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      <title>On-Ice Report escursionismo</title>
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      <link>http://www.on-ice.it/onice_reports.php?type=2&amp;format=rss</link>
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         <title>04/11/2026 - mt. di nese, salmezza, costone, filaressa  [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13773</link>
         <description>Replica del giro di settimana scorsa. Questa volta con Coco e in senso antiorario.  Sent 533, 531</description>
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         <title>03/11/2026 - Magnodeno 1241 + Resegone 1875 m [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13774</link>
         <description>Partito dalla stazione Fs, salito a Germanedo, quindi segnavia 926, fino alla palina che indica il Magnodeno, poi segnavia 928 per la vetta. Discesa alla capanna Monzesi 1175 risalita per il segnavia 11 della Val Negra sino alla vetta del Resegone 1875. Discesa al passo del Giuff 1530 m per il segnavia 8 quindi Erna , rif. Stoppani e piazzale a valle della funivia. 1900 m D+ e 21 km di sviluppo.</description>
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         <title>01/11/2026 - Grignone 2409 m, Traversata Bassa, Coltignone 1475 , Lecco [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13772</link>
         <description>Partito dal Brioschi per tornare a Lecco a prendere la macchina. In successione Traversata Bassa , Piani Resinelli 1291, Coltignone 1475 e ducsesa su Lecco per il sentiero GER. 700 D+ e 22 km di sviluppo</description>
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         <title>31/10/2026 - Resegnone 4513 m [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13771</link>
         <description>Da tempo sentivo l'esigenza dell'aria sottile e preso il coraggio a piene mani mi lancio verso il mio primo 4000. Partenza da Lecco Maggianico 217m ore 4.00 , salita al Magnodeno 1241m per il segnavia 28, discesa al Rif. Alpinisti Monzesi 1170 m , risalita al Resegone 1875m per il canale di Val Negra, breve pausa all'Azzoni. Quindi si prosegue per la Forcella d'Olino 1156 m con una lunga discesa, per riprendere la salita al Monte Due Mani 1666 m, nuova picchiata su Ballabio 700, altra piccola sosta prima di affrontare il piatto forte della giornata. Salita per la Val Grande fino hai Resinelli 1291 m, ultimo ristoro al Forno delle Grigne, quindi vetta della Grignetta 2184 m per la classica Cermenati. Ormai siamo in vista del traguardo, Traversata Alta con i colori del tramonto non ha prezzo, arrivo al Grignone 2409 m dopo 13ore35 minuti complessivi, il tabellino segna 39,77 Km e 4513 m D+ percorsi . Ottima cena al Brioschi da chef Francesco poi a nanna per la discesa se ne parlerà domani, per oggi va bene così.</description>
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         <title>29/10/2026 - Traversata Montagnino 1598 - Pizzo Formico 1628 da Gandino [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13770</link>
         <description>Bellissima e facile escursione nella zona di Gandino, che non conoscevo assolutamente, una piacevolissima sorpresa nel ennesima giornata dal meteo spettacolare. Panorama di primordine sulle Orobie. 1270 D+ Km 20,89 sviluppo.</description>
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         <title>28/10/2026 - mt. filaressa, costone, salmezza [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13769</link>
         <description>Bel giro classico molto panoramico vicino casa. Sent 331 e 333. Circa 8km.</description>
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         <title>25/10/2026 - Traversata M. Calvera 2301 - Vigna Soliva 2356 - P.zo dei Corni 2348  [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13768</link>
         <description>Toccata la prima neve in questa domenica dal meteo non ottimale ma molto suggestivo, escursione molto bella su questo gruppo ben decentrato dell'alta val Seriana che offre un notevole colpo d'occhio su tutti i giganti delle Orobie. Utilizzati i ramponi più per l'erba infida e ripidissima dei pendii di discesa che per la reale presenza di neve. Quindi sosta al rif. Mirtillo per un meritato stinco e polenta . 1660 m D+ 22,75 Km di sviluppo . Bellissima escursione con l'amico di sempre Roby Bottarga . </description>
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         <title>24/10/2026 - Cima di Zorzone (con E-bike) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13767</link>
         <description>La partenza ufficiale della gita sarebbe da Zorzone, a q. 1000m.
Ma con la Ebike parto da casa, salita al Passo di Zambla, fredda discesa a Oltre il Colle e giù fino a q. 800m. Risalita a Zorzone e poi sulla bella forestale tra fantastici colori autunnali, che mi porta a 1500m di quota, fino alla Cascina Mattuida dove lego la bici. Prendo il ripido sentiero che mi porta al bivacco Maga, ex rif. Palazzi, dove pesto la prima neve di stagione! Da qui in breve fino alla croce della Cima di Zorzone, che raggiungo dopo 4h dalla partenza da casa. Nonostante il caldo sole, il venticello è bello freddo e scendo subito al Maga dove mi godo un’oretta di relax. Torno giù alla bici e poi mi godo la discesa fino a Zorzone. Ora l’ultima salita a Oltre il Colle e Passo di Zambla e poi ritorno ad Alzano. Giornata stupenda!
Partecipanti: sola.

FOTO 1: Alla cascina Mattuida lego la bici.
FOTO 2: L'inizio del sentiero che mi porta al bivacco Maga. Dopo circa 200m, si ricollega a quello che parte leggermente prima della cascina, più a dx.
FOTO 3: In vetta alla Cima di Zorzone, dopo 4h dalla partenza.</description>
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         <title>22/10/2026 - Pizzo la Scheggia 2466 m + periplo della Pioda di Crana [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13766</link>
         <description>
Torno in questa bellissima valle, dopo aver salito la Pioda di Crana a fine maggio, affascinato dall'ambiente, aspetto il tardo autunno, periodo a mio avviso propizio per fare una scorpacciata di colori, come solo questa stagione sa regalare. Una combinazione metereologica particolarmente fortunata mi permetterà godere di una giornata fuori dal comune, di quelle che ti rimangono impresse nel cuore. 2442m D+ e 27,5 km di sviluppo, mi dicono che il viaggio è stato ampiamente ammortizzato. Bellissima escursione solitaria.</description>
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         <title>22/10/2026 - canto alto  [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13765</link>
         <description>Bellissima giornata. Giro ad anello classico stavolta in senso antiorario. Con leia.</description>
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         <title>18/10/2026 - Accoppiata Pizzo dei Tre Signori 2554 m - Grignone 2409 m da Introbio [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13764</link>
         <description>Devo dire grazie a Morena, che durante una visita al Brioschi di fine luglio mi aveva messo la pulce nell'orecchio su questa disfida a suo dire classica ( ma non troppo ) presso i valsassinesi. Tutto nasce casualmente e sabato decido di provarci, anche se le gambe sembrano ancora risentire dell'uscita di mercoledì. Complice l'ennesima strepitosa ottobrata andrà tutto per il verso giusto con finale in crescendo. Partenza dalla Chiusa della Valsassina ( posteggio Rocca di Baiedo ) alle ore 5,03 arrivo in vetta la Tre Signori ore 9,06 ( sosta di una decina di min. ) discesa al Rif. Grassi dove consumo un breve spuntino ( 25 min di sosta ) rientro al posteggio alle ore 12,48. Riposino di un'ora nell'Ucamobile , quindi ripartenza alle 13,53 alla volta del Grignone. Arrivo in vetta alle 16,58 , mi concedo una bella cena al Brioschi, da chef Francesco ( sempre presente ) quindi veloce discesa verso valle dove giungo all'auto alle 20,15.  Le cifre per gli appassionati : 3900 mt D+, 47,5 Km di sviluppo in 15 ore e 12 min. totali.</description>
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         <title>14/10/2026 - Zucco Sileggio 1373 - M. Pilastro 1823 - Grignone 2409 - Grignetta 2184 . [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13763</link>
         <description>Partito dalla stazione Fs di Mandello salita al Sileggio per il segnavia 17B , proseguito per la dorsale al Monte Pilastro 1823 m discesa alla Bocca di Prada 1600 m circa, cresta di Piancaformia + via della Ganda , Grignone 2409 m , traversata alta alla Grignetta 2184 m , indi discesa per la Cermenati ai Resinelli. 3050 m D+ Km ? tanti sicuramente. Queste sono le nude cifre, poi c'è l'aspetto emozionale nel vivere una giornata autunnale in completa solitudine sulle montagne che più amo ( insieme alle Crollomiti naturalmente ) immerso in una tavolozza di colori che solo questa stagione ci può regalare. Il paradiso è qui ed ora, sorprendersi sempre.</description>
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         <title>10/10/2026 - Pizzo Poris  [ panurge ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13762</link>
         <description>Saliti per la cresta Sud-Ovest e scesi per la Est.
Giorgio e Vale.
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         <title>07/10/2026 - Engadiner Sommerlauf [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13761</link>
         <description>All’inizio dell’estate 2026 come altre volte Cristiana una benestante signora milanese che da anni vive in Svizzera a S. Moritz, chiama Agnese la mamma di mia moglie per aiutarla per un mese e viene accompagnata anche dal marito Vincenzo. La loro amicizia è più che ventennale e ha trasformato in affetto quello che all’inizio era un rapporto puramente lavorativo. Io li accompagno con Dani e la sera passiamo a salutare Don Federico nella sua casa di Prata Camportaccio. Scherzo la sera con Jon ragazzo che fumava la colla nei tombini di Bucarest scoprendo poi che in Romania a Matasari ha conosciuto e, se lo ricorda bene, David uno dei miei figli. Un mese dopo io e Dani risaliamo a Saint Moritz per riprendere i suoi genitori e saliamo da Cristiana con cui facendo due chiacchere salta fuori della mia passione per la corsa oltre che per l’alpinismo (ogni volta che la vedo mi sgrida per quella volta che portai Armin che non aveva ancora 6 anni sul Piz Nair e lui tornò con le vesciche ai piedi). Gli dico che qua fanno una bella corsa d’estate ma che non son mai venuto a farla. Mi dice che la fanno settimana prossima le sembra e io le rispondo che secondo me l’han già fatta perché mi pare la facciano a luglio. Lei controlla sul suo telefonino e mi dice che è fra una decina di giorni, mi dice che le iscrizioni sono ancora aperte e mi invita a venire a correrla e passare poi a salutarla. Le dico che farò il possibile e che ne parlerò con i miei amici runner. Poi ci salutiamo e scendendo prendiamo in giro Agnese che ci paghi il pranzo con tutto quello che ha guadagnato. Finiamo così nel crotto Quartino a Piuro che sta chiudendo perché sono le 14 ma il gentile proprietario ci invita lo stesso a sederci dicendo che ci servirà e poi chiuderà il locale. Mangiamo bene e rimaniamo gli unici seduti ai bei tavoli in pietra ollare e ci viene servito il caffè con la moka. Escono i ragazzi che hanno terminato la loro giornata lavorativa, ed ecco l’incredibile sorpresa: appare Jon il ragazzo rumeno che avevo conosciuto un mese prima. Che festa e che risate per l’incredibile combinazione! E l’immancabile sigaretta fumata insieme. Tornati in Italia provo a convincere Billy perché invece giamba non puo’. Mi fa sapere che si va e allora proviamo ad organizzare la trasferta in 4 con Dani e Valentina. La corsa sarà il 9/08 pochi giorni dopo la nostra avventura sulla cresta nord del Coca già programmata da qualche tempo. Alla fine Dani non viene e partiamo in tre. Ho un poco nelle gambe le fatiche di due giorni prima e non ho un grande allenamento ma sono convinto che l’entusiasmo di correre in un posto così bello, mi darà le energie mentali che sopperiranno a quelle fisiche. Partiamo il giorno prima con un caldo pazzesco ed è solo salendo il Passo Maloja che la temperatura cala leggermente. Facciamo il nostro ingresso in terra elvetica nel solito tripudio di laghi circondati da picchi un poco brulli e che fino a qualche anno fa erano rinfrescati da qualche residuo nevoso dell’inverno precedente. Ora sono deserti di roccia dove anche l’erba fa fatica a crescere vista la quota. Passiamo il grande lago di Sils, quello di Silvaplana congiunto a quello di Champfer dalla strada che collega il borgo di Silvaplana a quello di Surley. Parcheggiamo negli appositi spazi e come avevamo fatto un mese fa conDani, facciamo il giro del laghetto di Champer sul grazioso sentierino della riva interna. Svoltato un angolo un poco al riparo dal vento col sole che finalmente scalda, cogliamo l’occasione per un tuffo rinfrescante nelle gelide acque. Ci crogiolamo un poco al sole e poi concludiamo l’anello passando sull’altra riva dove notiamo già la segnaletica per la gara dell’indomani. C’ è un bel sole in questa giornata che da noi sembrerebbe di fine estate e rientrati al ponte, decidiamo di andare sui prati davanti al bel Castello di Craap Sass e consumare la nostra cena che avevamo acquistato in un market durante il viaggio d’andata. C’ è un bellissimo sole radente che ci scalda e colora giocando a scendere lungo la linea di cresta del monte dietro cui proprio non vuol calare. Mangiamo fritti, focacce un poco stantite che la birra fresca aiuta nel difficile transito esofageo. Quando il sole sparisce dietro la cresta il venticello assume subito una temperatura fresca e fastidiosa e poco dopo decidiamo di spostarci un centinaio di metri dove la sua luce ancora arriva. Terminiamo la cena di nuovo nell’ombra e allora ci mettiamo sulla rivetta ghiaiosa a guardare le evoluzioni delle centinaia di vele e tavole che volteggiano nell’aria o nelle acque del lago di Silvaplana. Ci alziamo solo quando il lago torna piano piano deserto e le luci della giornata vanno smorzandosi. Ora fa proprio freschino ma è quasi bello percepire del freddo dopo un’estate di temperature incredibili. Sono ormai quasi le 21 e torniamo all’auto che io devo prepararmi per la notte. Rccolgo quanto mi serve, li saluto ( loro hanno optato per dormire in auto, anche se Billy pare certo che in Svizzera sia vietatissimo e i poliziotti non avendo meglio da fare, girano per i parcheggi multando salatamente i trasgressori. Cammino che prmai si fa buio sulle rive del lago e per prati raggiungo la mia penisoletta dove avevo addocchiato un piccolo spazio in un boschetto sopraelevato che diventa il luogo ideale per montare la mia tendina minimale. Mi accorgo che ho dimenticato il materassino e il cuscino gonfiabile e in previsione di un buon sonno ristoratore in vista della gara di domattina, decido di ritornare a riprendermeli. Mi rifaccio il pio di km per tornare all’auto ma non la vedo più. Saranno usciti a bere qualcosa, li aspetto fino alle 23 e se non tornano mi accontenterò del fondo del prato. Poco dopo invece li vedo arrivare e mi raccontano di aver trovato un’italiano che ha loro consigliato un parcheggio dove pagando 30 franchi, si può regolarizzare la posizione di dormienti in auto. In Svizzera, hanno una soluzione per tutto. Io recupero il mancante, rifiuto l’invito ad andare a bere qualcosa e di nuovo affronto il buoi e il silenzio verso la mia tana, già costruita. Sono ormai le 22 passate e m’infilo nel tendino per godermi un meritato riposo. Però non riesco ad addormentarmi e ho la sensazione di non aver digerito bene che diventa poi certezza e vaga nausea. Dopo un’ora di dormiveglia, mi sono stufato: esco la testa dal tendino e guardo il cielo carico di stelle oltre il vuoto delle punte più alte degli abeti. Eesco nel bosco per fare due passi. Non capisco se la nausea aumenti o meno, mi siedo sulla panchina a guardare le acque immote del lago baluginare di riflessi lunari. Ma non sto bene. Corro nel bosco per rimediare ad un attacco imprevisto di dissenteria e penso di aver risolto il problema e invece no. La nausea non mi abbandona e improvvisi arrivano anche i conati che ripetuti mi svuotano completamente. O domani non corro o sarò velocissimo visto come mi sono alleggerito. Entro nelle acque del lago per lavarmi e rinfrescarmi visto che gli ultimi contorcimenti, mi han quasi fatto sudare. Bevo poco e mi risciaquo molto. Esco dalle acque e improvvisamente il contatto delle piante dei piedi sull’erba umida, mi rivitalizza: percepisco la bellezza del luogo e del momento. Sto bene ora. Torno ad assaporare la bellezza dell’essere. Faccio due passi per avere la certezza di stare bene e a mezzanotte torno in tenda, e mi addormento come un sasso. Alle 7 la luce mi sveglia, immagino di trovare all’esterno della tendina decine di camionette della polizia svizzera, ma invece regna la calma. Solo lontane, sull’altra riva del lago, persone camminano alla ricerca del benessere. La luce filtra fra gli abeti e mi accarezza dopo la violenza della notte, il lago verde scuro riposa ancora e le montagne si colorano di un’alba timida, quasi cittadina. Ferma sta la panca che stanotte mi ha tenuto compagnia e sorretto mentre stavo male. Siva plana dorme, io no e mi avvio verso le sue case sonnolente. Due paperelle amoreggiano in acqua e il castello si sta specchiando nelle acque limpide e immobili. Il parcheggio è deserto ma c’è una sola auto dove una donna dorme evidentemente. La fotogarfo per documentare lo straordinario evento a Billy e poi raggiungo i miei amici al parcheggio di Surley. Mentre facciamo colazione, racconto loro della mia disavventura e cerchiamo di organizzare la giornata perché mentre noi correremo, Valentina farà una gita in montagna che pianifichiamo con le mie cartine della zona. Poi ci salutiamo e noi raggiungiamo Sils il luogo della partenza con i mezzi pubblici messi a disposizione. Facciamo conoscenza con un runner che conosce Billy e poi dopo un blando riscaldamento ci posizioniamo dietro il gonfiabile che segna il punto di partenza. Non ci sono griglie e ci troviamo praticamente dietro gli atleti di punta: i neri e qualche atleta locale che si nota per la magrezza e la muscolatura da professionista. Si notano anche un paio di ragazze, che scopriremo poi arrivare seconda e terza dietro un’etiope. Allo sparo via e dopo una bella accelerata iniziale dovuta più all’inerzia generale che all’esplosività dei miei quadricipiti, lascio andare sia Billy che il suo amico. Il mio ritmo scandito dal gps dell’orologio, cala continuamente e dai 4.30 scende fino ai 5.30 che provo a mantenere mentre attraversiamo i bellissimi prati che conducono verso il lago di Silvaplana. Del resto, lo slogan della manifestazione, “Im Flow mit dem Wasser” (“Nel flusso dell’acqua”), descrive perfettamente l’essenza della gara. 23 km e  400 metri di dislivello e poesia. E’ entusiasmante vedere il serpentone di corridori in un ambiente così spettacolare e un poco mi dispiace sentire che oggi le gambe girano così poco. Un buon runner, ha sempre delle buone scuse, e io oggi ho quella che non sono molto allenato…e che ieri sera sono stato veramente male. Due scuse, che son meglio di una. Mi concentro sulla bellezza del percorso sperando che magari poi le gambe un poco si riprendano. Passiamo il Ponte Surley e poi accanto a Silvaplana senza raggiungerla perché ci buttiamo sulla bella sterrata della riva sinistra del Lago di Champfer (quella percorsa ieri sera per andare a dormire…) e poi seguendo il corso del fiume Inn, ci lanciamo verso St. Moritz. Che sensazione fantastica, correre immerso in una natura incontaminata, con i laghi dell’Engadina a fare da cornice e le montagne a dominare l’orizzonte. La temperatura è ottimale e vorrei proprio divertirmi a correre come un matto ma le energie positive non raggiungono i miei arti inferiori che rifiutano categoricamente ogni aumento del ritmo che ormai si è vergognosamente assestato su un passo da 6 al km! Però almeno corro e magnifici boschi di larici mi tengono compagnia. Tocchiamo San Moritz Bad e passando sopra l’Ostello che ospitò la mia famiglia per qualche indimenticabile estate, faccio un salto nei ricordi. Ora si sale e inizio a tratti a camminare. Sulla destra il parco giochi dove portavo i bimbi a divertirsi. Si sale ancora per boschi raggiungendo il bellissimo laghetto dello Stazersee nell’omonima e verdeggiante foresta, dove centinaia di persone prendono il sole o grigliano distese come lucertole sotto il sole. Aggiriamo un ristorante tipicamente in legno ed iniziamo la gioiosa discesa finale. Ora le gambe vanno e per la prima volta nella giornata inizio a superare un poco di concorrenti, anche se è troppo tardi per recuperare sui primi. Che bello vedere dall’alto il lago sulle cui rive è stata costruita la capitale dell’Engadina. Scendo abbastanza veloce fino a raggiungerne le rive e le acque che rimangono alla mia destra. Fantastico questo tratto, la musica si alza di volume a segnalare che l’arrivo e il termine dei 23 km è ormai vicino. Che belli gli ultimi metri corsi sull’erba con Billy che mi aspetta appena oltre il traguardo. Iniziamo a bighellonare attorno ai punti di ristoro e mangiamo e beviamo come non ci fosse un domani. Poi rimpinzati che di più non si poteva, andiamo nella zona della festa sdraiandoci sul prato la sole, accanto alle placide rive del lago per aspettare Valentina che non si fa viva. Faccio due chiacchere con Billy sul loro futuro di coppia. Verso le 16 Billy si alza per andare a vedere se incontra Valentina alla macchina… e ci arrivano insieme. Mi raggiungono sul lago, facciamo ancora due chiacchere e poi vista l’ora ormai tarda, provo a chiamare Cristiana. Non c’è grande confidenza e mi sento un poco imbarazzato perché mi sembra quasi di autoinvitarmi, ma alla fine le chiedo se possiamo passare a salutarla che magari ci offre un tè visto che ormai sono le 17. Suoniamo e attendiamo, immagino allora che sia in casa da sola e in effetti è così. Ci accoglie gentilmente e usciamo dall’imbarazzo seguendo le sue indicazioni. Poco dopo siamo tutti seduti con tè e biscotti a chiaccherare allegramente. Passiamo una bellissima oretta a parlare di sport ed altre cose e alla fine ci invita a tornare per la sky marathon con gli sci da fondo dandoci le indicazioni per poter sopperire alla nostra inesperienza. Alla fine ci congediamo (dopo che billy le ha sistemato la stampante e le ha promesso assistenza a distanza per eventuali problemi al Pc) con l’indicazione di un agriturismo in Italia dove al contrario che in Svizzera si mangia bene e non si paga tanto. E così ci troviamo seduti all’Aqua Fracta di Piuro dove viviamo un incredibile esperienza culinaria. Vino patate e carne di qualità eccellenti..e poi la consegna di una ricetta segreta per fare il distillato di rododendri (dopo che avevo acquistato il miele dello stesso fiore). Torniamo felici delle bellezze vissute in questi due giorni. Cristiana, purtroppo invece, muore circa un mese dopo lasciandoci il ricordo e il dispiacere della sua voglia di vita e dell’amicizia che appena nata, resta un poco incompiuta.                                                                                                                                    Foto1 selfie noi tre      Foto2 il mio arrivo felice      Foto3 io e billy dopo la gara</description>
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         <title>04/10/2026 - Nord Sud Ovest Est Pizzo Arera [ Brecchy ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13760</link>
         <description>L'ispirazione per questa &quot;sgambata&quot; l'ho avuta quest'estate durante una delle &quot;solite&quot; Arera dove con sorpresa, sulla via del ritorno, ho avuto la fortuna di ammirare un picchio muraiolo (da non confondere con il picchio muratore) che svolazzava tra i sassi alla ricerca di insetti; rimasi affascinato dal suo volo, capendo subito perché è chiamato &quot;la farfalla delle rocce&quot;. Scendendo ho avuto modo di riflettere che nonostante avessi salito questa cima decine e decine (e decine) di volte, in svariate condizioni e dalle varie opzioni di salita, ogni volta ha saputo regalarmi qualcosa di speciale; non sapevo cos'altro avrei potuto aspettarmi... Pensai così a questo &quot;concatenamento&quot; dei 4 versanti Nord Sud Ovest Est a formare quasi il simbolo dell'infinito visto dall'alto; del resto la giornata avrebbe avuto tutte le carte in regola per esserlo. Il senso di percorrenza volevo che rispettasse l'ordine come la mitica canzone degli 883, anche perché avrebbe avuto più senso e mi ero fatto un'idea sulle varie condizioni che avrei potuto trovare sulle vie di salita/discesa. Non dovevo dimostrare niente a nessuno, se non a me stesso e l'ammirazione che ho per questa cima che tra l'altro è la prima che ho salito in inverno con piccozza e ramponi con gli amici Marco e Bruno, la vigilia di Natale di 20 anni fa... Parto alla luce della frontale dal parcheggio basso all'altezza del campeggio e salendo nel bosco sono accompagnato solo dai canti dei vari rapaci notturni. Poco prima di Capanna2000 comincia ad albeggiare e scopro che il rifugio è chiuso; peccato avrei lasciato detto volentieri le mie intenzioni al rifugista visto anche che ero in giro da solo... Mi fermo a fare un paio di foto e spedito prendo il sentiero dei fiori in senso antiorario in direzione della forcola di Valmora. Giunto qui perdo quota scendendo dal tormentato sentiero sul versante nord e tra omini e bolli, seguito dal curioso sguardo di femmine di camoscio con i loro piccoli, mi dirigo verso il passo di Corna Piana. Poco prima di raggiungerlo seguo una leggera traccia che sale verso la parete NORD da dove si vede, piccola, la croce di vetta. Mi trovo così alla base del canalino dove ripongo le bacchette nello zaino e inizio la salita seguendo prima i bolli, poi la traccia nella ghiaia fino quando, nel cielo terso, vedo spuntare la croce... Sono a 1/4 del giro, nei tempi che mi ero prestabilito anche se mi sento più stanco del previsto forse perché tra la partenza col buio e l'attraversamento in ombra del versante nord, ho patito un po' il freddo mattutino... Mangio qualcosa ma non mi fermo molto per evitare di raffreddarmi ulteriormente; anche perché purtroppo il volo di un drone disturba i miei pensieri... Fino alla fine della discesa dalla normale non sono ancora certo di completare il giro che mi ero messo in testa, principalmente per le precarie condizioni della cresta della Luna che richiedono concentrazione e attenzione a non sbagliare il giusto passaggio. Scendo così dalla cresta SUD
&quot;dai galoppa più che puoi
corri vai non ti fermare
che di strada ce n'è ancora tanta sai&quot;
e mi volto per guardare la cresta che sale dal versante OVEST; è lunga e per niente invitante... Ma è presto, sono a 2/4, e il sole ha cominciato a scaldarmi, fuori e dentro... Prendo così ancora il sentiero dei fiori (questa volta in senso orario) e mi dirigo nuovamente verso il passo di Corna Piana dove poco prima abbandono il sentiero risalendo la dorsale erbosa che adduce alla vera cresta rocciosa. Un'imponente aquila mi vola qualche metro sopra la testa e plana silenziosa verso il Mandrone... Indosso il caschetto e comincio la risalita stando pressoché sul filo di cresta; alla mia sinistra c'è il baratro del versante nord e alla mia destra un canalone infinito di sassi taglienti che si muovono e si sfaldano solo a guardarli... Con calma giungo in cima all'anticima ovest (presenza di omino) dove scatto qualche foto e studio la parte di cresta che mi manca. Proseguo così ancora sul filo in direzione dei due torrioni caratteristici che obbligano in un camino piuttosto verticale nel loro mezzo per poi uscire a destra con passaggio atletico su cengia scomoda e sporca che rimette di nuovo sul filo di cresta. Visto i passaggi affrontati finora mi rendo conto che ormai un dietrofront sarebbe troppo azzardato. Mi trovo ora di fronte alla parete che sembra sbarrare l'uscita, la studio e scorgo il canalino che presenta il cavetto di acciaio e indica la giusta direzione da seguire; tiro un sospiro di sollievo... Al termine di esso qualche freccia sbiadita dipinta di nero sulla roccia, porta all'uscita nei pressi della stazione barometrica, ormai sulla via normale che seguo in cresta (normale invernale) fino a giungere per la seconda volta in vetta. Sono da solo, stanco ma contento, un po' emozionato; qui ho visto albe e tramonti, neve, ghiaccio, nebbia, vento, persino lo spettro di brocken, ma questa è forse l'Arera più bella di sempre, sicuramente la più sofferta... Vedo il bicchiere mezzo pieno, l'altro mezzo me lo sono bevuto; frugo nello zaino e mangio qualcosa, frutta secca e cioccolato... Vorrei essere l'aquila che ho visto poco prima per planare alla macchina, anzi al bar a bermi una birra... Mi prendo un attimo di tempo per ripercorrere il cammino che ho fatto per ritrovarmi ancora qui per la seconda volta, in questa domenica di ottobre. Sono a 3/4 del mio obbiettivo ma la discesa dalla cresta EST non è comunque una passeggiata e anch'essa richiede concentrazione e passo deciso; scendere ora dalla normale avrebbe vanificato ogni sforzo. Da sud risale qualche addensamento nuvoloso, così mi decido a partire. Transito quindi dall'antenna dove un piccolo stormo di corvi prende il volo indicandomi la direzione da seguire e scendo verso levante su sentiero per la prima parte prevalentemente roccioso (e di nuovo infido), poi successivamente più erboso. Verso metà evito la variante che taglia a destra e scende prima, perché nonostante la stanchezza, è ancora presto e non voglio lasciarmi tentare da scorciatoie; devo chiudere &quot;l'anello&quot;. Ritorno così ancora alla forcola di Valmora dove avviso un amico che avevo concluso il giro passando per tutti e 4/4 i versanti e non mi restava che scendere all'auto. Psicologicamente mi ero anche preparato a vedere il tramonto durante la discesa, ma fortunatamente è ancora troppo presto per aspettarlo...
&quot;Nord Sud Ovest Est
e forse quel che cerco neanche c'è
Nord Sud Ovest Est
starò cercando lei o forse me?!&quot;
A dire il vero non so cosa stavo cercando, ma qualcosa ho trovato anche stavolta, in questa insolita Arera...
Nota: non conosco km e dislivello perché questo viaggio doveva essere tutto, tranne che numeri; scherzo ma non ho niente che rilevi questi dati :-)
Foto: la croce di vetta al secondo giro, la croce di vetta in lontananza vista nei pressi del passo di Corna Piana, la cresta della Luna</description>
      </item>
      <item>
         <title>04/10/2026 - Tour del canto alto  [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13757</link>
         <description>Solito giro ad anello bellissima giornata </description>
      </item>
      <item>
         <title>03/10/2026 - Monte Marser [ Doc 1971 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13759</link>
         <description>Gita organizzata dalla sezione CAI di Desio
Giornata velata, e con cappello di nuvole in cima. Poco male, divertimento e avventura sono stati assicurati. Si parcheggia sopra Saviore, in via Pian della Regina, seguendo i tornanti fino a uno slargo, giusto prima di una staccionata; più avanti un cartello indica la località Plot Campana, con area attrezzata. Seguiamo quindi la larga strada acciottolata, superando un caratteristico menhir in granito, in pendenza ripida, che dopo un'oretta, seguendo i cartelli, porta al bivacco Baita Casentia, attrezzato di fontana. Più sopra parte il sentiero, su bosco fitto, che con pendenza inizialmente più lieve, poi più sostenuta porta a un piccolo pianoro. Da lì, superato uno sfasciume, inizia la vera salita. Senza praticamente mai dare respiro, alternando sfasciumi, roccia e lunghi tratti erbosi (questi ultimi più infidi, soprattutto in discesa), il sentiero sale lungo il costone Sud-Ovest del Marser, fino alla cresta Ovest finale; dalla quale è meglio seguire i bolli, scendere quindi di qualche metro e risalire decisamente, fino a che la cresta è percorribile per gli ultimi 20 metri fino alla cima. Oggi come sempre bravi tutti, e tutti in cima. 

Discesa ahimè snervante, e da stare molto all'occhio. Questo probabilmente spiega perché questa escursione non viene ripetuta spesso.

Foto 1: Bivacco Malga Casentia
Foto 2: ripidi tratti erbosi sul costone Sud
Foto 3: a pochi metri dalla cima</description>
      </item>
      <item>
         <title>03/10/2026 - Monte Palanzone 1436 m ,da Rezzago [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13758</link>
         <description>Partito da Rezzago, salito sentiero diretto alla vetta, discesa al Riella pranzo spacca stomaco, ma gustosissimo, risalita al Palanzone per digerire, quindi sentiero di cresta sino alla colma di Sormano. Meteo molto buono e temperature ancora calde. Bellissima escursione con Talì alla sua prima vetta.</description>
      </item>
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         <title>23/09/2026 - Monte Legnone 2609 m per il sentiero Bergamin + Direttissima [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13756</link>
         <description>Sicuramente la via escursionistico/alpinistica più diretta per raggiungere il Legnone da Colico. Il sentiero Bergamin  percorre uno sperone boscoso molto ripido e a tratti esposto da evitare tassativamente dopo recenti piogge visto la traccia labile e sempre coperta di foglie secche, che la renderebbe estremamente scivolosa, più franco il percorso della Direttissima che presenta un'isolato passagino di terzo grado se non si usa la catena in posto per il resto radi passaggi di primo e secondo, per gran parte traccia di sentiero, ottimamente segnalato da bolli rossi. Percorso molto selvaggio con colpi d'occhio veramente notevoli su tutto l'arco alpino. Sceso per la via normale dei Roccolo poi per la traccia 1A sino a Colico. Bellissima escursione in solitaria.</description>
      </item>
      <item>
         <title>19/09/2026 - Pizzo Diavolo di Malgina traversata E / O [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13755</link>
         <description>Le previsioni per questo sabato non sono esaltanti, decido di rimanere a poltrire un po' nel furgone, esito, poi mi accorgo che in realtà il cielo è spudoratamente sereno. In un batter d'occhi mi preparo e parto per questa lunga galoppata. In realtà il meteo sarà più che ottimo, regalandomi scorci veramente belli in questo angolo remoto delle Orobie. In giro poca gente se si escludono i dintorni del rif. Curò, salito per il lago della Malgina e sceso per la Val Morta ( ambiente lunare ) . Bellissima escursione in solitaria</description>
      </item>
      <item>
         <title>19/09/2026 - Anello dei Corni Bruciati (con laghi Cassandra) [ Doc 1971 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13753</link>
         <description>19-20 settembre 2026
Anello dei Corni Bruciati, stupenda due giorni con il Cai Desio

N.B.: il dislivello segnato si riferisce naturalmente alla somma del 1° (1.134 mt) e 2° giorno (1.019)

1° giorno: Dal parcheggio di Predarossa (24 euro per tutto il weekend), il gruppo, composto da una ventina persone, si incammina lungo il sentiero che porta al Rifugio Ponti. Il passaggio per la piana di Predarossa, inframmezzata da passarelle in legno, è sempre suggestivo, in una mattinata inizialmente umida e nuvolosa. Superato un bosco si arriva all'ampio anfiteatro roccioso dove si trova la Ponti (q. 2.559). È la prima volta che vedo questi posti, e la prima volta che sono così vicino al Disgrazia. A destra del Rifugio parte il sentiero che, passando per una evidente e bella morena, arriva alla pareti occidentali dei Corni Bruciati. Seguendo bolli e ometti, si sale, su pendii ripidi e sfasciumi, fino al Passo di Corna Rossa, dove si trova la Capanna Desio (2.850 MT, tra la cima di Corna Rossa e la più settentrionale delle cime dei Corni Bruciati). Il bivacco è attualmente chiuso e in attesa di restauro. Dal colle si può scendere direttamente fino al Rifugio Bosio-Galli, ma seguiamo il programma iniziale, per cui dopo una cinquantina di metri, seguiamo i segnavia a sinistra che, lungo un roccioso traverso e dopo qualche passaggio delicato e esposto, ci porta al lago di Cassandra, oggi con un incantevole colore azzurro. Il sentiero è sempre roccioso e a sfasciumi, e bisogna fare attenzione a non perdere quota e segnavia. Superato il lago più piccolo si aggira la montagnola giusto sotto il Cassandra, e andando verso Sud ci si collega al sentiero che scende verso la lunga piana erbosa dove si trova l'accogliente Rifugio Bosio. 

2° giorno: dal Rifugio Bosio, saliamo, in direzione Sud-Ovest, lungo il comodo e panoramico sentiero che, passando per l'Alpe delle Pecora, arriva al Passo Caldenno (2.517 MT). Davanti a noi guardiamo la prossima tappa, il passo di Scermendone; sembra lì, ma per arrivarci dobbiamo scendere per la piana e risalire il ripido pendio, finché arriviamo. Una pausa per mangiare, per poi prendere un sentiero sulla sinistra, e costeggiare il versante Ovest del Pizzo Bello. Una volta arrivati a un colle, saliamo l'aerea cresta occidentale del Pizzo, fino ad arrivare in cima, e goderci un panorama stupendo, che si allarga a tutta la Valtellina. Riscesi al colle, non scendiamo verso il lago Scermendone, ma ci manteniamo lungo il sentiero più alto, saliamo anche l'erbosa Cima Vignone, e scendiamo (stavolta definitivamente), lungo l'ampia cresta, godendo della spettacolare vista, a sinistra l'ampia voluta della Valtellina, a destra le ben note e severe cime del Gruppo Masino-Bregaglia. Ultima tappa è il bivacco Scermendone, dove ci riposiamo e ci concediamo un caffè dalla moka. Il lungo sentiero a nord ci riporta al parcheggio

Bravi tutti, e un grande Grazie agli organizzatori Anna e Davide. 

1° Foto: la morena alla destra del Rifugio Ponti
2° Foto: lago Cassandra
3° Foto: ampia e erbosa cresta in discesa, in affaccio alla Valtellina</description>
      </item>
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         <title>18/09/2026 - Traversata Cancervo 1835m - Venturosa 1999 m [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13754</link>
         <description>Partito sotto il diluvio, fortunatamente da Pianica in poi ha smesso di piovere, anche se le nuvole hanno continuato a farla da padrone per l'intera giornata. Giro ad anello , salito per il segnavia 102 passando sotto la Corna Torcella 1560m ( Monumento al compianto Camos alias Bruno Tassi ), raggiunta la vetta del Cancervo ho traversato per cresta al Venturosa , discesa lungo il sentiero 136 su Foppello, poi infinito asfalto per tornare a Pianica e San Giovanni. Giro molto bello da Pianica in su , meno il tratto di strada , in realtà evitabile, ma avevo necessità di fare dislivello. Bellissima escursione con me stesso.</description>
      </item>
      <item>
         <title>17/09/2026 - I Tre laghetti del Cardeto [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13752</link>
         <description>L'escursione ai Laghi di Cardeto è una splendida e tranquilla gita nelle Orobie Bergamasche, in Val Seriana.  Arriviamo al parcheggio sulla strada intorno alle 10 dopo essere passati da Stefano in pasticceria x la colazione. Siamo io, David, Giona, Mich, Giulia e Nana la bimbetta che non ha ancora due anni. Di venire quassù l’ha scelto e proposto Alessio impareggiabile conoscitore dei gioielli orobici a cui avevo chiesto consiglio dopo che Giulia mi aveva manifestato la voglia di fare un giro per monti non troppo impegnativo vista la presenza della piccola. Il sentiero parte dalla chiesetta di Ripa Bassa di Gromo (859 m), dove si può parcheggiare. In direzione nord, su strada forestale e mulattiera, si attraversa una zona ricca di baite e prati fino a quota 1200 m circa dove si entra nel fitto bosco. La salita inizia subito in modo brusco e non accenna a diminuire di pendenza tanto che sudiamo tutti copiosamente perché all’ombra del bosco non c’è fresco ma un’afa incredibile. Io salgo con sulle spalle 15 kg che sono il peso della bimba (dopo pochi passi in autonomia, ha preferito sedersi nello zainetto) e dello zaino da trasporto. Dopo 45 minuti di salita sbarello, mi gira la testa e ho bisogno di rinfrescarmi. Non voglio dir niente perché sono un poco il capogita e provvidenziale troviamo un ruscelletto dove bevo e mi bagno completamente. Dopo rimane la fatica ma almeno sto meglio e il peggio è passato. Ora il bosco è un poco più fresco e bagnato fradicio, sento l’aria rinfrescarmi. Poco più di un’ora dopo la partenza passiamo sotto una casa e nana comincia a dare segni di insofferenza e vuole scendere dallo zainetto per andare in braccio a mamma Giulia. Andiamo avanti un poco ma la salita è ancora troppo ripida e Giulia non ce la fa con in braccio super Nana. Prima di uscire completamente dal boschetto e di un tratto più pianeggiante decidiamo che Giulia e Nana si riposino un poco all’ombra in attesa di decidere se proseguire o meno. Sono le 11.30, gli lascio il poco cibo che ho e parto a razzo per raggiungere il resto della compagnia più avanti per rimandare indietro acqua e altro cibo. Raggiungo David e Mich e li rispedisco indietro per rifornire le donne nel bosco. Poco dopo traverso in piano verso una valle verdeggiante che si intuisce attendere oltre il piccolo promontorio che ne ostruisce la vista. Raggiungo anche Giona e continuando a traversare in un bellissimo falsopiano tra il verde che mi ricorda le Higland scozzesi, raggiungiamo un bivio (h 12.25) che indica le direzioni verso la Baita Rodigari ( o di Monte Cardeto Alta), Passo Portula e Grabiasca da una parte e per i nostri tre laghetti dall’altra. Raggiungiamo velocemente il bel Lago Basso (1708 m, h 12.30), dove facciamo immediatamente il bagno e attendendo l’arrivo di Alessio e i suoi amici, che avevamo appena superato. L’acqua nonostante la quota non è affatto fredda. Mentre mi rivesto, chiedo a Giona se vuole salire con me di a vedere gli altri due laghetti e saluto Alessio che farà il giro ad anello passando dalla baita Alta. Gio preferisce starsene a mollo e relazionarsi con i pesciolini che ci fanno fish pedicure. Non ho tempo per via deklla bimba e allora gli dico che faccio una corsetta fino all’ultimo laghetto e poi scenderò da Giulia. Questo primo laghetto è posto in una conca idilliaca che si apre a sinistra in una bellissima prateria di prati verdi nel cui mezzo è incastonata la Baita Bassa di Cardeto. Luogo bellissimo e assolutamente particolare per il verde rigoglioso che colora tutto. Venti minuti dopo sono al Lago di Mezzo (q.1800), incantevole con un emissario che esce sotto forma di ruscelletto e dona un tocco di poesia ulteriore a questo ambiente veramente ameno. Anche qua le tonalità del verde sono dominanti sul colle circostante, sulle rive e nell’acqua che ne riflette le tonalità. Forse questo è il lago più bello con i tappetini di erba che entrano direttamente in acqua e creano suggestive piccole penisole. Altro bagno con l’acqua ancora incredibilmente tiepida e poi fuori per correre verso l’ultimo e più alto dei tre laghetti. Saluto Alessio che nel frattempo sta arrivando e riparto. Cinque minuti dopo mi tuffo nel Lago Alto di Cardeto, il più piccolo e meno spettacolare perché immerso in un ambiente più pietroso e meno verde (q.1862 m, h 13.15). Alessio sta arrivando, lo aspetto e ci facciamo una foto insieme a ricordo della bella giornata. Lui prosegue per la Baita Alta e si ricongiungerà più in basso (al bivio) col sentiero che abbiamo fatto per salire. Io corro giù al laghetto Basso per poi proseguire verso Giulia e la bimba. Quando vi arrivo, trovo David e Mich stesi nell’erba e chiedo di Giulia e la bimba e mi dicono che le hanno lasciato cibo e acqua e poi sono saliti ma anche che hanno incontrato Gio che stava scendendo da loro. Allora mi stendo un poco al sole dopo l’ennesimo tuffo rinfrescante, perché le ultime corse in salita, mi hanno spompato ed è da stamattina che non mi fermo. Poco dopo sentiamo delle voci avvicinarsi e quando mi alzo quasi mi emoziono perché vedo Gio che si sta avvicinando con lo zaino e la bimba. Esplodo di gioia perché sono felicissimo di vederle qua e mi sarebbe spiaciuto non potessero vedere questo incanto di posto. E così festeggiamo mangiando insieme e poi trastullandoci tra la riva e l’acquetta dove Nana non apprezza il lavoro di “scrub” dei pesciolini. Ci e giochiamo un po' al sole che va e che viene fino a quando viene il momento di tornare. Nana inizia a stare nello zainetto con Gio e poi la prendo di nuovo io. Per ingannarla e non farla stufare giochiamo a scappare dalla mamma che poi ci raggiunge e ci da una nuova spinta…e ripartiamo velocissimi. Poi anche questo gioco non basta più e allora m’invento la storia del cane da raggiungere che è sempre dietro l’angolo…e che non vedendolo mai…diventa il cane che non c’è, leggenda che si tramanda fino ai giorni nostri. Arriviamo alle 16.15 con che Nana è cotta e vuole andare in braccio alla mamma. Ci ritroviamo con Alessio e terminiamo la giornata in birreria allegramente. Foto 1   il lago basso    Foto2  lago basso dall’alto  Foto 3  il lago di Mezzo

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      </item>
      <item>
         <title>15/09/2026 - Monte Due Mani [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13751</link>
         <description>L’1 di agosto del 2026, saliamo da Greg che si trova con i suoi genitori in vacanza nell’appartamento di maggio di Cremeno dove l’abbiamo incontrato altre volte. E’ sempre una gioia ed un emozione incredibile rincontrare questo bimbo con cui abbiamo condiviso tanto tempo. Progetto di farmi una scampagnata, se possibile, sul monte Due Mani che sta più o meno sopra al paese. Quando ne parlo con Davide, si dimostra entusiasta ed alla fine decide di accompagnarmi. Partiamo da casa (q. 800), in abbigliamento leggero da trail e grazie alle stradine che conosce, ci troviamo in una valletta seguendo il corso di un bel torrente che crea qualche pozza dove la gente si rinfresca dalla calura. Troviamo al guado verso sinistra, prima di entrare nel bosco cartelli che indicano il Monte Due mani a 2h 15. Saliamo con un gran passo e mi stupisco Davide sia così allenato anche se ha corso una mezza e mi dice di allenarsi 2/3 volte a settimana. Faccio fatica a stargli dietro e gli dico che se facessi io il passo non andrei di più. Un quarto d’ora e duecento metri di dislivello dopo, siamo alla Cascina Rizzolo a q.ta 1050 e abbiamo qualche dubbio sul percorso. Ad un certo punto capiamo di aver sbagliato e ritorniamo indietro alla cascina, dove avremmo dovuto virare a destra anziché proseguire oltre il casolare. Ricominciamo a pestare nel bosco e arriviamo nei pressi delle baite di Desio da dove vediamo a destra il profilo del Due Mani e poco oltre dei cartelli che indicano la Bocchetta di desio a 10 minuti. La raggiungiamo alle 17 (q.ta 1340) e Davide sente casa decidendo di tornare a dare una mano per la preparazione della festa di stasera e non ricevendo l’invito a proseguire pure l’escursione. Ci salutiamo con una foto ricordo e inizio a spingere forte per metterci il minor tempo possibile, ma non ho grandi margini e devo rallentare talvolta o fermarmi per riprendere fiato. Venti minuti dopo sono comunque sotto la cresta finale e dieci minuti dopo la croce spunta oltre la linea di cresta proprio con il sole che brilla dietro. Non salgo in cima direttamente ma vado a sx su un’elevazione laterale dove trovo un cartello con divieto d’accesso alla Ferrata Contessa. Salgo un breve ripido sentierino con vista verso il Resegone e una bella valletta verdeggiante sottostante che scende verso il Lago di lecco e sbuco sul piccolo pianoro sommitale dove un cumulo di sassi pitturati fa da ometto di vetta. Bella la vista verso la Cima del Due Mani con la grande croce di vetta, l’igloo del bivacco e le grigne sullo sfondo.                     Cinque minuti dopo alle 17.40 sono sulla più accogliente vetta del Due Mani (q.ta 1665) dove mi faccio scattare una foto davanti al bivacco Locatelli da tre ragazze che vi dormiranno per la notte. Entro e le invidio un poco perché l’interno è nuovo e accogliente con tante belle finestrelle che come oblò danno sul mare delle vallate e vette circostanti. Non ci sono i lettini e quindi bisogna portare il materassino da casa…forse viste le condizioni in cui versano tanti bivacchi old style può essere una scelta per il futuro…anche per scoraggiare utilizzi impropri. Come dire…chi vuole più comodità…se le porti da casa. Nubi nere non molto vicine minacciano il possibile temporale, auguro loro di passare una buona notte e mi lancio correndo sul filo di cresta che scende leggermente verso lo Zucco di Desio, una decina di metri più basso. Mi giro un attimo a riguardare il bel traverso erboso percorso e a salutare la vetta che sta proprio davanti al Resegone e poi riprendo a correre affrontando con il fiatone l’ultimo strappo prima del poggio di vetta che raggiungo dopo 10 minuti. Un ultimo sguardo al Due Mani che da qua copre quasi tutto il redsegone e mi butto in discesa nel bel bosco fermandomi solo per provare a fotografare dei camosci che spariscono prima di lasciarmene il tempo. Poi atterro su una bella radura erbosa dove un grosso branco di cavalli bradi sta tranquillamente brucando incurante del mio passaggio. Scatto belle foto ad alcuni esemplari possenti, a qualche puledrino e al branco in questo bucolico ambiente di media montagna. Sono le 18.20 e riprendo a correre vs il basso cercando di capire dove sarà il Monte Tabor. Un quarto d’ora dopo esco dal bosco, la vista si apre verso valle e trovo una bella casetta nel prato. Sono riarso dalla sete e la gentile famiglia mi fa entrare in cucina e riempio e svuoto in continuazione le mie borraccette da mezzo litro. Mi scuso per la sete che non si placa e loro ridendo mi chiedono da dove arrivo così trafelato. Ah..fanno quando glielo spiego. Ci salutiamo, e mi ributto a capofitto per la strada carrabile. Dieci minuti dopo sono in paese senza aver scoperto quando sono passato dal Monte Tabor visto che non ho trovato nessun cartello o punto particolarmente evidente: girandomi indietro vedo solo due vaghe prominenze che si elevano leggermente dal bosco. Il Monte Due Mani, è indicato a 2h.40 h: ero lassù 1 ora fa! In discesa sono ancora veloce…e sorrido della battuta. Il Tabor misterioso invece a mezz’ora. Per asfalto corro ormai abbastanza sfinito e con qualche saliscendi risalgo fino alla casa da dove son partito 3 ore fa e la raggiungo esattamente alle 19…giusto in tempo per la doccia e la sontuosa cena serale. Che bella giornata fra emozioni, corse e fraternità.                                                  Foto1 io e davide alla Bocchetta di Desio  Foto2 vista sul Monte due Mani  Foto 3  io al bivacco

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      </item>
      <item>
         <title>12/09/2026 - Lastron Scarperi, Punta Lavina Bianca e la Cengia della Caccia [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13749</link>
         <description>La Cengia della Caccia mi è entrata dentro da quando ne ho sentito parlare come della probabilmente più bella di tutte le Dolomiti, e avendone percorse già diverse e a mio parere molto belle, la definizione, mi ha incuriosito. Le relazioni incontrate promuovono un bel giro ad anello che include la salita al Lastron dei Scarperi, cui una aggiunge la Punta Lavina Bianca e a cui io aggiungo la discesa/traversata fino alla misteriosa Forcella di Lavina Bianca e la risalita successiva alla Punta Piccola dei Tre Scarperi. Dico misteriosa perché non è descritta in alcun testo che sfoglio nella spasmodica ricerca, se non nelle quattro scarne e succinte righe del Berti. Ho telefonato già l’anno scorso ad un paio di guide alpine della zona, ma che non erano mai state da quelle parti. Mi rivolgo allora all’AI ma le informazioni che raccolgo, pur dettagliate, non mi convincono e alla fine scopro essere sbagliate. Consultandomi con Luca che si dichiara entusiasta del progetto, riesco ad avere una relazione della salita a Forcella Bianca dal Cadin della Caccia, contenuta in una edizione aggiornata dei 3000 Dolomiti. Bene, che se ci arriviamo la utilizzeremo per la discesa. Qualche giorno prima del fatidico 19 agosto che ara il giorno che Luca mi aveva dato come disponibile, mi chiama per dirmi che si è fatto male al ginocchio e che non riuscirà ad esser della partita. Ci rimango un poco male perché gli avevo dato due date precedenti e sapevo che puntare tutto su una sarebbe stato rischioso. Era il mio progetto principale per questa estate! Comunque sono solo e allora provo a coinvolgere Diego e anche Marco che in quei giorni è in giro con un certo Alex. Nonostante la disponibilità che do’ a livello organizzativo, nessuno se la sente e anche mio figlio Giona rinuncia. Va bè…andremo a vedere…leggeri senza corda! Lunedì sono stato sul Bosconero, martedì 19 08, mi riposo e poi preparato tutto anche per dormire con la tendina, parto per San Candido, il paese di Sinner. Parto da Caprile alle 19.30 e salendo sulla stradina verso Selva di Cadore un bellissimo arcobaleno che disegna il suo arco sopra il Piz Corvo, mi augura buon viaggio. Raggiunta la statale che porta al Passo Staulanza, mi fermo ad ammirare il tramonto sul Pelmo: un plunkake arancione che rivela le striature enormi delle tante frane che in questi giorni lo stanno devastando. Uno spettacolo comunque. Poi l’Averau, la Marmolada e la vista verso l’Agner e le Pale di san Martino: Dolomiti in gran parata questa sera, sembran quasi dirmi ma dove vai che le più belle siam sempre noi? Al Passo Giau l’overtourism segnalato da Alex Honnold mi sorprende: mai viste tante auto, parcheggiate ovunque! Solo alzando gli occhi al cielo ritrovi la purezza della Ra Gusela, dei Lastion de Formin, delle Tofane. Scendo verso Cortina e quando l’attraverso sono attirato dalle tante belle ragazze che popolano l’esterno dei bar del centro. Ma lo sanno dove sono? Sappranno mai così truccate ed avvenenti che sono in uno dei posti più belli del mondo? Solo che il bello è fuori città, oltre il marciapiede sul quale aspirano voluttuosamente le loro sigarette. Attraverso questa orgia di colori e luci e poco dopo sono nel buio e nel mio nulla, finalmente solo al cospetto di muraglie nere che rubano spazio al cielo solo un poco meno scuro. Che emozione che mi prende…che gioia per il contatto ritrovato con la bellezza e il silenzio della Natura selvaggia. Divago nei miei pensieri seguendo il fascio di luce dei miei fari seguire il nastro asfaltato. Mi fermo solo davanti al cartello Innichen (S. Candido) per mandare una foto a David grande fan di Yannick e poi svolto verso la Val Campo di Dentro. Incredibilmente l’accesso al parcheggio Alto (Antoniussestein) q. 1500 m., è libero la notte e a pagamento di giorno perché la stradina di salita è percorsa dalle navette di servizio. Salgo in auto fra boschi folti e grandi tronchi di abete e arrivo al park qualche attimo prima delle 22. Cerco un bel posticino per piazzare la tenda (sarebbe vietato…) e lo trovo nascosto a pochi passi dall’auto…tanto alle 3 me ne vado…chi mi vede? L’erba è bagnata e una pioggerellina fine inizia a cadere. Decido di dormire più scomodo in auto ma così sarò all’asciutto e risparmio tempo col montaggio. Dormo abbastanza bene ascoltando saltuariamente qualche scroscio di pioggia e alle 3 sono sveglio e mi preparo per la partenza. Alle 3.15 inizio a muovermi e imbocco la nera striscia d’asfalto che conduce al Rif. Tre Scarperi (Dreischusterhutte) (q.1635) dove arrivo 30 min dopo. Ci giro un poco intorno e poi approdo al prato antistante dove imbocco una traccia indicata dal cartello Rif. Locatelli 105. Dal bosco entro in una sorta di piana alluvionale e la seguo iniziando ad un certo punto a chiedermi come mai non ci siano segni. Dopo mezz’ora mi risveglio dal torpore e capisco di aver sbagliato. Arrabbiato inverto il senso di marcia e mi sposto verso sinistra…e miracolosamente trovo immediatamente un sentiero che col cuore in gola seguo fino a quando trovo i cartelli lignei tipici di queste zone dell’Alto Adige, che mi rassicurano: è quello giusto!. Temevo di dover tornare al Rifugio e perdere mezz’ora! Un ponte in legno mi permette di guadare un torrentello e dall’altra parte il sentiero finalmente inizia a salire servito da innumerevoli gradini fatti con bei tronchi: che lavori che fanno da queste parti! Quanto legname, ma che bel lavoro che han fatto. Alle 5.20 vedo le prime forme nere stagliarsi nel cielo, da una parte l’ammasso che dal Lastron prosegue e si fonde nel resto dei tre Scarperi, dall’altra la forma inconfondibile della Torre dei Scarperi, così simile a certe architetture rocciose dei deserti americani. Dietro una scia di luce illuminata, appena alle spalle della sagoma scura della Rocca dei Baranci. Entro in una sorta di canale forra che poi oltrepasso grazie ad un ponticello in legno ed improvvisamente alle 5.40 il cielo rischiara e nitide mentre mi trovo su una sorta di altipiano carsico si stagliano nel cielo azzurro la Torre dei Scarperi e dietro la Croda dei Rondoi e le Cime Bulla. La luce mi mostra il luogo fantastico dove mi trovo e dalla linea di cresta che mi sovrasta, emerge la slanciata punta del Paterno e poco dopo quella della dirimpetta Croda Passaporto. Dietro ora vedo oltre alla Rocca anche la Croda dei Baranci; forme di pietra fantastiche circondano il mio campo visivo e arrivo al bivio per il Rif. Locatelli. Il sentiero ora sale oltre l’altipiano vs la cresta sostenuto da tronchi sdraiati sul terreno e poi affronto un canale franoso un poco ripido oltre il quale emerge un  nuovo dardo roccioso: l’austera Torre Toblin che ad ogni mio passo si alza sempre più in cielo nel suo irresistibile slancio verso l’alto. Raggiungo un nuovo pianoro e oltre la torre ne emerge un’altra: fa capolino il testone della Croda dei Toni. Alla sua sinistra invece le frastagliate creste della Croda Rossa di Sesto e delle Cime Undici. Che spettacolo grandioso: sembra di essere un museo con tutte le teche allestite nei vari angoli, solo che qui ci sono le montagne. L’ammasso di rocce verso gli Scarperi ora lascia intuire la forma del Lastron e quella del Crodon di S. Candido, che si stacca a sinistra. Punto ora la Torre di Toblin mentre il Paterno mostra tutte le sue guglie : sembra la schiena di uno Stegosauro. Apoteosi di punte. Trovo una caverna di guerra e poco dopo il momento è catartico perché all’appello mancavano solo loro e con un colpo inaspettato rubano immediatamente la scena apparendo improvvisamente: signori e signore, le tre Cime di Lavaredo. Sono in estasi alpina. Non ci sto dentro a tanta bellezza. A malincuore dopo tante foto mi muovo sul sentiero che pianeggia verso la Torre di Toblin e raggiungo la Forcella di San Candido (q.ta 2380, h 6), incredulo dalla meraviglia. Lo dedurrò poi di essere qua perché a dispetto delle relazioni, non ci sono indicazioni verso il Lastron ma solo verso il Rif. Locatelli e verso da dove arrivo, e non c’è un cartello che la nomina. Dal palo con i cartelli, dipartono tre sentieri senza alcuna indicazione: una vira a destra sotto la Torre di Toblin, uno scende a sinistra e uno sale verso la torre. Nel dubbio, scelgo quest’ultimo che mi sembra poi la lasci a destra. Albeggia dietro le tre Cime e il Cristallo occupa il resto dell’orizzonte, ma fa proprio da sfondo perché le prime occupano il centro dell’attenzione così sublimi sul loro piedistallo da vip. Salgo praticamente fino alla base della torre e poi inizio a traversare nella giusta direzione e a capire che il sentiero giusto dei tre era quello che scendeva per poi traversare in direzione Scarperi. E vabbè, ci arriverò dall’alto. Improvvisamente è come se qualcuno avesse pigiato su un interruttore e il mondo si accende: alle mie spalle la Torre di Toblin si accende e arrossisce come una donna dolce quando le fai un complimento. Oltre un laghetto palustre le creste del Paterno e il testone della Croda dei Toni, attendono in silenzio il loro turno, attendono la Redenzione di un nuovo sole che sorge. E improvvisamente eccolo alle 6.20 esplodere alla base del Crodon di S. candido e riversare tonnellate di luce sui monti che lo attendevano. I suoi raggi benefici non toccano le fredde rocce delle Crode Fiscaline, della Cima Una, della Croda Rossa di Sesto e di Cima Undici che come me assistono attonite al risveglio del mondo. La Torre di Toblin si incendia e tu pensi che dono grande è essere qua ad osservare la pietra rianimarsi nell’ora dell’incanto. La magia vola nell’aria e come una bacchetta di Harry Potter disegna prodigi nel cielo illuminato. Oltre la torre dei Scarperi e il fianco del Monte Rudo si è acceso il Piz Counturines e la Rocca dei Baranci arde con le sue infinite puntine trasformate in fiaccole. Perdo leggermente quota e arrivo ad una depressione proprio in fronte ad un picco che sta davanti al Lastron con il sentiero ben evidente che lo aggira per dirigersi in leggera salita verso la Selletta Bassa. Ma io non riesco a distogliere gli occhi dalla scena alle mie spalle con il sole che cola dalle cime e illumina a fasce il territorio. Magia allo stato puro. Ora la luce ha acceso anche le punte delle Tre Cime e piano scende fino a far brillare anche il Rif. Locatelli che col  suo laghetto sembra una casetta delle fiabe. Io mi godo lo spettacolo immerso nella quiete dell’ombra e piano piano raggiungo la Selletta segnalata anch’essa da un semplice ometto (q.2465, h 6.40). Ormai oltre i rifugi la segnaletica tende a sparire aumentando il senso di wild dell’alta montagna. Da qui si vede nuovamente la Val Campo di Dentro da dove arrivo e lancio uno sguardo alle grandi praterie verdi baciate dal sole nuovo che mi lascio alle spalle e con un po' di dispiacere mi butto nella ripida e sgarruppata discesa dell’altro versante ombroso. Quanto devo ancora traversare per arrivare alla base del Lastrom. Supero dei resti bellici pestando sdrucciolevoli ghiaioni mentre il sole prende a carezzare le cime della Torre dei Scarperi, del Monte Rudo, della Croda dei Rondoi e delle Cime Bulla. E’ l’unica striscia già illuminata e brilla sopra le creste e il silenzio delle valli che ancora sono immerse nel sonno. E’ uno spettacolo continuo di nuove punte e visioni che cambiano di visione in visione ad ogni mio spostamento. Credo proprio sia una delle zone più belle delle Dolomiti perché il paesaggio è sempre molto aperto e i panorami si aprono all’infinito. Di foto in foto una ventina di minuti dopo, arrivo sotto le pareti del Lastron e salgo ora diretto vs la montagna entrando nel Cadin di S. Candido. Il vallone che ho risalito è ancora in ombra e oltre la linea scura ormai in pieno giorno si prendono il sole tutte allineate le Tre Cime, la Torre di Toblin, il Cristallo e la Torre dei Scarperi. Comincio a cercare la Cengia della Caccia che più o meno qua dovrebbe iniziare o finire a seconda del verso in cui la si vuol percorrere. Trovo ometti e una paretina rocciosa descritta nella relazione ma che intuisco devo lasciare alla mia sinistra per dirigermi in traversata verso il centro del Cadin anche se significa perdere leggermente quota, ma lontano vedo meglio definita la traccia del sentiero. Mi allontano dalla parete e sono sopraffatto da ciò che vedo: riesco a zoomare sulla Torre di Toblin con dietro la Nordovest del Civetta di lato e l’altopiano della Fradusta. Incredibili e insolite sovrapposizioni. E poi a lato il grande altipiano carsico traversato nel buio della notte e che dà sul Cristallo, le Tofane e la Torre dei Scarperi. Salgo sempre nell’ombra verso il centro del Cadin e poi il sentiero piega a sinistra riprendendo a salire deciso in direzione delle Punte di Sassovecchio un poco schiacciate nei loro slanci da questa visuale. Dietro troneggiano le Drei Zinnen e il sole raggiunge sopra di me le creste del Lastron. Raggiungo un paletto di legno al centro del Cadin sostenuto da un ometto nel quale è inserito, proprio di fronte alla Forcella di Sassovecchio (h 8). Ora il sentiero piega a sx e si vede bene la Cengia della Caccia dividere in due la montagna, oltre la paretina che ho abbandonato. Zoomo sugli ometti che segnano il passaggio da uno spigolo della Cengia e poco oltre ne vedo il precipitare verso le basi dei roccioni che la sostengono. A dopo. Salgo ripido con un panorama immenso alle spalle e la mia traccia che va a chiudersi invece verso le prieghe della montagna. Perfino il placido (così pensavo…) Crodon di S. Candido, ha ora assunto un aspetto arcigno e belligerante per non esser da meno in questa gara infinita di torri lanciate verso gli spazi del cielo. Traverso una zona in sabbiosa salita e poi mi infilo in uno sgretolante canalino che impegna per questioni di equilibrio anche i miei arti superiori. Dal suo culmine l'Antelao saluta oltre le Tre Cime e la Croda dei Toni oltre il Crodon. Continue visioni, continui incanti. Ora mi attende un canalino stretto e friabile che termina in una forcelletta di cielo che più azzurro non si può: che contrasti di colore fra le pallide e assolate rocce e il cielo così intenso. Alla forcelletta (15 m. dopo), faccio il mio primo bagno di sole: sono sotto il castello del lastron, o perlomeno così mi sembra, ma soprattutto appaiono magnifiche dipinte nel cielo la Punta Lavina Bianca, La Punta Piccola dei Tre Scarperi e la Cima Principale. Incredibile, quanta pietrificata belllezza. Sono estasiato, le Punte di Sassovecchio eppure affascinano, meno eleganti e decisamente più burbere. Ora il sentiero gira dolcemente a sinistra per aggirare la parete superiore e si apre verso la mansueta zona sommitale. Pare proprio strana questa cima rotonda e piatta inserita in questa gara di missili terra aria. Il mondo si apre alle mie spalle e salgo leggero ma non insensibile a tutto ciò che si apre all’orizzonte e che continuo a fotografare. Non riesco a smettere. Parate di rocce e incroci di cime ovunque. Raggiungo la calotta sommitale e mi pare di stare sulla luna e poi su Marte perché il terreno diventa tutto rossiccio. Mai visto nulla di simile. Rimbalzo morbido su questo strano suolo e mi avvicino al punto sommitale che ora vedo a sinistra marcato da ometti e dalla croce posta su quello più alto. Pochi passi morbidi in sfilata fra gli ometti e sono in cima al Lastron dei Tre Scarperi (q.2957, h 8.30). Davanti a me oltre il vuoto che ci separa la triade di punte della Lavina Bianca e delle Due Cime degli Scarperi. Poco dietro la Rocca dei Baranci. Non riesco a togliere lo sguardo dalla Punta Piccola e dai Tre Scarperi. Sono in cielo. Mi sembra incredibile essere stato lassù anni fa con Nico. Ma anche dall’altra parte  che panorama incredibile si apre oltre le Tre Cime e il Paterno: il Duranno, le Marmarole, l’Antelao e poi Sorapiss Civetta, Pale di San Martino, Cristallo e Marmolada. Oltre la cresta formata dalle Punte di Sassovecchio e dal Crodon di S. Candido, si elevano invece la Croda Rossa di Sesto, la Cima Undici, il Popera eil Giralba e infine la gigantesca Croda dei Toni. E anche la Croda Rossa non è voluta mancare sbucando sopra la Croda dei Rondoi, con le sue rocce ferrose e arancioni. Che panorama infinito: zoomo sul Civetta sugli Scarperi e sul prossimo obiettivo della Punta Lavina Bianca. Sembra di stare su un campo da tennis in terra battuta e c’è perfino un ricovero basso in pietra dove gli amanti dell’alba e del tramonto possono ripararsi dalle intemperie notturne in attesa di regalarsi scatti memorabili. Mi viene in mente Diego. Forse fra qualche anno se avrò più tempo anche io magari inizierò a fare traversate dormendo in quota…chissà! I dieci minuti dio ricreazione sono finiti e inizio a scendere sulla agevole ma non larga cresta che scende verso la sottostante doppia insellatura della Forcella del Lastron. E’ impressionante il dedalo di creste e torrette che mi circondano ma un quarto d’ora dopo mi affaccio dalla forcella sul versante Campo di Dentro. Devo scendere alleghiaie che costeggiano la parete friabile a destra e poi risalire verso la cima che bifida torreggia lassù in alto dove il cielo è più blu. Un canale sabbioso e friabile è la via verso l’alto che termina in una forcelletta, poi si riprende a salire per rocce rotte e mi trovo ben presto ai piedi della paretina finale di pochi metri ma che cerca di opporre strenua resistenza alla sua conquista( brevi passi di II°). Improvvisamente il vuoto e un cordino attorno ad un masso  mi segnalano la precarietà della mia posizione: oltre solo cielo!. Mi isso per cercare di sedermi sulla punta della Punta Lavina Bianca ( q.2987m., h 9.15). Mancano 3 m alla soglia dei 3000 m, mi alzo in piedi a fatica..ma non li raggiungo. E qui saltare non si può perché si atterrerebbe molto più in basso. Sono proprio a cavallo del vuoto e mi fa sorridere il panettone del Lastro così grosso in mezzo a tante punte. Cosa faccio ora? In equilibrio provo a muovere qualche incerto passo su questa crestina così precaria che non mi sorprenderebbe se dovesse precipitare con me. Il vuoto è assoluto da entrambe le parti e ad un certo punto mi fermo perché non mi sembra molto disarrampicabile la cresta dal punto della sua fine. Concludo che è assurdo rischiare senza corda e ritorno al punto di partenza. Ci riprovo poco dopo ma il ragionamento e le conclusioni sono le medesime. Qui vien giù tutto e rischio poi di cacciarmi in un punto senza ritorno. Prima di rassegnarmi alla discesa, fotografo la zona sommitale…solo alzarsi per fare una foto è II° grado! Il dedalo di punte delle due sorelle Scarperi che s’incrociano è impressionante..e quanto vuoto! Mi volto, pensieri che ronzano perché sognavo proprio di andare avanti! Ho la testa altrove e mi imbrano a disarrampicare la paretina…mi fermo a mettere il casco e poi mi trovo alla base della paretina a cercare una soluzione alternativa per proseguire. Aggiro verso il versante Fiscalino la torretta finale e trovo due ometti…qua sembra più fattibile e dovrei affrontare una placchetta sporchissima di detrito ma che sembra vagamente appigliata. Anche se qua scivolare non sarebbe la fine certa rischio comunque di farmi male seriamente. Accenno il movimento di partenza…ma ancora mi viene il pensiero di infilarmi in casini successivi. Riguardo i due ometti e a malincuore mi arrendo…non ho certezze su cosa troveri dopo. Faccio qualche foto della paretina da disarrampicare ma mi sembra veramente troppo rischioso da fare in libera: verticale e friabile. Decido che ci tornerò con la corda perché la traversata verso Forcella Lavina Bianca, la descrive solo il Berti e potrebbe avere diverse incognite anche per via del terreno inverosimilmente franoso. Convinto di aver fatto la scelta giusta mezz’ora dopo aver raggiunto la vetta, scendo il canale friabile e guadagno la parte alta del Cadin sottostante dove si vede benissimo l’incisione della traccia che ho percorso e che scende dalla Forcella del Lastron che mi sta proprio di fronte. Solo che io dovrei trovare la linea di discesa verso il Cadin della Caccia. Una vaga traccia scende il ghiaione e si mescola con linee di scolo. Guardo la relazione e ne deduco lo scorrere quasi orizzontale sotto le rocce. Viaggio attento alla direzione nel timore di sbagliare, ma raggiungo subito una prima insellatura da cui poi se ne vede una seconda: sono giusto. Ora s’inizia a scendere più decisamente proprio di fronte alla Rocca dei Baranci che troneggia irsuta come un istrice. Raggiungo la terza selletta e mi sento a casa, il grande bacino alluvionale del Cadin della Caccia sta in basso ad attendermi oltre il canalone ghiaioso che dovrò facilmente scendere. Si vede benissimo la piccola e solitaria Torre della Caccia e la più grande Torre dei Viennesi che come Colonne d’Ercole sono piantate ai margini del Passaggio della Caccia oltre il quale la Lavina dei Scarperi scende sinusa e ghiaiosa fino all’omonimo rifugio. Mi rilasso guardando il panorama sempre aperto verso le Lavaredo, il Popera e il Cristallo che giganteggia dietro all’onnipresente e sempre magnifica Torre dei Scarperi. Ma anche la Croda Rossa che tinteggia dietro quella dei Rondoi, per chiudere poi il cerchio con le Cime Bulla e la Rocca dei Baranci. Mi butto a capofitto saltando felice interrompendo la corsa solo quando un branco di camosci sale in fila le ghiaie della Torre della Caccia…così rapidi che sfuggono al mio tentativo di fotografarli. In un quarto d’ora raggiungo il piano del Cadin della Caccia (q. 2570, h 10.45), quasi emozionato.                                 E’ veramente un luogo leggendario dove riesci ad immaginarti i cacciatori correre ed inseguire le loro prede. E stupisce questo piano sassoso che si è fatto spazio tra tanta verticalità. Un posto da tenda, peccato solo che l’acqua sia già stata tutta assorbita dal terreno e ne rimanga solo qualche zona umida a ricordo. Che incredibile belvedere verso le montagne già descritte, con la Torre Gioppi che si prova a coprire con le sue forme, quelle delle Lavaredo. Mi fermo beato sotto il sole caldo a mangiare ed intanto comodamebte seduto su una larga pietra, osservo la vaga traccia che sale un dolce pendio e che porta probabilmente alla partenza della Cengia della Caccia. Poi guardando l’indistinta cresta che corre da punta Lavina bianca alla Punta Piccola dei Tre Scarperi per cercare dove potrebbe nascondersi la Forcella di Lavina Bianca, mi sale improvviso un pensiero. Ma porca miseria, la parete che ho di fronte è quella che è descritta sulla nuova edizione dei 3000 delle Dolomiti (che non ho..) e dove corre la linea di salita che dal Cadin dove mi trovo raggiunge la misteriosa Forcella. Se ci pensavo prima avrei potuto stare più alto e provare ad arrivarci da lì. Mi viene il pensiero di provarci ugualmente ma sono troppo stanco per risalire ancora e il sole che picchia mi fa passare la voglia. Probabilmente farei anche molto tardi…anche se in effetti son solo le 11. Poi penso che comunque sarebbe bello tornarci con qualcuno e e percorrere la cresta. Individuo comunque il canale d’accesso fotografato anche sul libro (non ci sono più i residui nevosi…) e la successiva cengia ascendente verso sinistra che mi conferma che c’è una bella distanza tra la Punta e la Forcella di lavina Bianca. Tratto misterioso e che dal basso, non è possibile decifrare. Faccio diverse foto e poi zoomo sulla Torre di Scarperi dietro la quale si eleva il dente del Popera. Alle 11.15 mi alzo e dopo aver bevuto vado all’attacco della Cengia. Comincio a scorrere facilmente lungo il fianco della montagna nonostante la cengia sia piena di detrito e spesso più simile ad una banca ghiaiosa, poi si entra nel cuore della parete e il passaggio diventa più suggestivo con lo sfondo sempre riempito dalle Tre Cime. Non ci sono punti particolari e più che la cengia è senz’altro unico il panorama con la Torre dei Scarperi costantemente in vista a mostrare le sue straordinarie fattezze e il Monte Mattina che finalmente rivela la sua presenza. Raccolgo per Dani delle pietre rosse da una sorta di ferita nel cuore delle rocce attorno, invece biancastre e continuo a scorrere fino ad avere davanti delle punte rocciose che s’intrecciano con le retrostanti Tre Cime andando a creare un quadro particolarmente pittoresco. Ora la cengia sale sopra una parete precipite e mentre guardo in alto la sua linea quasi non mi accorgo che arrivo al passaggio chiave. E’ passata mezz’ora dall’inizio della cengia. Mi permetto di dissentire da altre relazioni che suggeriscono due diverse soluzioni perché alzarsi è più scomodo e anche più difficile mentre passare direttamente è decisamente banale. Per intenderci, se si ha difficoltà a fare un passaggio del genere è meglio non andar per cenge. Memore di aver promesso a Diego di mandargli qualche foto gliene mando un paio mentre fotografo il vuoto sotto i miei scarponi e me ne sto a cavallo del punto più esposto. Semplicemente con un piede da una parte e l’altro dall’altra della piccola interruzione nella continuità della cengia. Con anche lo zainetto sulle spalle che non mi sbilancia verso il burrone. Salto dall’altra parte e inizio a salire credo sotto le pareti verticali della Punta Lavina Bianca incontrando dei bassi e caratteristici antri. La cengia ora si allarga mentre scorro sotto strapiombanti giallonere pareti che s’alzano nel blu. Un promontorio segnalato da un ometto è la prossima direzione ed è l’unico punto in cui prestare attenzione perché le tracce portano a proseguire in traversata e non è evidentissimo lo scartamento a sinistra per affrontare facili roccette che alzano a raggiungere il promontorio prima osservato. E’ quasi passata un’ora dalla partenza della cengia ma non se ne vede ancora il termine anzi si alza ancora e continua a girare tanto che ora credo di stare sotto la cima del Lastron. La cengia si allarga a banca e ricompare il Crodon di S.Candido e il Rif. Locatelli con i suoi due occhietti verdi. Proseguo sulla banca che ora scorre adiacente una verticale parete giallastra e una volta superata, vedo e poi raggiungo in salita il punto più alto della cengia, splendido balcone sul sottostante e ampissimo Cadin di S. Candido (q. 2780, rilevata con l’altimetro, h 12.30). Ritorno a casa. Ora la cengia sempre abbastanza larga scende, traversa oltre un canalone che precipita e ridiscende successivamente. Poi traversa ancora in orizzontale fino ad essere proprio sotto l’aguzzo e dominante Crodon e poco dopo, ormai sopra il Cadin e in vista delle punte e della Forcella di Sassovecchio, si arriva sotto il conclusivo e ripido discesone finale. Che tenerezza in questo mondo di pietre e sassi vedere due papaveri alpini rompere con il loro giallo idilio la severità e la sterilità circostante. Proprio vero che l’amore è la forza più tenera ma potente che ci sia. Mi sporgo per valutare la pendenza..qui bisogna sciare e un attimo dopo alle 12.45 atterro in corrispondenza di un grande masso bianco di riferimento che segna proprio il punto di attacco o di arrivo della Cengia della Caccia a quota 2.730. Ci ho impiegato un’ra e mezza da quando mi sono alzato dalla pietra sulla quale mi ero riposato. Pensavo meno, ma foto permettendo non mi è sembrato di prendermela comoda. Il Crodon torreggia sopra di me e scendendo un poco si vedono le grandi placconate nerogiallastre che sostengono la cengia e ne diventano il riferimento per raggiungerla. Dal basso, vista impressionante che per fortuna, non si ha dall’alto. Ora come fatto questa mattina traverso sotto la paretina placcosa e ni dirigo verso il centro del Cadin dove m’attende a braccia aperte e un poco preoccupata la traccia che mi riporterà a valle e che avevo già percorso qualche ora fa. Mi allontano dal Lastron e mi giro ogni tanto a salutarlo e ringraziarlo come si fa con un amico a cui vogliamo bene. Ora devo solo concentrarmi per trovare la traccia  che abbandona il sentiero verso la nota Selletta Bassa per andare ad infilarsi nell’Innichengraben, percorso avventuroso e alternativo per la discesa. Mezz’ora dopo ho davanti agli occhi la Torre di Toblin e quella degli Scarperi. Nello spazio contenuto sotto di loro scende evidente l’avvvallamento che conduce alla forra. Scendo per vaghe tracce e qualche ometto che si estinguono immediatamente ma punto un pendio erboso segnalato nella relazione e l’evidente svolta a destra che fa presagire il canyon. Scendo veloce in direzione obbligata e a fianco del bel prato affronto il ghiaione che scende alla sua sinistra e che quando raggiungo mostra la bellezza della gola di pietra nel quale s’infila. Suggestivo. Le torri della Torre Scarperi e del Monte Rudo s’affacciano oltre la linea di cresta dalla quale sono appena sceso e fra sabbie, detriti e massi entro fra le pareti della forra. Ne esco velocemente passeggiando dolcemente su una grande fiumana che mi ricorda un ambiente visto più volte nelle piane alluvionali del Sud e poi scarto (in ritardo) verso sinistra prendendo un sentierino che orizzontale, evita il precipizio della forra che appare ora bassa e lontana verticalmente sotto le mi escarpe che s’affacciano per scorgere la profondità dell’orrido. Si vede dell’acqua che ancora non è stata inghiottita e la vista si apre verso la valle di campo di dentro dove tutto ebbe inizio. Ora devo affrontare un canale roccioso in discesa dove non trovo un caratteristico passaggio di II° grado descritto nella relazione ma disarrampicando più facili rocce raggiungo di nuovo il piano. La vista retro evidenzia la zona scoscesa da dove sono sceso e alla sua sinistra la parte di forra saltata. Ancora massi verso i boschi del fondovalle e una bella vista sulle piccole ma apuntite e slanciate Torri dei Baranci che quasi non noti nella grandiosità del paesaggio circostante e poi improvvisamente, fra queste pietre bianche riarse dal sole, ti riaccoglie il verde del bosco ed è bello sentirne l’impatto morbido sotto le suole rigide degli scarponi. Sbuco immediatamente nei pressi di una bella panchina in legno segnalata nella relazione e che stanotte non avevo visto (q. 2050, h 14.30) ritrovandomi così sul sentiero 105. Fa capolino fra le erbe un bel mazzo di genziane e la vista si apre sulla fiumana che porta al rifugio ormai a portata di mano. Atterro con il gruppo dei tre Scarperi davanti, il Monte Mattina a lato e la croda dei Rondoi dietro. Percorro il sentiero in falsopiano che scende ai prati e poi al DreiSchusterhutte (h 15.20). incantato dalla mutevole vista sui tre Scarperi e le Torri che lo circondano e acui si aggiungono i Campanili dei Sassi e le Cime di sesto, scendo per asfalto vs il park dove mi attende l’auto. Continuo il reportage fotografico fino a riuscire ad infilare una foto molto istruttiva in cui si vedono da ribaltata prospettiva, la Cima Tre Scarperi, la Punta Piccola, la Torre dei Viennesi che dà sul Passaggio della Caccia, la Torre della caccia e la Lavina dei Scarperi che serpeggiando unisce il Rifugio Tre Scarperi al Cadin della Caccia. Fotografo estasiato le torrette sommitali della Cima Principale accorgendomi di un distacco che ha lasciato una grande macchia chiara sulla parete e alle 16 sono al parcheggio scoprendo felice che non devo attendere le 18 per scendere ma semplicemente attendere il via libero del semaforo che diventa verde dopo il passaggio in discesa del Bus navetta. Ora, come spesso succede, inizia la parte più pericolosa e avventurosa della gita: il viaggio in auto. Parto e un assurdo rumore di freni sibila nel relativo silenzio della Val Campo di Dentro. I freni urlano come quelli vecchi delle biciclette in discesa. Un fracasso assurdo e penso alla pioggia e all’umidità della notte. Finalmente entro, purtroppo in coda sulla statale a San Candido e mi accorgo che non sono i freni ma la frizione che stride ogni volta che la premo. Così non posso andare avanti e sento Marco Pagani che mi dice che è il cuscinetto della frizione e che posso rischiare di andare avanti usandola il meno possibile. Poco dopo il cambio non entra più e creo un ingorgo pazzesco con gente che suona da tutte le parti. Sono fermo con la coda dietro e il caos per superarmi perché c’è coda anche nel senso opposto. Scende un ragazzo tedesco per offrirmi aiuto ma compreso il problema, mi dice che non può farci nulla. Accosto quanto riesco l’auto...che poi miracolosamente riparte! Durante la coda è assurdo ma poi quando si scioglie, verso Cortina, metto in quarta e cerco di non cambiare mai, e la cosa pare funzionare. Purtroppo nella capitale olimpica imballata dal traffico mi ritrovo in coda a far girar la testa a tutti quanti. Nei tratti in discesa spengo l’auto e scendo in folle alzando il piede dal freno. Il giochino funziona fino a quando salta la batteria e mi blocco in pieno centro. Altro caos, clacson impazziti da tutte le parti, e tre ragazzi che scendono da un pulmino. Penso che corrano verso di me per menarmi poi mi rassereno quando sento i loro accenti spagnoli e in men che non si dica, abbiamo parcheggiato l’auto sul marciapiede. Non ho neanche il tempo di ringraziarli, che sono già spariti nel fiume d’auto. Ora per fortuna do fastidio solo ai pedoni che lo testimoniano più volte e allora decido di mettere il triangolo…per far capire che non era mia intenzione parcheggiare proprio lì. Rido per non piangere e chiamo il carratrezzi col numero che non funziona. Dopo più tentativi infruttuosi finalmente l’AI mi sentenzia che il carro attrezzi arriverà. L’auto viene portata a Tai di Cadore e mio fratello viene a riprendermi per le 20. Torno a casa quasi felice.               Dani è arrabiatissima perché l’indomani pomeriggio sarei dovuto essere a casa per aiutarla a preparare il tutto per le nostre ferie al Conero. In più ho io il bancomat che mi son scordato di renderle dopo la spesa. Mi sentenzia di stare su finchè non riparano la macchina e poi di raggiungerla nelle Marche. Traffici telefonici intensissimi tra soccorritore e officine chiuse per ferie oberate di lavoro portano al venerdì verso le 10 alla conclusione che l’officina trovata, farà il lavoro per fine settimana prossima. Sono abbacchiato, oltre che bloccato. Richiamo il titolare del soccorritore molto preso ma gentile, solo per avere alcune info sul preventivo e quando gli dico dei tempi…si arrabbia come una bestia perché a lui era stato detto diversamente. Mi dice che fra un’ora mi fa sapere qualcosa. Spero ma non so in cosa. Mi richiama dicendomi che ha chiesto disponibilità ad un suo operaio di saltare un’ora di pausa pranzo per farmi l’auto in serata. Non so come ringraziarlo, sono commosso, è veramente una persona come non se ne trovano più. Ci accordiamo per la consegna verso fine mattinata del sabato successivo quando mio fratello mi porterà da lui tornando dalla fine delle ferie. Coincide tutto quando il bene entra in azione. Gli consegno una bottiglia di vino e un bel pezzo di formaggio che gli dono con tutta la mia stima. Persona straordinaria, giovane che accetterà il pagamento posticipato senza batter ciglio. Io sono uno che si fida, mi dice e a me luccicano gli occhi. Salgo in auto per tornare a casa felice e commosso ringraziando ogni volta che premo il pedale della frizione. Nessun frastuono o urla indiavolate…. solo silenziosa e accorata preghiera. Grazie Tre Scarperi, grazie Antonio.                                                                                                    Foto 1 la Triade             Foto 2 Punta Lavina Bianca                     Foto 3 la Cengia della Caccia


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      </item>
      <item>
         <title>11/09/2026 - Traversata, Monte Rena 1141m, Monte Poieto 1360m, Cornagera 1312 m [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13750</link>
         <description>Bella traversata nella bassa Val Seriana, un classico della zona, purtroppo oggi le nuvole basse non hanno permesso grandi visuali. Salito al Rena con il segnavia 520, poi Poieto per il 522, sceso per il sentiero 537 passando per la Cornagera. Bellissima escursione con ... me stesso !</description>
      </item>
      <item>
         <title>11/09/2026 - Periplo del monte misma [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13748</link>
         <description>Bel giro ad anello classico abbastanza lungo e vario. </description>
      </item>
      <item>
         <title>07/09/2026 - Tour monte suchello  [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13747</link>
         <description>Salita 591a discesa591c molto panoramica </description>
      </item>
      <item>
         <title>05/09/2026 - Pizzo Coca [ panurge ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13746</link>
         <description>Dopo parecchi anni torniamo in vetta al Coca.
E' sempre un gran giro. 
Vale e Giorgio.</description>
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         <title>29/08/2026 - VIDEO * - Galleria Taveronola - Villa Faccanoni  [ Giulilov ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13744</link>
         <description>NUOTO ACQUE LIBERE - 1650 mt
Si parte a piedi nei pressi dell’ingresso della galleria dopo l’abitato di Tavernola. Una volta terminata la galleria ho proseguito per altri 800 metri a fianco dei bellissimi taxodi (forse) che crescono direttamente nell’acqua del lago. Giunto poco prima della Villa Faccanoni (Bortolotti) mi sistemo e torno a nuoto.
Video
&lt;iframe width=&quot;975&quot; height=&quot;549&quot; src=&quot;https://www.youtube.com/embed/KDKHTfpq4Z4&quot; title=&quot;Villa Faccanoni Bortolotti - Galleria Tavernola - 29 08 2026 - NUOTO Acque Libere&quot; frameborder=&quot;0&quot; allow=&quot;accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share&quot; referrerpolicy=&quot;strict-origin-when-cross-origin&quot; allowfullscreen&gt;&lt;/iframe&gt;</description>
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         <title>20/08/2026 - Gran via delle Orobie (GVO) [ Zeno ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13745</link>
         <description>La GVO (acronimo per &quot;Gran Via delle Orobie&quot;) mi ha sempre incuriosito per quell'alone di selvaggio ed incustodito che caratterizza il versante orobico valtellinese. Insieme ad alcuni miei compagni di seminario nasce l'idea di percorrerne il tratto centrale. A ridosso della partenza ci accorgiamo che è prevista una perturbazione significativa ma non abbiamo modo di trovare altri giorni quindi decidiamo di partire comunque.
Iniziamo a camminare da Foppolo con il papà di Raffa che ci accompagna gentilmente in auto fin là. In poco tempo siamo in cima al Corno Stella in mezzo a tanti altri escursionisti che approfittano della bella giornata. Dalla vetta scendiamo sul versante est verso la val del Livrio e siamo immediatamente catapultati nell'isolamento austero del versante abduano. Non c'è traccia ma la via è evidente, confermata da qualche ometto. Arriviamo al lago di Publino e risaliamo ripidamente verso il passo dello Scoltador. Raffa inizia a sentirsi molto debole ed è in dubbio sul continuare. Con un po' d'apprensione scendiamo in val Venina dove decide di tornare a valle insieme a suo fratello. Un po' tristi lo salutiamo e riprendiamo la marcia. Siamo rimasti in tre: Gando, don Federico ed io. Superate le ex miniere di ferro saliamo al passo Brandà da cui caliamo in val d'Ambria nell'ombra della sera. La meta è la Baita Cigola, recentemente adibita a bivacco e dedicata al poeta Gianmario Lucini. La troviamo abbastanza sporca e malmessa ma c'è comunque tutto quello che serve per stare bene compreso gas e pentole con cui prepariamo un ottimo risotto allo spinacio selvatico (Chenopodium bonus-henricus). Abbiamo la fortuna di avere con noi Fede, novello sacerdote, e quindi celebriamo la messa appena fuori dalla baita. Nella notte si scatena l'atteso temporale che non accenna ad allontanarsi neanche al mattino: è un continuo di tuoni, lampi e scrosci d'acqua. Aspettiamo il pranzo per deciderci a partire. Dopo neanche un'ora ecco un altro temporale: preoccupati per i fulmini ci ripariamo sotto una parete aggettante in attesa che spiova. Preghiamo il rosario contemplando la Val d'Ambria che si riempie di torrenti; ogni impluvio è un nastro argentato a comporre una scena spettacolare. Finiamo di pregare e smette di piovere così riusciamo a passare serenamente il passo del Forcellino ed immetterci in Val Vedello. Mentre perdiamo quota si scatena un altro acquazzone ma ancora una volta troviamo riparo nell'Alpe Zocca, aperta ma abbandonata. Facciamo un po' di fuoco per scaldarci ed attendere un miglioramento meteo che però non accenna ad arrivare. Verso le 17 ci rimettiamo in marcia scendendo al Lago di Scais. Siamo subito nuovamente fradici anche perché il sentiero è diventato un torrente ed altrettanti torrenti vanno guadati con acqua che arriva alle ginocchia. Il piano è di chiedere alla diga di Scais le chiavi del rifugio Mambretti per dormire al caldo ed asciugarci un po'. Attraversiamo su di un ponticello il torrente Vedello (alquanto mugghiante) ma quando arriviamo al torrente Caronno vediamo che il ponte non c'è più. E' una scena epica, spaventosa ed affascinante al contempo: l'acqua marrone, densissima di trasporto solido, scende con una forza devastatrice. Non ci resta che tornare indietro ed aggirare il lago da sotto fino a giungere alla casa del custode che però non ne vuol sapere di darci la chiave della Mambretti; dice che serve un bonifico previo fatto al CAI di Sondrio. Sul momento ci rimaniamo un po' male ma in realtà la cosa si rivelerà buona (saremmo dovuti altrimenti scendere a riportare le chiavi la mattina seguente). Costeggiamo il lago mentre sta facendo buio e la pioggia continua incessante a scendere. Alle case di Scais vediamo una luce accesa e, preso coraggio, bussiamo chiedendo accoglienza. La famiglia ci accoglie gentilmente e possiamo così ristorarci al caldo della stufa ed asciugarci un po'. Mentre chiacchieriamo intuiamo però che non sono intenzionati a tenerci lì per la notte così ormai al buio ci rimettiamo in marcia per la Mambretti. Dopo altri guadi avventurosi verso le 22.30 siamo finalmente nel locale invernale dove ci sistemiamo per dormire.
La mattina seguente non piove ma il tempo è ancora bigio. Siamo comunque fiduciosi sapendo che il meteo dovrà migliorare. Saliamo il ripido versante &quot;degli Uomini&quot; fin sotto al Pizzo Biorco. Avevamo in mente di valicare la bocchetta di Scotes e scendere al bivacco Corti ma, seguendo i segnavia, ci troviamo sulla traccia che porta al Donati attraverso il passo tra il Pizzo Biorco ed il Pizzo di Rodes. Visto che sta cominciando ancora a piovere decidiamo di continuare per di lì puntando a ripararci nell'invernale del Donati. Lo raggiungiamo mentre la pioggia cresce di intensità e scopriamo con grande gioia che c'è la stufa. In un attimo la graziosa stanzetta si trasforma in una asciugatrice con panni appesi dappertutto. Ci gustiamo il tepore e prepariamo un altro risotto per il pranzo mentre racconto ai miei compagni dell'avventura dell'anno scorso vissuta con Oscar a partire da questo rifugio. Al pomeriggio ripartiamo ancora sotto l'acqua traversando la testata di Arigna. La nostra ottima relazione (paesidivaltellina.eu) indica questo tratto di sentiero come scorbutico per via degli ontani ma in realtà lo troviamo ottimamente segnato, ripulito ed attrezzato. Le difficoltà sono date dai guadi da fare: la portata dell'acqua è calata rispetto al giorno prima ma i torrenti sono usciti dai greti lasciando delle ampie fasce ripide di detrito sciolto. Restano alcuni rami di ontano interamente scorticati a cui ci si riesce ad attaccare. Arriviamo al ramo principale del torrente Armisa che è ancora molto in piena. Lo risaliamo per un tratto fino a trovare un punto adatto al guado: c'è una strettoia superabile con un buon salto. Decidiamo di legarci perché la forza dell'acqua mette una certa paura. Ritroviamo il sentiero oltre il torrente e, con altri guadi ingaggiosi, giungiamo finalmente alle Baite Michelini. 
Si fa sera e siamo abbastanza provati ma mentre ci prepariamo a ripartire ecco che le nubi si diradano ed appare il sole dietro al Pizzo di Rodes. Dopo tanta acqua non ci sembra vero. La luce calda ci riempie di gioia e ci infonde nuove forze. Galvanizzati risaliamo lo splendido versante contemplando tutto. Gando è davanti e tira mentre Fede ed io facciamo un po' più di pause per fare scorpacciata di mirtilli. Arriviamo al rifugio Pesciola e con grande sorpresa troviamo due persone ed un cane che mette un certo timore. Si tratta di Claudio, bergamasco che vaga da parecchi giorni per la val Malgina con il cane spostandosi tra una baita e l'altra e Kasha, polacca di 67 anni che sta attraversando da sola le Alpi dal Bianco fino a Trieste. Iniziamo a far conoscenza, stupendoci reciprocamente nell'ascolto delle avventure di ciascuno. Pensiamo che i nostri nuovi amici siano un po' particolari ma anche loro devono pensare lo stesso, in particolare quando scoprono che siamo seminaristi e che Fede è un prete. Il rifugio è straordinario: c'è persino la doccia con il boiler per l'acqua calda. Ceniamo insieme e poi chiediamo a Kasha e a Claudio se vogliono partecipare alla messa. Claudio si ferma con noi ed è proprio un bel momento.
Nella giornata successiva ci attende la Val Malgina: sono curiosissimo perché si tratta del tratto più ostico della GVO che nel suo percorso ufficiale evita la traversata diretta della valle abbassandosi parecchio. Grazie ai buoni consigli di Luca (che era passato anni fa) e di Ivan (responsabile della Baita Pesciola), decidiamo di seguire la traversata alta: un tracciato individuato nel 2008 da Guido Combi e Giuseppe Miotti che traversa al di sopra del limite della vegetazione ma sotto le vedrette dei Cagamei. E' un tratto di sentiero spettacolare dal punto di visto paesaggistico, glaciologico ed anche geologico (un bellissimo filone andesitico intruso nel basamento metamorfico traversa tutta la testata della valle). Il punto più alto è la caratteristica bocchetta, localmente chiamata con il nome di &quot;Li furchetì&quot; (2423 m) che permette di superare elegantemente i contrafforti della Cima della Foppa. Pur richiedendo un po' di pratica di montagna, il percorso è agevole e verso mezzogiorno ci ritroviamo nel canalone della Malgina contentissimi per la buona riuscita della traversata. Risaliamo con fatica fin quasi sotto il Passo della Malgina deviando poi sulla cresta est dell'omonimo pizzo. Sono io che per primo sbuco in cresta e, come se si aprisse il sipario di un teatro, mi trovo davanti le familiari cime dell'alta val Seriana. Ricompaiono anche alcuni escursionisti che scendono dalla vetta del Diavolo. Raggiungiamo la croce e &quot;diamo fondo al barile&quot; mangiando tutto il cibo che ci è rimasto. Decidiamo poi di celebrare la messa ricordando vivi e defunti e ringraziando per tutta la bellezza vista e vissuta. 
Dopo un ultimo sguardo verso la val Malgina, ci tuffiamo lungo gli sfasciumi della Valmorta: è un angolo orobico che mi piace tanto e son contento di mostrarlo a Gando e Fede. Gando vorrebbe risalire al Pizzo Coca ma Fede ed io siamo belli stanchi quindi decidiamo di scendere direttamente verso valle. Ci fermiamo un attimo al Curò dove la musica diffusa da un altoparlante ci riporta alla civiltà che ci sembra di aver abbandonato da più tempo di quello che in realtà è passato.
Scendiamo a Valbondione dove il papà di Fede viene a raccattarci e terminiamo la nostra avventura in un risto-pub di Albino dove Fede, da bravo presbitero, ci offre la cena. Appena prima di entrare nel locale ricordiamo Gianni, leggendario factotum del seminario che va in pensione quest'anno, ed incredibilmente lo troviamo dentro. Spazzoliamo il cibo mentre vediamo pian piano spopolarsi i tavoli intorno a noi a causa dell'odore di selvatico che abbiamo addosso. Ci ridiamo su, grati di questi giorni di amicizia nelle Orobie severe.

Mola mia, leù!</description>
      </item>
      <item>
         <title>19/08/2026 - ORIZZONTI LIBERI [ RAGO ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13743</link>
         <description>Traversata Val d’Arnò - Val del Vescovo attraverso il Passo Boldone e le Porte di Danerba
Anni fa una salita alla Cima Uzza mi aveva fatto scoprire l’inizio del sentiero “Orizzonti liberi” in memoria del primo conflitto mondiale, che ripercorre camminamenti militari e si sviluppa dal Passo del Frate alla Bocchetta del Cop di Casa (Porte di Trivena). Itinerario per sè molto lungo e con dislivello (v. Wikiloc e altri); che comporterebbe inoltre una prima salita al Passo del Frate m 2250 dalla Malga d’Arnò e un’interminabile discesa verso Val Breguzzo o altro. Per assaggiare il percorso e una possibile via d’uscita che non comportasse dislivelli eccessivi ho voluto percorrere in faticosa salita l’itinerario fatto in discesa con gli sci -beati!- dal Corno di Arnò nell’omonima valle. Sulle carte si trova traccia di sentiero che passa dai Laghi Neri presso il passo e la traccia scialpinistica. Il sentiero è ora segnato bianco-rosso fino ad un grande caratteristico roccione dove termina la salita più ripida attorno ai 2400 m, poi segnato con bolli rossi ben visibili traversa decisamente verso W passando dai Laghi Neri e con tortuosa salita tra grandi massi arriva al Passo Boldone. Si incontra il sentiero Orizzonti, viene segnalato 2 h 20 alla Cima Uzza per cui una delle possibilità è proprio di interrompere la traversata proveniendo dal Passo del Frate in questo punto per un semplice percorso ad anello che riporti a Malga d’Arnò (sul sito Visitrentino sembra che si passi da Cima Valbona ma il sentiero in realtà passa ben al di sotto, è corretta la cartina). Noi siamo andati alle Porte di Danerba e scesi dalla Val del Vescovo, anche qui con tratti faticosi tra i massi, che altra cosa con gli sci! Da Malga Trivena ci sarebbe un sentiero che lungamente riporta alla Malga d’Arnò, ma sperando in un passaggio scendiamo al park dove una simpatica gentile coppia di milanesi ci riporta in auto alla malga.</description>
      </item>
      <item>
         <title>18/08/2026 - Baite redorta [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13741</link>
         <description>Con tutti gli escursionisti pariti alla conquista dei blasonati rifugi, riesco a farmi un giro tranquillo col mio cane. </description>
      </item>
      <item>
         <title>14/08/2026 - VIDEO - Piedi - NUOTO - Galleria Parzanica - Riva di Solto [ Giulilov ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13742</link>
         <description>NUOTO ACQUE LIBERE e camminata
Parcheggio a Riva di Solto (sopra il campeggio). Da li si cammina con direzione Sarnico lungo il ciglio della SP 469 (Strada Provinciale Sebina Occidentale)  passando per la Loc. Zu e giungendo fino all'imbocco della galleria cd. &quot;Tavernola&quot; che dovrebbe essere in comune di Parzanica. Da li si può camminare circa 150 - 200 mt sulla vecchia rivierasca a fianco della galleria. Partenza da una spiaggetta e rientro a nuoto a Riva di Solto.
&lt;iframe width=&quot;975&quot; height=&quot;549&quot; src=&quot;https://www.youtube.com/embed/fo4AUprwtZI&quot; title=&quot;Nuoto Acque Libere - 3,8 km - Parzanica Galleria - Riva di Solto - 14 agosto 2026&quot; frameborder=&quot;0&quot; allow=&quot;accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share&quot; referrerpolicy=&quot;strict-origin-when-cross-origin&quot; allowfullscreen&gt;&lt;/iframe&gt;
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      </item>
      <item>
         <title>14/08/2026 - Monte Verme e laghetti Valcerviera [ panurge ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13740</link>
         <description>Avevamo in mente un giro ad anello con ritorno passando per Crostaro e Pomnolo ma, dopo aver raggiunto i laghetti, avendo perso un po' di tempo ravanando sulle pendici del Verme (si sale tra balze erbose e rocce, qualche ometto) abbiamo poi ridimensionato tornando sui nostri passi. 
Comunque bel giretto dentro la valcerviera con le sue belle cascatelle e laghetti.
Giorgio e Vale.</description>
      </item>
      <item>
         <title>13/08/2026 - Pizzo Camino - normale da Schilpario [ pangma ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13739</link>
         <description>Ci troviamo Lorenzo (il giovane), Matteo (il vecchio ) ed io, giovedì 13 in quel di Schilpario: giorni prima ci sentiamo per concordare su quale cima portare il giovane fortissimo (così dice lui) triatleta: io e Matteo proponiamo il pizzo Camino, con l'intento segreto di segargli le atletiche gambine (...tentativo vano&amp;#128530;).
Io parto da km zero, Matteo from val Seriana, Lorenzo from rovente Val Padana.
Partiamo spediti su dolcissima (per finta) salita in direzione della malga bassa di Voia prima, del passo di corna Busa poi, dove arriveremo dopo 1 ora e 20 min in cui, inutilmente, Matteo ed io tentiamo di seminare il triatleta.
Dal passo, in lieve discesa a sx (dx orografica), ci dirigiamo verso il dolomitico vallone di risalita del Camino, camminando prima su semplice sentiero, poi su enormi lastroni, e poi ancora ( e per un'interminabile ora!) per infame ghiaione, in direzione del canalino adducente la cima-
Al vedere gli immani sfaciumi ed all'avvicinarsi del canalino da rimontare, il sorriso di Lorenzo si fa tirato (ma vuoi vedere che finalmente tentenna ??? ....macchè).
Vabbè arriviamo all'imbocco del canale..sbagliato, che io risalgo per una ventina di mt per poi fare dietrofront e riprendere quello corretto (il II° a dx, non il primo).
Lorenzo ed io tiriamo fuori il caschetto dallo zaino, mentre Matteo estrae dal suo una bandana che, lui dice essere in carbonio ed in grado ti attutire l'impatto di un masso da 150kg cadente da un'altezza di 200mt (grossomodo la lunghezza del canalino).
Saliamo incollati l'uno all'altro per non lapidarci, fortunatamente senza nessuno sopra la testa: dopo 20 min +/- siamo al colletto e da lì, in 5 min scarsi, in cima.
Il sorriso di Lorenzo non è più tirato, strafelice estrae dallo zaino un aggeggio che vola e fa uno strano rumore, come di zanzara da 1/2 kg: UN DRONE &amp;#128522;.
Come due preistorici Matteo ed io ammiriamo le evoluzioni dello strano oggetto, vedendolo persin smarrirsi nella ionosfera, ritrovandoci persin fotografati dall'alto dove, per incanto, anche noi due sembriamo belli (da lontano).
Dopo 20 min partiamo, arriviamo al colletto per discendere con prudenza ( e col sedere) il canalino, per arrivare poi alla nuovamente infame pietraia che in 1 ora, di sfiancante ravanamento, ci porterà al passo di Corna Buca.
Da lì decisiamo di salire, decisi e spediti con la speranza di seminare Lorenzo, alla corna Buca (niente da fare).
Arrivati vediamo Matteo che continua nel cammino, sull'esile sentiero che diparte dopo l'anfratto: lo seguiamo curiosi per qualche minuto, finchè gli urlo: dove cacchio stai andando ?  cercava la Croce della corna Buca, non essendosi accorto che era proprio sopra di essa.
Ritorniamo sui ns passi e scendiamo a Schilpario stanchini per farci una bevuta tutti assieme felici, congratulandoci nuovamente con Lorenzo per la tenuta di fisico e di testa.
L'indomani accade l'impensabile: Lorenzo mi invia un messaggio dove scrive di avere dolori così forti alle gambe da far persin fatica a salire le scale &amp;#128514; LA RIVINCITA DEI BOOMERS !!!
foto 1 nel canalino
foto 2 Matteo e Lorenzo in cima
foto 3 rimirando il Camino dalla Corna Busa


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      </item>
      <item>
         <title>09/08/2026 - dal Ferrante al Pizzo di Petto [ pangma ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13738</link>
         <description>Con mio nipote Ludo ed il suo Papà decidiamo di fare un lungo giro intorno alla val Conchetta, un giro alto che ci consenta di concatenare qualche bella cima in un contesto dolomitico.
Con queste intenzioni si parte...e con gioia e soddisfazione si ritornerà dopo 5 ore e quasi 12 km di sviluppo (+700 mt di disl positivo).
Prendiamo la prima benna alle 9:00, cambiando il tram a Malga Polzone (da ovovia a seggiovia), arrivando a Cima Bianca dopo circa 20 min.
Partiamo decisi in direz del sentiero 401 che, in senso orario, ci farà ridiscendere, a termine gita, a Malga Polzone.
Ci sono nuvole di vapore basse che ci precludono un pochino la vista inizialmente, ma giunti sotto il Ferrante il nipote atleta mi propone di salire al Ferrante (fatto assieme 2 anni fa) per portarci su il vecchio e deambulante papà &amp;#128521;.
Giunti alla base di questa enorme pinna di squalo saliamo in meno di 10 in in cima dove, magicamente, le nuvole si aprono per farci godere dello spettacolo della val Sedornia. 
Dopo 5 min sprono la ciurma a muovere le chiappe e, ritornando sui ns passi, arriviamo nuovamente sul sent 401 in direzione dei passi di Fontanamora (prima) e del Pizzo di Petto (alla fine).
Con gioia fotografiamo un paio di marmotte ed un bel branco di camosci.
Dopo circa mezz'ora, dalla ripresa del sent 401, passiamo sotto la mole della cima di Valmora (che io credevo essere il monte Vigna Vaga....e la cosa mi causerà una presa per il cuelo per buona parte della gita da parte di padre e figlio &amp;#128530;), per poi risalirvi in 5 min dal lato nord est (+/-). 
Ridiscesi puntiamo alla modesta elevazione successiva, sempre prossima al sentiero, che credo essere la cima di Valscura (..qui ci azzecco !). Risaliamo la cimetta, un paio di foto e giù di nuovo sul 401 per riprendere il giro: qui il 401 piega direzione sul versante opposto, in direz del passo di Fontanamora: è proprio su questo tratto che incontriamo un simpatico escursionista che mi dice che la cima fatta (quella di Fontanamora) NON è il Vigna Vaga (e da lì inizia il dileggio degli screanzati padre e figlio) ma che questi è il monte che troveremo sopra il passo di Fontanamora.
Vabbè riprendiamo loro ridendo io mogio mogio per arrivare, dopo mezz'ora, a sto passo di Valmora proprio sotto ste benedetto monte Vigna Vaga, che risaliamo in 20 min circa, sino ad arrivare alla piccola croce di vetta: arrivati mio nipote appoggia la mano sulla croce e ..... scopre che era stata appena verniciata (giustizia  Divina, così impari a dileggiar l'amato zio&amp;#129315;).
Bello l'incontro col simpatico pittore ancora presente in cima, col quale facciamo due parole ammirando la dedizione e la cura nei confronti di questo manufatto Sacro, posto in cima qualche anno fa da lui stesso e da altri amici.
Lo salutiamo e discendiamo nuovamente al passo di Fontanamora per riprendere il ns viaggio in direz del Pizzo di Petto, dove arriviamo circa alle 13:00.
Ridiscesi dal Pizzo di Petto ritorniamo sui ns passi, quindi ritornando al passo del Pizzo di Petto dove inizia, a dx, la breve salita che porta alla cima principale, per ritornare - in 15 in circa - al passo di Fontanamora dove iniziamo la discesa nella val Conchetta in direz di Malga Polzone, dove vi arriveremo dopo circa 1h e 30 in cui mio nipote mi parla ininterrottamente di Owen Cooper, di Shiva, di Sfera ebbasta (...si sciverà così ?), del sistema IOS di iphone ...polverizzandomi orecchie (e non solo) sino all'arrivo della funivia.
Ludo ti voglio bene lo stesso (al tuo papi un pò di meno).
Foto 1: Padre, Figlio e a dx..... sul Ferrante,
Foto 2: Ludo che cerca di scalare il Ferrante dalla parete sud-est
Foto 3: dalla cima di Fontanamora il Pizzo di Petto (a sx la cima principale)</description>
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         <title>05/08/2026 - Cascades de Narreyroux (o quel che ne resta) [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13737</link>
         <description>Ambiente molto secco e di quelle che erano le spettacolari cascate ne restano solo un paio assai magre. Riflessioni banali e impossibili da non fare. Cio nonostante abbiamo apprezzato il bellissimo bosco attraversato e i panorami sempre belli anche se sempre piu secchi (non volendo dire desertici)</description>
      </item>
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         <title>05/08/2026 - resegup 2026 [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13736</link>
         <description>Il percorso della ResegUp 06 06 2026, è il classico e iconico tracciato ad anello che unisce il centro cittadino di Lecco alla vetta del Monte Resegone. L'itinerario prevede una distanza totale di 24 chilometri con un dislivello positivo e negativo di circa 1.800 metri. E’ Giamba a lanciare l’imput questa volta e io e billy ci accodiamo volentieri. Da parte mia nessuna preparazione specifica ma solo il tentativo di correre ogni tanto, anche se in questo periodo, sono stato spesso in montagna, per i miei parametri. Partiamo da Crema e ritirati i pettorali mangiamo qualche pezzo di pizza su una panchina in attesa del via fissato alle 14.30.                 Poi ci portiamo nella zona di partenza e facciamo qualche allunghetto sul lungo lago e faccio unj siparietto con la ragazza e poi il ragazzo che mi intervistano a proposito di auto di cui dovranno fare pubblicità. Consegno loro la mitica frase di Freak Antoni quando mi chiedono se sono pronto alle novità. Guardate che io sono così avanti…che non riesco a raggiungermi. Ci intruffoliamo poi nella calca degli atleti divisi in fasce a seconda dei tempi realizzati. Lo sparo delle 14.30 dalla centralissima Piazza Garibaldi a Lecco, a pochissima distanza dalle sponde del lago, fra urla e musica sparata a palla è sempre una scossa di adrenalina che toglie ogni stanchezza dalle gambe e dal fisico. Ma la testa spesso inganna. Comunque il serpentone si snoda fra le vie del centro per poi raggiungere il Lungolago. Zigzago fra la folla di gambe cercando di stare per un poco insieme a Billy che è partito come al solito abbastanza a manetta e Giamba che cerca di stargli dietro. Quando la strada inizia a salire, mollo l’inseguimento ed inizio a salire del mio passo. Mi incolonno a quelli che salgono al passo e transitiamo per la grande scalinata dove è posta una colonnina alla Madonna di lourdes dopo di chè usciamo dalla citta e transitiamo dal bellissimo villaggio di Costa (Q.750) di cui traversino le viuzze strette chiuse nell’abbraccio delle pareti in pietra. Nei prati successivi, ci aspetta invece quello più caloroso della gente che affolla i bordi del sentiero col suo vociare variopinto. Mamma mia che tifo: pare di essere al Tour de France! Bellissimo e quasi emozionante. Quindi ci si lancia sul sentiero che sale sui fianchi del Resegone fra nebbie che vanno e vengono e creano un paesaggio misterioso e affascinante. La fatica inizia a farsi sentire ma è anche vero che si sale velocemente e la cima non sarà poi lontanissima. Mi fermo a bere ad un ruscelletto che crea una bellissima cascatella e supero diverse persone nei tratti u poco rocciosi dove salgo a lato del sentiero. Ora siamo in montagna e il terreno è diventato decisamente più tecnico. Per un lungo traverso il sentiero scorre verso l’alto e verso destra poi gira a sinistra per affrontare il ripido finale verso il cielo. Attraversiamo anche una bella cengia in pietra attrezzata con catena e strisce di sicurezza sui lati e poi entriamo nel tratto più bello del percorso con il sentiero che fra crestine e pinnacoli rocciosi corre nel verde e fra le rocce in un susseguirsi entusiasmante di cvolte verso l’alto. Coi crampi ai quadricipiti arrivo ai gradini in cemento che portano alla Capanna Azzoni (q. 1875, posta appena sotto la vetta del Monte Resegone) in poco più di 2 ore. Anche qua è un tripudio di folla che ti stringe ti incita e ti da il cinque lungo la rampa finale a scalini. Sei quasi trascinato alla fine della salita, un poco di piano e poi per incanto ti trovi davanti la strada che scende e alle tue gambe non sembra vero di procedere quasi per inezia. Ma il terreno è tecnico e bisognerebbe essere molto più elastici ed abituati a correre su pendenze simili, per potersela godere appieno. Ma comunque via, che è sempre meglio che in salita! Il t6erreno è roccioso e molto tecnico per cui dopo i veloci primi passi devo continuamente frenare perché non ho più la dimestichezza con la velocità e temo seriamente di potermi fare male..mi superano in tanti nonostante mi impegni ad essere dinamico. Si scende sul versante che si affaccia verso il comune di Morterone e poi attraverso un traverso nel sottobosco si risale leggermente verso il Pass del Giuf. Il terreno è bagnato e vedo molta gente capicollare e scivolare e non voglio certo fare la loro fine mettendo a rischio la mia salita alle stornade del weekend prossimo. Una bella strada dove si può lasciarsi andare liberamente porta al ristoro nella bella conca dei Piani d’Erna presidiato da tanti tifosi urlanti. Dai Piani d'Erna inizia l'ultima picchiata tecnica in un bosco fangoso e col sentiero spesso veramente molto bagnato. Mi nuovo più veloce che posso ma sempre prudente: molta gente scivola e si ferma dolorante. Transitiamo nuovamente nei pressi del Rifugio Stoppani e quindi passiamo nuovamente da Costa per poi fiondarci nei quartieri alti di Lecco dove il terreno torna confortevole ma le gambe tendono a non rispondere più e rimbalzano rigide e poco elastiche alle dure sollecitazioni del fondo pietroso o asfaltato. L’ultima decina di km, la corro con una ragazza in blu con cui ci superiamo più volte fino a fare coppia fissa: lei davanti nei tratti tecnici e io in quelli stradali dato che dopo un poco mi ritornano le energie e faccio il finale in crescendo. Facciamo gli ultimi km insieme e arriviamo così anche al traguardo finale posizionato ancora in Piazza Garibaldi, dove ci complimentiamo a vicenda. Sono abbastanza fresco perché non ho voluto spremermi inutilmente, non avendo ambizioni particolari vista la scarsa preparazione. E dopo poco mi chiamano Billy e Giamba che mi indicano dove fare la doccia. Per la cronaca, la gara la vince Del Pero in 2h.15 min, dando 5 minuti al secondo e terzo classificato. Manuel arriva 32° in 2.46, Billy 230 in 3.27, Giamba 350 in 3.41, io 850 in 4.40. La sera la passiamo all’oratorio dove mangiamo la pasta in un ambiente un poco mesto ben lontano dal tripudio della Wine Trail.                                                                                                        Foto1 il mio pettorale   Foto2 altimetria percorso      Foto 3 noi tre prima della gara

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         <title>29/07/2026 - Cima di Cornalta da Vilmaggiore [ pangma ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13735</link>
         <description>Partenza alle 8:00. Da Vilmaggiore imbocco la ripidissima ed impervia valle del Tino (URGE RINFRESCARE LA SEGNALETICA CAI !!), in direzione della Baita del Varro (prima) e del Lago di Cornalta poi.
Arrivato all'inizio del lago, volgendo lo sguardo a sx la mole dell'omonima cima, cerco di capire dove salire e mi dirigo verso un canalino erboso che sembra condurre a 3/4 di cresta, vicino alla cima.
Inizio a salire su ripide balze erbose e terreno franoso, arrivando a 3/4 del canale letteralmente a gattoni, aggrappandomi all'erba isiga per issarmi...e poi faccio dietrofront: la pendenza (+/- 50°) mi fa prendere un po' di strizza, mi rendo conto che una scivolata da lì si interromperebbe dentro il lago (sull'erba umida non ci si ferma di sicuro).
Mi giro con prudenza (tanta) ed appoggiando il sedere al pendio inizio a scivolare aggrappandomi all'erba e puntando al meglio i talloni. Perdo circa 30/40 mt e mi trovo in una situazione meno pericolosa, dove mi rimetto in piedi per scendere ma, guardando a sx (faccia a valle) mi rendo conto che il pendio è più dolce e le balze erbose più affidabili per ritentare la salita.
Così faccio ed in 5 min raggiungo la cresta e da lì, in altri 5, raggiungo la cima.
Poche foto e si copre tutto, manco si riesce ad intravedere il lago sottostante.
Inizio comunque a scendere più o meno da dove sono salito, per raggiungere infine nuovamente il lago e fare ritorno a casa.
Tempistiche: da Vilmaggiore alla baita del Varro 1 h e 15 min, altrettanti per arrivare sulla cima di Cornalta.
1 h e 45 per il ritorno a Vilmaggiore su sentiero tritagambe.
Foto 1: cima e via di salita sicura (giallo) e quella da non fare (rosso)
Foto 2: lago di Cornalta
Foto 3: Baita del Varro</description>
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         <title>29/07/2026 - Da Caprile ai Piani di Pezzè per la tappa del Giro [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13734</link>
         <description>Ad Armin, il mio figlio maggiore, è esplosa da qualche anno la passione per il ciclismo. Merito di Pogacache lo ha letteralmente conquistato. Con me, ha sfondato una porta aperta, essendo da sempre il mio sport preferito, quello che mi emoziona a livelli indescrivibili. Piangevo dalla commozione quando vedevo il Pirata alzarsi sui pedali e seminare gli avversari. Poi non l’ho perdonato, ma questa è un’altra storia che non cancella la precedente. Lui l’ha già visto sulle strade del Lombardia e insieme abbiamo passato una giornata fantastica alle Strade Bianche sulle colline toscane. Saputo dell’arrivo di tappa ai Piani di Pezzè, ci siamo subito detti che è un’occasione inperdibile e anche se Pogi non ci sarà, …ci accontenteremo di Vingeegard. Abbiamo la fortuna di avere la casetta della nonna, di là originaria, a pochi km in linea d’aria dall’arrivo e messa in moto la macchina organizzativa, decidiamo di farcela a piedi da casa all’arrivo. Il nonno andrà in macchina fino ad Alleghe dove parcheggierà e poi salirà in seggiovia. E così alle 11 del 29 06 2026 io, Armin e Giona ci fotografiamo sul ballatoio di casa in procinto di partire per la nostra piccola avventura. Poco prima Gio, sceso sul Cordevole a ripercorrere abitudini d’infanzia, ci avevo mostrato un singolare accoppiamento anfibio. Traversiamo il paese in una giornata tersa e luminosissima, di quelle pensate per farti innamorare della vita. Da anni il ponte sulla Fiorentina giace solo nei ricordi e allora superiamo il torrente sulla Statale 203 e poi scartiamo a sinistra dalla strada che sale A Selva, verso il bosco, verso Lagusel. La conca dov’è adagiato caprile brilla e in fila sopra di essa stanno il Migogn, i Sassoni di laste e il Col Mitraglia, il col del a Foia e il monito alla guerra del Col di Lana. Il meraviglioso Civetta occhieggia dietro le fronde mentre ci alziamo sul solco della Val Cordevole e poi c’immergiamo nella quiete eterna del bosco folto. Che fresco, che respiro di natura e mezz’oretta dopo la partenza ci accolgono i prati verde chiaro e ben rasati di lagusel, il paese più bello del mondo con le sue casette ristrutturate che stanno come funghi sopra i prati e sotto gli abeti, al cospetto della montagna più bella del mondo, il civetta che domina l’orizzonte con la sua immensa parete Nordovest. Che meraviglia! Attraversiamo estasiati i prati del paese e ci fermiamo, come fosse un doveroso omaggio alla fontana/lavatoio a bere, a respirare l’acqua che beviamo e a sognare una vita diversa. Oltre i boschi, irritati perché mon prestiam loro attenzione, il Fop, le cime di Ombretta e la Marmolada, abituata ad essere al centro dell’attenzione. Usciamo dall’incanto e percorriamo la stradina asfaltata che collega a Pian dove l’enorme quercia trasformata con poco rispetto in albero segnavia, indica varie direzioni, fra cui la nostra. Poco dopo un bel cartello in legno ti da il benvenuto: Pian di Allegne m. 1269 e suulo sfondo ti abbracciano il Civetta in alto e lo specchio verde scuro del Lago di Alleghe in basso. Il Paradiso. Lo lasciamo e dopo una bell’aiuola fiorita, prendiamo il sentiero che per prati e poi boschi traverserà in quota verso la nostra meta. Incontriamo una bella radura erbosa che custodisce un tronco scavato diventato fontana e al quale esauriamo la nostra sete. L’acqua che esce da un tronco, al fresco delle fronde degli abeti, disseta in eterno come l’acqua di cui si narra nei vangeli. Riprendiamo a salire nel bosco, passando da Loc. Costerla (h. 12.20) e poi seguendo i cartelli Coi Fernazza approdiamo ad un poggio belvedere alto sulla valle, sul lago e con la parete del Civetta che così larga, pare volerti abbracciare. La parete stessa, custodita fra il Monte Coldai a sinistra e il Col Rean a destra.                                Un luogo etereo, eterno, da fermarsi a meditare e contemplare e di cui affidiamo la memoria alle nostre macchine fotografiche. Superiamo un antichissimo tabiè con annesso lavatoio e fontana tutto in legno e poi raggiungiamo i prati assolati di Coi (h 13). Iniziamo a scendere passando davanti al cartello che indica le celeberrime iscrizioni romane e poi ad una grande casa in pietra ormai diventata rudere e su grandi prati sottostanti dominati dalla vista del Civetta, decidiamo di fermarci all’ombra di un albero per fare il nostro piccolo pranzo che tanto ormai siamo arrivati. E anche per goderci gli ultimi attimi di quiete e pace che già la musica diffusa dalla festa ai Piani echeggia lontana ma non troppo. Guardo in alto. Le poche case in pietra bianca di coi si mescolano alle piante, al prato verde, al cielo azzurro, dipinto di nubi bianche.                     Un paesaggio commovente e di una bellezza struggente. Ognuno si trova il proprio spazio nell’erba e mangiamo i nostri panini alla pancetta, felici per questo insolito stare insieme che questa occasione ci ha regalato. Sono veramente felice. Armin telefona, Giona gioca con le mucche sdraiate al sole a ruminare e io osservo la loro vita spandersi nell’aria fresca e pulita delle Dolomiti. Che gioia. Ci facciamo una bella foto ricordo e poi scendiamo verso la bolgia che ci attende. Non mi piace immergermi nel frastuono dopo tanta pace e bellezza ma tantè. Ad un certo punto, mi sento chiamare ed è Piera che abbraccio con gioia.                            C’è anche Giulio Soia grande ex giocatore di Hockey dell’Alleghe che si ricorda benissimo di me e di quella volta al matrimonio di Lorenzo in cui continuavamo a parlare con Vince Rocco, simpaticissimo campione italo-canadese. Che bello fare una foto tutti insieme! Raggiungiamo poi  il nonno che sta attendendo il suo lauto pranzo alla Baita Scoiattolo e poi terminato il desinare usciamo nel sole a cercare il posto migliore per attendere l’arrivo dei ciclisti previsto attorno alle 17. Non sono ancora le 15 e la gente comincia ad affollare il bordo strada dove il nonno sceglie il suo posto. Io invece mi arrampico su per i dirupati bordi e quasi al riparo dei pini mi creo con delle pietre una piazzola per il sedere dove attendere un po' più comodo. Passerà per primo Kuus e poi Vingo in maglia rosa. L’elicottero della Rai volteggia sopra di noi e sopra la parete del Civetta: che spettacolo! Poi passano quasi tutti e la sede stradale torna a tratti accessibile. Comincio a scendere lungo i bordi e nei tratti di strada che sono liberi dal passaggio perché ho deciso di scendere a corse e andare a recuperare la macchina parcheggiata fuori Alleghe. Corro in discesa sull’asfalto e poi prendo una scorciatoia fra bosco e prati che riesco a malapena a seguire ma che poi fortunatamente mi fa raggiungere la statale 203 proprio fuori Alleghe. Da lì corro sotto il sole cocente fino al Ponte di S. Maria delle Grazie dove è parcheggiata l’auto. Poi guido fino a Caprile, faccio una doccetta veloce, sistemo casa e riparto per Alleghe per recuperare gli altri. Cì è un po' di traffico ma siamo riusciti ad anticipare il grosso. Vincenzo propone di fermarci a cena al Ristoro S. Martin a la Muda dove in una sera mite e splendida passiamo un momento indimenticabile, anche per la bontà di quanto ci viene servito. Tra una cosa e l’altra, facciamo tardi e saremo a casa solo per le 2…con la mia sveglia che suona lle 5.30 per il turno del mattino! Ma ne valeva la pena. Grazie nonno e grazie Gio e Armin. E’ stata una giornata perfetta.                           Foto1 io Gio e Armin in partenza dalla casetta    Foto2  arrivo a Lagusel    Foto 3   Civetta ed elicottero Rai

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      </item>
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         <title>28/07/2026 - Monte Due Mani 1666 m, da Ballabio [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13733</link>
         <description>Veloce salita mattutina sfruttando le basse temperature di inizio giornata e l'ombra presente fino al rientro. Salito dal sentiero 31 , più diretto alla cima e sceso per il 34 che percorre le creste, anello molto bello e panoramico. Bellissima escursione in solitaria</description>
      </item>
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         <title>27/07/2026 - Rocciamelone, da Malciaussia, con giro ad anello per il Colle Croce di Ferro [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13732</link>
         <description>scludendo quelle in ambiente glaciale, sicuramente una tra le più belle gite con giro ad anello che ho fatto. Lunga, faticosa… ma con salita al montagnone simbolo della Val di Susa e con ambiente e panorami veramente fantastici, grazie anche alla giornata tersa. Non partiamo da La Riposa (itinerario classico della Val di Susa) ma dal lago di Malciaussia, a nostro parere molto più meritevole anche se con più disl. In 2h siamo al rifugio Tazzetti (gestore gentilissimo) e poi ripartiamo per la cima, su sentiero che sale bello deciso fino a quello che rimane del povero ghiacciaio (non abbiamo usato nemmeno i ramponcini). Dopo qualche saliscendi e tratti pianeggianti arriviamo al colletto che precede il ripido crestone finale fino in vetta: panorama strepitoso. Veloce spuntino fuori dal meraviglioso bivacco-santuario riparati dal venticello che comunque è calato (alla partenza bello forte). Per la discesa optiamo per il giro ad anello, anche se non pensavamo così lungo! Scendiamo quindi dal versante S verso il rif. Ca d’Asti, che raggiungiamo in circa 1h. Dopo un piattone di pasta, breve tratto di sentiero verso La Riposa e poi iniziamo l’eterna traversata a mezzacosta, con infiniti saliscendi, che ci porta al Passo della Capra, poi alla capanna sociale Ravetto e al colle della Croce di Ferro, dopo quasi 2h dal rifugio. Finalmente ora è tutta discesa, anche se sono ancora 700m di disl per raggiungere Malciaussia, su comodissima mulattiera. Arriviamo alla macchina dopo 7h e 30’ di tour, soste escluse (quasi 10h totali). Giornata e compagnia top!
Partecipanti: Fedora e i fratelli Fabio e Federico V.

FOTO 1: Arrivo al rif. Tazzetti e, a sx, il Rocciamelone.
FOTO 2: In vetta al Rocciamelone.
FOTO 3: Durante la traversata, sguardo all'indietro sul percorso fatto, con vista sulla cima e sul rif. Ca' d'Asti. E qui si è circa a metà del lungo traverso poco prima del Passo della Capra, per poi arrivare al Colle della Croce di Ferro.</description>
      </item>
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         <title>16/07/2026 - Periplo dell'Arera 2512m con vetta + pomeriggio falesia Calusco [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13731</link>
         <description>Partito da Valcanale alle 5,40, poco sopra Malga Vaghetto smarrisco il sentiero proseguo imprecando tra mughi e ripidi ghiaioni e ad un certo punto il miracolo, incontro ravvicinato con il Lupo, 2 esemplari, il primo si dilegua immediatamente il secondo mi regala un incontro di una decina di secondi a non più di 20 m. Giro bellissimo intorno a questa montagna simbolo delle Orobie, giornata spettacolare e tantissima gente per sentieri. Salito alla vetta per la cresta E ( Forcella Valmora ) sceso per la O su Capanna 2000, poi traversato al Passo di Corna Piana quindi sceso su Valcanale con il segnavia 218. Il dislivello indicato si riferisce a quello complessivo dell'intera giornata, con la falesiata a Calusco. </description>
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      <item>
         <title>13/07/2026 - Pizzo Pianezza [ pangma ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13729</link>
         <description>Partiti, mio nipote ed io, da Pianezza alle 8:30, con passo deciso ci dirigiamo alla bellissima (...solo fuori però) Baita Napoleù (1680 mt). Il sentiero che diparte da Pianezza, in direzione baita, non è segnalato adeguatamente (bolli sbiaditi) ed è bello ripido, ma nulla in confronto a quello che si stacca dalla baita (dietro di essa) e ti porta in cima al pizzo: definirlo ripidissimo è quasi un eufemismo, ma se non altro è ben segnato da numerosi bolli: impossibile sbagliare.
Il ragazzo va come un missile ed in 1 h e 35 min siamo in cima a questa modesta elevazione, ma dal panorama incredibile, che spazia a 360° dal passo dei Campelli sino alla cima del Gleno (con vista sulla sottostante diga del Gleno).
Ringraziamo il Padrone di casa, che ci regala un paesaggio del genere liberandoci momentaneamente dalle nebbie che imperversano sulla valle, e scendiamo velocemente alla baita dove ci fermiamo per una pausa ristoratrice, dapprima all'interno della baita stessa e poi fuori (è meglio): un vero peccato che un gioiellino del genere sia lasciato così al degrado, al suo interno intendo (una sorta di piccola discarica di stoviglie arrugginite e di generi alimentari scaduti da anni). Boh...
Non troviamo nessuno sul sentiero, sia all'andata che al ritorno, segno che trattasi di un itinerario davvero poco frequentato, ma che merita nonostante non sia dei più agevoli.
Grande soddisfazione di mio nipote per le gambe che girano bene, grandissima soddisfazione mia nel constatare la sua passione per la montagna e la volontà di &quot;soffrire&quot; per godere di sprazzi di paradiso.
BRAVO LUDO !!!!!
foto 1: cima dall'anticima
foto 2: alpinista in erba
foto 3: la parte alta della valle del Gleno



</description>
      </item>
      <item>
         <title>11/07/2026 - Moregallo 1276m da Nord + Traversata Corno Centrale - Corno Occ. di Canzo 1386m [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13728</link>
         <description>Va assolutamente premesso che questa è la stagione meno indicata per percorrere detto itinerario , vuoi per le temperature , ma sopratutto per la presenza fastidiosa di troppa vegetazione. Percorso il sentiero 50° OSA, prima parte in pieno sole , poi fortunatamente quando gira a N tutto in ombra sotto belle faggete, percorso per EE , molto ripido e faticoso , che si svolge in ambiente selvaggio , solitario e con notevoli vedute sul versante N del Moregallo e su tutto il Lago. Dalla vetta classica traversata dei Corni , transitando dal rifugio SEV di Pianezzo. Il dislivello indicato è quello effettivo del percorso. Gran finale con bagno ristoratore nel lago.
Bellissima escursione solitaria
Foto 1 Parete N del Moregallo
Foto 2 Dalla vetta del Centrale sguardo verso l'Occidentale 
Foto 3 La parte di traversata</description>
      </item>
      <item>
         <title>09/07/2026 - ESCURSIONISTI ONESTI [ ROBERTO13 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13727</link>
         <description>Un mese fa ho sepolto sotto la roccia alla Bocchetta dell'Inferno i miei ramponi Black Diamond, al ritorno non li abbiamo più trovati.
A distanza di 40 gg oggi li ho ritrovati: erano ben visibili.
Gli escursionisti sono rispettosi e  onesti. Pochi episodi di vandalismo e furti nei bivacchi, non ci sporcano.
Un grazie  a tutti </description>
      </item>
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         <title>01/07/2026 - tre cenge e due Viaz attorno al Bosconero [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13726</link>
         <description>Dormiamo abbastanza bene nel dormitorio del Rif. Bosconero da soli e al mattino la luce mi sveglia anche se non presto visto che sono al terzo giorno di montagna. Poco prima delle 7 sveglio Marco e dopo l’igiene quotidiana, salutiamo Denise e Raffaella e ci avviamo nuovamente a ripercorrere il canalone che sale a F.lla dei Matt. Lasciamo la radura poco dopo le 7.30 del 13 06 2026 e ben presto sopra le nostre teste Bosconero e Rocchetta Alta salutano sbucando oltre gli abeti. Anche i gendarmi spuntano là in alto e mi fanno notare fra i sassi bianchi un fantastico piccolo esemplare di larice che si fa largo con la forza dell’amore. E’ commovente il contrasto fra i suoi bagliori d’oro e le pallide rocce che l’accolgono con tenerezza. Salgo troppo verso il canalone di Toanella non vedendo la deviazione a sx e devo traversare un poco per tracce disturbando il pascolo di un camoscio che fugge a gambe levate. Ben presto Bosconero e le due Rocchette sono alle spalle e recuperata la retta via ( sottoroccia passa l’Alta Via n° 3!) imbuchiamo l’accidentato drupo che sale verso il nostro obiettivo. Lasciamo al suo processo di scioglimento un residuo di nevaio alla nostra dx e con sudore e fatica, guadagniamo il vallo dove ci accoglie il primo sole di giornata. Forcella dei Matt              (q. 2060, h 9). La bella torretta a sx e il Duranno a dx stanno sempre là; ritrovare un panorama in montagna è come ritrovare un amico, non è cambioato nulla dall’ultima volta che l’hai visto! Marco mangiucchia qualcosa seduto sul prato del sonno di giamba e sotto un sole ancora non fastidioso. Scendo il versante opposto e pochi metri dopo una piccola freccia rossa a terra fa scartare a dx: è l’inizio del Viaz de l’Ors. Bastano pochi attimi e la traccia che corre parallela sotto la fascia rocciosa fa entrare in un altro mondo: solitudine, bellezza, mistero la fanno da padroni. E si punta alla quinta rocciosa da dove spuntando l’anno scorso con Giamba in senso inverso, ci si svelò finalmente dopo tante ricerche, Forcella dei Matt. Ora invece avanzo verso il tappeto verde che ci farà lasciare alle spalle il vallone per consegnarci ai versanti orientali del Bosconero. Arrivo sull’erba tenera e non posso fare a meno di pensare a quanto sarebbe bello passare una notte sdraiato qua: lo farò appena possibile, penso. Mi volto per vedere se Marco arriva e la bellezza pietrificata dello Sfornioi Sud e delle sue torri riempie il cielo blu. Passiamo il grande masso con le indicazioni per scendere a Casera Valbona e alle 9.30 esco dal Viaz per una cengetta a dx che porta verso una grande banca a dx che mi sembra possa essere quella che sto cercando e che circumnaviga il Bosconero per portare in cima (via aperta nel 1882!). Attraversiamo un macereto di enormi massi che sta sotto un grande canalone e che francamente non ricordo. Fra i massi fotografo un’arvicola delle nevi con una brutta ferita che ne ha causato il decesso e poi la banca riprende larga ed erbosa per poi dopo una svolta diventare rocciosa e più stretta rialimentando le mie speranza che possa essere quella giusta.  Poi però arriviamo ad un passaggio un poco scomodo sotto una specie di tetto e mentre analizzo come passare, mi convinco definitivamente che di qui non son passato l’anno scorso. Torno allora da Marco che attendeva l’esito della mia esplorazione e gli dico che dobbiamo tornare. Un’ora dopo ritorniamo al percorso originale del Viaz, affrontiamo un facile traversino e poi un canalino con qualche bollino rosso sbiadito che sale decisamente verso l’alto. Alle 10.50 si apre a destra una nuova grande barca erbosa e cominciamo a percorrerla: è molto erbosa ed ampia e continuo a fare foto vs il retro per memorizzare il punto dove abbiamo lasciato il viaz. Saliamo e anche qua ad un certo punto traversiamo un ampio canalone che scende dall’alto e che non ricordo, come la successiva traversata sotto una specie di tettoia rocciosa. Poi la cengia diventa più stretta, rocciosa e simile ai miei ricordi per cui procediamo nell’esplorazione. Vedo un ammasso pietroso davanti allo Sfornioi Sud dove ricordavo di aver scattato una foto e arriviamo ad una sorta di pulpito che mi sembra di ricordare. La cengia continua imperterrita oltre una svolta che non vediamo e allora scendo un poco per vedere il punto cieco. Ma dall’altra parte non riesco ad arrivare perché ad una svolta la cengia si restringe e aggettante finisce sul vuoto prima di arrivare alla fine della gola da dove ricomincia irriverente. Di qui non si passa proprio e mesto me ne ritorno da Marco per annunciargli il secondo fallimento. Dal pulpito che precipita nel vuoto osservo lungamente la parete alla ricerca della gola dove dovrebbe finire la cengia che ho percorso l’anno scorso ma non capisco. Una grande gola corre per quasi tutta la parete..ma da qui non si pùò raggiungere. Facciamo qualche foto dall’aereo pulpito e torniamo nuovamente verso il Viaz che raggiungiamo alle 12.30. Questi due errori ci sono costati più di due ore! Sfornioi Sud, Antelao e Sassolungo di Cibiana sembrano ridere di noi e ci osservano incuranti. Un bel passaggio bollato su larga ed esposta cengia ci porta mezz’ora dopo alla grande pietra magica (bollata) e che ricordavo perfettamente dall’anno scorso. Ora siamo giusti, son sicuro Marco…hai voglia di provarci ancora? Andiamo, mi dice e iniziamo per la terza volta a dirigerci verso destra, attraversando prima un macereto di sassi e poi una parte erbosa che alla prima svolta diventa l’agognata cengia rocciosa che da stamattina stiamo rincorrendo. Fotografo da lontano la pietra bollata della svolta (dove l’anno scorso non scendemmo ma proseguimmo verso la banca che invece ora percorriamo intenzionalmente) che è la pietra miliare del percorso. Il percorso diventa entusiasmante con la cengia che prosegue larga a sufficienza ad ogni svolta in un ambiente assolutamente fantastico. Arriviamo al castello di sassi (“sassi in tutte le salse” per citare Marco) davanti allo Sfornioi che avevo fotografato anche l’anno passato e afrontiamo un tratto di cengia un filo più stretta dove Marco ha qualche problema con l’esposizione e poi un altro bellissimo tratto aereo con vista Civetta. Un lungo ed entusiasmante susseguirsi di svolte con la cengia che come un filo d’Arianna percorre il fianco della montagna. Cinque primule ammiccano da una piccola insenatura terrosa fra le rocce restituendo un poco di femminilità ad un ambiente severo. Che non finisce mai e continua a stupire per questa bellezza aerea ed eterea. La cengia non si restringe particolarmente ma diventa più netta ed incisa, accentuando la sensazione del vuoto che le foto che scatto a Marco accentuano in maniera evidente. Sensazioni fantastiche. Un nuovo tratto che sembra stretto, permette comunque il passaggio e improvvisamente grido a Marco che si è fermato ad un anfratto la gioia per aver trovato un ometto. Forse siamo al momento chiave! Forse troviamo la gola citata che è la via d’accesso verso la cima. Pochi passi oltre l’ometto la cengia muore nel vuoto e mi sporgo con prudenza per fotografare il Sasso di Toanella e la Rocchetta Alta che maestosi alzano le loro rocce nel mezzo di tanto vuoto. Vertigine. Mi ritraggo e mi risporgo per una nuova foto…credo di essere in un posto dove non son state tante persone. Scatto foto alla cengia che muore a Marco che mi attende nell’anfratto e all’espostissima cengia che lo sorregge e lo fa apparire come un piccolo uomo circondato da un vuoto immenso. Ambiente impressionante. E all’orologio che segnala q.ta 1320 alle h 13.45. Poi ai due vecchissimi e arrugginiti Chiodi Cassin impiantati in due fessure (uno a lama dritta e uno angolare) e che segnalano la partenza di una via dura e che non può essere quella che cerchiamo noi. Prendo un moschettino da rinvio più recente e che qualcuno ha dimenticato lì. Tutto bello ma sono molto deluso perché qua muore il sogno di trovare la nostra via. Torno da Marco e gli dico: niente da fare!. Riguardo la gola che diparte dall’anfratto dove mi attendeva ed è impraticabile. Poi lui mi dice: ma scusa da qui non si può salire? Guardo la paretina sopra di me e che non avevo degnato di uno sguardo perché cercavo la gola che la relazione citava. Mi si illuminano gli occhi e non credo a quello che vedo: DA QUI SI SALE! La paretina è appoggiata ed appigliata e corrisponde alla gradazione attorno al II° grado e soprattutto sembra proseguire altrettanto tranquillamente verso l’alto. Cosa facciamo chiedo a Marco? Non mi sembra convintissimo e allora lascio lo zaino per provare a salire un poco e vedere. Non ci son problemi: si tratta solo di scegliere il percorso più semplice edopo una trentina di metri mi blocco per decidere cosa fare. Son sicuro che da qui arriviamo in cima, mi resta solo qualche dubbio sul tratto finale che da qua non si legge bene. Ma non voglio insistere con Marco che è stato finora bravissimo e mi ha seguito entusiasta. E’ un poco provato dall’esposizione continua e non me la sento di cacciarlo in un guaio ulteriore anche visto l’orario ormai un poco tardo e che siamo in giro ormai da otto ore e ancora molto lontani dalla fine della nostra traversata. Potrebbe anche andare bene, ma non ne ho la certezza e allora scendo da lui per tornare. Sarà per la prossima volta. Perché qua io ci ritorno! Alle 14.10 iniziamo la discesa della cengia magica, felici e sereni per la decisione presa. Marco è un po' provato a livello psicologico ma fisicamente è formidabile. Venti minuti dopo siamo nuovamente sul Viaz de l’Ors sopra la pietra magica pronti per affrontare il passaggino di II° tecnicamente più impegnativo di questo fantastico tragitto. Lo superiamo senza problemi come la successiva cengetta rocciosa e il canalino verso l’alto. Ora puntiamo al passo del gatto che si annuncia quando la banca erbosa lascia nuovamente il posto alla roccia ed è visibile per la traccia scura con cui segna la roccia chiara che va ad incidere. Lo passo all’esterno salvo poi rientrare all’ultimo e sedendomi perchè l’esposizione porta troppo all’esterno. Marco fa uguale ma rientra subito sotto la roccia e ne esce strisciando. Lo prendo in giro perché da passo del gatto lo trasforma in quello del a leopardo e infine della biscia. Ma l’importante è passare. Oltre, una bella bancata, e poi improvvisa la magnifica visione di una torre che mi era sfuggita l’anno scorso ma  che poi una volta aggirata dall’altro lato assume la doppia fisionomia dell’Om e de la Dona che l’anno scorso avevamo ammirato arrivando in senso inverso. Formazioni veramente spettacolari. E alla successiva svolta entriamo nel primo dei due incredibili canyon che il Viaz supera passando su entrambi i lati per cengia appesa ma mai difficile. Sono le 15 e mi sembra di ricordare che ormai dovremmo esserci quasi a F.lla Toanella. Due camosci dall’altra parte della cengia fuggono verso il canalone centrale che raccorda le due parti. Il primo s’invola su per il dirupo mentre la seconda, una camoscina, si ferma indecisa ritenendo di non fare in tempo prima del mio arrivo. Si ferma, mi fissa dolce e poi fa retromarcia scappando per dove noi passeremo dopo. Poi torna sui suoi passi, ma ormai la via di fuga è chiusa dalla mia presenza: mi fissa nuovamente, zoomo e fotografo, poi ritorna sui suoi passi e sparisce oltre la svolta della cengia. Alla svolta zoomo sull’Om e la Dona che campeggiano elegantissimi e ammiro la torretta con la base più stretta del suo corpo. La vista si apre sull’inedita triade composta da Vant, Cima de la Serra e Cima Alta di Nisia. Dietro campeggiano Pelf e Schiara e a sinistra il Friuli rappresentato da Duranno e i monti di Mauro: Palazza, Borgà, e dietro il Col Nudo. Lontano il pugno d’acqua del Lago di Santa Croce con alla sua destra la misconosciuta per me, Cima dell’Albero e il Serva. Sempre in cengia passiamo a fianco di due ricoveri con resti di bivacco e poi arriviamo al secondo canyion che ci fa nuovamente entrare nelle viscere della montagna per poi uscirne con eleganza dall’altra parte, stavolta in vista delle torrette che rallegrano la cresta che scende dall’imperioso Sasso di Toanella. Solchiamo orizzontalmente l’immane ghiaione che scende dalle altezze del Bosconero e alle 15.30 raggiungiamo l’ombra della Forcella omonima (q.2150) riparata dal sole dalle verticali ed immense pareti che s’alzano in cielo sopra di noi come missili puntati verso l’infinito. Quattro genzianelle bellissime mi ricordano i miei figli e faccio qualche foto in giro mentre Marco al sole si rifocilla. Guardo la relazione per il Viaz de le Ponte che rappresenta la nostra via di fuga per il ritorno a valle e alle nostre auto. Lunghina, ci vorranno ancora 6 ore! Alle 16 prendiamo a seguire i bolli arancioni che scendono nel vallo sotostante: torri di fronte a noi e sopra mentre la cresta allungata del Bosconero campeggia dietro come una corona sull’immenso ghiaione. Poi risaliamo a raggiungere la fascia rocciosa dove inizia ufficialmente il Viaz de le Ponte. Andiamo a sud verso La Cima Alta di Nisia che alza ai cieli le sue creste articolate, fra erbe e mughi, lasciandoci dietro Rocchetta Alta e Sasso di Toanella. Siamo comunque sull’Alta Via n° 3 e oltre il lontano ed agognato fondovalle si elevano i Noni di Megma, la Talvena, il gruppo del Pramper e quello degli Spiz. Mezz’ora dopo siamo alla Forcella Viaz de le Ponte (q.1880) che precipita per un centinaio di metri di dislivello verso ovest in un bruttissimo e franoso canalone servito da corde metalliche. Al termine si svolta sotto roccia a sx e si percorre lungamente la base del gruppo delle Rocchette, passando sotto Pònte, pareti e canali vari. Il sole picchia come un martello, si suda e la fatica di questo tour de Force che dura da tre giorni, comincia a farsi sentire. Passiamo un tratto attrezzato e alle 17.15 siamo sotto la verticale della Cima Alta di Nisia ma siamo troppo stanchi per prendere in considerazione l’ipotesi di provare a salire come avremmo in origine voluto fare. Poi domani pomeriggio io devo tornare a lavorare e devo anche tornare a casa per il lungo viaggio autostradale. Traversiamo un canalino che forse è la via d’accesso verso l’alto e poi appare La Cima de la Serra e il grande catino dove corrono per mano tutte le varie punte delle Rocchette. Alle 17.45 arriviamo ad un bivio e ci fermiamo sotto il sole per decidere se proseguire lungo il Viaz per valicare la catena delle Rocchette e poi tornare a valle dopo esser transitato dal Bivacco Toanella, oppure scendere direttamente a valle. Io non ho dubbi, mi gira quasi la testa per il calore. A Marco piacerebbe proseguire per poi fermarsi a dormire al bivacco, ma purtroppo non è un’opzione che posso considerare visto che domani devo essere al lavoro. Scendiamo, che comunque sarà ancora lunga visto il dislivello negativo che ancora ci attende (oltre 1000 mt!). infiliamo il bel sentiero ben segnato che si fa largo fra prati e mughi con belle viste su Rocchetta Alta, Sasso di Toanella e Cima Alta di Nisia che piangono la nostra discesa verso il basso. Siamo proprio ora sotto Cima Serra, traversiamo un bucolico praticello fiorito, mazzi di Camedri Alpini e un rimasuglio di neve conservatosi chissà come e nel quale mi piace affondare gli scarponi per immaginare di trarvi un poco di refrigerio. Cominciamo un altro estenuante traverso orizzontale, passando un ponticello sospeso, senza mai perdere di quota. Lontana come un miraggio che svapora, la diga di Pontesiei. Chiedo a Marco di verificare sull’App: siamo giusti…s’inizierà a scendere più avanti! Finalmente alle 18.30 iniziamo a scendere entrando in un ombroso bosco di faggi e picchiamo verso valle. L’orientamento è difficoltoso per l’enorme quantità di foglie che copre la traccia a terra ma i segni sugli alberi e soprattutto la maestria di Marco nel seguire le indicazioni dell’App, non ci fan smarrire la via. La temperatura sale, traversiamo una radura prativa con casera e mezz’ora dopo alle 19.30 arriviamo alla Statale nei pressi del cartello Ospitale, ma soprattutto di una fontana dalla quale sgorga un acqua miracolosamente fresca e benedetta aggiungo io perché ci disseta, rinfresca e lava via il sudore e le scorie di una giornata assolatissima. Che gioia, che bello bere senza posa, e recuperare energie che pareva non ci fossero più. Marco si offre di fare autostop per andare a recuperare la sua auto che è a valle 3/4 km oltre e io ne approfitto per mangiare e continuare a rinfrescarmi. Mi stendo nell’erba ma Marco arriva subito dopo raccontandomi di esser stato raccolto da una francese che ha fatto la Dolomiti Extreme Trail. Carichiamo l’auto e facciamo rotta verso la mia dove ci salutiamo esausti ma felici dopo due meravigliosi giorni alpini. Tornando verso Caprile, il Pelmo infuocato mi regala immagini di struggente poesia. Grazie Montagna.                     Alle 21.30 rientro in casa a Caprile…ma avevo già avvisato Dani che sarei tornato l’indomani. Troppo stanco. Dati: 18km, 1700m disl., 12h                                                                                                                                                           Foto1 la Magic Line   Foto 2 Marco attende all’anfratto   Foto 3   ecco la via vs la cima

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         <title>28/06/2026 - Monte Aga 2720 m da Carona [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13725</link>
         <description>Seconda uscita con la Compagnia dell'Anello, sempre molto compatta e motivata. Meteo ballerino , non ci ha comunque impedito di raggiungere la cima. Saliti dal passo della Selletta 2369m e scesi dal passo della Cigola. Evitato per un soffio il diluvio del tardo pomeriggio. Ottima sosta rifocillatrice al rif. Longo.
Bellissima escursione in ottima compagnia.</description>
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         <title>27/06/2026 - Pizzo Alto 2511m da Premana [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13724</link>
         <description>Decido all'ultimo momento di visitare questa valle, spinto dal gran caldo.
Salito per l'alpe di Deleguaccio e gli omonimi laghi, purtroppo panorama praticamente assente per le nebbie di calore salite già dal primo mattino. Sceso passando da Premaniga, decisamente spacca ginocchia. Bello il tratto conclusivo che da Premaniga porta a Premana, dove si attraversano diversi nuclei di baite molto ben tenute. Bellissima escursione in solitaria, per far salire di giri il motore, 2ore 35 min Premana - Vetta.</description>
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         <title>25/06/2026 - Canto Alto 1146m da Zogno [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13723</link>
         <description>Escursione su questa montagna iconica per i bergamaschi. Scelgo di salire da Zogno ( versante nord ) nel tentativo di mitigare la calura di questi giorni, scelta sicuramente azzeccata. Dal Canto Alto seguendo la cresta sono sceso al Canto Basso 900 m, poi piegando a ds per il segnavia 533 ( bellissimo sentiero ombreggiato ) ho raggiunto la Forcella del Sorriso 762m Sono poi risalito in vetta seguendo il sentiero 302. Bella escursione in solitaria per festeggiare degnamente il mio compleanno. </description>
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         <title>24/06/2026 - Prampèr, pramperèt, Spiz di Moschesin [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13722</link>
         <description>Settimana di ferie estive e per via della situazione del papà di Giulia, non abbiamo programmato niente come famiglia e allora ne approfitto per qualche giorno in montagna a Caprile. Sentiti i nuovi amici Luca, Marco e Thomas e il vecchio Marco Fassa, non trovo disponibilità se nonquella di Marco Stornade che mi raggiungerà, forse, se riesce a portarsi avanti con i lavori a casa. Parto nel pomeriggio da casa e a sera raggiungo mio papà che stà già dormendo nella casetta di Caprile e lo saluto appena. Mangio qualcosa velocemente e vado a dormire perché nell’incertezza dei programmi per i giorni a seguire, ho deciso di darci dentro domani. Andrò a fare il Prampèr e il vicino pramperèt e poi se ci sarà tempo e gambe anche lo Spiz di Moschesin, l’ unica montagna del gruppo che ha un acceso diverso dalle altre e che ho intenzione di concatenare un’altra volta. Mi sveglio alle 5 e dopo una frugale colazione mi lancio vs l’ormai abituale parcheggio di Pian de la Fopa. Sul Passo Staulanza, collegamento con la Val di Zoldo, il termometro segna 2°, freddo per questa stagione. Scendendo il Civetta appare imbiancato dalle rapide nevicate di questi giorni seguenti ads un brusco calo delle temperature. Mi fermo poi per strada a ritrarre in grandiosa parata tutte le vette che vanno dagli Spiz, al Venier, al Coro passando per Spigolo del Palon e poi il prampèr che ingloba il Pramperèt e infine Cime di Zita, Talvena, Forzelete, Gardesana, Tamer e S. Sebastiano. Dopo aver parcheggiato alle 6.30 sono pronto a partire (q.1250) dopo aver letto nelle legende che la Val Prampèr è la Valle del supereroe delle piante, il Larice, in grado di vivere 2000 anni e resistere per secoli sott’acqua o a temperature fino a -50°C. Sono fiero di averne piantato uno nel mio giardino di casa. Saluto gli Spiz un poco imbronciati e compagni di giornate indimenticabili e mi avvio lungo la valle come tante volte in questi anni: un albero caduto in mezzo alla strada mi ricorda del maltempo dei giorni scorsi e comincio ad alzare il capo vs le mete di giornata che salendo definiscono meglio le loro forme. Arrivo al bivio col sentiero che sale per il bosco, passo dal solito larice gigante affettato e che segnala nei cerchi della sua età le varie epoche che ha passato. Risalgo dal bosco verso la strada che passa poco più in alto perché è tutto fradicio ma nei grandi prati del piano degli Aoniz è peggio e le mie Raptor, s’imbevono completamente. E vabbè si asciugheranno…e alla peggio mi vellà il laffleddole! Essendoci salito pochi mesi fa, riesco a riconoscere la torretta sommitale per accedere alla vetta dello Spigolo del Palon e poi arrivo a Malga Prampèr (q.1540, h 7.30). Carico l’acqua alla fontana e riparto nel bosco. Ad un certo punto noto una torre rocciosa sbucare oltre un colle in direzione del Sorapiss e scoprirò, poi a casa, essere il Piz Popena. Arrivo così ai grandi prati verdeggianti che introducono la vista del Rif. Pramperèt che è asserragliato dagli operai che lo stanno ristrutturando( q.1860, h 8.30). Saluto e vado oltre con uno sguardo alle Cime di Zita e alle Balanzole dall’altra parte della valle. Ora punto Forcella Piccola assecondando il sentiero che scende di un centinaio di metri di dislivello e che dopo avermi regalato l’idilio della vecchia Casera di Pramperèt immersa nel verde ( e non nel bianco come la prima volta…). va ad affacciarsi sui dirupi verdi della Val Costa de I Nass che mi ricordan tanto quelli della Val Grande. Intanto si passa sotto ai pinnacoli multicolori che scendono dalle altezze del Pramperèt come avanguardie del mondo roccioso che mi attende più in alto. Poi inizio a risalire verso Forcella Piccola, q.1950 dove arrivo alle 9. Palon e coro mi salutano ancor prima di arrivarci sbucando felici dal culmine e poi affacciare lo sguardo sulla conca di Cornia è come bere ad una fontana fresca in una giornata afosa. Distese di abeti larici e mughi che colonizzaqno in modo selvaggio e incontrollato le rampe d’accesso ai monti di rocce colorate che provano a fare da argine al muro verde in espansione continua.                                                                           Le mie mete Prampèr e Pramperèt emergono dalla cresta a sx e io mi avvio sul sentierino parimenti diretto abbandonando il tracciato principale dove scorrerà domani la Dolomiti Extreme Trail dei cui plastichini di segnalazione era pieno il cammino finora e che ho fotografato per l’amico Luca che la correrà. Punto vs il Palon mentre ad Est il panorama si apre verso la sfilata dei tre Sfornioi, del Bosconero che appare come un tuttuno e la cui cresta come la coda di un vestito da sposa scende a comporre le cime delle Rocchette fra cui spiccano l’Alta di Nisia e il Van de la Serra. Dietro spadroneggia la Triade Furlana composta dai soliti Cima Laste, Preti e Re Duranno. Zoomo sui Gendarmi dello Sfornioi Nord, tanto cari e belli, passo sotto la verticale di Forcelletta Alta di Pramperèt, che risalirò più tardi e continuo a traversare quasi in orizzontale la grande conca ghiaiosa che mi sembra di trovare più segnalata da ometti. Passo sotto la Cima del Prampèr, lascio lo zaino nei pressi di un masso chiaro e mi avvio vs F. del Palon (q. 2190, h 10.15) che m’attende in alto col suo invitante spicchio di cielo blu insinuato fra le bianche cornici rocciose. Ero già stato qui ma la salita mi era stata preclusa dalle nuvole che si erano abbassate fino a diventare nebbia e dalla pioggia che era diventata presto battente. Ora invece, la vista si allarga serena verso Civetta Pelmo e Forzelete e mansueta ma dirupata, mi attende a sx la cresta di salita. Mi avvio fotografando il panorama sempre da estasi fino ad arrivare nei pressi della cima, protetta da ammassi di sassi enormi e da una curiosa paretina verticale che fa da anticima e che va lasciata permalosa a sx. Fra torrette e labirinti di pietra, mi affaccio sul punto più alto segnalato da una piccola croce lignea realizzata con rami secchi (q. 2410). Il panorama infinito si allarga oltre il Pelmo fino al Sass de Putia, alle Tofane, ai cari Pore, Cernera e Sass de Stria con Lagazuoi e Counturines. E tra Pelmo e Antelao, salutano Croda Rossa, Cristallo, Sorapiss e Bel Prà. Cridola e Monfalcon di Montanaia spuntano dal lontano Friuli e vs il Bellunese invece3 la Talvena anticipa i possenti Pelf e Schiara. Si vede anche la minuta Gusela e poi Pizzocco e Sass de Mura/Sagron. Tutta la cresta del Moschesin, giace ai miei piedi terminando con le punte indomite dello Spiz, su cui mi piacerebbe poi salire. Dietro il gruppo dell’Agner e della Croda Granda. E gli Spiz vicini collegati alla mia posizione da vette ormai tutte raggiunte. Guadagno la seconda cimetta che precipita vs il prossimo obiettivo, il Pramperet a cui la cima principale è unita tramite una quota secondaria . Alle 11, inizio a scendere verso la forcella macchiata di verde, unica oasi di pace in questa foresta di pietre sovrapposte ed incastrate dal tempo. Seguendo la traccia precedente e recuperato lo zaino, alle 11. 45 lo lascio nuovamente ai piedi di un larice che supera l’altezza media dei mughi e mi avvio verso il buco blu di Forcelletta Alta di Pramperet seguendo i pendii erbosi che si sono fatti strada fra le colate ghiaiose. Si sale bene su terreno morbido e assestato. Fotografo un bellissimo e gigantesco esemplare solitario di Genzianella ed entro nel canale che sbuca più su nel blu (q.2250, h 12.30). dall’altra parte la forcelletta precipita in Val prampèr e io scarto a sx le torri del Pramperèt. Fra le pietre la dolcezza viola di una primula solitaria e mi avvicino al muro che so di dover affrontare. Non vedo segni od ometti e con un poco di incertezza affronto l’esile e friabile crestina che con passi facili ma un poco esposti s’incolla alle rocce successive (10m, I°, I°+). Oltre ritrovo gli ometti e la certezza del percorso. Aggiro a sx la torre tozza e sommitale e pochi minuti prima delle 13 sono sulla prima della bifida cima (q. 2337). Solito grandioso panorama in questa giornata senza veli e bellissima la vista sull’imponente Cima del Prampèr, che ci sovrasta da buon fratello maggiore. Un larice sta miracolosamente crescendo proprio fra le pietre di cima: è alto si e no venti cm ma i suoi rametti gialli e verdi esprimono già la sua incredibile caparbietà. Poco distante un gruppetto di primule pare dire: guarda che ci siamo anche noi, il gentil sesso, non è da meno! Laggiù, nel verde, il Rif. Pramperèt: potrei arrivarci direttamente con un tuffo…ma rinuncio all’idea! Scendo per la via solita, mi fermo fra i mughi a fare pranzo, accanto ad un bellissimo ed enorme ranuncolo e riguadagno Forcella Piccola prima e il Rif. Pramperèt, poi. Sono le 15 quando cammino nella soffice erba verde dei prati oltre il rifugio, con lo sguardo ammaliato dalle creste del Moschesin e dalle meravigliose e apparentemente irraggiungibili punte dello Spiz che mi attendono al suo termine sinistro. Visione d’incanto. Luogo da non perdere soprattutto nel silenzio e nella solitudine della bassa stagione quando il rifugio è chiuso. Che bello quando la dolcezza e l’orizzontalità del verde si unisce alla verticalità e ai colori delle rocce che salgono verso il cielo blu. Contemplo, emozionato da troppa bellezza. Vado in piano vs F.lla Moschesin per un tratto di raccordo che non ho mai percorso. Un bel sentiero che fra mughi e boschetti serpeggia tranquillo fra scorci fantastici. L’arancio delle rocce, il verde dei prati e degli abeti, il blu del cielo, il bianco delle nuvole: mi batte il cuore tachicardico e felice! La cresta del Moschesin con il suo fantastico castello mi seduce…e sogno già do percorrerla per intero. Quanto è bella. La Val Prampèr stende il suo lenzuolo verde di larici ed abeti che vanno a nord vs pelmo e Antelao: un mare verde increspato e meraviglioso. Traverso un pianoro erboso sotto le Balanzole, alle mie spalle Prampèr e Pramperèt si abbracciano in uno struggente saluto di addio e l’enorme vallo di Forcella Moschesin, si mostra finalmente ai miei occhi: pensavo fosse più vicina e comincio a dubitare di avere il tempo per farcela e non  tornare tardissimo da papà. Supero e segnalo con un ometto il bivio per scendere stasera vs Malga Prampèr e inizio la breve risalita sotto gli occhi scrutanti e un poco minacciosi dello Spiz che si deforma ma restando sempre verticale e osserva e scruta ogni mia mossa. Alle 15.45 sono finalmente al Forte in forcella (q.1940) con bellissima vista sulla Cima delle Balanzole, sulle tre allineate Cime di Zita e la Talvena. Mi giro e gurdo il poco invitante ghiione pietroso che scende come una colata franosa, invasa dai mughi, dal bordo delle rocce che devo raggiungere. Non sarà semplice, penso e il sentiero si vede già poco all’inizio. Salendo invece si delinea un poco meglio e anche abbastanza segnalato da ometti. I mughi non danno eccessivo fastidio e un quarto d’ora dopo sono già sottoroccia e sotto gli obelischi di pietra che s’alzano verticali sopra la mia destra. Il sentierino, bellissimo come un viaz, s’infila a sx fra roccia e mughi ed inizia a circumnavigare la montagna. Bellissimo ambiente. Fra sottopassaggi e placchette raggiungo un canale franoso che adduce dopo breve discesa ad un canalino delimitato a sinistra da una torretta e che permette di raggiungere un piccolo forcellino mugoso (h 16.20). Grande la sorpresa quando dal basso risale una piccola traccia che s’infila fra i mughi ed è segnalata da bollini rossi vecchi, discreti ma ancora ben evidenti. La seguo con entusiasmo perché pensavo di dover ravanare ( e magari manco trovare) alla ricerca del percorso e invece è probabile che ce la farò e anche più velocemente del previsto. Il sentiero è entusiasmante fra mughi tagliati, passaggi rocciosi semplici alla ricerca del tragitto migliore e sempre in ambiente eccezionale. La vista si apre verso la valle Agordina a mostrare Cima Pape, Lastia di Framont, Cima Uomo, la Marmolada, Moiazze, Civetta, Tamer(ben visibili finalmente tutte e tre le punte) in rapido avvicinamento. Anche i Monti del Sole mi ossrvano un poco infastiditi dal tradimento verso questa Meta dirimpettaia. Dieci minuti dopo un angolo dipinto in rosso su un masso segnala che la traversata è finita e che ora si può prendere a salire. Canalino erboso, svolta poco sea sx e nuovo canale sassoso mi portano in alto su belle placche calcaree con vista sublime sul Castello di Moschesin. Poi per erbe e rocce seguendo i bollini rossi e poi l’enorme struttura del ricevitore che certo anche se dipinto di verde non sta un gran bene in un contesto così selvatico e naturale. Lo raggiungo alle 16.45 e velocemente me lo lascio alle spalle puntando alla bella piramide conica della cima un poco discosta sulla sx. Pendio erboso, poi ghiaioso con svolta a sx e ni ritrovo su un terrazzinio affacciato su centinaia di metri di vuoto. Alla mia sx aguzza la punta più bassa delle due corna dello spiz e a dx quella sommitala che lascia intravedere su questo versante il suo punto debole. Un canalino finale sfasciumato e con passi che non raggiungono il II° mi butta improvvisamente nel vuoto della cima ( Spiz di Moschesin, q. 2317, h 17). Lo certifica una bandierina italica scolorita in ferro, infilzata in un cumulo di pietra. Il resto è vuoto. Il panorama, da le vertigini. Soprattutto mi attrae davanti a me la cresta che partendo dalla Cima Nord della cresta dei Camini, prosegue passando dal Castelletto fino al castello di Moschesin e poi oltre coperta dalla sua mole, fino a Cima di Forcella Stretta e poi alle Forzelete e Gardesana. Verrà il giorno. Le Dolomiti cantano in coro attorno a me e io ne sono il Direttore. Veramente incredibile l’ampiezza del panorama a 360° e con vista speciale sul solco verde della Valle di san Lucano che s’insinua fra le rocce verticali delle Pale omonime da una parte e dell’Agner dall’altra. Si vede il mondo e l’ombra delle due punte dello Spiz disegnarsi sulla distesa di abeti sottostante. Che spettacolo! Mi soffermo ad esplorare le valli recondite ai piedi dei Monti del sole e poi m’incanta un piccolo larice, meraviglioso nelle sue fattezze e che proprio come quello incontrato sul Prampèr, si sta facendo strada fra le pietre della cima. Lo fotografo emozionato, da tutte le parti. E’ bellissimo. C’è poco spazio quassù e tutto questo vuoto mette vertigine per cui 10 minuti di foto dopo disarrampico il canale finale d’accesso alla cima e inizio il mio rientro a valle dopo 2500 m di dislivello. Senza problemi scendo e contorno al contrario la montagna finchè sopra al ghiaione finale, vedo gente al Forte e mi vien voglia di far due chiacchere dopo tanto silenzio e solitudine.           Ci arrivo alle 18.30 e trovo due ragazzi belgi poco convinti di ripetere le gesta che gli racconto. Ci salutiamo e corricchiando prendo la via di discesa vs Pian de la Fopa. Alle 19 passo da Malga Prampèr sempre correndo un poco. Incrocio sulla strada asfaltata una chiocciola che disegna la sua scia sul caldo catrame e alle 19.45 dopo una bella foto al Pelmo serale, sono di nuovo all’auto dove constato con piacere di non aver preso la multa, non avendo pagato il ticket x il parcheggio. Dati: 27km, 2500 m disl. 13 h.
Foto1 Prampèr e Pramperèt  Foto2 lo Spiz di Moschesin  Foto3 ombre sul precipizio da cima Spiz

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         <title>21/06/2026 - Periplo della Presolana con vetta [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13721</link>
         <description>Giro ad anello di rara bellezza, che può competere con le più famose dolomitiche. Partito dal P.so della Presolana 1297m , salita al Visolo 2369m percorso il bellissimo sentiero della Porta sino al rifugio Albani 1939 m, p.so dello Scagnello 2120m discesa nell'incantevole Valzurio sino a 1500 m risalita al p.so di Pozzera 2129m, transitando per il rifugio Olmo 1819m. Quindi grotta Pagani 2224 m e vetta della Presolana occ. 2521m per la normale. Discesa al P.so della Presolana , transitando per il rifugio Cassinelli, con meritata sosta enogastronomica. Ho calcolato compreso le risalite circa 2450 m di dislivello positivo, lo sviluppo dovrebbe aggirarsi intorno ai 25 km in 10 ore 15 min tot. con circa 1ora e 30 di soste.</description>
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         <title>20/06/2026 - Monte Ferrante 2427m e Ferrantino [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13720</link>
         <description>Bella prima esperienza con la simpatica Compagnia dell'Anello, ci ha portato sul Monte Ferrante, balcone di primordine sulla Nord della Regina delle Orobie. Gruppo ben affiatato e simpatici, esperienza sicuramente da ripetere.</description>
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         <title>17/06/2026 - Le  Stornade (la traversata passando dalla cima) [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13719</link>
         <description>Come da accordi telefonici intercorsi nella settimana in corso sono d’accordo con Luca per scalare le Stornade dalla Val dei Zoldani dopo che ieri ci ho provato, riuscendovi parzialmente, dalla val Fagarè, con l’intento di conoscere a priori la via del ritorno e riuscire in una clamorosa traversata. Senz’altro, una delle vette escursionistiche meno frequentate dei Monti del Sole. Alla fine dopo varie chiamate, ci troveremo in cinque e quindi non sono sorpreso quando all’incontro delle 6 del mattino del 23 05 26 nel parcheggio di La Muda (m.450) dalla sua macchina, escono 4 giovanotti che hanno tutti almeno 20 anni di me. Presentazioni veloci e poi, traversato il bel ponte verso Agre, ci dirigiamo verso quella che viene considerata “la più normale” fra le vie di salita a questa sfuggente montagna che si difende molto bene dall’assalto dei bipedi. Montagna “difficile” più che per l’aspetto tecnico per la continua concentrazione che qui è indispensabile per rimanere “attaccati al percorso” sia all’andata che al ritorno. Dalla partenza si segue la Via degli Ospizi verso sud guadagnando quota un po’ alla volta fino al bivio di uscita poco sotto gli 800 metri.                             Fino al bivio è quasi un’oretta di camminata, e si sale leggermente nel sottobosco in riva idrografica destra del Cordevole. Il sentiero che va verso la Val dei Zoldani è inizialmente ben marcato e va con un unico lungo traverso fino al tornante destro di Col della Farina traversando la confluenza a valle della Val Pegolera prima, con il suo famoso gendarme in pietra che sembra messo lì con funzioni di sentinella, e della Val del Mus poi caratterizzata da salti e forre d’acqua che sarebbero belli da fotografare con calma e che invitano  all’esplorazione…ma qui c’è sempre più da vedere…che tempo per farlo! Ma il ritmo della camminata è alto, i compagni son giovani e forti e ho il mio daffare a tenere il ritmo. Coro e Spirlonga mi chiamano ai ricordi dall’altra parte della valle oltre il Cordevole e poco più di un’ora dopo dalla partenza, siamo proprio sotto il missile roccioso della Rochèta che si alza verso l’alto a bucare il magico cielo blu alpino delle giornate radiose, sostenuto da un tappeto verde boscoso steso ai suoi piedi. Dopo il tornante destro si arriva alla breve risalita di un valloncello a fondo per lo più erboso e poi, con altro traverso e qualche svolta, si arriva su un ripido che si risale fin sotto una fascia rocciosa e si arriva quasi subito al passaggio più caratteristico, un breve tratto di “vera cengia” che contorna due rientranze del pendio: il bellissimo passaggio in cengia della “Zinturela” (h 7.45) esposto ma non difficile e che porta a completare l’aggiramento della montagna verso il più abbordabile lato ovest. Su questo tratto tecnico riduco le distanze sul gruppo tirato dall’infaticabile Luca e ne approfitto per effettuare qualche sorpasso e guadagnare un po' di tempo. Appaiono lontane sulla destra le rocce delle Stornade, montagna veramente difficile da decifrare per via della sua complessa orografia e per il fatto che non se ne ha mai una visione completa ed aperta, essendo incastrata fra colli e pareti che pullulano fra i Monti del Sole. Poi superati alcuni canalini ed anfratti rocciosi nel bosco di faggi, si perviene alla radura erbosa, ora assalita dalla vegetazione, del Mandrìz della Rocchetta(q. 1300, h 8.10). Passiamo veloci in mezzo ai ruderi di antichi insediamenti umani, dove le presenze del passato ti guardano dalle fessure rimaste fra i blocchi ormai caduti di quelle che erano mura di edifici abitati dagli antichi pastori e cacciatori. Svoltiamo per erbe alte su labili tracce verso destra su terreno per me ora vergine proseguendo in direzione della Forzèla de la Rochéta (q.1438) che separa Le Stornade dal Col Zaresìn. Salendo la vista si allarga verso Talvena, Schiara e i monti del Viaz che brillano rendendo omaggio alla bellezza di questa giornata. Luca ci guida con maestria seguendo le indicazioni a terra e quelle dell’App Mapy sul quale abbiamo scaricato le tracce di Zio Mario. Saliamo fino a breve distanza dal valico fino ad intercettare una breve cengia sotto roccia segnalata con ometto ben in evidenza (h8.45). La cengetta termina nei pressi di un canalino di circa 70/80 m. di dislivello, a sx di una placca bagnata, e che bisogna risalire fino a una forcelletta. Alla forcelletta di arrivo che separa dall’alta Val del Mus c’è un “muretto di mughi” che impedisce la vista dall’altro lato. Si sale verso sx con un iniziale taglio tra i mughi MOLTO ripido. Infine, su corridoio prativo più largo e meno pendente, si arriva alla base della fascia rocciosa chiara che segna l’inizio nord della Cengia Alta, e che è riconoscibile per un grande diedro chiuso da un tetto. Sono le 9 e Luca si dirige a dx lungo la cengia (sbagliando) e io non controllo la relazione che spiega bene invece di dirigersi a sx. Arriviamo così ad un anfiteatro roccioso che riconosco come quello descritto da Mason nella sua relazione e che prevede passaggi fino al III°+ e l’uso della corda. Amche Luca riconsultqando l’app si accorge di aver sbagliato e torniamo sui nostri passi per dirigerci invece a sx dal punto di arrivo presso la Cengia Alta. La guida Celi Sommavilla, così descrive questo tratto: «… si prendono a sinistra le lunghe cenge che fasciano i versanti orientale e meridionale delle Stornàde. Per queste si procede a lungo (circa 500 m) senza difficoltà verso Sud, in direzione della Forzèla dei Vanùz. Prima di raggiungerla si incontra un evidente canalino, che sale a ovest verso un salto di roccia chiara, dal basso simile a una piccola torre …». Zio Mario dice che secondo il suo GPS i 500 metri sono da intendersi in “linea d’aria”, e dunque sono di più come metri lineari camminati tenendo conto di tutte le non poche rientranze e i su e giù. Preciso queste descrizioni metriche perché l’individuazione del canalino ci costerà tempo ed errori. Comunque sono le 9.30 ed iniziamo a marciare sulla larga bancata verso sx. Dico a Filippo di calcolare con l’orologio circa 500 m. per andare ad individuare con più precisione il canale giusto che ci permetterà l’accesso alla parte superiore della montagna. Dieci minuti dopo individuiamo davanti a noi una parete rocciosa preceduta e seguita da due simil-canali (il primo più un costone). Intanto mi diletto a far foto alla Rochèta che sta davanti a tutti i monti OltreCordevole che si vedono dallo Spiz di Moschesin, al Talvena e poi dal Coro fino alla Pala Alta, passando da Schiara e Burel. Zoomo sui Pinei che da questo punto mostrano ben evidenti entrambe le tre cime con l’ultima, la Nordest che incombe su Forcella Oderz. Venti minuti dopo siamo alla base del saltino che impedisce l’accesso diretto al canale e che io (essendo di difficoltà tra il I° eII° grado, battezzo come quello giusto. Non si vedon segni o tracce di passaggio e con Filippo proviamo comunque a salire un poco il macereto fino ad arrivare alla base di una fascia rocciosa dove la selva di mughi impedisce la continuazione. Non è qui. Bella la vista che si apre oltre il Col Much e il Zimon de la Pala del Fonch e che svela addirittura il Civetta oltre il Celo e poi i gruppi del Tamer e del Moschesin. Torniamo dagli altri, Daniele, il ragazzo rumeno si ferma alla base di questo falso canale, mentre in quattro proseguiamo ancora vs sx fino ad arrivare in vista di una torretta caratterizzata da un canalino sulla sua dx, che risaliamo fino a trovarci su un pendio che finisce su una cengia troppo esposta. Abbiamo sbagliato ancora e in tre siamo d’accordo che bisogna tornare per chè ci siamo spostati troppo a sx, mentre Luca sostiene che si debba scendere a sx della torretta e proseguire. A me Marco e Filippo sembra assurdo scendere e decidiamo di tornare ad esplorare fino in alto il canale precedentemente abbandonato.                       Scesi alla base della torretta (h11) Luca ci dice che vuole andare a vedere una cosa e che ci raggiungerà a breve. Noi proviamo vanamente un altro canale bagnato che ci fa capire subito di non essere quello giusto e venti minuti dopo siamo nuovamente alla base del canale già in parte risalito. Lo attacchiamo io Filippo e Marco dopo aver detto al ragazzo rumeno di aspettare lì il ritorno di Luca. Saliamo fino alla fascia di mughi che forziamo per andare poi ad imboccare un molto ripido canale erboso che termina nei pressi di una forcelletta che appare molto aerea e che ci darà indicazioni sul nostro futuro. Stiamo quasi per arrivarci quando Marco riceve una telefonata da Daniele che gli comunica che Luca è quasi in cima, e che è ancora lunga da dove ci ha lasciati, che ci vorranno ancora almeno un paio d’ore. Ci dice anche che ha trovato dei nastrini che probabilmente ho lasciato io ieri. Con Marco ci guardiamo negli occhi e senza dirci una parola capiamo di pensare la stessa cosa: arriviamo in forcelletta e se non si può proseguire, scendiamo e seguiamo le tracce di Luca. Vorrei abbracciarlo per questa sintonia d’intenti e ne ammiro la forza e la caparbietà, oltre alla voglia di sognare. Ho trovato un nuovo amico da montagna? Arrivati in forcella è evidente che il proseguio è troppo roccioso e ci vorrebbero le corde e allora mentre scendiamo cominciamo ad organizzare la nostra salita ed eventuale traversata visto che dovremmo anche scambiarci le auto, visto che noi arriverremmo una decina di km a valle (Candaten) rispetto a dove abbiamo le nostre auto (La Muda). Filippo non ne può più (anche perché ha una gara di trail per il giorno dopo!) e dice che ci seguirà solo fino a che incrociamo Luca e poi tornerà con lui (Daniele nel frattempo ci ha comunicato che scenderà a valle). Alle 12.30 aggiriamo in discesa la torretta sulle tracce di Luca e vediamo che la Cengia Alta prosegue lineare. La percorriamo baldanzosi e venti minuti dopo esplodo di soddisfazione quando siamo alla base del canale giusto da risalire e che presenta un tratto di rocce chiare in alto a sx e una torretta che lo sovrasta sulla dx. Ci siamo, forse stavolta ci siamo proprio! Tutto coincide! Non mi sembra vero dopo lo scoramento di ieri e quello di stamattina, avere ancora in extremis la chance di farcela ad arrivare in cima e forse anche quella di fare la traversata. Poi, vedremo a seconda dell’orario! Saliamo senza difficoltà con passi tra il I°/II° grado, poi poco dopo un altro saltino fino a a quando il canale si allarga decisamente. Ad un certo punto Marco che segue la traccia sull’app ci indica di svoltare verso una bancata a destra che io riconosco per averla già percorsa ieri (ero quindi arrivato fin quassù, passando a sx del canale!) e che mi aveva portato fuori rotta. Infatti anche Marco si corregge e continuiamo a salire verso la parete rocciosa un poco a semicerchio che chiude la salita vs l’alto. Alle 13.45 alla fine del canale dove bisogna prendere quasi sotto parete la destra, prima sentiamo la voce e poi finalmente incontriamo luca di ritorno dalla cima. Ci complimentiamo, ci dà delle indicazioni e Marco gli consegna le chiavi della sua auto (con cui torneranno a casa) e quelle della mia che ci lasceranno a Candaten per il nostro ritorno. Filippo scende con luca e io e marco iniziamo la nostra personale sfida con la montagna. Proseguiamo piegando leggermente sulla destra per andare a prendere più comodamente la traccia che sta alla base della fascia rocciosa. Da qui si entra nel primo dei due “van” o circhi che caratterizzano la parte alta del versante est delle Stornade. Ora si contorna questo primo e più piccolo “van” stando attenti alle linee tra i discontinui tagli di rami di mugo. All’ingresso la fascia rocciosa (che sta a sinistra in direzione salita) si alza con una discontinuità di linea, e per riportarsi vicino alla base c’è il tratto con i passaggi più stretti e peggio segnalati: è un tratto breve e anche “ravanando semplicemente tra i mughi” (se non ci si vuole fissare a trovare i corridoi quasi nulli) non si perdono più di 5 minuti. Non sappiamo se seguire o passaggi ad “occhio” o seguendo la traccia sul cell. e lascio la decisione a marco meno boomer di me. Quando ci troviamo incastrati nei mughi, temo che possa essere la fine e che non ci riusciremo mai. Se è così fino in cima non ce la faremo, penso, e mi prende lo scoramento ma che non comunico a Marco. Sembra più logico stare alti sotto roccia ma l’app dice di stare più bassi. Dopo qualche minuto di incertezza alle 14.10 dopo il doppiaggio di una costa, ci appare come un miraggio il Van Grant o Van de Le Stornade. Riprendiamo a segnalare i passaggi fra i mughi o le uscite dal labirinto verde con i nastrini biancorossi e finalmente i mughi si diradano e subito dopo ci troviamo alla base di una fascia rocciosa a salti, un poco bagnata e che luca ci aveva descritto come simile ad alcuni tratti sul Pelmo (concordo…grandeeee Luca!). La risalgo felice e pieno di nuove energie convinto che il peggio sia ormai passato tanto che ne esco prima di Marco. Dieci minuti dopo troviamo lo scheletro di un camoscio-segnavia mezzo alla base di un canale roccioso dalla quale forse lui è scivolato d’inverno e lo risaliamo senza problemi per approdare ai facili ma comunque ripidi pendii erbosi sommitali del Van Grant che dovremo risalire fino alla cresta. Ci siamoooooo! Troviamo sporadici piccoli bollini rossi, mettiamo qualche nastrino e costruiamo qualche ometto salendo a vista e stando più a sx rispetto alla grotta-covolo (q.1850) citata nelle relazioni, e da cui non passiamo. Superiamo un breve saltello roccioso che corre più o meno per tutto il Van e alle 14.53 spunto in cresta, felice come un bambino, proprio nei pressi di un ometto. Ormai è fatta, non ci ferma più nessuno. Mi abbandono alla contemplazione del panorama che si apre improvvisamente dopo l’ultima mezz’ora passata con l’erba ad un palmo dal naso. Sotto di me il mondo intricato dei monti del Sole settentrionale e verso nord Dolomiti in parata. Si vede tutto. Le vicine Antene e oltre Croda Granda, Agner, Pale di San Lucano, Marmolada, Civetta, Pelmo, Tamer, Moschesin, Antelao, Talvena, Schiara e lontana perfino la Croda Rossa. Ora guardo la cresta mugosa che termina in cima poco oltre e comincio a percorrerla seguendo un taglio tra i fitti mughi veramente molto opportuno. Arrivo nei pressi di un saltino, segnalato con ometto, dove si usano le mani con singolo passo di I° grado se si vuole rimontarlo o costeggiandolo sulla destra. Poi i mughi riprendono ma senza eccesso di disturbo e fotografo Marco che è già sulla prima cima. Felice lo saluto alzando le mani e lui mi ricambia la cortesia di immortalare il momento. Alle 15 lo raggiungo sulla prima cima e ci abbracciamo felici. Ora siamo proprio in faccia al cuore dei Mds con la parete enorme del Bus del Diaol proprio di fronte e con a destra la Cima del Camin e poi i Feruch. Mentre a sinistra domina la solita triade Palazza, Mont Alt, Croda Bianca. Che spettacolo, sembra di stare al centro del mondo. Marco intanto si è già avviato verso la Cima Ovest e dopo qualche foto mi avvio a seguirlo. Qua si è proprio face to face col Bus del Diaol e le Antene pungono il cielo sotto di noi. C’è tanta aria intorno. Ci facciamo un selfie entusiasti e marco comincia a mangiare: non abbiamo tanto tempo a disposizione per tentare la traversata, ma del resto dobbiamo anche rilassarci un poco prima di ripartire per la nuova avventura il cui cardine sarà riuscire dal canale che parte dalla Cengia Alta, a ricongiungerci alla Cengia Mediana dove ero ieri con sicurezza e nastrini, prima di naufragare alla ricerca della Cengia Alta e del canale d’attacco.                                                                                                                    Alle 15.45 inizio a scendere e infilo subito fra i mughi una direzione sbagliata ma il groviglio in cui finisco mi avvisa dell’errore! Cominciamo bene, penso, con tutto quello chi ci aspetta. Poi invece scendiamo veloci senza più errori, infiliamo subito stando più alti sotto roccia l’uscita dal Van Grant, transitando dal Van piccolo e infiliamo il canalone di discesa. Discuto con marco che mi sembra stanco e non si ricorda più che dobbiamo disarrampicare il canale d’accesso ma alle 17.30 siamo alla sua base. Ora lui prende il comando delle operazioni e seguendo la traccia sull’app della gita di ieri, cerchiamo il ricongiungimento sperato. Scendiamo per prati abbastanza ripidi fin quando riappare un mio nastrino e ci ritroviamo poco dopo sulla Cengia Mediana. Evviva il più è fatto! Alle 18 transitiamo da Forcella dei Vanuz dove Marco gira un video entusiasta verso la Val Coraie che precipita sotto di noi. Mezz’ora dopo scatto una bella foto alla Rocheta lambita dagli ultimi raggi di sole che le carezzano il capo donandole una cresta arancione stile punk e mezz’ora dopo nella pace serale contempliamo i monti del Viaz in un quadro dai mille tenui colori. Paradiso. Scendiamo stavolta senza problemi di orientamento il pendio che dà sulla Val Col dei Boi e poi alle 20 siamo già bassi quando l’Enrosadira colora completamente la parete delle Cima Est di Pala Alta. Poco dopo abbandoniamo la Fratta di Aleseppo e dalla val Fratta giriamo a dx al mio bivio ieri segnato che ci immette in Val Faghera e nel Sentiero dell’Acquedotto, con ancora luce a sufficienza per mostrarne a Marco, come speravo, le meraviglie di cui anche lui rimane incantato. Ultime foto al Burel serale e al diedro gigantesco della Val Faghera e alle 21 abbiamo i piedi in fresco nel Cordevole per andare a recuperare l’auto mia e le chiavi nascoste sotto un sacchetto poco a lato. Passiamo quasi un’ora nel parcheggio a liberarci da una quantità incredibile di zecche che soprattutto assaltano Marco risalendo dal terreno e alle 22.15 inizio il mio lungo viaggio di ritorno con tappa al casello di Vittorio Veneto Nord dove Marco recupera la sua auto con cui eran tornati gli altri. Siamo entrambi stanchissimi e chiacchieriamo per stare svegli. Del resto 20 km e 2000 metri di dislivello anche oggi! Da raccontare c’è ancora che mi fermo quasi ad ogni casello che trovo per piccole pause di sonno, che salto l’uscita di Bariano perché ci passo davanti senza rendermene conto, che sono a casa solo alle 4 del mattino e dopo aver fatto la doccia posso dormire solo fino alle 7.30 perché c’è in programma una bellissima giornata sul Garda (Parco Natura Viva) con Noemi e la sua famiglia.                     Foto1  appare il Van Grant  Foto2  io e Marco felici in cima  Foto3   ecco il giusto canale!!



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         <title>15/06/2026 - Le Stornade per la Val Fagarè [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13718</link>
         <description>Settimana di ponte feriale al lavoro e riesco ad ottenere il permesso familiare per qualche giorno a Caprile e così dopo aver fatto la puntura al papà di Giulia parto in direzione dei monti e alle 20, all’uscita dal Casello di Dueville, mi fermo per una bellissima foto al tramonto che colora d’arancione lo sfondo delle Piccole Dolomiti che si presentano dalla Cima delle Ofre passando per il Baffelan, i Tre Apostoli e il Monte Cornetto. Arrivo a Caprile poco dopo le 22 e sistemate quattro cose vado subito a letto perché ho l’intenzione per domattina di alzarmi abbastanza presto..se ci riuscirò! Il programma prevede per sabato di trovarci con Luca per provare l’assalto alle Stornade mitica e complessa cima dei Monti del Sole per la via più semplice che è quella che sale per la Val dei Zoldani.Altro itinerario in questo complesso montuoso che ultimamente mi ha stregato per la sua bellezza selvaggia e le difficoltà di orientamento che lo rendono quasi inesplorato.  E io allora sentito Luca se è d’accordo proverò a salire dalla più complessa via della Val Fagarè con l’intento di segnare la via per un’eventuale discesa che ci permetterà di compiere un’epica traversata. Zio Mario sconsiglia infatti di scendere per dove io proverò a salire senza conoscenza preventiva del tracciato. Mi alzo alle 5 del 22 05 2026 e alle 6 sono sul greto del Cordevole (q.450) nei pressi di Candaten pronto per la rinfrescante traversata mattutina del fiume che mi permetterà di raggiungere dall’altra parte il sentiero della Via degli Ospizi. Spirlonga e Coro pisolano ancora nella luce tenue del mattino ma attraverso piano con delle scarpe di riserva (i mitici e ormai consunti scarponcini Satewa) per non svegliarle: l’acqua è fresca ma non gelida e calzo le scarpette Raptor una volta all’asciutto. Incrocio subito il sentiero che sale a sx in direzione Mont Alt e tre minuti dopo in egual direzione alle 6.15 l’inizio del sentiero dell’Acquedotto (scoprirò poi) che mi porta a salire in direzione del traliccio Enel di q.ta 580, celeberrimo punto di riferimento per una corretta partenza. La vista oltre il fiume dall’altra parte mostra i boschi del Colon di Costa Bramosa e del Forzelon nelle brume dell’alba, in un’immagine quasi Amazzonica, che anticipano il Burel. Supero il traliccio e poco dopo iniziano i parapetti metallici che proteggevano il percorso degli operai verso le prese di captazione idrica. Il vuoto diventa subito spettacolare con un salto di centinaia di metri che precipita sul fondo della Val Fagarè che ad un certo punto è protetto da un altissimo e regolare diedro formato da due pareti ad angolo retto: pozze di acqua verdi schiumate di bianco da cascatelle ingentliscono il paesaggio veramente severo. Appare ogni tanto il grande tubo in ferro che porta l’acqua a valle e che generalmente corro protetto sotto terra o roccia. Poi i parapetti finiscono in una zona meno precipite per riprendere solo in alcuni tratti e terminare definitivamente alcuni metri prima delle quinte rocciose che chiudono la valle e dove si trovano le prese per catturare l’oro bianco (h 7, q.600). Stona un poco il muro in cemento ma il luogo è veramente arcaico e tenebroso e le pozze d’acqua verde lo rendono incantevole. Traverso la poca acqua del greto e poi per sentierino ad una casetta in cemento poco distante dove per un attimo perdo la traccia che segnalo meglio con due ometti. Inizio così a girare sull’altro versante della forra e guardando oltre la cengia sulla quale camminavo poco prima. Poi svolta a sx oltre una costa rocciosa per correre sotto enormi pareti scure e fino ad incrociare nei prersi di una colata acquosa il sentiero che arriva dalla Val Fratta, 20 minuti dopo. Segnalo con dei bolli rossi questo bivio, quasi sepolto fra le erbacce ed inizio la risalita della Fratta di Aleseppo dal lato destro direzione salita e si passa a sinistra seguendo un paio di ometti e piccoli bolli rossi.. Ci si alza nel boschetto erboso alzandosi progressivamente sul fondo del canale seguendo traccia e qualche ometto. Con qualche tornantino, e seguendo ometti, bolli e rami tagliati dopo vari tornanti si arriva a un lungo traverso verso sinistra che porta sul filo della dorsale che divide la Val della Fratta con la Val Col dei Boi(q.880). Per entrare in Val Col dei Boi si scende qualche metro per la dorsale e si svolta a destra per un evidente sentiero dove continuano i rami tagliati e qualche piccolo bollo rosso (si può anche attraversare semplicemente la dorsale risparmiando qualche metro di percorrenza). Anche qui ci sono tratti di quasi-cengia con un breve passaggio di tre passi un poco esposti appena prima di un antro nero con stillicidio e base melmosa probabilmante usato come riparo dai camosci. Poco prima dal bosco entra il cielo azzurro brillante di sole e una vista spettacolare sulla soprastante e bifida da qua parete della Rocheta. Con tendenza leggera salita si arriva così all’impluvio della Val Col dei Boi a quota 935/940 circa (h9) che si raggiunge in leggera discesa vs sx. Qui le descrizioni mi confondono e dopo aver girovagato un poco e aver fatto colazione, decido per l’approccio diretto ad un piccolo saltello roccioso (breve passo ( I/II°) che consente senza dubbi l’ingresso nel greto asciutto e roccioso della Val Col Dei Boi. Cammino per circa un quarto d’ora fra i sassi del fondo fino a quando un piccolo ma verticale salto, oggi bagnato (q.1070), impedisce il proseguio e obbliga ad affrontare il ripido erboso che sale a sx, in cui avanzo dritto per dritto, non trovando indicazioni o segni per un centinaio di metro di dislivello. Traverso una placca rocciosa sotto un piccolo semi-antro scuro e poi scatto una bella foto al cocuzzolo della Rocheta che emerge fra le latifoglie. Alle 10.50 a sx, un poco sotto il promontorio che sto risalendo, riconosco la bellissima conca erbosa che Zio Mario nella sua relazione descrive come “ si arriva cosi’ all’attraversamento di un gran canale su un panoramico “piattone roccioso” con “super-covolo” appena sopra che incide la fascia rocciosa”. Metto anche qua qualche striscetta biancorossa da cantiere per facilitarmi lì’orientamento nel ritorno e poi raggiungo il grande terrazzamento erboso con incredibile vista sulle creste percorse dal Viaz dei Camorz e dei Camorzieri e che partendo dalla Pala Alta,raggiungono Pala Bassa, sabioi, Pinei Burel e d infine le Pale Magre. Scatto foto a quelle cime che mi hanno regalato un sogno e poi proseguo traversando in orizzontale fra i mughi fino ad entrare in un canalino pietroso per i primi metri (poi boschivo), che bisogna risalire per un 25 o 30 metri di dislivello prima di ritrovare i rami tagliati che fanno uscire per una traccia verso sinistra. Sempre con molta attenzione ai tagli si esce dalla vegetazione coprente, si svolta verso sud sul ripido e poi si “cavalca” un bel crinale in campo aperto verso ovest con  viste sempre più belle vs il gruppo dello Schiara, i più vicini Col Zaresin e Rocheta e la Spirlonga che si perde nell’abbraccio del Coro ce le sta proprio dietro. Ora, sopra di noi, si vede benissimo il versante est delle Stornade che è “tagliato” da tre cenge-bancate (Cengia Bassa, Mediana e Alta), sovrapposte distanziate di circa 70/100 metri di dislivello l’una dall’altra. Si arriva così alla base di una fascia rocciosa dove, verso destra, inizia la Cengia Bassa. Non la assecondiamo ma teniamo la sx dove in alto si intuisce benissimo la posizione della Forzèla dei Vanùz sopra una fascia boscosa e presidiata da una piccola torretta rocciosa assediata dalla vegetazione e denominata “Al Castelin”. Si attraversa una conca dove conviene perdere qualche metro di quota e passare sotto un covolo per poter usufruire di una base di camminamento più regolare e agevole. Dopo il covolo si entra nel bosco e si finisce nel canalino pietroso e oggi bagnato che scende dalla Forcella. Segnalo bene con nastrino e bollino questo passaggio che sarà molto difficile altrimenti da vedere in  discesa. Risalgo il fondo con qualche difficoltà fra le placche appoggiate ma scivolose e infine, con “ravanamento” finale e verticale fra erbe e arbusti, si arriva alla Forzèla dei Vanùz ( q.1440, h 12.10) proprio sotto una bellissima roccia dai colori bianco-giallastri e un ramo contorto piantato come un serpente nel terreno. In totale, sono circa 70 metri di dislivello da risalire nel canalino. Vista spettacolare verso la Val Coraie sottostante a sinistra dominata dalle moli della Palazza, del Mont Alt e della Croda Bianca le cui pareti precipitano verticali per quasi mille metri. Fotografo uno scorpione che corre su una roccia a cercare riparo dai miei scatti invadenti. Mi trovo al vertice sud della Cengia Mediana: bisogna percorrerla per un tratto prima di salire alla cengia superiore. Sono immensamente felice di essere qua e di essere ancora orientato in questa montagna abbandonata dagli uomini e quasi totalmente priva di segnalazioni. Si inizia in direzione nord-est (destra) per poco più di 200 metri in linea d’aria e con viste molto aperte vs i monti dell’OltreCordevole. Non è difficile, ampia e rassicurante, attraversa un piccolo franamento e conduce fino ad un un gendarme alto una decina di metri allo spigolo di svolta verso nord ( h 12.30). Segnalo l’ora perché da qui in poi, dopo la svolta non riesco più a ritrovarmi nella relazione di Zio Mario: non individuo con certezza il canale che dovrei attraversare per poi risalire il ripido pendio erboso che rompe la continuità della fascia rocciosa verticale e che dovrebbe portarmi circa 70 metri di dislivello più in alto alla Cengia Alta. Comincio a fare un poco di avanti e indietro fino a salire l’unico pendio erboso plausibile e che poi dal confronto con le foto di Zio mario, risulterà essere quello giusto! Alle 13.15 sono quasi sotto un pinnacolo roccioso alla mia sx alto una cinquantina di metri  che potrebbe fare da punto di riferimento. Consulto la traccia scaricata su Mapy.com ma la mia inesperienza non mi porta a saper interpretare le distorsioni di segnale dell’App che mi dice di essere una volta troppo a destra e appena dopo troppo a sx rispetto al punto giusto. Non ci son segni, nastrini od ometti e ne metto qualcuno io per non perdermi in questo labirinto verde di erbe, mughi e rocce varie. Capisco di essermi spostato troppo a destra e quindi ritorno vs sinistra. Alle 14 scatto una foto fra i mughi da cui individuo (dopo averlo percorso il giorno dopo!) di essere troppo a sx ma non molto lontano dal canale giusto che punta una piatta e verticale parete rocciosa che chiude la vista vs l’alto. Seguendo l’app mi sposto nuovamente troppo a destra verso un pendio puntellato di sassi biancastri che sembrano un gregge immobile sul pendio e quindi torno vs sx dove mezz’ora dopo scatto una foto in cui sono molto vicino al canale che parte dalla Cengia Alta e che rappresenta la chiave segreta d’accesso ai pendii superiori dei Van delle Stornade (ma che oggi non riconosco, percorrendolo solo l’indomani!). Alle 15.20 fotografo un curioso assembramento di piccoli faggi nei pressi di una paretina marcata da un antro curiosamente a forma di parallelepipedo. Continuo a rovistare fra i pendii delle Stornade avanti e indietro, in su e in giù fin quando vento minuti più tardi, fotografo un nastrino biancorosso che ho appeso ad un mugo in corrispondenza di una roccia marcata d’arancione che gli sta proprio dietro (e che ritroverò il giorno dopo mentre scendo dalla cima con Marco!). Non mi arrendo e continuo ad esplorare i dintorni scattando foto a punti che potrebbero aiutarmi nell’orientamento e provando poi, tornato sulla Cengia Mediana, a risalire un non facile canale/cascata (II/II+) che parte sopra un evidente mugo disseccato e segnalato da un’ometto che non ricordo se prima avevo visto                                      ( probabilmente il canale da non risalire, ma che indica di lasciare la cengia per risalire il pendio erboso seguente…come lascia intendere Zio Mario nella sua relazione parlando però di mughi tagliati...). Io lo scalo e lo disarrampico trovandovi difficoltà superiori a quelle menzionate (nell’ipotesi fosse il canale che parte dalla Cengia Alta). Mentre scrivo vedo una foto scattata che ho intitolato mugo e canale che lascia intravedere a destra (direzione di percorrenza della cengia) il pendio erboso da risalire. Sono le 16.30, è tardi anche pensando alla gita di domani e devo tornare, accettando la sconfitta. Mi abbandono a fotografare l’orizzonte amiico di cime conosciute che mi restituiscono un poco dell’orientamento geografico completamente smarrito negli ultimi minuti. La Rocheta si eleva svelta e imponente ad anticipare Moschesin, Talvena e Schiara. Ritorno sui miei passi lungo la Cengia Mediana un poco preoccupato per il ritorno che ho segnalato bene ma non so se a sufficienza. Uno sguardo lungo che si apre sulla lontana Val Cordevole, mi mette nostalgia di casa e di tranquillità. Alle 17 sono nuovamente alla forcella dei Vanuz dove con piacere vedo uno dei miei nastrini segnalare l’imbuto di discesa. Non lo percorro stavolta direttamente ma resto sul lato sx orografico come da relazione di Zio Mario cercando di non perdere il punto della svolta a sx cosa che puntualmente faccio salvo poi risalire i metri fatti in più fino al ben segnalato(ora) bivio che mi reintroduce nel boschetto. Trovo dassubito provvidenziali i nastrini senza i quali mi sentirei davvero perduto in questi boschi e radure mugose sempre uguali a se stesse. Ammiro nelle luci calde della sera Coro Rocheta e Col Zaresin che si vestono con i loro abiti migliori e mi ritrovo al piattone roccioso e panoramico: ora dopo leggera risalita dovrò scendere la pala erbosa non segnalata fino al greto secco del torrente della Val Col dei Boi. Dopo qualche nastrino, mi blocco non vedendone altri e solo grazie alla traccia precedente del Garmin, riesco ad apportare le piccole modifiche di direzione che mi permettono con gioia infinita dopo dieci minuti di passione, di ritrovare un nastrino salvavita. Poi scendo dritto per dritto il pendio erboso fino a ritrovarmi sul fondo della Val Coi dei Boi ( h 18.15).                                      Mezz’ora dopo, e disarrampicato il facile saltino, mi fermo nel prato dell’impluvio a fare una piccola pausa alimentare per e distendere un poco i nervi tesi da tanto tempo a cercare direzioni che si nascondono. Le ombre si allungano ma sono più tranquillo perché sono sceso abbastanza veloce e non dovrò affrontare al buio l’ultimo tratto di percorso, cosa che un poco mi preoccupava per via dell’orientamento sempre complesso. Sono soddisfatto della giornata, ma continuo a pensare al collegamento fra le due cenge e al canale d’attacco dalla cengia Alta cghe non son riuscito a trovare. Ritrovo il bivio che avevo ben segnalato tra la Val Fratta che abbandono e la val Fagarè in cui m’inoltro svoltando a destra. Ora mi sento definitivamente arrivato perché mi basterà seguire il Sentiero dell’Acquedotto ampio e protetto, snodarsi fra le forre e le pareti della montagna. Alle 20 mi fermo con le braccia poggiate al parapetto metallico ad ammirare il grande diedro che sovrasta con le sue pareti lineari e regolari la forra verdeggiante della Val Fagarè dove l’acqua verde congiunge con un filo i vari laghetti che ne costituiscono le perle. Pochi passi e mi saluta il Burel di rosso vestito: che spettacolo incredibile sono i tramonti nelle Dolomiti. Emozioni incredibili e la voglia di gridare la tua gioia che trattieni solo perché turberebbe il silenzio assoluto in cui si compie il prodigio. Un quarto d’ora dopo scendo sul Sentiero degli Ospizi, ritrovo i miei scarponcini fradici e alle 20.30 sono a mollo nelle acque serali del Cordevole.  Che giornata incredibile! Grazie!                                    Dislivello 1700m., 20 km. Tornato a Caprile, quando mi levo i calzoni a mezza gamba, resto impressionato dalla quantità inverosimile di zecche che ho sull’interno di entrambe le cosce e sulle gambe esternamente ( credo vicino al centinaio!!). Non trovo pinzette e per mezz’ora me le strappo con le mani. Domani mi riprometto che metterò i calzoni lunghi!    Foto1 la traccia del percorso                                                                                                                              Foto 2  inizio canale erboso di collegamento tra Cengia Mediana e Cangia Alta                                                                                                       Foto 3 tratto alto del canale erboso di collegamento tra la Cengia Bassa e la Cengia Alta
                                                                                                                                                                                                       
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         <title>13/06/2026 - Vallone - p.so sardegnana - p.so aviasco [ panurge ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13717</link>
         <description>Ambiente super e temperature gradevoli. Saliti fino alla testata del vallone e preso l'ultimo canale che, sulla destra, porta in cresta tra torretta e corni. Raggiunto il p.so di sardegnana e poi quello di aviasco, rientro per la valle di frati.
 Utile uno spezzone da 25mt per farsi sicura su un passaggio non difficile ma molto esposto.
Vale e Giorgio.
p.s.: un saluto a Stefano che ha condiviso il tratto tecnico...

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         <title>31/05/2026 - Pioda di Crana 2430 m da Arvogno [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13716</link>
         <description>Questa montagna l'avevo nel mirino fin da ragazzino, vuoi perchè è uno dei simboli della bellissima val Vigezzo, e perchè era raggiungibile anche in treno da Milano. Poi il sogno è rimasto nel cassetto per anni. Il giorno precedente scendendo soddisfatto dal Cervandone, pensavo tra me e me perchè tornare a casa questa sera dopo aver fatto tanti Km per una sola uscita, a questa punto è riemersa dal fondo della memoria la Pioda. Salito a dormire ad Arvogno, sono partito prestissimo ( 5,30 ) l'indomani per godere della frescura mattutina, vista l'esposizione meridionale dell'itinerario alle 10 ero di ritorno. Montagna morfologicamente molto particolare, per quella immensa pioda poco inclinata che riveste il suo versante orientale è inoltre un balcone panoramico di assoluta bellezza, data la sua posizione isolata e decentrata rispetto alla cresta principale delle alpi. L'itinerario si svolge prima per bellissima faggeta attraversando numerosi alpeggi, poi per la panoramica cresta a tratti alquanto esposta. Poco sotto la vetta vi è un passaggio caratteristico che sormonta la parte finale della pioda sul suo espostissimo filo di cresta ( presente un cavo metallico per chi si sente meno sicuro ). Bellissima escursione in compagnia di ... me stesso.
Foto 1 L'itinerario
Foto 2 la cresta con la pioda che la fiancheggia
Foto 3 Il panorama ( parte ) dalla vetta</description>
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         <title>24/05/2026 - Traversata Pes Gerna - Monte Masoni- Venina [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13715</link>
         <description>Classico giro ad anello da Carona, di indubbio impegno per dislivello complessivo e sviluppo, ma di grande soddisfazione. Le poche difficoltà tecniche si concentrano nel tratto tra Pes Gerna e Monte Masoni, più che altro l'esposizione di certi passaggi. Per chi non conosce la zona ( come il sottoscritto ) risulta di difficile individuazione il bivio da dove si stacca la traccia per il Pes Gerna dal sentiero principale della valSambuzza, vi sono due grossi ometti sul pianoro paludoso sulla destra ( salendo ) poco prima della baita a quota 1960m. La poca neve presente, che comunque dava un tocco più avventuroso era assolutamente portante anche fuori traccia, malgrado la caldazza. Gita assolutamente splendida per l'ampiezza dei panorami, un vero balcone sulle Retiche. Bellissima escursione in compagnia di me stesso.
Foto 1 Il tratto Gerna Masoni
Foto 2 Masoni- Venina 
Foto 3 Gruppo del Bernina</description>
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         <title>21/05/2026 - Corno Regismondo 1295 m da Lecco [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13714</link>
         <description>Partito dalla stazione FS alle 17.01, salita per il sentiero della Vergella, fino alla cappella, poi sentiero Silvia alla croce del San Martino 1090 , ore 18.13 poi salita al Regismondo 1295 m arrivo alle 18.36. Discesa su Lecco per il medesimo percorso evitando la Vergella, arrivo in stazione alle 19.45, giusto in tempo per il treno delle 20.01 per Milano Centrale.
Bella galoppata in compagnia di me stesso.</description>
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