poggiate. Sono rimaste da sole per due ore…e nessuno le ha toccate! Na bella botta di culo! Scendendo da laste mi fermo al bordo della strada dove un buco nella recinzione permette di accedere alle zone di lavoro ormai abbandonate da decenni che permettono di affacciarsi senza alcuna protezione sul salto di quasi un centinaio di metri che separa la sommità del bordo superiore della diga dal fondo della Val Cordevole: sempre uno spettacolo con il Civetta che compiaciuto osserva sempre tutto dall’alto. Mangio, dormo un poco, e mi preparo per il viaggio verso San Candido. Parto alle 17 e dopo un paio di minuti sono già fermo a fotografare il Civetta: c’è una luce pazzesca e i boschi sono in fiamme! Salgo per Selva e troneggia il Pelmo e salendo al Passo Giau altre mirabili viste sul Civetta prima che la scena se la rubi l’Averau, massiccio sui prati ocra. Scopro rossissimo un colle che manco conoscevo: dei Giatei, che anticipa il massiccio del Cernera. Poi al passo la sfilata della Ra Gusela e delle Tofane fino alla Croda Rossa mentre dall’altra parte l’orizzonte lo chiudono il Laston de Formin la Croda da Lago con la sua Cima Bassa che si sovrappone al Sorapiss e al Cristallo che domina la Conca Ampezzana. Fra i due colossi unangolo delle Dolomiti di Sesto verso le quali sono diretto: Cima Undici, la Croda dei Toni e Cima Bagni. Continuo a fermarmi a far foto visto la giornata stratosferica e la luce sempre più calda delle ore che precedono il tramonto. Scendo verso Cortina e immortalo le 5 Torri ed un incredibile Antelao. Oltre questo, lontano, perfino il Duranno. Poi salendo verso Passo CimaBanche mi attende la sorpresa di un’ampia cima tutta dorata di sole custodita da vassalli già in ombra. Scoprirò a casa che la montagna d’oro è il Vecio del Forame. Scendendo dopo il passo domina la Croda Rossa con le sue fantastiche cromature ferree e poi a Carbonin appaiono le mille punte dei Cadini di San lucano e di Misurina e la fantastica e articolata cresta del Cristallino di Misurina. Il Monte Rudo m’introduce verso Dobbiaco e quando svolto la sua cresta è sostituita da quella di Cima Nove, dei Monti di Ganda e dalla Rocca dei Baranci. Innichen, la Valle di Campo di Dentro e sulla stradina asfaltata che serpeggia fra maestosi abeti che mi ricordano Yosemite, improvvisi a competere contro il cielo le cime della Croda di Sesto, quelle del Campanile dei Sassi e lei, la Regina, la costellata Punta dei tre Scarperi con tutte le sue torrette oranti sotto le stelle che ormai hanno iniziato a danzare nella notte.                                                                                                       Parcheggio e penso a mangiarmi i pezzi di pizza che ho acquistato all’uopo stamane. Sono pesanti ma ho fame e li mangio tutti e quattro avanzando solo l’ultimo per non appesantirmi. Ma sono troppo pieno e mi viene in mente la recente disavventura a S. Moritz. Preparo la tendina in un praticello accanto all’auto e faccio due passi che ormai il buio è calato, così tanto per favorire un poco la digestione e poi m’infilo nel loculo. Mi sono riposato in questi giorni e il sonno non cala e oltretutto c’è un baccano incredibile con mezzi pesanti (dal rumore) che sferragliano sulla poco distante strada asfaltata che sale al Rif. Tre Scarperi. Non capisco se siano camion che lavorano o sia stata organizzata una festa, visto il continuo andirivieni. Poi sopraggiunge il silenzio, e solo le stelle parlano il loro silenzio nella notte scura. Mi sveglio attorno alle 2 con la tendina che fradicia si appoggia sul mio sacco, e ne percepisco il bagnato. Non voglio correre il rischio di inzupparmi o prender freddo e allora mi rifugio in auto per l’ultima manciata di sonno. L’appuntamento è per le 4 e puntuali appena dopo sento il rombo di un’auto squarciare il silenzio della notte. Scendono il buon Luca e Brenno, medico che non conosco. Assumo il mio beverone come colazione e alle 4.15, consegnate loro le due mezze corde da 30 mt, cominciamo a pedalare: il freddo stimola Brenno e luca ad accelerare il passo. Sono ancora fresco e il ritmo pur sostenuto lo tengo. Facciamo la scorciatoia per il rifugio che nell’altro buio nn avevo visto e imbuchiamo subito il sentiero che parte sulla destra evitando il greto che mi aveva depistato un mesetto fa. Traversiamo il torrente alle 5, riesco a scattare la prima foto della giornata  sul ponticello e quando la svolta a destra segna l’inizio della salita più accentuata mollo il treno espresso dei due giovani che mi precedono e mi rassegno a salire del mio passo. Fatico un poco mentalmente a sentire le loro chiacchere allontanarsi sempre più sopra di me, poi me li ritrovo davanti fermi ad attendermi. Sono gentili e tengo per me l’imbarazzo di non riuscire a reggere il loro ritmo. Un’ora dopo, riesco a scattare la seconda foto mentre traversiamo il ponticello sulla piccola fora poco prima di sbarcare sull’altipiano. Saliamo veloci e temo che siamo troppo in anticipo per il momento dell’alba che mi sarebbe piaciuto veder sorgere dalle parti della Forcella di San Candido come l’altra volta quando fui inondato dalla luce rossa del sole che tutto incendiò. Alle 6.25 una timida fascia di cielo si colora fra il Crodon di S. Candido e la Torre di toblin e squarcia un angolo di buio. Leggeri riflessi anche sul lato opposto, tra le Tre Cime di Lavaredo e il Paterno. Mezz’ora dopo è chiaro ma il sole non ha invaso l’altipiano, semplicemente, si è fatto chiaro e il Rif. Locatelli appare col suo tetto rosso davanti alle pareti più famose del Mondo. Contempliamo la bellezza del momento dalla Forcella di san Candido (q.2380, h 7) dove convinco i soci a tenere il sentiero basso memore dell’errore commesso l’altra volta. Veleggiamo così veloci in traverso verso la Selletta Bassa q. 2360 che raggiungiamo con breve risalita un quarto d’ora dopo e dove facciamo pausa. La prima luce tocca la sommità della Cima Piatta, un pugno dorato all’ombra del mattino. Loro si fermano un attimo ad attendere condizioni di luce favorevoli per le foto di Brenno che ha una macchina professionale ma l’alba è livida e senza l’impatto esplosivo che aveva avuto un mese fa. Che peccato! Ne approfitto per ripartire e guadagnare un poco di vantaggio. Scendo dall’altra parte nel vallone d’accesso al grandissimo Cadin di San Candido ma poco dopo mentre sono assorto a fotografare il sole carezzare i fianchi delle Tre Cime, me li vedo già alle calcagne. Siamo ancora al buio nel catino e i riflettori sono puntati sul mondo di cime davanti a noi che splendono di luce: Tre Cime, Cristallo,Torri di Toblin e degli Scarperi, Tofane e di sbieco perfino la parete Nordovest del mio Civetta. Che meraviglia! Mi raggiungono e li lascio passare, mostrando loro, per darmi un contegno, la grande Cengia della Caccia e poi viriamo verso destra al punto più basso del Cadin (h8) dove si è al centro dell’anfiteatro formato dal Crodon a destra, dalle Punte di Sassovecchio e dal nostro Lastron a sx. Ammicca la Forcella di Sassovecchio col suo triangolo blu poco più sopra. Super Sebenello propone di fare un salto al Crodon di San Candido ma noi umani decliniamo la proposta che già ci basta il programma stabilito. Riprendiamo quindi a seguire il pendio che ora prende a salire rapido a sx. Fatico. Siamo sopra l’attacco o l’arrivo della Cengia e fotografo il grande masso che ne segna il punto.  Ad un certo punto mi preoccupo perché devo scaricarmi..ma ho proprio dolori alla pancia ( il mio stomaco non sembra più essere invulnerabile come un tempo…) e chiedo a Brenno un paio di fazzolettini. Lo saluto e mi apparto. Eseguo con profitto ma i dolori mi accompagnano e devo riaccasciarmi. Riparto stanco e con una situazione non definitiva. Sono pensieroso mentre affronto il ripido canalino che ci porterà al panoramico forcellino prima di svoltare a sx per evitare la parete sommitale. Luca si è fermato ad aspettarmi e gli spiego la situazione ( veramente, non mi è mai capitata una situazione del genere). Al forcellino mi fermo estasiato per la conosciuta eppur sempre sorprendente incredibile vista della Punta Lavina Bianca e delle due sorelle Scarperi che pungono il cielo azzurro con tutte le loro innumerevoli torrette. Alle spalle oltre la punta del Crodon, emerge lìimmensa mole della Croda dei Toni. Siamo alti. Intanto Luca è già sparito oltre la svolta e mi lancio all’inseguimento ben sapendo che devo trovare l’energia perché è lo sforzo finale. Ricordo la felicità dell’altra volta quando entrai nel grande plateau finale, dalle cromatiche sfumature rossastre (un mix tra Marte e un campo da tennis…) e che contrasta con la fatica odierna…ma ormai la linea di cresta è vicina e scorgo la figura di Luca che ormai l’ha raggiunta. E’ fatta, alle 8.50 raggiungiamo Brenno intento a far foto in cima al Lastron dei Scarperi (q.2957). Mangio, bevo e mi sento meglio. La carica sta tornando. Mi sorprendo a guardare come fosse la prima volta l’intaglio tra la punta di lavina Bianca e la Punta Piccola dei Tre Scarperi: ghiaie bianche segnalano la probabile Forcella di Lavina Bianca!. Chiedo conferma a Luca e mi sembra inverosimile non essermene accorto un mese fa. Guardo innamorato quel pugnetto di ghiaie, piccola e sperduta oasi orizzontale fra tanta tensione verticale. Uno spuntone roccioso la domina e sorveglia. Chissà se ce la faremo a raggiungerla. Luca indica in versante Fiscalino il canale d’accesso ad una selletta dove ha visto i sorci verdi per salire per via del fondo duro e mi sblocca il ricordo di quando vi arrivai con Nico e poco dopo successe il fattaccio del masso che feci rotolare sulla sua coscia e che pose fine alla nostra avventura. Zoomo sulla Croda Rossa dirimpetto e non ne scatto altre memore delle dozzine scattate già la volta prima. Ci facciamo un selfie in cima. Riparto appena terminata la colazione e mi sento un altro mentre scendo la cresta panoramicissima verso la Forcella del Lastron vallo d’accesso al Cadin sottostante la cresta che corre ininterrotta verso la Punta di Lavina Bianca. Perdiamo quota leggermente e poi infiliamo sotto roccia il ripido e sfasciumato canale d’accesso alle punte sommitali. Sto meglio e l’umore, oltre le energie, è tornato a salire. Ora si entra nel vivo della giornata e sono contento di arrivarci in forma. Guadagniamo rapidamente l’angusta cima vincendo la breve paretina finale che oppone passi di II° grado ( q.2987, h 9.40)  e sono quasi sorpreso di vedere superman Luca concordare sul fatto che proseguire per la linea di cresta sospesa come un ponte sul vuoto da entrambe le parti, sia abbastanza pericoloso. Ci scambiamo le posizioni perché tutti insieme non ci si può stare e poi disarrampichiamo la paretina da cui siamo saliti. Guardo Luca che ancora mi sorprende scendendo faccia a valle. Mostro allora, ridiscesi, il passaggio segreto che può aprirci al proseguimento. A sinistra della torretta sommitale scendendo di un paio di metri, una vaga traccia conduce ad un ometto posto su un salto roccioso che sta qualche metro sopra il fondo ghiaioso. Già solo il fatto di essere qua in compagnia mi permette di analizzare con più serenità la situazione e oltre alla placchetta inclinata e carica di detriti sul quale avevo fatto già la volta scorsa il primo passo, non mi sembra impossibile neanche scendere direttamente. Luca infatti si muove prima in questa direzione e mi sorprende vederlo scendere faccia a valle e poi come un granchio ritornare sui suoi passi perché l’ultimo salto gli pare troppo rischioso. Traversa allora attento e preciso ma deciso la placchetta e raggiunge le ghiaie inclinate oltre l’ostacolo. Risale oltre il dosso per guardare più in là e ci dice che secondo lui si può avanzare, anche se l’ambiente è molto severo. Mi fa piacere vedere che si preoccupa, temevo fosse diventato troppo imprudente, viste le sue ultime imprese. Io sono molto tranquillo, e gli chiedo cosa vuole fare. Ora torno a recuperare lo zaino, mi dice…nn vuole che sia io a portarglielo. Luca torna (non vuole usare la corda) e poi con lo zaino ripete il passaggio sulla placchetta. Eviterei di usare la corda ma assecondo la volontà di Brenno che preferisce usarla, così come avevamo inizialmente stabilito.  Armiamo una sosta decente su un masso e alle 10.15 inizio la mia traversata che non oppone problemi (II° grado sdrucciolevole, 4/5 m su roccia) e arrivo dall’altra parte risalendo un tratto di ghiaie a gradoni e armando una simil-sosta dietro una costa. Chiedo a Brenno se lo posso assicurare a spalla e ottenuta risposta affermativa, inizio a recuperarlo e intanto scatto qualche foto. Venti minuti dopo, riposta la corda, siamo di nuovo riuniti: il primo ostacolo è stato superato. Luca dice che ha visto oltre e che secondo lui si può scendere. Camminiamo qualche minuto su ampia e abbastanza comoda crestina: siamo in cielo, dietro di noi il cupolone del Lastron da dove arriviamo e le ardite punte di Sassovecchio, della Croda dei Toni, di Cima Undici e poi Popera e Croda Rossa di Sesto. Ad un certo punto è evidente che bisogna abbandonare la linea di cresta che prosegue troppo alta e ardita in direzione della quota 3015 e scendere a sinistra per una paretina quasi verticale ma ben appigliata. Gli chiedo se lui non mette mai il casco e mi risponde quasi mai…ma che si questa volta ce l’ha nello zaino. Mettilo che è meglio allora, gli dico…certo non ce l’avevo più in mente, mi risponde.                           Poi inizia a scendere attento e io lo seguo su terreno impegnativo ma non difficile, si tratta solo di scegliere i passaggi migliori. Scendiamo cauti per una trentina di metri e intanto guardiamo giù e avanti provando ad intuire dove si cela il passaggio. Luca si sposta verso un canalino a sx che non mi piace e pare anche che scenda troppo. Gli propongo invece di andare a vedere, quasi più per escludere la possibilità che per reale convinzione una sorta di forcellino che ritorna in cresta a destra. Prima che risalga e mi raggiunga lo sento imprecare contro Brenno per dei sassi caduti ma non ci faccio molto caso perché era già successo altre volte nel corso della giornata, visto il terreno friabile e sconnesso sul quale ci muoviamo. In realtà (lo scoprirò solo più tardi) un grosso masso gli ha aperto il casco. Senza la protezione, sarebbe stata probabilmente la fine. Intanto io sono sceso e poi risalito al forcellino ed esulto perché pare si possa proseguire abbastanza facilmente. Seguo brevemente la cresta e mi trovo davanti un’interruzione, ma il salto è di soli tre metri e disarrampicando (III°) riesco a toccare terra. Arriva Luca che si complimenta e scende sempre faccia a valle da una fessura laterale. Faccio un sequel di immagini bellissime dei due soci alle prese con questo saltino, inquadrando le enormi torri che stanno sopra le loro teste. Ambiente selvaggio e superbo. Brenno arrampica lento ma molto preciso ed efficace. Ora la cresta prosegue ancora alzandosi mentre noi scostiamo ancora in discesa a sinistra e arriviamo davanti ad un canalone che molto ripido si abbassa decisamente svoltando prima a destra e poi a sinistra sparendo alla nostra vista e lasciandoci un poco di suspence. Dico che di canaloni non è mai morto nessuno e inizio a scenderlo annunciando poi che la prosecuzione oltre la svolta, è ripida ma possibile. Alle 11.20 sono in fondo al canalone e urlo agli amici di scendere pure. Un poco titubanti arrivano e completano anche loro l’opera di laboriosa discesa sul fondo ripido e duro di sabbia granulosa e compatta che si sfalda sotto la pressione dello scarpone.  Ammiro Luca che ha delle scarpe da trail. Nel frattempo io ho imboccato l’ampia e quasi piana cengia che diparte dalla fine del canalone perché troppo era la curiosità di scoprire dove portava. Alzo al cielo un urlo: E’ fattaaaaa! La forcella di Lavina Bianca attende indifesa un centinaio di metri avanti ai miei piedi, ormai priva di difese. Ce l’abbiamo fatta! Urla di giubilo si levano in risposta, guardo verso il basso ometti che indicano la direzione da seguire quando dovremo scendere verso il Cadin della Caccia che ci attende pacifico qualche centinaio di metri più in basso presidiato dalla piccola Torre della Caccia e dall’enorme Torre dei Viennesi. Alle 11.30 raggiungo emozionato l’ampia insellatura della Forcella di Lavina Bianca (q. 2900) e pochi attimi dopo attendo Luca e Brenno e ci abbracciamo tutti e tre entusiasti e festanti. C’è una bellissima emozione collettiva per la nostra piccola impresa che stempera finalmente in questo angolo di pace le tensioni accumulate nell’ultima oretta. Che felicità…(che è reale, solo se è condivisa…). E sperimentiamo quanto sia vero in questo momento per noi. Affondiamo nel panorama che viene proiettato per noi davanti ai nostri occhi trasognati: Civetta cristallo Tofane e Croda Rossa marcano l’orizzonte, mentre Torre dei Scarperi, Monte Mattina, Crode dei Rondoi, Cime di Bulla, Cima Piatta e Rocca dei Baranci sono in prima linea. Dall’altro lato scende un canalone a portare sul versante Fiscalino e la Croda dei Toni ci saluta da dietro le Punte di Sassovecchio. Guardiamo quasi increduli il canalone da cui siamo scesi che nella prospettiva frontale appare verticale e impercorribile. Ci rilassiamo un poco, io e Luca lasciamo gli zaini in forcella e a mezzogiorno riprendiamo a salire il grande ghiaione che come uno scivolo  sale verso le rocce basali della Punta Piccola. In salita perdo nuovamente terreno: Luca è il solito marziano ma sto bene e non resto indietro tantissimo. Un bellissimo scatto di luca ritrae Brenno e io più indietro sul ghiaione sotto la famigerata quota3015. Al termine del ghiaione laddove il sentiero contorna le rocce svoltando a sx me li trovo seduti in attesa e ripartiamo salendo un canalino via l’altro fra tutti i pinnacoli sommitali che stanno ora anche sotto di noi. Infine l’ultimo canale ripido e sfasciumato, in ombra a destra, ci porta sotto le due torrette più alte di cui la maggiore è quella di destra. Alzo gli occhi e vedo luca ormai sulla cresta finale e alle 12.30 (q. 3075) per esilissima crestina nel vuoto (tratto più impegnativo) lo raggiungo un metro prima del piccolo scranno di cima dove in due non si riesce a stare. Mi ci vado a sedere e ordino uno shooting fotografico che risulterà particolarmente riuscito: sembro proprio seduto in cielo, c’è solo aria intorno e…oltre solo cielo. Guglie e torri ovunque e tanto tanto vuoto. Tutto il mondo dolomitico è riunito per far festa con noi. Fotografo gli ultimi passi di Brenno che sorride entusiasta. Spiace solo non ci si possa abbracciare per mancanza di spazio ma le nostre facce raccontano tutto della nostra gioia. Seduto in vetta mi giro su tutti i lati: panorama infinito ovunque tranne che a nord dove è eretta la muraglia con tutte le torrette della Punta Tre Scarperi: che soggezione e che bello pensare di essere stato un giorno anche lassù. Scendiamo immediatamente perché si è scomodi e ci si toglie spazio a vicenda che comodo e allargato qua ci sta solo il vuoto. Mi volto a fotografare Luca che ha iniziato la discesa e Brenno che mi sorride ancora fermo in vetta e mi butto nella disarrampita dell’ultimo grande camino dopo di chè do il via libera agli amici. Fisso tutto il percorso che ho davanti con il riferimento dei nostri zaini in forcella che fanno da segnavia e ammiro l’intrigo di creste dove siamo passati per arrivarci. Che spettacolo! Ad un certo punto sono incerto sul percorso ma poi vedo lo scarto a sinistra che nn ricordavo e allora mi fermo una decina di minuti ad aspettare l’arrivo di Luca per segnalargli il punto che comunque segno con un ometto. Poi riprendo a scendere e mi calo direttamente sul ghiaione saltando l’aggiramento fatto salendo: quando vedo il ghiaione ai miei piedi mi prende l’impulso di correre felice a saltoni verso gli zaini e riatterro in forcella alle 13.30. Mi siedo al sole caldo ormai anche a 3000 metri ad aspettare gli amici che ancora non vedo e levandomi la maglietta che non c’è un filo d’aria. Quando arrivano ripartiamo quasi subito imboccando il sorprendentemente marcato e segnalato sentiero che scende verso il Cadin. La cosa mi rilassa e seguo luca che percorre l’evidente rampa che scende e ci porterà al punto chiave per affrontare l’ultimo salto roccioso scegliendo fra il canalone e una paretina da disarrampicare. Quando ci arriviamo, il canale è facilissimo e ci entriamo  dentro senza problemi incrociando poi più in basso la traccia che avevo percorso l’altra volta e che scende da Forcella del Lastron. Inizio a saltare nel ghiaione presto imitato dai compagni e rapidamente atterriamo nella magnifica conca del Cadin della Caccia (q. 2500, h 14.30) dove meravigliati ci fermiamo a riposare un poco. Sopra di noi spicca la Torre della Caccia e poi il balcone panoramicissimo sulle vallate davanti a noi con le Tre Cime, la Torre Gioppi che copre quasi del tutto quella di Toblin, quella degli Scarperi incastonata nel Cristallo e il Sorapiss. Ora da quaggiù, a differenza dell’altra volta riesco a capire nell’indistinta cresta, dove si trova l’agognata Forcella di Lavina Bianca e guardo in alto felice, non più confuso. Né Luca ne Brenno hanno voglia di cimentarsi nella Cengia della Caccia e nel suo lungo ritorno e allora ci alziamo puntando al passaggio della caccia ( pertugio fra la Torre della Caccia e quella dei Viennesi). Con emozione guardo dall’altra parte l’immensa lavina degli Scarperi che ora dovremo discendere fino al Rifugio. Alle 14.30 ci buttiamo sul bel ghiaione iniziando a sciare fra i sassi che scorrono a valle come un fiume accompagnando la nostra discesa. Brenno un poco impacciato anche per via dei timori al ginocchio, ha rapidamente imparato la tecnica e sembriamo quelli dell’Era Glaciale impegnati a scendere per linee autonome nel tentativo di superarci a vicenda. Che risate! Purtroppo la pacchia dura solo una ventina di minuti perché poi il vallone completamente dissestato da fiumane e acquazzoni ci costringe ( oltre ad una poco sagace deviazione a sx fuori dallla lavina) alti sul versante sinistro su fondo duro e sdrucciolevole molto fastidioso e instabile. Per mezz’ora sacramentiamo fino a raggiungere il fondo del vallone dove la situazione migliora ma non come speravamo. Ci trasciniamo a fatica ma comunque veloci verso la strada che sale al Rifugio. Furtive occhiate alle spalle per ammirare le meraviglie rocciose che si alzano in cielo sopra di noi: La Punta tre Scarperi, la Punta Piccola dove eravamo seduti qualche ora fa, la Torre dei Viennesi e quella della Caccia con lo spazio azzurro del Passaggio a dividerle. Poco prima delle 16 raggiungiamo la sterrata, il Monte Mattina ci accoglie e il Rifugio Tre Scarperi ci attende, ma le nostre speranze di birra naufragano contro le serrande chiuse e dobbiamo accontentarci di bere copiosamente alla fontana. Scendiamo per la strada e raggiungiamo alle 16.30 il park con il naso all’insù a guardare la grande macchia dell’enorme distacco sulla parete dei Tre Scarperi. Felici attendiamo il semaforo verde per poter tornare a valle e ci salutiamo col cuore entusiasta per la magnifica avventura trascorsa insieme.                      Grazie Luca per il tuo entusiasmo che ancora arde nonostante le grandi imprese della tua incredibile estate.                              Grazie Brenno per aver conosciuto un amico e un altro innamorato dell’avventura nelle Dolomiti. Con voi oggi son stato proprio bene. E un ultimo grazie per aver portato in su per tutto il giorno le due mezze corde…che almeno in discesa potevo ricordarmi di chiedervele! Un abbraccio.    Foto 1 noi tre in cima al Lastron                                                                                  Foto 2 io in cima alla punta Piccola degli Scarperi                                                  Foto 3  la parte tecnica del nostro percorso


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      </item>
      <item>
         <title>15/10/2026 - Cima Piazzotti Orientale , Via W le mamme [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7314</link>
         <description>Andiamo a vedere com'è questa via di recente apertura del Cinghio e bisogna dire che è un itinerario di tutto rispetto.
Peccato che sia un po corta (6 tiri, dei quali non tutti dall'arrampicata soddisfacente) ma è un ottima soluzione per le mezze stagioni.

La spittatura è lunga ma non psyco, quindi friend utili per integrare, nel nostro caso sono stati particolarmente utili per proteggere due tratti che abbiamo trovato bagnati.

Unico vero neo è la presenza di molti detriti e prese instabili che richiederebbero pulizia, cosa non facile considerato che sotto passa il frequentatissimo sentiero per il Benigni. Detto ciò la roccia ha un grip eccezionale ed è molto lavorata.

La giornata doveva essere soleggiata, in realtà le nuvole hanno coperto il sole fin dal mattino, situazione in peggioramento nel pomeriggio. Quindi usciti dalla via ci siamo fatti un bel piattino di polenta al rif Benigni, appena ristrutturato.

Con il Pelo</description>
      </item>
      <item>
         <title>11/10/2026 - Pizzo del Becco 2512 m, via Camilla [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7313</link>
         <description>Il Becco è una delle cime iconiche delle Orobie, questa bella via ne percorre il versante meridionale, quello sovrastante il bacino dei laghi Gemelli, tanto per intenderci. Quindi ambiente e paesaggio di primordine. L'itinerario si può dividere grossomodo in 2 parti, una prima parte supera lo zoccolo basale, molto fratturato ed erboso, con roccia che richiede cautela, quindi dopo un'ampia cengia erbosa la musica cambia radicalmente, la roccia diventa un bellissimo verrucano lombardo, molto lavorato, i tiri sono tutti belli ed interessanti e la via si riscatta ampiamente. Salita da affrontare con mentalità e preparazione alpinistica, data la necessità quasi costante di doversi proteggere ed  attrezzare le soste. Ce la siamo presa con comodo ed abbiamo pagato pegno nella lunga discesa verso Carona per buona parte percorsa al buio con una sola frontale, non proprio una passeggiata, giornata luuuunga. Bellissima escursione con Marco.</description>
      </item>
      <item>
         <title>10/10/2026 - Corno Battaglia cresta SE [ CLACRE ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7312</link>
         <description>Itinerario di salita di cresta classica con max. IV .
Da Scalaro ( parcheggio area picnic) si segue il sentiero fino al bivio per Bec.Renon, poi sentiero che si perde nella vegetazione, risalire seguendo la cresta su ghiaione di almeno 200 m di dislivello, poi comincia la parte a parato e cespugli di rododendri.
la parte su roccia inizia a 1900 m con brevi risalti di 20/ 30 m.
Il camino con masso incastrato viene superato a sini stra su spit. Non ho riscontrato il passaggio di V ma probssbilmente ho attrevesato a dx.Tratto di finale su cresta ib esposizione ma divertente.
Discesa in doppia di 20 m sul colle verso la cima Battaglia poi lungo traverso con cavo verso la quota a 2200 m ( salita di 50 m.) , discesa e risalita al Bec. Renon( salita di almeno 80 m.) Discesa verso Scalaro su sentiero ben segnato ma infsetato da erba Olina
Nel complesso ad esclusione della parte alpinistica ben protetta,l'itinerario è sconsigliabile vista la scarsa frequentazione per l'avvicinamento scomodo e non segnato e la discesa disagevole. In totale 5h 15' per la salita , 3 h 30' per la discesa.</description>
      </item>
      <item>
         <title>04/10/2026 - Monte Cordespino, Rosso Kora [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7307</link>
         <description>Oggi giornata plasir con il merenderos per impegni tardo pomeridiani a casa... La volontà c e stata, il risultato un po meno considerato che al termine della via ci siamo fatti tentare da qualche tiro in falesia. E poi non vuoi farti due birre da Gigia? E giustamente l' incidente in a4 da il colpo finale.

La via è carina ma sicuramente sovragtadata, per questo ho riproposto una descrizione dei tiri negli itinerari on ice i cui gradi rispecchiano le difficoltà reali (questa cosa che il 6b è per tutti la dobbiamo dimenticare...).

La parte alpinistica finale non è un gran che ma completa l itinerario. 
Rispetto alla mia relazione agli otinerari abbiamo seguito un percorso logico e non obbligato per uscire in cima alla struttura (difficoltà analoghe).

Da notare che alla base hanno scritto via schiodata. Be noi siamo andati a vedere e gli spit ci sono tutti (forse anche troppi).

Con Mattia</description>
      </item>
      <item>
         <title>04/10/2026 - Speroni di Ponte Brolla, 650 m, via Quarzeder [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7303</link>
         <description>Vera via Plasir, avvicinamento breve, chiodatura ravvicinata, roccia a prova di bomba, unico neo il sovraffollamento. Itinerario molto vario , prima metà placcosissimo, qualcuno non ha gradito molto, ma gli è ampiamente servito per rivedere la tecnica di piedi, seconda parte ben più verticale con arrampicata più fisica, tutte le lunghezze interessanti, un vero gioiellino. Nello schizzo la via è la n° 11. Bellissima escursione con Ivana.</description>
      </item>
      <item>
         <title>03/10/2026 - Punta Centa - Via Mariet [ Stefano81 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7311</link>
         <description>Bella via sportiva alla Punta Centa, sei lunghezze su ottima roccia e bella arrampicata.
Chiodatura ravvicinata e comodo rientro per la ferrata Gamma 1 fino all'attacco.
Gradi non certo severi ma forse nemmeno così scandalosi come li dipingono su Gulliver (a parte il tiro di 6c+, quello sì abbondantemente sovragradato anche secondo me). 
Insomma ci si diverte. Consigliata.</description>
      </item>
      <item>
         <title>03/10/2026 - Cristallino di Misurina  [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7304</link>
         <description>Crostallino di Misurina da Malga Misurina per la forcella Popena e la valle delle Barache. D+1200 sviluppo km 12.50.
Oggi, 3 ottobre 2026, completo, con questa cima, tutte le cime della conca Ampezzana. 
Dopo il piz Popena, salito in solitaria nel luglio del 2017, torno nella splendida valle omonima e , pure oggi in completa solitudine. 
Incontrato alcune persone in vetta salite da Misurina. 
Difficoltà direi F+ con alcuni tratti attrezzati con passaggi di I e II se non si utilizzano. 
Giornata stupenda e temperatura veramente gradevole.</description>
      </item>
      <item>
         <title>28/09/2026 - Monte Pelmo, Via normale, per la cengia di Ball [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7301</link>
         <description>Ne ho visti di splendidi ambienti dolomitici; ma questo è sicuramente tra i più strepitosi e mozzafiato da me percorsi. 
accolgo al volo l’invito dei fratelli Fabio e Federico e nel tardo pomeriggio di domenica partiamo per Zoppé di Cadore. Dopo 3h e 30’ di viaggio piazziamo la tendina vicino al parcheggio e alle 6,30 del mattino partiamo per la nostra avventura. In poco meno di 1h e 30’ siamo al rif. Venezia (da oggi chiuso). Breve sosta e poi seguiamo le indicazioni per il Pelmo. In 20’ siamo alle prime roccette; ci imbraghiamo, bastoncini nello zaino e poco dopo arriviamo all’attacco della cengia. Già da subito è impressionante guardare avanti e vedere da dove passa… Non utilizziamo mai la corda che cmq avevamo, ma per chi volesse lungo la cengia ci sono tanti chiodi dove poter fare sicura. Superiamo alcuni passaggi stando chini (per es. il “Passaggio dello Stemma”), altri arrampicando su roccette (max II°), altri in forte esposizione come il &quot;Passo del Gatto&quot; (presente una corda fissa): questo passaggio è molto esposto con roccia levigata. La corda per assicurarsi mentre lo si supera è quindi molto molto utile. 
Dopo circa 30-35’ siamo alla fine della cengia: ora inizia la salita vera e propria. Dobbiamo infatti risalire tutto il vallone (l’anfiteatro denominato “la carega de Dio”!) via via più faticoso e ghiaioso che porta al “Vant”: qui una volta c’era il ghiacciaio; in questo periodo è solo una grande distesa di sassi e roccette con qualche profondo crepaccio roccioso. Sembra di essere sulla luna... 
I tanti ometti aiutano a non uscire dal percorso e, superando qualche tratto di facili roccette, arriviamo all’ampia sella tra il Pelmo (a dx) e la sua Spalla Sud (a sx). Mancano solo gli ultimi 150m di cresta: impressionanti i vuoti e le pareti verticali a sx. Un ultimo saltino roccioso di 2m (II°) porta al breve e facile tratto finale fino in vetta. Il panorama è difficile da descrivere… Da qui si vedono tutte le Dolomiti, con i vicinissimi Civetta e Antelao.
Ci godiamo la cima per una bella mezz’ora, poi iniziamo la discesa. Richiederà fatica per il ripido ghiaione e massima attenzione lungo la cengia per via della stanchezza; ma in poco meno di 2h e 30’ siamo al rifugio. Sosta e poi torniamo alla macchina ammirando le pareti alla nostra dx, ancora increduli che siamo passati da lì…
Partecipanti: Fedora, Fabio e Federico. 

FOTO 1: Nel vallone del “Vant”, con cerchiata la croce di vetta. Da qui si sale verso sx alla sella a q. 3000m.
FOTO 2: Ultimi metri prima della vetta.
FOTO 3: Attraversamento del “Passo del Gatto” al ritorno lungo la cengia. Unico punto dove abbiamo trovato corda fissa.</description>
      </item>
      <item>
         <title>27/09/2026 - Presolana Occidentale/Torrione scandella, via Vecchia quercia  [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7306</link>
         <description>Abbiamo percorso questa via dopo un sorriso per Marilena.
Via in stile plasir con chiodatura buona anche se non da falesia, sicuramente un'altra fosa rispetto alla via percorsa prima.
Anche l'arrampicata è molto diversa: la roccia è migliore ma piu omogena offrendo un'arrampicata un po' ripetitiva.
Quelli che sono dati tiri di 5c ci sono sembrati morbidi, fatta eccezione per lo strapiombo iniziale che si merita tutto il 6a.

Abbiamo seguito la relazione dei sass baloss ed era ben dettagliata. 

Per la discesa ci siamo calati dalla via, non è necessraio prendere le calate della via vicina ( e ci si è pure incastrata una corda che inspiegabilmente ha deciso di attorcigliarsi su se stessa.

Con Saverio</description>
      </item>
      <item>
         <title>27/09/2026 - Presolana Occidentale/torrione Scandella, via Un sorriso per marilena  [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7305</link>
         <description>Bella salita di stampo alpinistico, linea logica che offre un'arrampicata varia su roccia dal grip ottimo, anche se richiede un minimo di attenzione alle prese e ai blocchi mobili.

Lascio la descrizione dettagliata della via all itinerario associato.

La via è protetta dove strettamente necessario, ma resta ben proteggibile a friend .
Le soste sono abbastanza buone, ma visto le poche ripetizioni meglio portare il martello. Abbiamo rimosso qualche cordone marcio.

Discesa che richiede attenzione nel recupero delle doppie per la possibile caduta sassi.

Foto al link sotto

Con Saverio</description>
      </item>
      <item>
         <title>27/09/2026 - Funffingerstock 2971 m. via Bohrgeist [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7300</link>
         <description>Altra dose di fentanil, questa volta abbiamo rischiato l'overdose !!
Trasfertone al Susten, forse l'ultima del 2026 ( non si può mai dire, confidiamo nelle ottobrate ), anche oggi non rimarremo delusi, posto incantevole, meteo non da meno e via veramente divertente un vero plaisir come si sul dire oggi giorno. Bellissima escursione in ottima compagnia di Roby .</description>
      </item>
      <item>
         <title>26/09/2026 - Corna delle Capre - Via Incrociando il Passato [ Stefano81 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7310</link>
         <description>Che bella sorpresa!
Roccia incredibile, arrampicata verticale e continua, tiri che sembra di essere a Kalymnos. Insomma uno spettacolo.
I primi due tiri riprendono una vecchia via -Un Salto nel Passato- fino alla cengia. Poi sei tiri uno più bello dell'altro, in un tripudio di buchi da fare invidia alla Presolana.
Piccolo e unico neo il tratto di &quot;erba e miserie&quot; (cit.) sul penultimo tiro.
Complimenti agli apritori.
Consigliatissima.</description>
      </item>
      <item>
         <title>26/09/2026 - Presolana Cent. 2512 m , via della Madonnina uscita diretta + traversata al Visolo [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7299</link>
         <description>Altra visita di cortesia alla &quot; Regina &quot; in una giornata dal meteo fotonico, decidiamo di andare a buttare un'occhio alla via della Madonnina, che inspiegabilmente finisce a due terzi di parete. L'idea è quella di capire se si riesce a proseguire con un percorso logico ed interessante. Missione compiuta, dall'ultima sosta proseguiamo per un breve tratto ( fessura ostica di VI+ ) sulla SA.VI.AN., quando questa piega decisamente a ds su muro compatto, noi traversiamo a sn su placca interrotta da cengette ( IV ), quindi direttamente su muro compatto con fessurina ( V+ ) ad una cengetta dove si sosta ( 40 mt. 2 friends + 1 ch. di sosta lasciato e cordino su spuntone ). Proseguire in verticale per muro compatto di ottima roccia ( IV+ 2 cl. ) , quindi per placche sempre di ottima roccia ( IV , 1 friends ) si entra in un canalino ghiaioso ( attenzione ) andando a sostare sulla parete di ds presso un evidente blocco staccato ( 35 mt. 1 ch. di sosta lasciato e un friends ). Traversare decisamente a sn il catino ghiaioso andando a sostare alla base di un camino diedro ( elementare ma delicato 20 mt , sosta su friends ) Superare il diedro camino di buona roccia ( III ) andando a sostare su spuntone in comune con la via Saglio ( 20 mt ). Da qui con 100 m lungo l'evidente canale camino ( II e III roccia ottima 2 cl. ) soprastante si esce sulla cresta sommitale a pochi metri dalla vetta. Bellissssima escursione con Ivana, degnamente conclusa con cenetta alla Latteria di Branzi a Ponte Nossa. Foto itinerario By Sass Baloss, in rosa la nostra variante.</description>
      </item>
      <item>
         <title>26/09/2026 - Piccola Nizza de Trent  [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7297</link>
         <description>8 tiri complessivo di cui salvo il quarto il quinto ed il sesto. Per il resto abbastanza sporchi e discontinui. </description>
      </item>
      <item>
         <title>15/09/2026 - Cresta dei Listoni (del Coppo) [ Mirko96 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7298</link>
         <description>E' la cresta che parte quando si finiscono le scale del Miller sulla dx... una bella avventura esplorativa. Si può anche dormire allo Gnutti e raggiungere l'attacco che è una sella erbosa con un piccolo ghiaione (la seconda). Magari anche dalla prima si può partire. All'attacco abbiamo fatto un tiro di corda per salire un pilastrino rotto (III, da testare roccia) per poi giungere alla crestina un poco esposta. Qui si può andare in conserva e ad un piccolo gendarme lo abbiamo aggirato sulla sx per cenga erbosa... ad una certa si incontra una campana in cresta, wow! Poi con un poco di attenzione si arriva ad una piccola sella con presente una sosta a cordone (da valutare, è dove finisce il canale dei Listoni in inverno, usata per fare la doppia). Da qui si erge un crestone, lo attacchiamo con passo iniziale su crestina affilata (III) per poi salire una placca facile (II) e rimontare la cimetta. Da qui a breve ci si rocngiunge al sentiero che sale al Passo Valle di Macesso. Noi siamo rimasti fedeli alla cresta che diventa di calcare ahah! Arriviamo in cima al Campanone del Coppo. Da qui scendere per dosso erboso ripido e arrivare al Passo Valle di Macesso. Si scende e si ritorna.

Con la Sabri, allez!

foto 1 - all attacco
foto 2 - in cresta
foto 3 - alla sella </description>
      </item>
      <item>
         <title>14/09/2026 - Catinaccio/parete sudest, Via Diretta Steger [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7293</link>
         <description>Via davvero eccezionale, soprattutto pensando al periodo storico in cui è stata aperta.

Noi abbiamo seguito la relazione di orme verticali, davvero ottima salvo che non abbiamo trovato una sosta, quindi propongo il percorso da noi seguito, nell' itinerario associato trovate la descrizione dettagliata dei tiri.

I gradi originali non riflettono le difficoltà effettive, il tiro chiave di VI- è piu vicino a un 6a+ (senza contare che se non si aggira la prima sezione si fanno almeno 6/7m sopra alla sosta semza proteggersi).

Non siamo stati velocissimi perche abbiamo avuto dubbi sul percorso un paio di volte, l'abbiamo portata a casa in 9 ore totali dall attacco alla cima.
Comunque gran soddisfazione!!!

Bravo Mirco che essendo piu in pompa si è fatto i passaggi piu duri.</description>
      </item>
      <item>
         <title>13/09/2026 - Torri del Vajolet/Torre Stabler , Via diedro Fermhan [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7295</link>
         <description>Bella via dall'avvicinamento piuttosto lungo se fatta in giornata.
Noi abbiamo fatto solo questa via perche siamo arrivati tardi all attacco essendo partiti da casa, in più abbiamo trovato un po di traffico sia in strada che in via.

La roccia è generalmente buona.

Sapevamo anche che l indomani ci avrebbe atteso una giornata lunga, quindi fopo le calate siamo scesi al rifugio, abbiamo montato la nostra tendina e ci diamo goduti una birra prima di cena.</description>
      </item>
      <item>
         <title>12/09/2026 - Tofana di Rozes, Sperone SO 2900 m, via Tridentina ( Bonatti ) [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7292</link>
         <description>Non so se è più la passione o la follia, che ci spinge a fare un'altra vasca in Dolomiti, l'unica cosa certa è che entrambe non ci fanno difetto, quindi via per un altro giro di giostra !
Sicuramente la meno percorsa delle classiche di questo immenso versante, se resisterete a i primi tre tiri, veramente bruttini, per la qualità della roccia, il seguito lo abbiamo trovato veramente meritevole, su roccia buona a tratti ottima, chiodatura non abbondante ma sicura comprese le soste (Protezioni mobili assolutamente indispensabili), sempre in grande esposizione, alcune lunghezze entusiasmanti, come in particolare il diedro finale, che abbiamo percorso in un'unica grande lunghezza ( 55m ) , soluzione sicuramente preferibile a quelle relazionate, che impongono una scomodissima sosta appesa. Molto bella anche la discesa che segue un' esposta cengia ad anello che percorre tutto il versante O e N della montagna,  non offre reali difficoltà tecniche, ma richiede sempre una certa concentrazione, con colpi d'occhio veramente ragguardevoli. Bellissima escursione con Ivana in un week end da incorniciare</description>
      </item>
      <item>
         <title>08/09/2026 - Bosconero per la Via della cengia [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7288</link>
         <description>Nell’estate del 2025 con Giamba fecimo un magnifico giro per i Viaz de l’Ors e del Fonch e tornando da forcella Toanella per il primo ci perdemmo momentaneamente ma a lungo seguendo una cengia così bella che prima ci ingannò e poi mi sedusse con le sue svolte sinuose lungo i fianchi del Bosconero. La seguii più a lungo del dovuto (era ormai evidente fossimo fuori traccia) ma non tanto da arrivarne alla conclusione. E così il pensiero di dove andasse mai a finire una cengia così lunga ed evidente mi rimase dentro come un tarlo tanto che una volta a casa, mi misi a cercare sulle mitiche guide del Berti. E probabilmente la trovai! Si narra infatti di una grande cengia che termina poi nei pressi di una gola che conduce senza difficoltà alla cima. Pare sia stata la seconda salita alpinistica al Bosconero, realizzata nel 1882! Storia!                  Ci tornai allora ad inizio luglio dell’estate successiva con Marco, conosciuto e con cui condivisi, l’avventura della traversata de Le Stornade solo che, trovata la parete di risalita dopo molte cenge errate, lui non se la sentì di affrontarla alla cieca essendo anche pomeriggio un poco inoltrato e rimandai ancora la sfida.                                                                                               Un mese e mezzo dopo (17 08 2026) sono con mio figlio Giona pronto all’assalto decisivo. Marco, cui avevo promesso che ci sarei tornato con lui, non ha voluto esser della partita. Ho uno spezzone di corda e un poco di materiale d’assicurazione, che non si sa mai. Siamo arrivati ieri sera dalla folle calura padana di questa torrida estate e dopo poche ore di sonno ci alziamo nel cuore della notte a Caprile per arrivare, valicato il Passo Staulanza, a Pontesei (q. 800) dove alle 4.15 imbocchiamo la stradina che nel bosco sale in direzione del Rif. Bosconero. Il buio del bosco ci inghiotte ma il sentiero è ampio e salgo veloce senza problemi. Perdo subito Giona e penso che si sia fermato, ci sono molti cartelli e mezz’oretta dopo siamo al Pian de Mugon e subito dopo ad un raccordo con la rotabile che lasciamo subito per rientrare nel folto degli abeti. Attendo Gio finchè vedo riapparire la luce tremula della sua frontale. Sale lento, non si è fermato. Alle 5.45 le sagome scure delle Rocchette occupano il cielo che si è liberato sopra la foresta e poco dopo l’ultimo tratto di bel bosco lascia spazio alla fantastica radura dove fu costruita la ex Baita Bosconero ora trasformata in rifugio                            (h 6, q.ta 1455). Aspetto per un quarto d’ora Gio che mi ha detto di non stare bene, che sente la testa strana e che avendomi già chiesto le chiavi dell’auto, mi urla dal bosco di salire pure. Lui tornerà al parcheggio. Mi spiace, prima gli ho restituito il poco materiale che avevo nello zaino. Ma sono anche sollevato perché non avrò il pensiero e la preoccupazione di gestire la sua scarsa preparazione. Nelle situazioni pericolose, un figlio mette ansia. Riparto di slancio cercando di accelerare che finora mi è sembrato di salire col freno a mano tirato. Ma non ho chissà quale margine e sento immediatamente il cuore accelerare. Ma è anche il bello di poter spingere, anche se come quasi sempre nelle mie uscite, si tratta di resistere più che esprimere potenza. Il chiaro mi aspettava fuori dal bosco e oltre le finestre fiorite del rifugio, Bosconero, Rocchetta Alta e Bassa attendono contemplative il mio avvicinarsi. Giro attorno alle mura e alla cucina per vedere se incontro Raffaella o suo figlio Riccardo che gestiscono questo luogo bucolico ma c’è silenzio e il meritato riposo. Inizio a salire e poi traversare verso il canalone che sale alla Forcella del Matt e attira la mia attenzione quello a destra fra le due Rocchette e che dovrò percorrere un’altra volta per salire alla Bassa. Poi incrocio e vedo da sotto la lunga scia franosa che sale fra Bosconero e Rocchetta Alta e che porta al valico di Forcella Toanella. Alzando gli occhi al cielo per il ringraziamento del mattino, lo vedo nuvoloso e occupato dalle meravigliose punte delle montagne che mi sovrastano: come missili salgono la Rocchetta Alta e il Sasso di Toanella. E’ passata mezz’ora dal passaggio al rifugio, ho terminato la traversata fra i mughi e sopra di me si apre il grande canalone franoso e sassoso che porta al mio valico. Inizio a salire ripidamente circondato dalla bellezza di tante torri che mi guardano dalle loro altezze. Il sentierino sfugge fra i massi o si nasconde nel terreno franoso a sx ma è decentemente indicato e sopravvive alla precarietà di questo terreno assolutamente instabile. Osservo a destra le grandi fessure o canaloni che tagliano la parete del Bosconero e che dalla base delle rocce s’alzano alla sommità, come fossero pieghe di un’enorme vela. So che forse una la incrocerò al momento giusto e mi indicherà la via della cima. Raggiungo e mi siedo nel piccolo praticello di Forcella del Matt (q.2060) alle 7.15, tre ore esatte dopo la partenza. Bene, ora viene il bello. Mi sento a casa, adoro questo luogo ameno chiuso fra le montagne e sospeso in bilico fra due versanti: quello di Bosconero e quello di Campestrin. Si fa fatica ad arrivarci da entrambi i lati ma poi una chiazza di verde sembra dirti: siediti, riprenditi, rilassati, benvenuto a te! E poi poco sotto dall’altra parte (già si vede…) dal sentiero si stacca la traccia del Viaz de l’Ors che corre lieve ed orizzontale per sparire in un poggio verde protetto dalle rocce e dove sogno un giorno di poter dormire: so che succederà. Dalla parte opposta del poggio sta una bellissima torre gialla che non mi sembrava di aver notato fino all’anno scorso quando per la prima volta la fotografai. Del resto lo sguardo tende a perdersi nell’infinito delle creste furlane dove la parte del leone, la ruggisce l’appuntito Duranno e la dirimpetta enorme Cima Preti, alle prese con le luci dorate dell’alba che le carezzano la cresta. Dieci minuti dopo muovo passi nuovi, addirittura una piccola freccia rossa indica il momento di lasciare la via nota ed entrare nell’ambiente più impervio e selvaggio del Viaz. Respiro l’aria pura della solitudine e sono felice di quella carezza lieve della tensione che immediatamente sale perché devi iniziare a concentrarti sul percorso da seguire e sul terreno accidentato. Calco l’erba tenera e morbida del poggiolo e faccio sogni di sonno. La torre gialla è inclusa nella parete del Sassolungo di Cibiana, li ammiro entrambi riconoscente. Rocce e guglie nuove incantano la vista: questo Viaz è veramente spettacolare. Risalgo la prima paretina da arrampicchiare e poi evito la prima bancata verde che corre verso le due cime a cielo degli Sfornioi Sud e di Mezzo. Mi innervosisco un poco perché smarrisco per due volte la traccia e volevo avere un’idea precisa del tempo da Forcella Matt alla pietra magica. Continuo a traversare per lieve traccia dove in realtà pallidi segni rossi ormai quasi invisibili guidano a destra su una paretina proprio all’altezza della bancata verde prima vista da sotto. Svolto a sinistra mentre l’Antelao sbuca oltre la Torre di Campestrin racchiusi nell’abbraccio fra gli Sfornioi a sx e il Sassolungo di Cibiana a dx. Poi un falso ometto mi porta in orizzontale e perdo la rampa che poi risalirò. Imbocco poi la svolta a sx che mi porta dritto verso la pietra magica che segna il mio orientamento e dove devo abbandonare il Viaz che scarta vs l’alto e verso sx. Ci arrivo con un quarto d’ora di ritardo rispetto all’oretta che ci vorrebbe senza commettere errori di percorso. La vedo da lontano, mi accorgo che rispetto ad un mese fa con Marco, non ho visto la seconda cengia errata, ma poco m’importa. Il terreno non concede sconti alla difficoltà di orientamento! Cammino andando incontro agli Sfornioi e alle 8.50 sono alla q.2140 della pietra magica cui batto una mano sulla spalla come fossimo vecchi amici. La supero rifaccio gli ometti, che questo è un tratto chiave. Saluto un poco commosso il Viaz de l’Ors che sale nel suo mondo spettacolare e selvaggio fatto di paretine e serpentine e cammino sereno verso la mia cengia che ora bancata, si trasformerà dietro le prime quinte rocciose.                       Non faccio ometti e continuo a percorrerla sempre sufficientemente larga, sempre decisamente esposta, ma mai difficile. Arrivo alla caratteristica torretta che sta sopra un ammasso di massi ( sassi in tutte le salse…Marco dixit..) che si para proprio davanti al gigantesco Sfornioi Sud, venti minuti dopo e qui la cengia diventa veramente spettacolare perché traversa la parete inclinata ma affacciata sul vuoto della sottostante Forcella Matt. Comincio a veder paretine che mi sembran tutte buone da risalire e non ho memoria precisa di quella che iniziai a scalare un mese fa con Marco. Dopo mezz’ora sono alla base di quella che mi sembra giusta e per averne ulteriore conferma proseguo come l’altra volta fino alla fine della cengia superando la partenza in diedro di una via alpinistica dove recuperai un moschettino lasciato nei due chiodi Cassin martellati nella roccia ad imperitura memoria di tempi antichi. La cengia muore pochi passi dopo e ti devi sporgere quasi pericolosamente per riuscire a fotografare sopra lo strapiombo le pareti vertiginose del Sasso di Toanella e della Rocchetta Alta che provano a nascondersi dietro la quinta della montagna. Ritorno rassicurato verso la paretina che avevo ritenuto fosse quella giusta e non posso non notare l’incredibile ultimo tratto di cengia percorso per arrivarci. La volta precedente scattai un incredibile foto a Marco la cui presenza minuscola dava un pazzesco senso di esposizione allo scatto. Ma anche solitaria è uno spettacolo da vedere: un’incisione in discesa, una ferita aperta sulla parete del monte. Alla paretina faccio foto ovunque per memorizzare il punto d’attacco e mi metto a sorridere quando così facendo rivedo i due ometti che avevo costruito la volta prima e di cui mi ero chiaramente dimenticato. Bene, non mi resta che mangiucchiare qualcosa, mettere il casco ed iniziare a scalare sperando in bene. Alle 10 sono pronto a partire. Salgo a lato della gola con dei massi incastrati, a sinistra tenendo come riferimento una forcella leggermente a sinistra più in alto. Cerco la via più semplice fra le piccole paretine e le cenge di collegamento. Faccio zig-zag su difficoltà contenute nell’ordine del secondo grado ma continue. La parete è appoggiata ma non spiana e comincio a pensare che se dovessi scenderla, non sarebbe il massimo. Arrivo alla forcellina in una ventina di minuti e mi sposto leggermente a sinistra: faccio qualche passetto più complicato, sale un po' d’incertezza, non vorrei trovarmi in un vicolo cieco e l’ambiente è molto severo. Poi capisco che arriverò senza problemi sotto le placche terminali che di bella roccia solida fessurata mi sembrano opporre difficoltà troppo elevate per tentarne la salita in libera e allora devo decidere se puntare alla cresta verso sinistra o traversare vs destra. Sembra più semplice traversare ma poi vado a sx che ormai ci sono già e raggiungo un curioso pinnacolo e subito dopo la facile cresta sfasciumata che in pochi minuti fra gli enormi massi, percorro fino al suo punto più alto costellato di ometti. Mi rilasso felice fra i massi (Cima Bosconero q. 2470, h 10.40) e mi abbandono alla vista del panorama che improvvisamente si è aperto davanti agli occhi che per mezz’ora abbondante han visto solo la roccia davanti a sé. Seguo a sx la processione di ometti fino a quello leggermente più im alto dove mi siedo a contemplare. Oltre le grandi pietre del Sasso di Toanella e della Rocchetta Alta che ho di fronte alla stessa quota, si estendono il Serva, le Cime della Serra, Pelf e Schiara, e poi Talvena, e l’incredibile accrocchio di cime dei gruppi del Prampèr, del Moschesin e degli Spiz di Mezzodì. Poi l’Agner, il Civetta e il Pelmo fino alle Tofane. Altrove oltre il proscenio degli Sfornioi e delle loro tre torrette, s’alzano verso il cielo, il Sorapiss, l’Antelao che fa da chioccia alle Marmarole e la piana di Cortina . Più lontani il Sass de Mura e le Pale di San Martino. Poi a Est il Friuli si fa rappresentare dal sempre presente dente del Duranno ma anche dalle frastagliate creste del Cridola, del Crodon del Giaf e del Monfalcon di Montanaia. Più vicini i monti di Mauro: Crep e Col Nudo e poi Citta, Borgà, Palazza. Mi fermo in cima tranquillo ad osservare il cielo che non minaccia il previsto temporale, pranzo, mi faccio na foto e alle 11.30 due bei bolli rossi segnano il mio ritorno alla civiltà dei sentieri Cai. Davanti a me il sasso di Toanella e la Rocchetta Alta cambiano continuamente posa come modelle davanti al fotografo e io assecondo la loro esibizione. Una pernice distoglie l’attenzione dalle loro cime e scatto bellissime pose. Bellissima la linea di trucco rossa sopra gli occhi grandi. Torri e torrette ovunque riempiono di meraviglia l’osservare e a mezzogiorno atterro a Forcella Toanella. Osservo estasiato il missile roccioso che si alza sopra di me torcendo il collo all’indietro e poi a salti mi butto sulle ghiaie che come un fiume scorrono verso il basso. Mi fermo a guardare il canale che sutura la base del Sasso di Toanella alla Rocchetta Alta, la via d’accesso per salire quest’ultima e poi riprendo a saltare verso il basso, quasi sciando. Saluto e osservo anche il canale che alla stessa maniera unisce La Rocchetta Alta alla Rocchetta Bassa, anche questo punto d’accesso per la cima minore. Poi saluto Riccardo del Rif. Bosconero cui racconto della mia via e scendo distratto trovandomi su un sentiero diverso da quello percorso in salita e che mi porta a visitare la pozza del Laghetto delle Streghe che raccoglie l’acqua cristallina di una bella e limpida cascatella. Non fa così caldo da pensare ad un bagno rinfrescante e quindi mi limito a dei begli scatti. Riprendo a scendere con altri bei scorci d’acque e alle 14 arrivo puntuale da Giona che è tornato a prendermi in auto.  Che dire? Una salita storica abbandonata non certo per le elevate difficoltà ma probabilmente oper l’esposizione eccessiva che la rende poco in linea con l’evoluzione dell’alpinismo. Ma quanta soddisfazione ambientale!                                Foto1 l’inizio della cengia              Foto2 ultimo tratto della cengia                  Foto3 l’attacco della parete
 
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      </item>
      <item>
         <title>06/09/2026 - Pizzo dei Nibbi, via CAI vedrano e Mary [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7296</link>
         <description>Breve parete su cui corrono diverse vie dal carattere sportivo. La roccia è senpre eccezionale, calcare bianco dall' ottimo grip.
Purtroppo la via cai vedrano è stata sovra chiodata, forse peggio che in falesia. Mi chiedo quale sia il senso di avere spit a 1m e mezzo, pur su una via sportiva.
Bello il passaggio di 6a du questa via .

Piu interessante la via Mary, non solo per le difficoltà più continue ma anche per la spittatura piu ragionevole seppur plasir.</description>
      </item>
      <item>
         <title>06/09/2026 - Via Cai Vedano + via Mary-Pizzo dei Nibbi (Grigna) [ merenderos ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7294</link>
         <description>Bella paretina di ottimo calcare, che ospita diverse vie divertenti. La via Cai vedano è ottimamente protetta a fix, mentre la Mary ha protezioni miste. Qualche friends può essere utile per integrare le protezioni. Soste ottime su entrambe le vie.
Da Cainallo si sale, e si seguono le indicazioni per il rifugio Bietti, fino al famoso arco della bocca di Prada. La si sorpassa, e poco dopo si arriva ad un selletta erbosa. La parete è sulla sinistra poco oltre la selletta (40 min)
Via CAI VEDANO
E' la prima a destra sulla parete con targhetta metallica.
L1: Salire le placchette erbose fino ad una fessura verticale. La si risale, e poi per placche inizialmente lisce, si arriva alla catena di sosta (30m, 5a)
L2: Lungo traverso verso destra in orizzontale, con passi delicati, fino alla sosta poco visibile, oltre lo spigolo (20m, 5c)
L3: Salire in verticale e con passo non facile si sale sul compatto pilastrino. Si supera poi un piccolo strapiombino, e poi placca a buchi via via più semplice verso sinistra fino alla sosta (30m, 6a)
L4:Salire in verticale seguendo un canalino fino alla sosta (20m, 4c)
L5: Superare un pilastrino, e poi proseguire sul filo fino ad uscire su una placca inclinata sul versante opposto che porta alla sosta.

DISCESA: Dalla sosta sulla placca inclinata fare una calata sul versante opposto che porta ai prati sottostanti. Da qui si scende fino a raggiungere il sentiero sottostante che riporta alla parete.
Possibile scendere in doppia anche lungo la parete usando le soste della via libertà. La prima sosta di calata è ben visibile sulla sinistra mentre si percorre la cresta finale dell'ultimo tiro della via

Via MARY:
la via attacca a sinistra della via Cai Vedano (targhetta) e della via libertà (fettuccia scolorita alla basea)
All'attacco si vede il primo spit abbastanza alto. Più sotto c' è un chiodo molto nascosto
L1:Salire le placche, andando verso destra nella parte alta fino alla sosta (40m, 6a se si sfruttano i buchi, più duro se si sta solo in placca
L2: Salire la placca nera (primo chiodo con anello fuoriesce a mano, necessario martello per ribatterlo. Possibilità di cordino su piccola clessidra più a sinistra). Superare il tettino fessurato sulla destra e poi placca a lame da testare, fino alla sosta verso destra (30m, 6a)
L3: Salire sulla placca lavorata fino al tetto con cordino. Con passo duro verso sinistra si supera, (più facile evitando il tettino sulla sinistra) e si prosegue per placche fino alla sosta su cengetta (40m, 6a)
L4: Superare lo strapiombino sulla sinistra e poi il successivo pilastrino fino alla sosta finale (25m, 5c)

DISCESA: in doppia lungo la via sfruttando le soste collegate con cordino e maglia rapida

Foto1: L2 cai vedano
Foto2: L2 Mary
Foto3: L3 Mary
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      </item>
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         <title>06/09/2026 - Piramide M. Armani 2420m, via Saturno [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7287</link>
         <description>Su proposta di Michele ci buttiamo in quella che per noi è una vera avventura piena di incognite, che alla fine ci riserverà una giornata indimenticabile . Itinerario superbo collocato in un ambiente superlativo, roccia calcarea a buchi di ottima qualità, una chiodatura ingaggiosa ( chiodi normali e cordoni in clessidre ) , ma non pericolosa ( comunque R3 ), soste sicure rinforzate con 1 fix ed anello, tutti gli ingredienti riuniti in solo splendido Cocktail. Arrampicata molto tecnica e mai scontata, dove occorre anche avere occhio per individuare il percorso. Ancora un doveroso grazie alla banda Grill e ad Ivo Rabanser per questa chicca. Bellissima escursione con Michele.</description>
      </item>
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         <title>05/09/2026 - TRAVERSATA DIAVOLINO- DIAVOLO [ CLACRE ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7291</link>
         <description>Premessa: Si tratta di gista sociale del G.A.M. Milano con n. 14 partecipanti + n.1 capogita ( lo scrivente).
Partiti da Carona e con l'ausilio dei fuoristrada abbiamo raggiunto la base della diga di Fragalbolgia e da li raggiunto il rifugio Calvi in 20 minuti.
Quindi seguendon il sentiero n.225 in 2h c.a. abbiamo raggiunto il colle Valsecca alla base della cresta SE del Diavolino.
Indossato il casco e imbragati abbiamo risalito prima la ripida dorsale erbosaa quindi abbiamo iniziato ad affrontare la parte alpinistica ( bel camino iniziale di 30 m. II ) e dopo alcuni passaggi interessanti con roccia ben appigliata abbiamo raggiunto la cima del Diavolino in 1h. dal colle.
Dalla cima del Diavolino la discesa è risultata per i primi 50 m abbastanza delicata per le cenge con qualche sasso sbriciolato poi dopo il tratto orizzaontale si deve disarrampicare una placca abbastanza liscia di c.a. 10 m dove un paio di partecipanti hanno mostrato una certa titubanza. Montata una corda fissa tramite moschettone e marchand sono prudentemente scesi fino alla forcella con il Diavolo.
La salita successiva è risultataa più agevole e alle h. 14:15 eravamo tutti in vetta. Dalla diga in totale 5h 15 '. Discesa lungo la via normale ( passaggi di I e II) fino alla bocchetta di Podavit e da li discesa tramite sentiero segnato al Calvi e al punto di ritrovo dove co aspettavano i fuoristrada.
In totale  lungo giro di 9 h.
Un grazie sentito per la collaborazione fornita da Mattia e da Piero.
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      </item>
      <item>
         <title>05/09/2026 - Sassolungo di Cibiana  [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7286</link>
         <description>Itinerario lungo ed abbastanza faticoso. La roccia è abbastanza buona e si arrampica bene. In discesa abbiamo preferito fare la variante che, sebbene tecnicamente priva di difficoltà, è risultata molto più infida e faticosa, terreno instabile e molto sfasciumoso. 
Con Michele. </description>
      </item>
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         <title>03/09/2026 - Cima Piazzotti orientale - Via Francesca [ Stefano81 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7309</link>
         <description>Dopo lungo rimandare, arriva infine il momento di far visita a una delle più note vie di arrampicata delle Orobie. 
Ora, dopo aver colmato questa lacuna, mi sento quasi in colpa a dirlo: non mi è piaciuta per niente.
La bellezza dell'ambiente non si discute, così come il grande rispetto per gli apritori. 
Però la via di fatto si riduce al famoso diedro, bello sì ma nei primi metri finché è abbastanza verticale, poi si abbatte molto e si perde un po' anche il piacere. Bello anche l'ultimo tiro.
Uscire a due passi dal rifugio Benigni è un grande valore aggiunto.
Segnalo (non avendo trovato notizie di recenti lavori di richiodatura) che le soste le abbiamo trovate tutte a due fix, mentre dei chiodi  originali citati nelle varie relazioni non abbiamo trovato traccia.
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         <title>03/09/2026 - Torre di Babele, Via Goedeke-Rien [ Zeno ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7302</link>
         <description>Rachele ha avuto una bimba e così decido per un giretto verso il nord-est per visitare lei e mia sorella Sofia. Sono di ritorno da un viaggio ad Assisi insieme ai miei compagni di seminario e quindi mi faccio lasciare al casello di Verona Nord. Da lì raggiungo la stazione e parto in treno per Belluno dove, a sera inoltrata, mi recuperano Sofia e Daniele. Risaliamo il Canale d'Agordo e la val Corpassa fino al parcheggio della capanna Trieste dove troviamo anche Zanzi che dorme già nel suo furgone. Io mi sistemo sul prato e resto per un po' ad ammirare la volta celeste prima di addormentarmi. 
Alla mattina la via da fare non è ancora decisa: mia sorella propone la via Ophelia (Rabanser-Comploi, 2011) alla Torre di Babele ma a me sembra troppo dura. Arrivati alla base della parete, Daniele intercede per me e convince tutti a optare per la via Goedecke-Rien (1974) che sulla carta sembra un po' più semplice. Per evitare i traversi iniziali decidiamo di attaccare dalla variante Rabanser. Parte a scalare Zanzi, a cui mi lego io, e seguono Sofia e Daniele. I chiodi sono pochi, la roccia non sempre ottima. La relazione in nostro possesso è piuttosto confusionaria mentre la fotografia con il tracciato risulta ben chiara. Senza averlo deciso capitano a Zanzi i tiri più atletici ed a me quelli un po' più infidi per la qualità della roccia (ripartizione conforme alle nostre capacità). Spendiamo un po' di tempo nell'individuare l'itinerario corretto ma arrampichiamo comunque bene. Sofia non è entusiasta della via a causa della roccia discreta mentre io mi godo il sapore avventuroso ed esplorativo della scalata. In realtà nel camino-diedro sommitale anche io mi trovo in difficoltà per la roccia: gli ultimi metri sono di VI su appigli precari. Con un po' di apprensione passiamo tutti ed arriviamo alla fine della via giusto al calar del sole.
Ci caliamo con efficienza lungo la linea di doppie del versante sud-ovest arrivando a terra con l'ultima luce. Ormai nel buio raggiungiamo la base della parete e quindi i furgoni. Zanzi parte subito mentre con Sofia e Daniele ci fermiamo a dormire in riva al Cordevole nei pressi di Agordo. Loro devono lavorare il giorno successivo e quindi prima dell'alba ci salutiamo. Io mi rimetto a dormire attendendo il sole. 
In autostop raggiungo poi Rachele ad Alleghe e passiamo tutto il giorno insieme in compagnia della sua neonata bambina: uno spettacolo! Nel pomeriggio riparto in autostop per il lago del Mis perché a sera arriveranno lì altri amici da Bergamo per un escursione sui Monti del Sole nel giorno successivo. Spezzo il viaggio in due per partecipare alla messa che trovo nel paesino di Taibon. Il secondo passaggio me lo dà un ragazzo con cui scopriamo diverse affinità di vita. A notte mi raccolgono lungo la strada Bruno e Paolino che arrivano in furgone da Bergamo. Ci riuniamo anche con altri amici in riva al lago del Mis e ci mettiamo a dormire. Per me è la terza notte sotto le stelle e son proprio contento perché da un po' mi mancava questa vita vagabonda.
 Al mattino saluto tutti perché devo tornare a casa: mi incammino a piedi sperando in un passaggio verso una stazione. Quando ormai sto disperando di trovarlo, ecco che un auto si ferma: salgo e scopro che è Andrea di Gena che aveva dato anni fa un passaggio a me ed Oscar quando scendevamo dal Bus del Diaol. Gentilissimo, mi porta fino alla stazione di S. Giustina da cui in treno rientro a Bergamo. Sono proprio contento di questi giorni: scalare è sempre meraviglioso e belle sono anche tutte le persone incontrate: mia sorella, Daniele, Rachele, la piccola Emma, gli amici storici e le persone trovare per via.

Mola mia, leù!</description>
      </item>
      <item>
         <title>01/09/2026 - pizzo Coca Cresta Nord [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7285</link>
         <description>Sono anni che con Ste non andiamo più in montagna: è vero che lui ha sempre prediletto l’arrampicata sportiva però si uscuva comunque spesso in ambiente. L’ultima nostra grande avventura risale ormai a qualche anno fa quando insieme alle mogli volammo in Sardegna e mentre loro si godevano le bellezze delle spiagge e del mare, noi sudavamo a cercare le vie infinite e misteriose del Selvaggio Blu. Un giorno che ci sentiamo, mi butta lì l’idea di fare insieme la Cresta Est del Coca e accende immediatamente il mio entusiasmo. Quasi subito lo metto in difficoltà perché pochi giorni dopo gli propongo di salire invece dalla cresta Nord, un poco più difficile e scendere dalla Est un poco più facile. Tenta di resistere ma alla fine arriviamo al compromesso di salire da Nord e vedere poi arrivati in cima da dove scendere. I nostri impegni di lavoro, ci portano a concordare in anticipo per il 6 agosto la data del tentativo. Per puro caso essendo billy in preparazione atletica per il trofeo kima (ultimamente anche lui si è un po' disaffezionato all’alpinismo…) gli propongo la sgambata come allenamento. Accetta quasi subito solo che salirà in giornata, mentre noi secondo desiderio di Ste, spezzeremo la salita con il pernotto al Curò. Nel pomeriggio del 05 08 2026, parcheggio la mia Punto sotto gli alberi di Casnigo e attendo l’arrivo di ste che scenderà dal paese dove abita più sopra. Che bello ritrovarsi, caricare gli zaini e cominciare a sparar cazzate come se avessimo ancora vent’anni. Ma forse lo spirito di un alpinista e i suoi sogni, non invecchiano mai. Ripartiamo direzione Valbondione dove ci procuriamo il Pass x il parcheggio (cambiano i tempi…) e sotto il bel sole troppo caldo di questa torrida estate, alle 17.25 siamo pronti a partire. Mentre scherziamo un poco eccitati, mi scatta una foto al quadricipite che ci farà ridere per giorni. Partiamo di buona lena dal parcheggio superiore di Grumetti  sudando copiosamente, attendendo i ruscelli per rinfrescarci e chiaccherando con tutte le persone che conosce e che incontra. Ste sceglie il panoramico e accelera sensibilmente, io fotografo il Coca che mostra le sue creste scendere dal cielo verso la Valmorta. Si vede la Est che nasconde però la Nord. Alle 19 arriviamo nel bacino del Barbellino ed entrambi siamo colpiti dal livello molto basso del lago artificiale. Preludi di crisi idriche che il futuro regalerà agli abitanti di questo pianeta incapaci di vedere oltre il loro naso e intenti consapevolmente a brutalizzare questo meraviglioso mondo che ci è stato donato per l’affitto di una vita e che invece consideriamo proprietà come potessimo esserne gli eterni padroni. Entriamo, ci registriamo, saliamo in camera e scendiamo veloci per la cena che è già servita. Pastasciutta al ragù e bresaola di carne equina con cipolla: ormai i rifugi trasformati in alberghi d’alta quota! Non più in punti di partenza per spiriti liberi che puntano le vette ma in punti d’arrivo per persone oppresse che cercano nel riempirsi lo stomaco insoddisfazioni più facili da realizzare. Segni dei tempi. Comunque passiamo un bel momento a scherzare e ridere con Ste che manifesta come al solito le sue preoccupazioni e tensioni mentre io son tranquillo come al solito anche perché ben preparato dalle mie ultime uscite piuttosto ingaggiose. Il gestore plaude e apprezza la mia idea di scendere dalla Est, e ci dà la sua benedizione. Saliamo nella stanza da 8, arriverano altri ragazzi ci dicono. Tentiamo di dormire dopo una veloce capatina in bagno ma la gente parla e fa festa: nessuno più deve alzarsi al mattino presto per iniziare la rincorsa verso l’alto. l’alpinista una specie rara ormai in via d’estinzione e il rifugio il suo zoo chiassoso dove il pubblico ti guarda come una scimmia quando tintinna la tua attrezzatura. Ho sempre preferito evitare i rifugi per una questione economica e perché amante delle notti sotto il cielo ma anche perché la cena pagata è sempre abbondante e buona e poi al mattino salti la colazione che sarebbe importante per iniziare la giornata con lo sprint giusto. Ma il sonno sereno arriva e nessuno entra in stanza a disturbare per cui la sveglia delle 4.00 non ci coglie impreparati. Ci prepariamo e scendiamo a vedere la colazione preparata per tutti: abbiamo a disposizione ogni ben di dio e cominciamo a rimpinzarci aspettando Billy che dovrebbe arrivare. Ci ha detto che sarà da un amico, salirà in auto, dormirà un’oretta e poi sparerà su al rifugio. E’ un poco in ritardo e gli scendo incontro: ci ha detto che sta arrivando! La sua luce serpeggia nel buio e presto ci abbracciamo: lo invitiamo al banchetto e poi usciamo per partire. Una foto suggella alle 5 il momento in cui partiamo sul sentiero che costeggia il lago e ci porta all’altezza della diga. Scavalco il cancello di protezione ma Billy non riesce e preferisce desistere: Ste lo segue e mi ritrovo già solo nel buio. Loro scenderanno alla base della diga per poi dover risalire. Mi vien da ridere a pensar che ho quasi sessantanni e non ho ancor smesso di scavalcar cancelli! Ora traverso fra le pietre in orizzontale sopra le loro luci che danzan a valle. Dietro, il profilo scuro del Recastello impresso sul cielo un poco più chiaro. Proseguo tranquillo, mi raggiungeranno più su. Ormai albeggia e spengo la frontale affrontando i piccoli passaggi attrezzati con la cresta est che mostra la sua linea elegante mentre alle spalle, Strinato Costone e Trobio provano, facendosi vedere, ad attirare la mia attenzione. Alto sul torrente che scorre un centinaio di metri più sotto e danza le preghiere del mattino salgo verso la linea di montagna che vorrei poi scendere. Improvvisamente scompare il muro di rocce davanti, e appare la grande piana di Valmorta dove ha scelto di annidarsi il Lago inferiore (q.2150, h6) colorando con il suo specchio blu i verdi prati che accolgono festosi e quieti chi qui si affaccia. Inizio a traversare il morbido tappeto d’erba con gli occhi che ammirano la grande cresta di Valmorta che anni fa percorsi interamente toccando tutte le 7 cime che la compongono: Cantolongo, Druet, Cima del Vag, Cagamei, creste di Valmorta, Diavolo di Malgina, e poi Cavrel e Cappuccello. Arrivo al grande masso centrale sfregiato in bianco dalle indicazioni per il Diavolo. Assecondo la direzione mancina: a sx il Passo, a dx il Pizzo. Lontani e piccoli i miei amici sbucano all’ingresso della grande prateria ma sono ancora troppo distanti per fermarmi ad aspettarli, penso, mentre guardo con tenerezza il riparo in pietra dove passai una notte insonne frustato dal vento gelido in un estivo tentativo alle creste prima citate. La cima e la parete Est, come da posizione geografica iniziano a colorarsi di rosa tenue mentre la cresta Nord, dietro ancora in ombra, appare. Dalla vetta l’onda arancione cola verso il basso e accentua la carica del suo colore e quasi inciampo nella carcassa ormai priva di protezione di un camoscio che ha scelto questi spazi infiniti per dire addio alla sua vita. Al termine del grande piano inizio a salire verso sinistra seguendo la scarpata e il corso d’acqua che scorre allegro. Radi ometti segnalano la via a conforto di quel senso di smarrimento che opprime talvolta nei grandi spazi selvaggi dove si entra in simbiosi con l’ambiente ma allo stesso tempo lo si teme. Cascatelle allietano la salita che s’interrompe nel secondo grande ripiano dove ti accoglie impassibile il freddo Lago di Mezzo (q. 2350, h7) che concede comunque al pizzo Coca di riflettersi nelle sue acque immote. Oltre la linea d’ombra della montagna l’acqua regala uno spicchio d’azzurro e la parete arancione galleggia placida. Riflessi di quella felicità così vicina ma a volte irraggiungibile. Un lembo di neve rimasto sul lato opposto mette tristezza per questi ambienti alpini che non hanno più la forza per trattenere il freddo loro necessario per custodire e proteggere i fiocchi caduti. Un grande pietrame conduce verso l’alto e l’ormai visibile Cima di Valsena che divide il passo omonimo a destra dal nostro obiettivo: il Passo del Diavolo. Nell’ombra sbuca Ste e nello stesso istante il primo fascio di luce scende dalla cresta del Diavolo di Malgina e come una carezza ci scioglie dal buio della notte. Pochi attimi e la luce esplode come qualcuno avesse pigiato sull’interruttore e siamo abbracciati dal calore dei raggi del sole che ci medicano dall’isolamento notturno. Insieme raggiungiamo l’ultimo spiazzo ghiaioso preceduto da una bella e grande roccia errante su cui scritte bianche segnano Diavolo a sinistra e Valsena a destra. Tranquillo, venti minuti dopo ci accoglie l’ultimo e più piccolo dei laghetti (q.2450) che ci mostra in bella evidenza il Passo, l’inizio della cresta e l’imponenza della q.ta 2827, la prima che dovremo salire che come una piramide s’arrampica nel cielo azzurro di una giornata magnifica e ruba la scena tuffandosi fra le acque. Oltre l’altra sponda che abbiamo raggiunto, il sole emerge deciso dalle creste del Diavolo di Malgina che l’avevano nuovamente nascosto e ci regala incredibili giochi di luce e fotografie che è bello scattare per rendere eterni alcuni momenti di estasi. Ste ci segnala un’incredibile intrusione di roccia bianca che sale solida come una trincea fra il pietrame alla destra del passo. La attraversiamo e con dispiacere lasciamo, puntando la depressione della cresta dove terminerà la nostra escursione ed inizierà la scalata della cresta Nord. La raggiungiamo (Passo del Diavolo, q.ta 2600) alle 7.45 e la vista sul versante valtellinese è impressionante: l’enorme cuneo roccioso del dente di Coca troneggia sulla lunga e tormentata cresta che dall’invisibile punta di Scais scende verso la quiete della Valle Tellina, passando per la Cima del Lupo, le cime di Caronno, il Pizzo Scotes e degli Uccelli fino agli ultimi presidi di Rodes e S. Stefano. Mi luccicano gli occhi pensando a Zeno con cui l’ho percorsa integralmente. 
Sto bene, ho voglia di muovermi e scoprire, e inizio a salire mentre  Billy si isola per privacy fisiologiche e Ste s’imbraga. Salgo solo e felice lanciando occhiatacce ai miei soci che si son scelti la parte migliore e chiaccherano tranquilli al Passo. Nuoto sulle facili rocce che oppongono scarsa resistenza cercando qualche passo di primo grado mentre l’enorme cresta di Valmorta si dispiega oltre il vuoto che ci separa. I miei soci son partiti e li fotografo minuscoli nell’immensità rocciosa del crestone che li avvolge. Oltre la quinta rocciosa appaiono le dentellate creste di Arigna e poco dopo la lontana cima Nord del Coca a segnare quasi il termine delle nostre aspirazioni. Mi fermo ad osservare e studiare la linea migliore sotto la torre finale: lieto d’ essere in montagna con due fra i miei migliori amici. Raggiungo la cresta di sinistra e prendo facilmente a seguirla in direzione del suo punto più alto. Mi sorprende la presenza di una bellissima Margherita Alpina che solitaria come me, sottolinea l’aspetto materno della montagna in mezzo a tanta severità ambientale.                               Alle 8.15 raggiungo l’ometto di cima della quota 2827 primo punto orografico di questa lunga cresta e ne osservo il proseguio in tutte le sue punte: tante! Non vedo gli amici e poi eccoli emergere tra gli spuntoni e inizio a fotografarli. Li aspetto in cima e poi via a scendere dall’altra parte in versante Valmorta con i primi due laghi che fanno capolino nel deserto roccioso.                     Sono davanti e scelgo una linea intermedia fra la cresta che mi sembra particolarmente accidentata e l’attenzione a non perdere troppo quota. Diciamo che tento di seguire la linea più facile in mezzo agli sfasciumi che traversiamo cercando i raccordi erbosi dove lo scarpone poggia un poco meno instabile. Sono i miei  terreni, dove il camoscio che mi ha partorito in forma umana esprime il meglio delle sue doti alpine. Ste e billy restano indietro e li immagino lamentarsi del percorso che scelgo. Raggiungo la cresta e poi disarrampichiamo fino ad un intaglio dove fotografo e seguo con un poco di apprensione la loro discesa. Ancora studio la situazione e ancora scelgo una linea mediana, toccando una sorta di passetto ai piedi di un torrione. Il terreno è facile ma sgarruppato e un poco esposto e Billy manifesta disappunto perché non rispettiamo la linea di cresta. Davanti a noi la breccia che dobbiamo raggiungere e la Punta Centrale che dovremo risalire attraverso il primo punto chiave dell’ascesa. Visualizzo la linea di raccordo ma conscio delle lamentele di chi mi segue la abbandono perché l’attraversamento delle placche un poco troppo insidiose che ci attendono solleverebbero troppe rimostranze. Retrocedo, recupero un piccolo poggio erboso dal quale mi ero abbassato e salgo più facilmente fino a raggiungere nuovamente la linea di cresta. Siamo esposti su entrambi i versanti e mettiamo mano alle diverse relazioni: come sempre su questo tipo di terreno linee diverse complicano la scelta anziché suggerirla in modo univoco. Un passo esposto sul crinale e una difficile risalita alla torre che ci si para innanzi è la linea più diretta e scendere ai ghiaioni basali per poi risalire alla breccia l’opzione ormai tardiva. Scegliamo di scendere la parete abbastanza precipite a sinistra del rotto canalino che con seguente breve traverso a destra, va poi ad imboccare il canalino franoso che risale infine facilmente al punto che dobbiamo raggiungere. Disarrampichiamo con attenzione la roccia di pessima qualità che ci regala il mondo Orobico e che ormai ho imparato ad amare dopo averla tanto accarezzata. Si scala con dolcezza, come nel fare l’amore, evitando movimenti. troppo bruschi o violenti. Fotografo gli amici da sotto: non cè che dire, è bello verticale ma per fortuna generosamente appigliato con passaggi abbastanza costanti attorno al II° grado. Atterrano sani e salvi e ci portiamo risalendo scomodi sfasciumi  alla base della bella placca liscia che dobbiamo affrontare: il lasciapassare obbligatorio per accedere alle sommità della montagna. Sono le 9.30 e tutto va bene. E’ un posto fantastico, porto di mare tranquillo tra cime tempestose che come onde di burrasca s’alzano pietrificate ovunque, sopra e attorno a noi. Scatto foto a memoria: la scura placca sopra di noi, il dirupo accidentato che scende fino alle ghiaie sottostanti, la cresta di Valmorta che si stende nel cielo con la sua suadente e irresistibile orizzontalità, la torre dalla parte opposta e su cui saremmo potuti salire, servita a metà da un cordone arancione attorno ad un sasso e dal quale ci saremmo calati dove siamo ora.                           I miei amici mi investono dell’onore di provare la placca e decido di provarci senza stare a calzare le scarpette che per precauzione ho messo nello zaino. Il primo passo per alzarsi, protetto, è duro e per non perder tempo mi isso tirando il rinvio posizionato nel chiodo; mi alzo puntando lo scarpone su un piccolo intaglio e sono al passo decisivo per uscire dalla placca. Studio il passaggio per alzarmi direttamente ma manco di decisione e propulsione ritornando al piccolo intaglio.                          Ste mi suggerisce di spostarmi a destra ma l’esposizione mi frena, poi vedo un chiodo e la certezza della scelta rende tutto più facile e dopo essermi assicurato esco velocemnte salendo su terreno più semplice fino alla descritta cengia da dove, attrezzata la sosta su spuntone, recupero fra i complimenti i soci che mi raggiungono. Seguiamo la cengia verso destra e siamo alla base di una bella parete che sale decisa verso l’alto. Supero un masso sul quale è avvolto un cordone del color del cielo e che può servire per superare la placca in discesa o come sosta per assicurare la scalata. Ste da sotto mi scatta un paio di foto bellissime dove il mio corpicino sparisce nell’immensità della montagna. Salgo libero su difficoltà di II°, la roccia  ottima e mi sposto vs la cresta a sinistra ma le difficoltà arrivano al terzo: placche bellissime ma che non concederebbero errori. Ste è dietro di me, concordiamo per traversare a destra e con qualche passetto un pochino più teso recuperiamo la frattura nella roccia che sale più facilmente verso la fine delle difficoltà. Billy rimasto un poco indietro si trova pericolosamente a sinistra  e dopo averlo invitato a correggere la rotta, riprendo a salire per non guardare. Alle 10.30 con sollievo, li vedo sbucare entrambi sulla cresta sommitale che aerea ma facile sale discontinua oltre la Cima della Torre Centrale (q.2885). Li riprendo avvicinarsi e cimentarsi nei continui spostamenti lungo il filo che la cresta richiede per mantenere il fragile equilibrio sopra l’abisso. Mi attende una verticale discesa ma vedo appigli e disarrampico su terreno quasi verticale ma per fortuna generoso di appoggi. Qualche minuto più tardi un nuovo torrione sale davanti ai miei occhi e lo raggiungo 15 minuti dopo. Vedo dall’altimetro che siamo già a quota 3000 ed esulto inconsapevolmente perché credo che siamo già in cima ma poi Redorta Scais e tutta la loro immensa muraglia rapiscono la mia attenzione con il Dente di Coca che esce dall’allineamento e converge verso di noi attraverso le creste di Arigna. Davanti torrioni indefiniti lasciano scorgere comunque la non lontana Cima Nord di Coca. Improvvisamente mi giro e vedo emergere Ste in cima alla torre che ho poco fa disarrampicato. Prospettiva meravigliosa, sembra stare in cielo con le rocce che precipitano ai suoi fianchi e gli ordino di fermarsi proprio sulla cresta superiore per aumentare l’effetto aereo. Poi arriva Billy e li fotografo insieme stagliati contro il cielo. Gli urlo che gli appigli ci sono e li guido nell’impegnativa discesa di cui fisso i passaggi più spettacolari. Scatto foto spettacolari della loro impegnativa disarrampicata e dieci minuti dopo (superato anche aggirandolo a sinistra un grande masso sulla cresta) mi raggiungono sul poggio che scende leggermente verso un’anello di calata. Oltre appare un vuoto che sembrava non ci fosse.Se ne vede uno anche poco più sotto su un’altra vicina torretta e un’altro ancora laterale sulla cima di una torre a sinistra. Cordini ovunque per una situazione difficile da decifrare. Comunque sono pronto e alle 11.15 inizio a calarmi dalla torretta che precipita decisa ad un intaglio di cresta dal quale poi un quarto d’ora dopo, recuperata la corda,risaliamo insieme e velocemente al secondo e molto ingegnoso sistema di calata, realizzato con due cordini uniti e che lavorano insieme, una volta caricati, per mettere in sicurezza la calata. Mi viene in mente Zeno e verifichiamo come fossimo esperti il funzionamento sincrono del sistema. Entrambi i cordini si possono sfilare dalle pietre attorno alle quali sono fatti girare. Guardo oltre e non riesco a capire perché ci si debba calare e poi apparentemente risalire la torretta sulla quale sta il terzo cordino. Le relazioni non sono chiarissime e ci lasciano i nostri interrogativi. Perdo sicurezza anche perché non vedo dove arriva la seconda calata e non capisco perché non possa arrivare direttamente a terra. Chiedo a Ste più esperto nelle manovre di corda se se la sente di scendere lui per primo e mi risponde affermativamente deciso. Lo guardo curioso calarsi nell’anfratto di cui non vediamo il punto di arrivo. Poco dopo ci rassicura gridando terra e che ha davanti una fessurina che coincide con quanto affermava la relazione.   Lo raggiungo poco dopo e tutto diventa lampante. Siamo in una sorta di canalino fra le due torrette e scendere direttamente da qui non si può perché la scarpata sottostante scende molto decisamente e un lastrone roccioso cosparso di detrito e molto inclinato, creerebbe molti problemi per la sua risalita e oltretutto servirebbe una corda più lunga per la calata. Arrampicare la torretta successiva invece permette di spostarsi verso sinistra e potersi calare più brevemente e vicini alla breccia che dobbiamo raggiungere e soprattutto su terreno più semplice. Cercare di tenersi in questa calata un poco a destra per non atterrare troppo bassi nel canalone detritico, eventualmente facendosi aiutare dal compagno già arrivato. Ste nel frattempo sta davanti alla fessurina descritta di 4° nella relazione, e ha già deciso che l’affronterà e sta provando a piazzare un friend. Ste è tornato e ne sono contento!  A mezzogiorno l’amico è ben assestato nella fessura e come un gatto Ste la risale avvisandoci immediatamente dopo che possiamo seguirlo entrambi legati alla stessa cordina. Fotografo Billy risalire svelto la fessura e poi mi cimento a mia volta: più semplice del previsto, non oppone difficolta che secondo me stanno sul III°+. Bel movimento tecnico con le dita saldamente nella fessura e i piedi che fanno aderenza e appoggio sulla placca circostante. Dall’ultima calata, si lancia Billy con la corda che arriva sugli sfasciumi sottostanti. Dice di aver rischiato la vita dopo essersi liberato dalla corda e scendo un poco preoccupato: forse la tensione  e l’impervietà del terreno, gli han giocato un brutto scherzo e lo raggiungo facilmente risalendo alla breccia dove sta consultando la relazione. Alle 12.30 parto di slancio su per il canalone sfasciumato che punta verso il cielo e la cima. Ho ancora forze ed entusiasmo e salgo velocemente affrontando gli ennesimi su e giù della cresta ora soltanto scomodi ma non più difficili od esposti. Sulla soglia della cima attendo i miei amici e insieme facciamo gli ultimi passi verso quella croce (q.3052, Pizzo Coca, h 12.45) raggiunta tante altre volte ma mai da questa direzione. Uno sguardo ammirato e una sommessa preghiera alla scogliera di Scais vera cattedrale per noi devoti e praticanti il culto della montagna e poi gli occhi prendono a seguire l’infinita cresta che abbiamo percorso e che ora si staglia contro il cielo come un’arabesco sapientemente realizzato e che si snoda fra le innumerevoli torre e torrette che abbiamo dovuto salire e scendere. Grazie. Dopo gli abbracci e i complimenti, riparte immediata la discussione mai accantonata sul versante da cui scendere: io in fissa con la cresta Est, loro che ne hanno abbastanza, propensi a scendere dalla normale. Sono sereno e chiedo loro se non hanno problemi a che io scenda da solo con la corda. Facci pure, mi rspondono. Il concitato confronto, è rotto da uno strano crepitio di cui non capiamo l’origine: quando poi ci troviamo tutti e tre a fissare la croce, l’arcano è svelato. C’è un forte campo elettrico e il metallo della croce “canta”: sembra stia friggendo. Ci spostiamo un poco per mangiare qualche dolciume e intanto io scendo a vedere la partenza della cresta Est rinvenendo subito entusiasta un grosso ometto. I peli del braccio però mi si rizzano e quando mi appoggio alle rocce con le mani, percepisco uno strano sfrigolio. Torno dagli amici e anche loro mi raccontano delle stese sensazioni. Il pensiero vola veloce attraverso il tempo e lo spazio e mi ritrovo sul ghiacciaio del Castore nel bel mezzo del bombardamento sonoro e luminoso cui fui e fummo sottoposti in quel giorno di paura. Mi sembra un poco di andare a cercarmela pensando di fare una cresta esposta con queste condizioni climatiche e allora decido di desistere dal mio progetto. Ci fermiamo in vetta solo un quarto d’ora ed iniziamo fra i camosci che appaiono un poco ovunque a scendere verso la Bocchetta che non a caso porta il loro nome. Disarrampichiamo i saltelli della via normale e poi giro un sequel ad una mamma camoscio che indisturbata bruca l’erba allungando il collo proprio sotto di me e che mostra nascosto dietro due rocce solo il capo con cui ogni tanto si nutre e talvolta mi fissa con uno sguardo tipo: “mai viso un camoscio mangiare”?          I suoi occhi color ambra fissano i miei. Sguardi. Incontri. Ci si riconosce. Senza parole. Accanto, il suo cucciolino pare essersi incrodato e non saper più cosa fare...sembra chiedermi aiuto mentre mi avvicino a fissare il suo sguardo smarrito, poi con un balzo verticale scende il metro verticale e si riassesta tranquillo poco più sotto come avesse solo respirato. Alla bocchetta (q.2720, h 14) altri camosci, oltre ai due appena osservati, giocano fra loro e litigano incuranti del nostro arrivo. Incontriamp più sotto un grande vecchio maschio dalle corna lunghe e poi sotto di noi la macchia verde del laghetto di Coca che raggiungiamo poco dopo le 15 sotto un acquazzone che si è scatenato insieme ai tuoni che rombano lontani oltre il muro di Scais. Scherzo con due ragazze incontrate a salire sotto la pioggia, con la prima che sbianca quando le chiedo se sta andando al lago a meditare e mi risponde “ ma tu come fai a saperlo”? Entrambe in ora d’aria dal lavoro al Rifugio sottostante dove bagnati come pulcini entriamo mezz’ora dopo soffermandoci per quasi n’ora a scherzare con altre due ragazze. Quando ci invitano al tavolo per giocare a carte, è il momento per cortesemente rifiutare e prendere sotto un aleggera pioggerellina la via della valle. Sale il calore e la pausa nella pozza del Serio da miraggio diventa realtà alle 17.30 quando in mutande mi immergo completamente nelle acque fredde e rigeneranti. Successive immersioni abbassano la temperatura salita pericolosamente a livelli di guardia. Che pace, che bellezza, anche se le temperature elevate hanno trasformato questo luogo da sempre idilliaco e isolato in un lido quasi affollato. Segno dei tempi e del termometro.                                                                                          Foto1 elevazioni della cresta nord Foto 2  ste e billy sulla torre  Foto 3 trio di vetta
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         <title>31/08/2026 - Traversata dal Passo Pila al Gleno [ Federico ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7284</link>
         <description>Tratto dal Libro delle MONTAGNE PROLETARI di Giacomo Rovida
INTRODUZIONE
Superba traversata su alcune delle montagne che fanno da corona alla conca del Barbellino. L’ambiente è selvaggio e impervio e, tolto il Monte Gleno, pressoché poco o per nulla frequentato, soprattutto dal versante Valtellinese. Un itinerario imperdibile dove muoversi per ore e ore su creste esposte e dove stare attenti con un panorama di prim’ordine sui “giganti” delle Orobie.
PUNTO DI PARTENZA
Dal Passo dell’Aprica scendere in Valtellina e  seguire la strada che scende e porta in località Ponte Ganda 915 mt, dove una strada si inoltra in Val Belviso e raggiunge il parcheggio di Ponte Frera 1373 mt passando per diverse località.
AVVICINAMENTO
Dal parcheggio si segue la strada che in breve porta ai bordi del lago di Belviso e lo si circonda tutto fino a reperire il sentiero verso l’omonimo passo che parte proprio in fondo alla valle. Fino a qui è possibile giungere in MTB dimezzando i tempi di percorrenza. Superato il primo balzo roccioso della valle ci troviamo a Malga Pila 2010 mt dove abbandoniamo il sentiero principale e continuiamo per sentiero più rado verso destra fino a trovare una traccia che si inerpica su un ripido pendio erboso e che conduce, con percorso faticoso e poco tracciato, al Passo di Pila 2513 mt

DESCRIZIONE DELL’ITINERARIO
Dal passo si sale per un ripido pendio erboso portandosi sulla cresta Est del Pizzo Strinato. Nonostante le difficoltà siano contenute la cresta è sempre esposta e necessita una certa dimestichezza per essere percorsa in tranquillità. Una paretina di III+ è il tratto più impegnativo, poi si continua cavalcando la dorsale un po’ versante Belviso, un po’ versante Barbellino.
Raggiunta la cima del Pizzo Strinato 2833 mt, si scende facilmente e si punta al Monte Costone che si raggiunge per cresta rotta e sfasciumi senza particolari difficoltà 2834 mt. Riprende il viaggio e scendiamo per la normale (segnalata) del Monte Costone fino a portarci al colletto col Monte Trobio dove riprendiamo a salire per cresta rocciosa e lunghe placche di roccia adagiata divertentissime.
Siamo in cima al Trobio 2865 mt e ci aspetta uno dei punti più delicati della traversata. Dobbiamo scendere l’impegnativa cresta Sud, molto esposta, cercando i passaggi più semplici e tenendoci sempre lungo il versante valtellinese. Man mano che si scende la cresta si fa più facile fino a diventare elementare incrociando la normale che sale al Monte Gleno 2883 mt, la cui cima si raggiunge senza nessuna difficoltà.
Tornati a ritroso verso la selletta tra Gleno e Glenino (volendo raggiungibile in maniera elementare) ci portiamo lungo la cresta Sud Est che degrada verso il Passo di Belviso e la Valle del Gleno. Questa cresta è molto panoramica e divertente, offre passaggi di disarrampicata e tanti tratti camminabili, tutte le difficoltà si superano sul versante valtellinese fino a giungere al Passo di Belviso 2578 mt.
DISCESA
Dal passo ci abbassiamo seguendo le indicazioni per la diga di Belviso lungo tracce di sentiero su ghiaioni e, in breve, ci colleghiamo al sentiero che dal Rifugio Taglieferri porta verso Malga Pila. Non ci resta altro da fare che ripercorrere il sentiero a ritroso fino al parcheggio. ( dal passo Belviso)

IN PIU AGGIUNGO: - AVVICINAMENTO CON BICI (12 KM TRA ANDATA E RITORNO
-	 ABBIAMO LASCIATO CORDONE PER DOPPIA (15 M) IN DISCESA DAL TROBIO.
Partecipanti: Stefano ed io
Sviluppo: 25 Km (di cui 12 con bici) 
 Foto 1. L’itinerario da Google Earth
Foto 2. La cresta percorsa
Foto 3. Il tratto di cresta più difficile affrontato in discesa dal Monte Trobio
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         <title>30/08/2026 - Punta Ellen via spigolo Brunet [ vice72 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7280</link>
         <description>Ambiente spettacolare intorno al Bivacco Minazio 
Noi siamo saliti bei carichi con acqua e cibo. arrivare al bivacco presto perché è molto frequentato 
La vista spazia tra Cima Lastei Cima del Coro e cima del Conte e proprio dietro al bivacco si vede punta Ellen raggiungibile in 40 Min.
Salita di stampo alpinistico zero chiodi sui tiri e si integra bene con clessidre e Friends. Le difficoltà sono sempre costanti e la roccia quasi sempre buona.
In internet si trova molto poco forse non è  spesso ripetuta per il poco materiale in loco . Allego tra le foto la relazione di versante sud.
Gli ultimi 3 tiri li abbiamo evitati uscendo sulla via Franceschini mantenendo il grado della parte inferiore uscendo girando lo spigolo verso destra andando alla base di un diedro nero .Bella avventura ottima per chi vuole fare allenamento nel piazzare protezioni mobili.
Accesso dal bivacco in 40 Min
Via fatta con il Raffa (che mi ha traghettato) in 7 h
Discesa in 2 ore al bivacco seguendo dalla cima gli evidenti ometti che portano sul versante opposto alla salita a reperire una calata di 50 metri che deposita nel canale da seguire facendo altre 2/3 doppie da 30 metri

più altre 2 ore alla macchina
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      </item>
      <item>
         <title>30/08/2026 - Traversata Pizzo del Becco 2507 - Corno di Sardegnana 2450 - Monte Torretta 2543 [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7282</link>
         <description>Itinerario difficilmente classificabile tra escursionismo &quot;estremo&quot; e alpinismo facile, percorrendo integralmente il filo di cresta e la ferrata del Becco senza utilizzo di catene, vi sono bei tratti di arrampicata di 2° grado e qua e la qualche passagino di 3°, sempre su roccia ottima. Il Corno di Sardegnana l'ho salito per la placca e disceso per il buco ( molto suggestivo ), delicato il canalino che riporta sulla cresta del Torretta. Quest'ultima attenendosi scrupolosamente al filo di cresta presenta ancora dei tratti di arrampicata interessanti. Bellissimo giro ad anello.</description>
      </item>
      <item>
         <title>29/08/2026 - Pizzo Diavolo di Tenda 2912 m , cresta Baroni [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7281</link>
         <description>L'obbiettivo della giornata era la Punta Osvaldo Esposito, ma i nubifragi della notte ci spingono al piano B. Giornata bella intensa , avvicinamento dal Calvi, salita della cresta Baroni, ancora bella umida e rientro dal rifugio Longo, 2100 m di dislivello complessivo e non meno di 25 km di sviluppo. La cresta è discontinua ma divertente su roccia che richiede un minimo di attenzione , difficoltà costanti di 2° grado qualche passaggio di 3° e un bel camino di 4° con 2 ch. ( purtroppo oltre le difficoltà ). Una classica orobica. Bellissima escursione con Marco </description>
      </item>
      <item>
         <title>26/08/2026 - Aiguille Pierre André ( Alta valle Ubaye ) via Les marmottes Givrée  [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7283</link>
         <description>Bellissimo e solare ( quando resta ) itinerario, su ottima quarzite, molto verticale , ma ottimamente appigliata. Difficoltà omogenee, ma con un tiro chiave non banale anche per la conformazione della roccia. Chiodatura ottima ed abbastanza ravvicinata. Grandissima classica della regione, che si trova in un vallone paesaggisticamente stupendo. Bellissima escursione con Ivana.</description>
      </item>
      <item>
         <title>25/08/2026 - Lauze Roberte, via Les rides à Roberte [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7279</link>
         <description>Struttura di placche non particolarmente imponente vista da sotto, l'interesse principale dell'escursione è la qualità eccezionale della roccia ( calcare iper compatto a rigole ) e l'ambiente in cui è incastonata. La via è molto facile ma estremamente divertente ideale per l'iniziazione alle vie lunghe. La vegetazione presente in parete non disturba affatto la progressione. Altra bellissima escursione, con Ivana dopo una notte non del tutto riposante ( Temporale che ha inondato la tenda, costringendoci a rifugiarci in macchina ). La via ha uno sviluppo di circa 350 m x 8 Lunghezze.</description>
      </item>
      <item>
         <title>23/08/2026 - Triangolo della Caprera 2743m , via Angelo Gaido [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7278</link>
         <description>Trasferta agli antipodi, nella sempre bellissima Val Varaita. Scegliamo la via classica per antonomasia del Triangolo della Caprera, una delle strutture rocciose più significative della zona Monviso. L'itinerari si svolge seguendo una sottile linea di fessure che incide questo spettacolare scudo di placche. Roccia ottima, lunghezze sempre interessanti e chiodatura abbondante sono gli ingredienti del suo successo ( meritato per altro ), soste a fix predisposte per le calate ed un veloce rientro. Sviluppo della via 11L x 400 m.  Avvicinamento non breve, ma estremamente bucolico nel vallone di Vallanta. 
bellissima escursione con Ivana.</description>
      </item>
      <item>
         <title>19/08/2026 - Punta die Larsei 2900 m, via Leviti/Nemela [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7277</link>
         <description>Vista la bella giornata e l'affollamento imperversante, optiamo per questa meta più appartata. Bellissimo itinerario di stampo prettamente alpinistico, con percorso abbastanza contorto ( molti traversi esposti, penso che Ivana confermi ), ma tutto sommato molto logico, che si insinua a cercare i punti deboli della parete. Chiodatura buona alle soste, dove è quasi sempre presente almeno uno spit. Sui tiri a volte corretta altre più rarefatta. La roccia l'abbiamo trovata in generale buona con alcuni brevi tratti ottima, che richiede comunque di essere sempre verificata, un po' di detriti sulle cenge a cui bisogna prestare attenzione. Come accennavamo un'itinerario dal sapore assolutamente alpinistico, molto consigliabile e da non sottovalutare. In compagnia di Ivana, oggi in grande spolvero, che ha tirato fuori la grinta, sui numerosi e non facili traversi. </description>
      </item>
      <item>
         <title>19/08/2026 - Punta Clarì - via Supercalcaire [ Drago di lago ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7272</link>
         <description>Bellissima via del Michelin del 1996, attrezzata con piastrine artigianali (nel buco non ci stanno 2 moschettoni) ma con tasselli ancora in ottimo stato. La distanza tra le protezioni richiede un buon ingaggio, ma è (personalmente) quasi sempre corretta e sempre sicura. Sono presenti delle frecce blu che aiutano a trovare facilmente la via sia per l'avvicinamento che lungo lo svolgimento dell'arrampicata. La roccia è magnifica, ma fare sempre attenzione nei punti in cui risulta essere meno compatta. Fare attenzione a non smuovere sassolini dalle cenge su cui quasi sempre si fa sosta.

Parcheggiare allo spiazzo del Ponte Piccola Dora.

Opzione d'avvicinamento 1) Da qui seguire la strada sterrata che diventa sentiero da cui si raggiunge in una decina di minuti l'attacco della ferrata. Salire l'estetica e divertente ferrata e proseguire lungo il sentiero di raccordo che porta alla seconda parte, fino a raggiungere un canale ghiaioso che si risale sulla destra (freccetta blu) giungendo alla targhetta con l'attacco della via. (50 min.)

Opzione 2) Seguire la strada sterrata che diventa sentiero e prendere un bivio a sinistra segnalato da una freccia blu su un sasso, evitando la ferrata. Questo sentiero si ricongiunge a quello che raccorda la fine della prima parte di ferrata alla seconda. Da qui, come prima, proseguire fino ad un canale ghiaioso che si risale sulla destra (freccetta blu) giungendo alla targhetta con l'attacco della via. (50 min.)

La via è sempre ben indicata, impossibile sbagliarsi. Sui passaggi più duri bisogna essere decisi, non si può azzerare, ma a parte lo strapiombino del terzo tiro dove serve un po' di forza, il resto della via richiede una buona tecnica di movimento senza bisogno di forzare di braccia e c'è sempre tutto quel che serve per risolvere i passaggi. Il carattere della via lo si capisce sin dal primo tiro, Michelin è una garanzia!
Tempo di salita della via 5-6 ore

Discesa
(consigliata) La via porta agevolmente in cima alla Punta Clarì dove termina anche la ferrata che segue costantemente sulla sinistra il percorso d'arrampicata (gli ultimi 20 metri in uscita si fanno sulla ferrata). Dalla cima seguire un sentierino che porta a breve ad un cartello che indica la direzione di discesa, risalendo verso i ruderi della trincea di guerra e scendendo verso il pratone con gli impianti di risalita da sci. Da qui si segue la carrozzabile a sinistra del laghetto artificiale che sale dal paese fino a prendere una traccia che scende per il pratone finale a destra del quale, in fondo, si giunge al sentiero scalinato che scende nella stupenda gola di S.Gervasio con il ponte tibetano più lungo d'europa. Dal fondo del Canyon si segue il bel percorso lungo il fiume che riporta alla maccchina (50 min. dall'uscita della via alla macchina).
Possibilità di calarsi in doppia dalla via (in caso di necessità), facendo molta attenzione a non smuovere sassi.


Consiglio di consultare il sito Altox.it per l'ottima relazione grafica, e Gulliver.it per le tante relazioni presenti e per eventuali ultime novità.</description>
      </item>
      <item>
         <title>18/08/2026 - Sasso Pordoi 2952 m, via Gross [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7276</link>
         <description>Si parte per la campagna dolomitica, che purtroppo sarà di breve durata. Percorriamo questa bella super classica ( segni del tempo ben presenti ) sul Sasso Pordoi, che regala un arrampicata molto divertente varia e su roccia da buona ad ottima, chiodatura a grossi fittoni alle soste, ben più rarefatta sui tiri, dove è d'obbligo sapersi proteggere con friends e dadi.
Unico neo, se vogliamo definirlo tale è la presenza della funivia , ci si sente molto in vetrina ed il grande affollamento sui sentieri di discesa. Giornata freddina a dispetto del periodo, praticamente sempre coperto con una discreta brezzolina.
Comunque una bellissima escursione in compagnia di Ivana.</description>
      </item>
      <item>
         <title>18/08/2026 - Punta Clarì - via a 2 pieds d'Ibarus [ Drago di lago ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7273</link>
         <description>Via di buono sviluppo, un po' discontinua, ottimamente chiodata a fix con distanza quasi da falesia, con tre lunghezze davvero meritevoli (6-7-8) su rocia fantastica, e altre meno interessanti e su roccia non sempre solida (attenzione in particolare al 10° tiro), ma comunque in ambiente sempre severo, nonostante lo scarso avvicinamento, e spesso su cresta aerea. Una perfetta introduzione alla Punta Clarì, nell'insieme decisamente più abbordabile della più gettonata (e più bella) Supercalcaire. 

Parcheggiare allo spiazzo del Ponte Piccola Dora.
Da qui prendere il sentiero che fiancheggia il fiume e dopo circa 25 metri dall'ultimo tavolo in legno da picnic prendere una traccia sulla sinistra che sale lungo il bosco segnalata da un ometto, cercando di puntare sempre leggermente a destra faccia a monte. In qualche minuto si perviene ad un largo canale ghiaioso da attraversare poco sopra in un punto accessibile. Rimontare faticosamene il versante fiancheggiando il canale fino a pervenire alla parete. Da qui, poco più sotto, si nota una traccia che costeggia in orizzontale sulla destra la parete e in pochi minuti, superando altre vie, si giunge all'attacco segnalato da una placchetta sulla roccia. 40 minuti circa dalla macchina.

La relazione dei singoli tiri si può consultare su Gulliver.it.
Mi riservo di dare qualche dritta alla relazione:
1) riguarda la sosta al termine di L5 da fare su albero (non sono presenti cordoni), che si potrebbe invece attrezzare andando direttamente alla base del diedro della lunghezza successiva che si trova costeggiando a sinistra la roccia, ove c'è un solo fix ma che è facilmente integrabile facendo una clessidra nella fessura con sasso incastrato alla sua destra. 
2) occhio che L6 finisce al termine della rampa/diedro, dove c'è un albero su cui bisogna attrezzare la sosta (sarebbe stato a mio parere più corretto aggiungere un secondo fix all'inizio della parete successiva che è a 3 metri dall'albero)
3) il boulder su L9 con cordone è bello secco (6a+)
4) L10 è molto estetico ma su roccia a scaglioni molto delicata...dopo i primi 2/3 fix della linea originale (che sta a sinistra) si vede un tassello senza piastrina: non preoccuparsi perchè salendo alla sua altezza, se si guarda a sinistra un po' nascosto dietro la roccia c'è uno spit! Non ho seguito la linea alternativa di destra che comunque si ricongiunge dopo qualche metro a quella di sinistra, ma probabilmente è su roccia migliore. 

Sulle soste non ci sono anelli di calata per le doppie, quindi una volta che si decide di intraprendere la via è necessario salirla fino al suo termine.

Tempo di salita della via 5-6 ore

Discesa.
Dalla cima seguire un sentierino che porta a breve ad un cartello che indica la direzione di discesa, risalendo verso i ruderi della trincea di guerra e scendendo verso il pratone con gli impianti di risalita da sci. Da qui si segue la carrozzabile a sinistra del laghetto artificiale che sale dal paese fino a prendere una traccia che scende per il pratone finale a destra del quale, in fondo, si giunge al sentiero scalinato che scende nella stupenda gola di S.Gervasio con il ponte tibetano più lungo d'europa. Dal fondo del Canyon si segue il bel percorso lungo il fiume che riporta alla maccchina (50 min. dall'uscita della via alla macchina). </description>
      </item>
      <item>
         <title>14/08/2026 - Undertalerstock 2800 m, parete Est [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7271</link>
         <description>Piccola ma slanciata struttura che si trova sopra la strada per il Sustenpass ( salendo versante bernese ). La via molto carina è purtroppo assai breve ( 5 tiri ), ma il contesto circostante, di una bellezza impagabile la rende un'escursione da non perdere. Si sale con un'avvicinamento di circa 1ora e 30 e si arrampica al cospetto dei ghiacciai del Sustenhorn, una volta arrivati in cime la vista si apre improvvisamente sui giganti calcarei della catena Wenden - Titilis , un contrasto forte tra due mondi opposti. Al solito il dislivello indicato si riferisce all'intera gita, la via ha uno sviluppo di circa 200 m. Roccia ottima e tiri tutti interessanti , chiodatura a fix distanziata, soste con anello di calata. Discesa facile sulla cresta O e tre corde doppie da 25 m sul versante di salita. Bellissima escursione con Bob &quot; Fido &quot; Bottarga</description>
      </item>
      <item>
         <title>14/08/2026 - Monte Miaron [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7269</link>
         <description>analone veramente in pessime condizioni. Viene giù tutto.Cresta bella esposta ma divertente.Paretina finale abbastanza delicata da disarrampicare.Panorama superbo. Incontrata una coppia locale in vetta.</description>
      </item>
      <item>
         <title>13/08/2026 - Falesie di Avostanis [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7268</link>
         <description>Salite le vie Pocahontas 5a,Jojo 4c, e Zeno Putrello 5a.
Si perviene alla Falesia tramite strada sterrata che conduce al lago di Avostanis appena di fianco del passo del Pramosio che scende in Austria.
Nonostante il caldo , l a brezza proveniente da lago aiuta molto.
Ovviamente dopo le 14.00 diventa abbastanza problematica.
Il conseguente bagno nel lago corrobora la discesa alla malga dove una ottima Augustiner sancisce la perfetta riuscita di una bella giornata in montagna, lontano dalle mete classiche.</description>
      </item>
      <item>
         <title>12/08/2026 - Ricci-Tagliabue [ merenderos ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7290</link>
         <description>Via dalle difficoltà e chiodatura classica. Ambiente solitario e selvaggio. Necessari dadi e friends ed eventualmente martello e chiodi. In via poche protezioni, ma la roccia è ben proteggibile (a parte la placca dell'ultimo tiro)
Da Pont del guat raggiungere il rifugio Miller. Proseguire lungo il sentiero oltre il rifugio e poco oltre il lago prendere il sentiero verso sinistra che attraversa la piana e porta a salire in direzione del ben visibile passo del Miller (1.45h). La cresta attacca a sinistra dal passo (viso a monte)
L1: Salire per facili roccette e poi superare una fessura verticale sulla sinistra che porta in cresta. Sostare sopra su spuntone (IV+)
L2: Traversare a sinistra e poi scendere la placca fessurato fino alla forcella dove si sosta(cordino per eventuale moulinette) (IV)
L3: Superare un muretto a scaglie e poi la successiva placchetta fino a sostare sulla sommità del gendarme (III+)
L4: Disarrampicare fino alla sottostante depressione (III)
L5: Traversare alcuni metri e salire il successivo salto (IV) fino alla sommità della cresta, traversare in Dülfer a destra e sempre in traverso su roccia rossastra a blocchi (III+) raggiungere la sommità del gendarme. La sosta si trova sul lato opposto del gendarme, per la calata successiva
L6: Calarsi una decina di metri fino alla forcella sottostante
L7: Salire sopra la sosta e poi obliquare leggermente verso destra per vincere la placca. Continuare su blaze più semplici fino ad un grosso tetto sulla sinistra della cresta dove si sosta comodamente su frinds (V-)
L8: Traversare a destra e poi salire stando almeno una decina di metri sotto il filo della cresta su balze un po' erbose ad un grosso canale. Scendere la placca fino ad arrivare dentro il canale, dove si trova una sosta su masso (che si utilizzerà per calarsi al rientro nel canale). Se si sta sul filo di cresta si arriva ad un cordino blu dal quale è possibile fare una calata ed arrivare alla sosta dentro al canale (IV)
L9: Salire la placca successiva (improteggibile se non con chiodi), fino al suo termine. Da qui a sinistra per erba si arriva ad una sosta su pilastrino che segna il termine della via (IV)

Da qui per cresta si può arrivare fino alla vetta della cima Prudenzini (soluzione non verificata)

DISCESA: dalla sosta calarsi nuovamente nel canale fino alla sosta su cordoni e maglia rapida. Da qui calarsi direttamente nel canale fino ai pendii erbosi della val Salarno (60m - possibile sosta intermedia)
Da qui in 10 minuti verso destra (faccia a valle) si risale al Passo Miller

Foto1: la cresta
Foto2: la calata di L6
Foto3: L7
 
</description>
      </item>
      <item>
         <title>12/08/2026 - Gross Diamantstock 3162 m , cresta Est [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7270</link>
         <description>Una grande classica di cresta dell'Oberland, non smentisce la sua fama malgrado una certa discontinuità, presenta alcune lunghezze molto belle e dei tratti molto esposti in cresta, non mancano alcune discese non banali. La roccia è generalmente buona a tratti ottima. Discesa da non sottovalutare ed abbastanza esposta consiglio corda da 60m singola per le doppie, per rimanere più sereni. Salita effettuata in 2 gg pernottando al rifugio. Bella anche la valle che si risale per arrivare al rifugio. Panorama stupendo dalla cima sui giganti dell'Oberland Bernese.
Bellissima escursione con Bob &quot; Fido &quot; Bottarga
Il dislivello indicato si riferisce alla somma dei 2 gg, la via ha un dislivello di 400 m , ma uno sviluppo ben maggiore.</description>
      </item>
      <item>
         <title>12/08/2026 - Cima di Terrarossa [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7267</link>
         <description>Discreta ascensione, giornata molto calda.</description>
      </item>
      <item>
         <title>11/08/2026 - Monte Canin [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7266</link>
         <description>Buone condizioni mediamente. Terreno abbastanza sdrucciolevole .passaggi di II</description>
      </item>
      <item>
         <title>10/08/2026 - Falesie passo monte Croce Carnico [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7265</link>
         <description>Fatte vie Bergdohlen Wenn die mule Wolgen Schneesturm tutte di 25 m. E difficoltà 4c 5a</description>
      </item>
      <item>
         <title>09/08/2026 - Cresta Segantini + Traversata Alta Grignone 2409 m A/R [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7264</link>
         <description>Partenza Resinelli ( Soldanella 1340m ) in successione colle Valsecchi , Cresta Segantini , Grignetta 2184 m , Traversata Alta  (A/R , acronimo dai molteplici significati ) Grignone 2409 . 
Per un totale di 2000 m D+ tondi tondi. Bellissima escursione con me stesso.</description>
      </item>
      <item>
         <title>08/08/2026 - Il sale della terra - Monte Freghera [ merenderos ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7289</link>
         <description>Vietta breve ma su ottimo granito in ambiente appartato. La via è protetta, ma qualche friend può risultare utile. Ottime le soste.
Si arriva all'albergo sopra la cascata del Toce, e si parcheggia nel grande parcheggio. Il sentiero parte sul tornate verso destra, appena passata la cascata. Seguire le indicazioni per la bocchetta del gallo.
Salire per ripida traccia su pendio erboso, fino a raggiungere una vecchia strada. Seguire la strada verso sinistra fino a dei ruderi, dove si rirende a salire verso destra. Si supera sulla sinistra un grosso cratere, e da qui il sentiero fa un lungo taglio a mezzacosta verso sinistra, che porta all'alpe freghera di sopra. Si arriva così ad una grande piana erbosa. Qui si deve subito andare a sinistra, e risalire la costola erbosa sulla sinistra (seguendo qualche ometto). Ora si sale seguendo la costola in direzione della parete, ora ben visibile. Per raggiungerla si scende a sinistra, fino al ripido prato sottostante, che porta alla base della parete. La via si trova all'estreme destra (cordino bianco sbiadito alla bese e fix ad una decina di metri 1.30 h)
L1: Salire con passo deciso sulla placca soprastante. Arrivati al primo spit piegare verso destra su placca lavorata fino alla sosta (20m, 5a)
L2: Salire sopra la sosta sfruttando lo spigolo di destra per vincere la placca. Si prosegue sempre su placca delicata fino ad un tettino, dove si traversa per qualche metro verso sinistra. Si sale poi ancora in verticale su terreno via via più facile, fino alla sosta (30m, 6a)
L3:Proseguire sullo spigolo, e poi belle placca verso sinistra (30m, 5c)
L4:Fessura verso destra. Si prosegue su placca e poi arriva a sostare su una cengetta verso sinistra (30m, 5c)
L5:Salire in verticale, superando la parete aggettante su buone prese, fino alla sosta finale poco prima della vetta (50m, 5b)

Discesa: in doppia sulla via

Foto1: L2



</description>
      </item>
      <item>
         <title>06/08/2026 - Presolana Occ. 2521 m , via Bosio [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7263</link>
         <description>Uno dei grandi classici della parete N della Presolana Occ. arrampicata rude e faticosa per diedri e fessure di roccia spesso molto compatta e lisciata, se si escludono i due tiri di arrampicata mista, su roccia gialla bellissima e molto lavorata. La difficoltà massima è intesa in libera, noi siamo passati in parte in artificiale sui gialli. Chiodatura mista abbondante ma spesso da verificare e ormai molto datata, fortunatamente qualche anima illuminata ha rinforzato le soste con 1 fix ed anello e posizionato qualche raro fix sui 2 tiri dei gialli. Nel complesso una via impegnativa e di carattere alpinistico, Discesa per il cengione Bendotti, molto esposta e delicata, fortunatamente anche qui sono stati aggiunti delle soste con anello e dei chiodi che consentono una progressione più sicura, senza banalizzare il tutto. Bellissima escursione con Michele. </description>
      </item>
      <item>
         <title>04/08/2026 - Grignetta, Giro del Fungo insolito [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7262</link>
         <description>Nuova versione, perlomeno per noi del classico giro del Fungo. Nella fattispecie via Corti alla Torre, con 2 calate da 35 m dalla cima, verso la Boga al Fungo si raggiunge l'attacco della via Pilloni, dirimpettaio allo spigolo Boga. Con tre lunghezze si raggiunge nuovamente la cima della Torre. Da qui con 2 doppie da 25m versante N ( come indicato in foto ) si arriva all'attacco della normale al Fungo, con una lunghezza di 30 m si raggiunge la forcella Fungo-Lancia, ove presente la sosta di partenza della via Accademici. Da li ci si cala versante N con una doppia da 60 m, badando bene di fare oltrepassare al nodo di calata in bordo della cengetta, in caso contrario con tutta probabilità si pagherà pegno, come successo a noi ( ossia una bella risalita di 60 m in parte nel vuoto, sui Prusik ).
Risalita del Fungo per la via Erika, doppia da 30 m alla forcella Lancia-Fungo, indi via degli Accademici per raggiungere la Lancia. Poi 2 doppie finali da 20m ci depositano al sentiero alla forcella Lancia-Campalinetto. Giro magnifico, su vie bellissime e roccia superlativa ben chiodate e sempre in costante esposizione. Bellissima escursione e cena finale al 2188 dei Resinelli con Ivana. Vedi meno</description>
      </item>
      <item>
         <title>01/08/2026 - Giro Torre Fungo Lancia [ giasti03 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7261</link>
         <description>lascio la descrizione nel dettaglio alle varie relazioni molto fedeli che si trovano in rete.
ieri torno su questa classica dopo più di sette anni, roccia sempre buonissima, scalata divertente e meno caldo di quello che mi aspettavo.
Per Gerry prima volta su questo giro, mentre per il Dome è una abitudine come per me la cresta del soldato.
bella giornatina di spensieratezza.
foto 1 Dome sul secondo della Corti
foto 2 doppie dal fungo
foto 3 alla fine</description>
      </item>
      <item>
         <title>31/07/2026 - Tiarfin Ovest ed est [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7260</link>
         <description> Difficoltà F+ con prevalenza di passaggi di I ed uno di II sullo Ovest. Difficoltà contenute, ma occorre, come la cima di ieri d altronde, sapersi muovere in ambiente molto selvaggio e quasi sempre in totale isolamento. Ambiente molto sfasciumoso , occorre saggiare appigli ed appoggi ad ogni passaggio.</description>
      </item>
      <item>
         <title>30/07/2026 - Terza grande [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7259</link>
         <description> Dopo aver dormito in auto appena sotto Casera Razzo, sono sceso in val Pesarina, Park sul tornante q. 1465 poi per forestale, indi attraversamento di due passi con affaccio sulla val Frison. Sentiero ripido e faticoso poi roccette con passaggi di II ed uno di II +.
Scarsa documentazione fotografica causa poca batteria nel telefono
Non incontrato un anima in tutta la ascensione..volendo si può evitare l overtourism.
Panorama stupendo sul tutta la Carnia ed il Cadore

Caldo torrido..mette veramente a dura prova.</description>
      </item>
      <item>
         <title>30/07/2026 - Monviso 3841 m , cresta E integrale [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7258</link>
         <description>Quarto abbraccio del Rè di Pietra, salito per la bellissima e divertentissima cresta E nella sua versione integrale che comprende il superamento diretto del Torrione di Saint Robert. Mi aspettavo roccia marcia, invece è per gran parte da buona ad ottima, ripulita dagli innumerevoli passaggi. Fatta slegati sino alla base del Torrione, poi in conserva lunga con qualche breve lunghezza. Salita e discesa totalmente prive di neve se si esclude il brevissimo  (15 m ) nevaio da attraversare prima dell'attacco. Salita effettuata in scarpe da trekking basse. Sempre un'emozione raggiungere la vetta di questo gigante, oggi buona visibilità, ma inferiore a 2 anni fa quando si vide il mare e la costa ligure. Il dislivello indicato si riferisce all'intera 2 gg, la sola cresta è di 1100 m di dislivello.
Bellissima escursione con Greta
Foto 2 Poco sotto la vetta del Saint Robert
Foto 3 il tiro di 4 sopra il passaggio detto della lepre</description>
      </item>
      <item>
         <title>27/07/2026 - Via Cassin al Cimon della Bagozza [ Drago di lago ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7275</link>
         <description>Salita decisamente alpinistica, bella nella sua interezza, non eccezionale per la qualità dei tiri, ma avventurosa in un ambiente da favola, e di sicura soddisfazione...un gran bel viaggio, anche nella storia (è stata aperta in 15 ore nel 1934!), che ti resta dentro! Grazie Cassin!!

Per la relazione tecnica si prenda a riferimento i siti di gulliver.it (nostro riferimento), guidodellatorre.it, sassbaloss.com.

Mi permetto di aggiungere le seguenti indicazioni:
1) il primo tiro della Bramani si può salire stando slegati, facendo attenzione (III).
2) legarsi dove c'è il masso incastrato con clessidra, e salire le cengette detritiche diritti puntando alla parete e poi verso sinistra, nel camino.
3) L9 supera dapprima un camino, con uscita (prima dello strapiombo che lo chiude) a destra su placca con risalti, poi costeggia la parete sulla destra (chiodo con grosso anello da sotto non visibile) e si arriva qualche metro dopo ad un altro chiodo  rosso dove noi abbiamo integrato (preferibilmente con chiodi e martello) per poter attrezzare una sosta che sembrerebbe essere mancante, a meno che si prosegua ancora fino a doppiare lo spigolo e si prova ad attrezzarne una lì, posizione forse migliore per far sicura sul tiro non banale successivo ed evitare gli attriti delle corde. (da verificare)
4) L10 è meno protetto del tiro chiave e comunque bello pepato...al termine delle difficoltà puntare a sinistra, non a destra dove si vede in lontananza un chiodo sviante!
5) L12 altra lunghezza poco protetta ma continua e impegnativa!

Io consiglio di portarsi un solo zainetto in via da condividere e di lasciare gli zaini alla base del pilastro nel canale ghiaioso, facilmente recuperabili poi facendo una deviazione scendendo dal sentiero normale.

Calcolare 6-7 ore di salita considerando le protezioni presenti da integrare e le soste da attrezzare in modo che siano sicure, il terreno spesso delicato su cui passa la via (non ci puoi correre), la ricerca del percorso corretto, anche se praticamente sempre molto logico, e il grado (un VI del 1934 non è paragonabile a quello di altre vie aperte in anni recenti)

Grazie immenso a Simo per la grandiosa giornata!! Hai fatto sì che si avverasse un Sogno!!!


</description>
      </item>
      <item>
         <title>25/07/2026 - via Pisco Souer  - Pizzo del Becco Spalla NE [ mirco89 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7256</link>
         <description>via spettacolare, aperta 26 anni fa da Ruffinoni e Carletti, pochissime relazioni in rete il che la rende particolarmente immune all'affollamento.
roccia entusiasmante e arrampicata prevalentemente su placca con passaggi di equilibrio delicati. 
spit presenti per proteggere i passaggi chiave ma non per azzerare.
avvicinamento: 
da carona percorrere il sentiero per il lago Sardegnana e costeggiarlo sulla sinistra. successivamente salire verso la parete nord del becco tramite traccia con bolli. una volta giunti all'avancorpo traversare verso est seguendo una vaga traccia tra le pietraie e scendere alla valle Sardegnana per poi risalire seguendo gli ometti verso il passo. 
poco prima di esso virare decisamente verso l'evidente parete e risalire per pratoni fino alla cengia erbosa nei pressi dell'attacco. 
l'attacco si trova sul lato destro della parete piu larga circa 30 metri a sinistra del canale. spit visibile in alto in placca.

1 tiro 50m 6b+
risalire le balze fino alla placca con spit, affrontare il passaggio delicato sfruttando le sottili fessure di destra per poi risalire a buone prese in alto. proseguire per placche entusiasmanti di equilibrio fino alla sosta. 

2 tiro 50m 6a 
seguire la linea di spit anche se poco visibili e lontani, ma tenere conto che la via sale molto dritta, sfruttare le fessure per integrare fino alla sosta su placca appoggiata.

3 tiro 30m 6a
salire per placca appoggiata fino a una larga spaccatura, rimontare la placca con passo faticoso e proseguire per placche fino alla sosta.

4 tiro 30m 6b+
placca bellissima per 15 metri fino a sotto il tetto, tramite lame rimontare il tetto e traversare a sinistra, proseguire per fessure e lame su roccia un pochino muschiata e scivolosa fino alla sosta.

5 tiro 15m 6b
tiro molto scivoloso per la presenza di muschio e licheni, salire sopra la sosta con passo delicato traversare a destra tramite piccole fessure per le mani, e superare lo strapiombo con lama bomba. proseguire per balze fino alla sosta sommitale.

Discesa in doppia dalla via.
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      </item>
      <item>
         <title>25/07/2026 - Monte Valrossa ( Cabianca ), Via Valrossa Dream [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7255</link>
         <description>Piacevole itinerario su difficoltà classiche, in ambiente aperto e solare. Roccia ottima ( verrucano ) e molto rugosa, chiodatura ben curata, soste a fix con anello, mentre lungo i tiri è essenziale a chiodi normali e richiede assolutamente l'integrazione con protezioni veloci, direi un valore aggiunto. Gli unici difetti, sono un avvicinamento lungo ( 3h ), che può trasformarsi in un pregio lasciando lontane le folle e la discontinuità dell'itinerario, su 7 lunghezze 4 sono molto belle, 1 è di raccordo dove si cammina e le ultime 2 poco significative su roccia che richiede maggiore attenzione. Bellissima escursione con Marco</description>
      </item>
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         <title>23/07/2026 - le banche le cime e la traversata del Sass de Mura [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=3&amp;id=7254</link>
         <description>Un giorno di Marzo del 2025 ero con i piedi gelati nell’acqua del Cordevole e maledicevo l’idea che avevo appena avuto di traversarlo. Il mio supplizio stava ormai finendo, il greto sassoso a pochi passi. Sento voci nel sentiero al riparo del boschetto che passa poco sopra. DEVO vedere chi è: gente che passa da queste parti a quest’ora del mattino, bisogna conoscerla. Salto fuori dal fiume, m’infilo gli scarponcini e comincio a correre all’impazzata per raggiungere gli ignoti. Ho intuito che avessero un gran passo e quindi non smetto di correre finchè li raggiungo alla svolta verso l’alto del sentiero. Che culo ( a tal proposito, mi spiegheranno che s’erano fermati per un bisogno…). Di quella giornata passata insieme a tratti, ci scambiamo le foto, poi qualche telefonata e qualche progetto. Non facciamo insieme ma ognuno per conto proprio la Spirlonga e poi dopo la mia avventura sulle Stornade, decidiamo di fare qualcosa insieme sui Monti del Sole, nostro comune amore. Un giorno invece ritrovo i miei appunti sul Sass de Mura e Thomas raccoglie entusiasta l’invito. Thomas ha tempo, io ce l ho sempre un poco contato e gli dico che la prossima occasione che può coincidere con un weekwnd è quella del 12 luglio. Qualche giorno prima, mi dice che vorrebbe venire anche Gabriele. Saremo un poco più lenti ad arrampicare, ma così potremo dividere meglio i pesi, gli rispondo. Il meteo promette un brutto sabato ma bella la domenica e così diamo il via ai preparativi. Una collega mi chiede un cambio, mi libero della notte del Venerdì e il tempo guadagnato mi spinge a Caprile in anticipo. Non so bene cosa fare e quando il meteo sembra migliorare per il sabato, rompo gli indugi e decido di salire al Ciadin di Neve a dormire con la tendina e aspettare in quel luogo che sembra essere meraviglioso, l’arrivo dei due compagni. Così il sabato mattina preparo l’attrezzatura e mi avvio in discesa verso Cesiomaggiore e la Val Canzoi dove parcheggierò l’auto nei pressi del Lago della Stua. La strada finisce poco prima nei pressi dell’Albergo Boz (q.650m.) e il simpatico e gentile gestore mi dice che posso lasciare il mio enorme Scudo parcheggiato nel praticello anche se lo lascio fino a domani, e mi dice dov’è il bagno per riempire il bag dell’acqua. Estraggo dallo zaino i miei due panini alla pancetta acquistati in valle poco prima e mi metto a mangiarli su una panca al riparo delle fronde di un alberello. Che bello e che pace. Alle 13.15 rimetto in spalla il mio pesante zaino della Decathlon appena acquistato e a cui c’è appeso di tutto. Dieci minuti dopo sono al Lago della Stua dove chiacchero con dei ragazzi che hanno dormito al Bivacco Feltre. Punta del Comedon e Sass de Mura sono avvolti nelle nubi e io prendo il largo sentiero verso il Rif. Boz che è indicato a 3h e 40m!. C’è un calore e un afa incredibile e quasi spero che piova. Passo alla Casa Faibon dove un numeroso gruppo di festanti, si gode la vita all’ombra di un pergolato, mentre  io grondo fatica e sudore. Mi infilo nel bosco e salgo tranquillo per il comodo sentiero ricoperto di foglie. Appare la frastagliata cresta del Tre Pietre, l’occhio verde e allungato del lago ormai in basso e poi avvolto in mantelli di nebbia Lui, il Sass de Mura, sovrano incontrastato del Gruppo del Cimonega e delle Vette Feltrine. E’ bagnato fradicio e non è di buon umore. Poi alle 15 la pioggia che era iniziata lieve da qualche minuto cresce d’intensità mi costringe a fermarni sotto grosse piante che mi forniscono riparo. Dura poco e qualche passo più avanti trovo un piccolo sasso sotto al quale mi acquatto proteggendomi per metà. Mi raffreddo e dopo un’oretta mi sposto più avanti sotto un sasso sporgente che mi ripara del tutto, ma non ho spazio per muovermi e vado avanti ancora finchè trovo un grande masso che strapiomba e sotto il quale posso sedermi o camminare perfettamente al riparo. Sono le 16.16 e fino alle 18 non mi sposterò più essendo investito da poderosi rovesci che mi divertirò anche a filmare per il gran frastuono che provocano. E’ un incanto ma non ho sonno e vago con la mente cullato dalla melodia delle gocce con variazioni dalla classica al metallo pesante.  Mi fisso come tempo massimo per partire le 18.30 ma mezz’ora prima la pioggia cala e allora esco dal buco e riprendo a salire. Saluto con affetto il mio bivacco.Ho mangiato, bevuto, digerito il peso dei due panini alla pancetta e mi sento in ottima forma: Passo Alvis, sarai mio. Monti nuovi si affacciano al mio orizzonte e che riconoscerò poi a casa nelle Pale del Ciso, Pizzocco e Colsent. Un quarto d’ora dopo, sbuco nell’incantevole radura erbosa che ospita la bellissima ed elegante costruzione in pietra di Malga Alvis(q.1570), circondata da erbe e prati in fiore che attraverso toccandoli con le mani allargate come ho visto fare a ragazze felici in qualche film. La Madonnina nella sua teca sorride al mio passaggio e contraccambio la gentilezza. Una fontana offre il suo nettare guardando la bellezza delle pareti gocciolanti del Sass de Mura. Poi sono di nuovo inghiottito nel folto del bosco dove la latifoglia comincia a cedere il passo alla conifera. Tutto risplende e luccica in questo nuovo mondo dorato creato dalla tempesta e i riflessi portano luce ovunque fino al cuore nascosto che ne beve il nettare di gioia. Sono felice e danzo fra le erbe bagnandomi completamente i pantaloni che bevono avidamente dagli steli fradici. Mi giro di tanto in tanto a riguardare la radura appena traversata che diventa più bella man mano che si allontana col suo aspetto di mare verde e pacifico nella foresta tumultuosa di abeti che ancora ondeggiano spinti dalle folate di Eolo. Sorveglia austero, il Colle del Demonio. Un richiamo d’irresistibile bellezza. Salgo ora più rapido per i ripidi tornanti erbosi che solcano la parete verso il suo culmine. Bei margheritoni attirano le mie attenzioni fotografiche e l’acuto promontorio del Colsent mi accompagna verso il valico. Poco prima una lunaca mi strappa una risata pensando ad una barzelletta e mi fermo a fissare il panorama che spazia su cime per me inedite e che vanno dal Tre Pietre, alla Pala del Ciso, passando per Pizzocco, Colsent, Cirmia, Col Dorin, Brandol e la Punta del Comedon che emerge rocciosa dal verde che ne ricopre l’intera vista. Arrivo così al al buchetto nella cresta che segna il passaggio dall’altro versante della cresta, presidiato da un paletto e una caverna poco discosta. Passo Alvis, q.ta 1880, h 19. Scendo oltre e prati verdissimi fanno da base alla catena del Sass de Mura che si svela in tutta la sua lunghezza e bellezza: si vede la Finestra, il Birillo, le Cime Est ed Ovest, la Costa Divisoria e la catena delle Torri e Cima di Neva che custodiscono come in un abbraccio il Cadin che vorrei raggiungere. A sinistra fra dolci e sinuose colline le costruzioni del Rif. Boz e appena oltre quelle della Malga Neva di Mezzo. Una vera meraviglia, custodita in alto dalla bella catena montuosa in cui spicca il Sasso di Scarnia e che prosegue poi col Monte Ramezza, la Cima del Diavolo e infine la Cima Dodici e il Pavione. Scendo velocemente fra le erbe apprezzando l’ambiente bucolico e rilassandomi dopo tanto spingere sui quadricipiti, raggiungendo in 10 min. il Rif. Boz dove entro per chiedere info sulla malga e sul Cadin alla simpatica e bella gestrice del rifugio e scusandomi per il disturbo all’ora di cena. Seguo le istruzioni, risalgo e supero il Bivacco invernale e poi scendo dall’altra parte sempre per prati fino a guadare un piccolo torrentello e risalire il colle oltre. Incontro una tomba in mezzo al prato e poi una striscia di sole colora un lembo della collina verso la quale sto salendo. Che bello penso quando sarò salutato anche io da quell’onda di colore e calore arancione. Vedo prima la grande stalla con il sole che fa appena capolino oltre il colmo del lungo tetto e poi arrivo nel grande prato che sta davanti alla Malga e al grande abbeveratoio.              E’ un posto fantastico e mi chiedo chi me lo faccia fare di salire ancora: sono nel posto più bello del mondo e decido senza ripensamenti di fermarmi. Oltretutto dovesse far brutto, potrò anche ripararmi. Fotografo nella luce radente e calante questo luogo da favola, dove però purtroppo il telefono non ha campo. Provo allora a salire il piccolo colletto prospiciente e come mi diceva la rifugista, il telefono torna ad avere segnale. Avverto quindi subito Thomas che dormirò qua e attenderò il loro arrivo l’indomani. Salgo fino in cima al colletto dove c’è una bellissima roccia piantata a ricordo di un altro giovane e più avanti una grossa croce lignea ma senza riferimenti. Il sole sta andando a nascondersi dietro profili rotondi: c’è una luce e una pace commoventi. Felicità allo stato puro. Guardo dall’alto il piccolo paradiso che accoglierà il mio sonno e poi con dispiacere scendo perché devo ancora preparare la tenda e cenare. Il sole scompare, arriva la sera col suo manto e l’ultima scintilla di luce abbandona anche la Cima Ovest del Sass de Mura. Sono ormai quasi le 20.30 ed è meglio che mi affretti, prima di dover fare le cose al buio. Spacchetto la mia tendina e dopo affannose ricerche e controlli, mi devo arrendere alla certezza che nella sacca c’è solo l’involucro e non i paletti necessari a darle una forma. Non mi arrendo e penso ad una soluzione mettendomi a cercare in giro: trovo delle canne dell’acqua che provo in vari tentativi ad infilare nelle guide passanti della tendina che poi tendo verso l’alto con dei cordini che lego alla staccionata. Fa un po’ schifo la tendina che perde molto del suo esiguo spazio, ma mi accontenterò. Gonfio materassino e cuscino, li infilo nella tenda eci srotolo sopra il sacco a pelo. Poi mi siedo sulle scale che salgono al piano superiore (chiuso) della Malga Neva di Mezzo. Io ero convinto fosse Malga Prima che in realtà sta più in basso ed è presidiata da pastori, gregge e cani maremmani. Ceno al riparo ( sacchetto di farro già precotto) con vista magnifica sulla sera che scende e sul sasso di Scarnia. Invio uno stato con la mia vecchia frase coniata decenni fa e che stasera torna clamorosamente di moda: per letto i fiori di un prato, per letto il cielo stellato. Alle 21.45 è buio e fotografo il mio riparo nel quale devo contorcermi per riuscire ad entrare. Una volta steso sto sufficientemente comodo e cerco di addormentarmi anche se devo aprire un poco la cerniera perché mi sembri manchi l’aria. Quando guardo fuori il cielo nero brilla di stelle e mi spiace dover richiudere la cerniera per cercare riposo nel sonno invece che nella contemplazione. Mi addormento anche se talvolta sento la pioggerellina picchiettare ma poi mi sembra smetta. Attorno all’1 invece il ticchettio si fa più intenso e il telo che non ben sorretto si appoggia al mio sacco a pelo, fa sentire il suo essere bagnato. Per un poco mi chiedo cosa fare, poi realizzo che mi alzerò domattina completamente fradicio e per evitare l’inconveniente, decido di alzarmi. Prendo materassino e sacco e mi metto nel ripiano fra le due rampe di scale della malga e ricreata la zona notte, mi addormento sereno cullato dl lontano belare, dai latrati dei cani e dal rumore dell’acqua che cade nella fontana. Mancano solo le stelle! Ma ormai le vedo stampate indelebilmente sulle mie palpebre tenermi compagnia negli ultimi pensieri del giorno. Dormo bene l’aria fresca che entra dall’esterno e vedo il sole dell’alba ma poi mi riaddormento e riapro gli occhi che son quasi le 7. Ho paura di far tardi rispetto all’appuntamento che abbiamo previsto verso le 8 perché io nel frattempo vorrei scendere al rifugio per lasciarvi ciò che non mi servirà per la scalata. Esco. La luce s’impossessa di me, l’erba brilla bevendola come fosse acqua e se ne ammanta vestendosi di splendore. Tutto luccica e rifulge di bellezza. Ma come si fa a non amare follemente la vita in mattine come questa? Felicità diventa semplicemente esistere e condividere con l’Universo il momento. Impacchetto tenda, materassino e sacco a pelo e poi salgo al colle per il contatto del mattino. Dall’alto rimiro il luogo paradisiaco dove ho dormito e vorrei restarmene in contemplazione ma l’alpinista ha sempre una meta che gli sfugge e non può indulgere su quella appena raggiunta e allora scendo a preparare il mio addio a questo posto magico. Raccolgo in un sacco tutto quello che non mi servirà e vado incontro agli amici, che trovo alle 8 poco prima di infilarmi nel rifugio per chiedere dove posso lasciare il mio materiale. Li saluto e dopo esser uscito dal rifugio li guido verso la malga e poi dopo aver fatto scorte d’acqua seguiamo l’ampio sentiero prativo indicato dal cartello Cadin di Neva. Saliamo nel bosco fino alla località Acquedotto Neva (q.1825, h 8.30) dove deviamo a sx e 10 min. dopo siamo sotto le dorate Torri di Neva ai cui piedi sta la bellissima cascata che rifornisce d’acqua le prese che abbiamo appena oltrepassato. Salito il gradino roccioso alle 9 facciamo il nostro ingresso trionfale nel verde e a tratti ghiaioso bacino del Cadin di Neva, un luogo veramente bellissimo e che emana pace. Certo anche qua non sarebbe stato male passare la notte, penso, mentre traversiamo un praticello dall’erba che sembra manotenuta tanto è bella. C’è perfino una sorta di menhir fatto da due grandi massi appoggiati l’uno sull’altro che crea un ottimo riparo in caso di mal tempo, abbellito da un larice cresciuto proprio in cima. Il catino è chiuso da forcella Neva e dalla parete nord del sass de Mura che sale verso la Cima Ovest ed è traversata dalla Banca Posterna che fra poco percorreremo. Raggiungiamo la forcella( q. 2150) mezz’ora dopo e la vista si apre sulla sfilata delle Pale di san Martino che ammiriamo stupiti, dal missile del Sass Maor alla Fradusta. Riprendiamo a salire vs la Banca, dietro di noi si alza il primo dei Torrioni di Neva mentre a sinistra fa capolino la piramide conica del Piz de Mez. Superiamo un intaglio con passo di II° e cordini e ci alziamo verso le pareti finali del Sass con bellissima vista sul sottostante e ormai lontano Ciadin, macchia di verde in questo altipiano per lo più pietroso. Raggiungiamo e traversiamo sulla Banca Posterna per circa una ventina di minuti arrivando poco prima delle 10 ad un colletto (Costa Divisoria) che difatto sancisce la fine della Banca Nord e l’inizio di quella Est. Seguiamo il bellissimo sentiero di  cresta in direzione della montagna che si eleva come la prua di una nave e quando l’abbiamo raggiunta non sappiamo se andare sulla traccia di destra o quella di sinistra. Thomas va a sinistra e trovo la freccia sbiadita che segnala una via di salita, io vado a sinistra ma non è la direzione giusta. Consulto l’altimetro e quando vedo la quota…2400, mi viene qualche dubbio, essendo l’intaglio della Finestra, che dobbiamo raggiungere, a quota 2350. In una schiarita delle nubi che si stanno accumulando alla base della montagna, vedo in lontananza il foro che stiamo cercando e anche il curioso pinnacolo del Birillo dal quale dobbiamo passare. Dico allora che dobbiamo scendere dall’altro lato del colletto e infatti ritrovo subito la via maestra che ci conduce a traversare prima e scendere poi in un colatoio ghiaioso dove la traccia è inghiottita dal terreno instabile. Ma la direzione è obbligata e non ci si può perdere e poco dopo siamo nuovamente sulla banca a procedere orizzontalmente verso la Finestra che appare e scompare come un faro nella notte inghiottita non dalle tenebre ma dalle nebbie. La banca procede larga e innocua con viste sulla Finestra sempre più belle perché ora appare incastonata sopra a giallo grigie ed enormi pareti precipite. La prospettiva fa sembrare arduo il raggiungerla, ma sappiamo che così non sarà. Bellissimo questo tratto in cui la banca si restringe un poco a guisa di cengia e corre su lati opposti della montagna traversandola in modo aereo. Ci ritroviamo sotto grandiose pareti a precipizio giallo e nere che fotografo da sotto e poi la Finestra appare moto vicina tanto che alle 10.30 le siamo proprio sotto. Provo qualche passo per salire ma faccio fatica e Thomas che si è portato sull’altro lato mi dice che è meglio. Cambio versante e un solo passo un poco complesso mi permette di salire ed esser pronto per lo shooting fotografico. Foto veramente spettacolari, iconiche. Poi scendo con fatica e i miei compagni desistono dal tentativo di imitarmi. Ora dobbiamo salire sopra l’arco che per fortuna è abbastanza largo da non creare problemi nel suo attraversamento e prima di arrivare a ridosso della parete decidiamo di imbragarci, essendo comoda la posizione. Sembra a logica di dover salire lo spigolo articolato che si alza davanti a noi, ma in realtà dovremo traversare per cengia a destra. Scesi da un masso ci troviamo di fronte alla partenza, molto esposta, e che non appare neanche banale perché un poco aggettante. Sono le 11.30, le foto alla Finestra, ci hanno portato via un poco di tempo ma ora siamo pronti ad attaccare.A Thomas e Gabriele non convince, io trovo solo strano che non sia segnalato un passaggio che sembra essere abbastanza tecnico. Non mi convince l’idea di Thomas di salire e dopo esserci legati, parto stando basso dove una cengetta per i piedi permette di superare agevolmente i primi metri molto esposti e delicati. Thomas ha messo delle scarpette morbide e abbiamo deciso di legarci in tre alla corda che poi recupererò una volta arrivato in sosta. Dopo i primi passi, mi alzo sulla cengia vera e propria e passato un rinvio in una clessidra armo la sosta. Sono sparito dietro l’angolo e fatico a sentire le loro voci che invito a partire. Torno allora indietro con un poco di apprensione e chiedo come mai non partano. Thomas mi dice che non aveva corda sufficiente per legare anche Gabri e allora rifaccio la sosta un poco prima e gli dico di tirare la corda che è elastica. Finalmente partono e li vedo arrivare, Gabri è poco convinto e patisce l’esposizione del luogo. Ora davanti a noi il Camino cesaletti, il punto chiave della via dato dalle relazioni tra il III+ e il IV° grado. Non è un vero camino, o meglio ci assomiglia. La partenza è in camino ma bisogna spostarsi subito a sinistra su una placca i cui appigli buoni sono un poco alti. Tengo gli scarponi, Thomas mi fa sicura, sono ben protetto dal rinvio messo in vita nel cordone lasciato alla clessidra sulla destra…ma non riesco ad alzarmi perché tendo ad andare a d incastrarmi a destra quando invece dovrei spostarmi a sinistra, ma non ci riesco. Thomas mi dice di sfruttare una nicchietta a destra e puntandoci lo scarpone mi alzo quel tanto da mettere un friend un poco più in alto. Mi ci appendo, vedo che tiene ma non riesco ad alzarmi ulteriormente per spostarmi poi a sinistra ed uscire dal passaggio. Devo riprendere fiato, è troppo che non arrampico su passaggi leggermente strapiombanti e chiedo a Thomas se vuole provarci. Lo aiuto da dietro, piazza un friend ancora più in alto e insisto perché si sposti a sinistra che ormai è fuori. Fa fatica, io penso che poi ci riproverò con le scarpette ma alla fine trova il coraggio per spostarsi ed uscire dalla chiusura del camino e facilmente approdare al piccolo ballatoio superiore. Gli chiedo com’è sopra e se se la sente di andare fino all’uscita. Fatta la sosta ci chiama e parto: ho ancora gli scarponi, fatico come prima perché non riesco ad usare il piede sinistro sulla placca avara di appoggi e poi devo ritardare l’uscita verso sinistra per andare a togliere il secondo friend. Alla fine ansimante arrivo al ballatoio (una volta alzati, gli appigli diventano veramente buoni) e faccio fatica anche a raggiungere Thomas in sosta su buoni passaggi di III° grado. Lo raggiungo, mi complimento e in men che non si dica vedo arrivare Gabriele che teso, preoccupato, incline a tornare, in realtà è stato velocissimo ad arrampicare. Lo vedo felice, perché ora la montagna è più accogliente e meno esposta: ci ha accolto nel suo grembo. Questi due tiri ci hanno richiesto più tempo del previsto e sono già le 13.15 ma abbiamo ormai alle spalle il passaggio più duro. Gabri chiede se ci saranno ancora passaggi esposti e non riesco a nascondergli che la traversata probabilmente lo sarà. Saliamo per roccette e un quarto d’ora dopo ritraggo i miei soci nei pressi del Caratteristico masso appoggiato, chiamato il Birillo: bello! Ancora su per terreno più facile con qualche saltino o paretina con passi di II° fino a quando non notando un ometto alla base di una paretina, io e Thomas ci spostiamo troppo a sinistra. Quando torniamo sulla retta via Gabri, sentendo del nostro errore è già alto sulla paretina con passi di III° che ci porta alti verso la cresta d’uscita. Gli faccio i complimenti per come ha arrampicato e mi risponde che è il vuoto non l’arrampicare a creargli problemi. E’ tornato di buon umore e ci regala la battuta sugli occhiali in modalità ometto perché lui l’ha visto e noi no. Ora rocce articolate ci conducono facilmente verso il cielo e gabri ci precede ormai in versione Turbo. Thomas mi regala un sequel fotografico..che non ne ho mai!...e sbuchiamo all’ometto di cima dove ci congratuliamo per avercela fatta. Le nubi avvolgono tutto e non si vede nulla. Pochi attimi dopo un parziale sollevamento ci permette di vedere la cima vera e la cresta di collegamento che la raggiunge. Ci eravamo dimenticati dell’anticima! Rimettiamo gli zaini in spalla e brevemente raggiungiamo la Cima Est del Sass de Mura, la principale (q. 2547, h14). Ora possiamo festeggiare e fare le foto di vetta accanto all’ometto con targa. Non si vede proprio nulla e fatichiamo ad orientarci tanto che non sappiamo proprio dove dirigerci per iniziare la nostra traversata verso l’altra cima. Mangiucchiamo qualcosa e un quarto d’ora dopo rompo gli indugi scendendoo in direzione dubbia per sincerarmi che in effetti la cresta scende troppo e allora optiamo per l’altra direzione trovando ben presto qualche ometto che ci conforta nella decisione presa. Camminiamo con visibilità pressochè nulla ma una dissolvenza momentanea ci permette di scorgere l’apparentemente non lontana Cima Ovest proprio davanti a noi. Bene, almeno siam giusti! Raggiungo un pulpito che dà sul vuoto e scorgo la traccia parecchio più sotto su un’esile cengetta. Esito un poco, studio il passaggio dall’alto: bisogna disarrampicare un esposto caminetto/canale con passi di II°. Sono già sceso quando mi arrivano le proteste di Thomas che preferirebbe usare la corda. Gli rispondo che si può ma siamo più veloci se riusciamo a farne a meno, e che comunque ci sono buoni appoggi. Alla fine di buon grado, si accoda a Gabri e mi raggiungono nei pressi di una cengia che va restringendosi fino ad uno spigolo nel vuoto dove un ometto segna la via. Sono i passaggi che i miei due compagni soffrono di più e m’invitano ad andare a dare un’occhiata. Esposto ma non difficile aggiro lo spigolo restando in piedi e li informo che poi migliora decisamente. Li aspetto oltre la volta e sorrido quando vedo arrivare Gabri carponi e poco dopo Thomas che addirittura come un marines, arriva strisciando. Che tipi questi fortissimi atleti che si sono convertiti all’alpinismo, nonostante soffrano molto il vuoto. Da ammirare. Ci ricompattiamo, la cengia prosegue un poco più ampia e faccio un incredibile foto dopo essere passati che mette in risalto la notevole esposizione. Arriviamo così all’ultimo ostacolo della traversata: una torretta da risalire su un lato (II°+) oltre un masso incastrato e disarrampicare dall’altro (II°). Mi porto sulla facile rampa del proseguio e li fotografo nelle nebbie mentre completano il passaggio. Pochi passi e raggiungiamo il grande masso di vetta con targa e l’ometto sopra costruito. Cima Est, q. 2522, h 15). Altre foto e congratulazioni e velocemente ci lanciamo verso la discesa. Troviamo subito un muretto con cengetta esposta e camino da disarrampicare(II/II+) che rinfocola le proteste inascoltate di Thomas che anche questa volta rassegnato si accoda al buon Gabriele che ormai non batte più ciglio. E subito dopo nei pressi di un salto, mi sporgo e capisco che stavolta è il momento di usare la corda per davvero. Sono dieci metri e con un passaggio in camino alto ed esposto che sarebbe un poco da provare. I soci guardano e sono d’accordo per cui passiamo la nostra corda da 30 metri nell’ottima sosta su due chiodi e cordone verde e scendiamo in doppia senza prusik. Alle 15.30 siamo tutti alla base del risalto e subito dopo c’è l’altra calata simile come lunghezza e che scende una placca più appoggiata e lavorata. Usiamo ancora la corda e alla sua base un quarto d’ora dopo riponiamo la corda nello zaino e iniziamo a scendere comodamente lungo la traccia che serpeggia verso l’ormai visibile Ciadin della Neva. Un’ora dopo mi volto a salutare questo luogo di una bellezza struggente e malinconica avvolto come in un abbraccio che lo custodisce dalle fiancate del Sass de Mura e dalle Torri di Neva. Continuiamo a scendere verso le più dolci amenità dei pascoli del Boz e di Passo Alvis, passando ancora dalla bellissima cascata, dall’idilio di Malga Neva dove ci fermiamo brevemente a rinfrescarci e dissetarci al grande abbeveratoio ( h17 ). Poi venti minuti dopo recupero al Rif. Boz il mio saccone del bivacco notturno che gentilmente i miei soci si offrono di aiutarmi a trasportare. Grande ritmo in discesa e alle 18. 10 passiamo da Malga Alvis e alle 19.30 dopo aver salutato gli amici che hanno fretta e non hanno tempo per bersi una birra in compagnia, mi fotografo stravolto sulla panca sotto l’albero dell’Albergo Boz. Grazie Thomas, grazie Gabri per questa prima gita condivisa e benedetto sia il giorno in cui sul bordo del Cordevole, corsi per incontrarvi. E’ stata una giornata fantastica in ottima compagnia…speriamo possano essercene altre. Un abbraccio infinito.                                                                               Foto1 le cime del Sass de Mura dal Passo Alvis Foto 2  il passo duro del camino Cesaletti  Foto 3 trio di vetta</description>
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