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      <title>On-Ice Report escursionismo</title>
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      <link>http://www.on-ice.it/onice_reports.php?type=2&amp;format=rss</link>
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         <title>05/08/2026 - resegup 2026 [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13736</link>
         <description>Il percorso della ResegUp 06 06 2026, è il classico e iconico tracciato ad anello che unisce il centro cittadino di Lecco alla vetta del Monte Resegone. L'itinerario prevede una distanza totale di 24 chilometri con un dislivello positivo e negativo di circa 1.800 metri. E’ Giamba a lanciare l’imput questa volta e io e billy ci accodiamo volentieri. Da parte mia nessuna preparazione specifica ma solo il tentativo di correre ogni tanto, anche se in questo periodo, sono stato spesso in montagna, per i miei parametri. Partiamo da Crema e ritirati i pettorali mangiamo qualche pezzo di pizza su una panchina in attesa del via fissato alle 14.30.                 Poi ci portiamo nella zona di partenza e facciamo qualche allunghetto sul lungo lago e faccio unj siparietto con la ragazza e poi il ragazzo che mi intervistano a proposito di auto di cui dovranno fare pubblicità. Consegno loro la mitica frase di Freak Antoni quando mi chiedono se sono pronto alle novità. Guardate che io sono così avanti…che non riesco a raggiungermi. Ci intruffoliamo poi nella calca degli atleti divisi in fasce a seconda dei tempi realizzati. Lo sparo delle 14.30 dalla centralissima Piazza Garibaldi a Lecco, a pochissima distanza dalle sponde del lago, fra urla e musica sparata a palla è sempre una scossa di adrenalina che toglie ogni stanchezza dalle gambe e dal fisico. Ma la testa spesso inganna. Comunque il serpentone si snoda fra le vie del centro per poi raggiungere il Lungolago. Zigzago fra la folla di gambe cercando di stare per un poco insieme a Billy che è partito come al solito abbastanza a manetta e Giamba che cerca di stargli dietro. Quando la strada inizia a salire, mollo l’inseguimento ed inizio a salire del mio passo. Mi incolonno a quelli che salgono al passo e transitiamo per la grande scalinata dove è posta una colonnina alla Madonna di lourdes dopo di chè usciamo dalla citta e transitiamo dal bellissimo villaggio di Costa (Q.750) di cui traversino le viuzze strette chiuse nell’abbraccio delle pareti in pietra. Nei prati successivi, ci aspetta invece quello più caloroso della gente che affolla i bordi del sentiero col suo vociare variopinto. Mamma mia che tifo: pare di essere al Tour de France! Bellissimo e quasi emozionante. Quindi ci si lancia sul sentiero che sale sui fianchi del Resegone fra nebbie che vanno e vengono e creano un paesaggio misterioso e affascinante. La fatica inizia a farsi sentire ma è anche vero che si sale velocemente e la cima non sarà poi lontanissima. Mi fermo a bere ad un ruscelletto che crea una bellissima cascatella e supero diverse persone nei tratti u poco rocciosi dove salgo a lato del sentiero. Ora siamo in montagna e il terreno è diventato decisamente più tecnico. Per un lungo traverso il sentiero scorre verso l’alto e verso destra poi gira a sinistra per affrontare il ripido finale verso il cielo. Attraversiamo anche una bella cengia in pietra attrezzata con catena e strisce di sicurezza sui lati e poi entriamo nel tratto più bello del percorso con il sentiero che fra crestine e pinnacoli rocciosi corre nel verde e fra le rocce in un susseguirsi entusiasmante di cvolte verso l’alto. Coi crampi ai quadricipiti arrivo ai gradini in cemento che portano alla Capanna Azzoni (q. 1875, posta appena sotto la vetta del Monte Resegone) in poco più di 2 ore. Anche qua è un tripudio di folla che ti stringe ti incita e ti da il cinque lungo la rampa finale a scalini. Sei quasi trascinato alla fine della salita, un poco di piano e poi per incanto ti trovi davanti la strada che scende e alle tue gambe non sembra vero di procedere quasi per inezia. Ma il terreno è tecnico e bisognerebbe essere molto più elastici ed abituati a correre su pendenze simili, per potersela godere appieno. Ma comunque via, che è sempre meglio che in salita! Il t6erreno è roccioso e molto tecnico per cui dopo i veloci primi passi devo continuamente frenare perché non ho più la dimestichezza con la velocità e temo seriamente di potermi fare male..mi superano in tanti nonostante mi impegni ad essere dinamico. Si scende sul versante che si affaccia verso il comune di Morterone e poi attraverso un traverso nel sottobosco si risale leggermente verso il Pass del Giuf. Il terreno è bagnato e vedo molta gente capicollare e scivolare e non voglio certo fare la loro fine mettendo a rischio la mia salita alle stornade del weekend prossimo. Una bella strada dove si può lasciarsi andare liberamente porta al ristoro nella bella conca dei Piani d’Erna presidiato da tanti tifosi urlanti. Dai Piani d'Erna inizia l'ultima picchiata tecnica in un bosco fangoso e col sentiero spesso veramente molto bagnato. Mi nuovo più veloce che posso ma sempre prudente: molta gente scivola e si ferma dolorante. Transitiamo nuovamente nei pressi del Rifugio Stoppani e quindi passiamo nuovamente da Costa per poi fiondarci nei quartieri alti di Lecco dove il terreno torna confortevole ma le gambe tendono a non rispondere più e rimbalzano rigide e poco elastiche alle dure sollecitazioni del fondo pietroso o asfaltato. L’ultima decina di km, la corro con una ragazza in blu con cui ci superiamo più volte fino a fare coppia fissa: lei davanti nei tratti tecnici e io in quelli stradali dato che dopo un poco mi ritornano le energie e faccio il finale in crescendo. Facciamo gli ultimi km insieme e arriviamo così anche al traguardo finale posizionato ancora in Piazza Garibaldi, dove ci complimentiamo a vicenda. Sono abbastanza fresco perché non ho voluto spremermi inutilmente, non avendo ambizioni particolari vista la scarsa preparazione. E dopo poco mi chiamano Billy e Giamba che mi indicano dove fare la doccia. Per la cronaca, la gara la vince Del Pero in 2h.15 min, dando 5 minuti al secondo e terzo classificato. Manuel arriva 32° in 2.46, Billy 230 in 3.27, Giamba 350 in 3.41, io 850 in 4.40. La sera la passiamo all’oratorio dove mangiamo la pasta in un ambiente un poco mesto ben lontano dal tripudio della Wine Trail.                                                                                                        Foto1 il mio pettorale   Foto2 altimetria percorso      Foto 3 noi tre prima della gara

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         <title>29/07/2026 - Cima di Cornalta da Vilmaggiore [ pangma ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13735</link>
         <description>Partenza alle 8:00. Da Vilmaggiore imbocco la ripidissima ed impervia valle del Tino (URGE RINFRESCARE LA SEGNALETICA CAI !!), in direzione della Baita del Varro (prima) e del Lago di Cornalta poi.
Arrivato all'inizio del lago, volgendo lo sguardo a sx la mole dell'omonima cima, cerco di capire dove salire e mi dirigo verso un canalino erboso che sembra condurre a 3/4 di cresta, vicino alla cima.
Inizio a salire su ripide balze erbose e terreno franoso, arrivando a 3/4 del canale letteralmente a gattoni, aggrappandomi all'erba isiga per issarmi...e poi faccio dietrofront: la pendenza (+/- 50°) mi fa prendere un po' di strizza, mi rendo conto che una scivolata da lì si interromperebbe dentro il lago (sull'erba umida non ci si ferma di sicuro).
Mi giro con prudenza (tanta) ed appoggiando il sedere al pendio inizio a scivolare aggrappandomi all'erba e puntando al meglio i talloni. Perdo circa 30/40 mt e mi trovo in una situazione meno pericolosa, dove mi rimetto in piedi per scendere ma, guardando a sx (faccia a valle) mi rendo conto che il pendio è più dolce e le balze erbose più affidabili per ritentare la salita.
Così faccio ed in 5 min raggiungo la cresta e da lì, in altri 5, raggiungo la cima.
Poche foto e si copre tutto, manco si riesce ad intravedere il lago sottostante.
Inizio comunque a scendere più o meno da dove sono salito, per raggiungere infine nuovamente il lago e fare ritorno a casa.
Tempistiche: da Vilmaggiore alla baita del Varro 1 h e 15 min, altrettanti per arrivare sulla cima di Cornalta.
1 h e 45 per il ritorno a Vilmaggiore su sentiero tritagambe.
Foto 1: cima e via di salita sicura (giallo) e quella da non fare (rosso)
Foto 2: lago di Cornalta
Foto 3: Baita del Varro</description>
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         <title>29/07/2026 - Da Caprile ai Piani di Pezzè per la tappa del Giro [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13734</link>
         <description>Ad Armin, il mio figlio maggiore, è esplosa da qualche anno la passione per il ciclismo. Merito di Pogacache lo ha letteralmente conquistato. Con me, ha sfondato una porta aperta, essendo da sempre il mio sport preferito, quello che mi emoziona a livelli indescrivibili. Piangevo dalla commozione quando vedevo il Pirata alzarsi sui pedali e seminare gli avversari. Poi non l’ho perdonato, ma questa è un’altra storia che non cancella la precedente. Lui l’ha già visto sulle strade del Lombardia e insieme abbiamo passato una giornata fantastica alle Strade Bianche sulle colline toscane. Saputo dell’arrivo di tappa ai Piani di Pezzè, ci siamo subito detti che è un’occasione inperdibile e anche se Pogi non ci sarà, …ci accontenteremo di Vingeegard. Abbiamo la fortuna di avere la casetta della nonna, di là originaria, a pochi km in linea d’aria dall’arrivo e messa in moto la macchina organizzativa, decidiamo di farcela a piedi da casa all’arrivo. Il nonno andrà in macchina fino ad Alleghe dove parcheggierà e poi salirà in seggiovia. E così alle 11 del 29 06 2026 io, Armin e Giona ci fotografiamo sul ballatoio di casa in procinto di partire per la nostra piccola avventura. Poco prima Gio, sceso sul Cordevole a ripercorrere abitudini d’infanzia, ci avevo mostrato un singolare accoppiamento anfibio. Traversiamo il paese in una giornata tersa e luminosissima, di quelle pensate per farti innamorare della vita. Da anni il ponte sulla Fiorentina giace solo nei ricordi e allora superiamo il torrente sulla Statale 203 e poi scartiamo a sinistra dalla strada che sale A Selva, verso il bosco, verso Lagusel. La conca dov’è adagiato caprile brilla e in fila sopra di essa stanno il Migogn, i Sassoni di laste e il Col Mitraglia, il col del a Foia e il monito alla guerra del Col di Lana. Il meraviglioso Civetta occhieggia dietro le fronde mentre ci alziamo sul solco della Val Cordevole e poi c’immergiamo nella quiete eterna del bosco folto. Che fresco, che respiro di natura e mezz’oretta dopo la partenza ci accolgono i prati verde chiaro e ben rasati di lagusel, il paese più bello del mondo con le sue casette ristrutturate che stanno come funghi sopra i prati e sotto gli abeti, al cospetto della montagna più bella del mondo, il civetta che domina l’orizzonte con la sua immensa parete Nordovest. Che meraviglia! Attraversiamo estasiati i prati del paese e ci fermiamo, come fosse un doveroso omaggio alla fontana/lavatoio a bere, a respirare l’acqua che beviamo e a sognare una vita diversa. Oltre i boschi, irritati perché mon prestiam loro attenzione, il Fop, le cime di Ombretta e la Marmolada, abituata ad essere al centro dell’attenzione. Usciamo dall’incanto e percorriamo la stradina asfaltata che collega a Pian dove l’enorme quercia trasformata con poco rispetto in albero segnavia, indica varie direzioni, fra cui la nostra. Poco dopo un bel cartello in legno ti da il benvenuto: Pian di Allegne m. 1269 e suulo sfondo ti abbracciano il Civetta in alto e lo specchio verde scuro del Lago di Alleghe in basso. Il Paradiso. Lo lasciamo e dopo una bell’aiuola fiorita, prendiamo il sentiero che per prati e poi boschi traverserà in quota verso la nostra meta. Incontriamo una bella radura erbosa che custodisce un tronco scavato diventato fontana e al quale esauriamo la nostra sete. L’acqua che esce da un tronco, al fresco delle fronde degli abeti, disseta in eterno come l’acqua di cui si narra nei vangeli. Riprendiamo a salire nel bosco, passando da Loc. Costerla (h. 12.20) e poi seguendo i cartelli Coi Fernazza approdiamo ad un poggio belvedere alto sulla valle, sul lago e con la parete del Civetta che così larga, pare volerti abbracciare. La parete stessa, custodita fra il Monte Coldai a sinistra e il Col Rean a destra.                                Un luogo etereo, eterno, da fermarsi a meditare e contemplare e di cui affidiamo la memoria alle nostre macchine fotografiche. Superiamo un antichissimo tabiè con annesso lavatoio e fontana tutto in legno e poi raggiungiamo i prati assolati di Coi (h 13). Iniziamo a scendere passando davanti al cartello che indica le celeberrime iscrizioni romane e poi ad una grande casa in pietra ormai diventata rudere e su grandi prati sottostanti dominati dalla vista del Civetta, decidiamo di fermarci all’ombra di un albero per fare il nostro piccolo pranzo che tanto ormai siamo arrivati. E anche per goderci gli ultimi attimi di quiete e pace che già la musica diffusa dalla festa ai Piani echeggia lontana ma non troppo. Guardo in alto. Le poche case in pietra bianca di coi si mescolano alle piante, al prato verde, al cielo azzurro, dipinto di nubi bianche.                     Un paesaggio commovente e di una bellezza struggente. Ognuno si trova il proprio spazio nell’erba e mangiamo i nostri panini alla pancetta, felici per questo insolito stare insieme che questa occasione ci ha regalato. Sono veramente felice. Armin telefona, Giona gioca con le mucche sdraiate al sole a ruminare e io osservo la loro vita spandersi nell’aria fresca e pulita delle Dolomiti. Che gioia. Ci facciamo una bella foto ricordo e poi scendiamo verso la bolgia che ci attende. Non mi piace immergermi nel frastuono dopo tanta pace e bellezza ma tantè. Ad un certo punto, mi sento chiamare ed è Piera che abbraccio con gioia.                            C’è anche Giulio Soia grande ex giocatore di Hockey dell’Alleghe che si ricorda benissimo di me e di quella volta al matrimonio di Lorenzo in cui continuavamo a parlare con Vince Rocco, simpaticissimo campione italo-canadese. Che bello fare una foto tutti insieme! Raggiungiamo poi  il nonno che sta attendendo il suo lauto pranzo alla Baita Scoiattolo e poi terminato il desinare usciamo nel sole a cercare il posto migliore per attendere l’arrivo dei ciclisti previsto attorno alle 17. Non sono ancora le 15 e la gente comincia ad affollare il bordo strada dove il nonno sceglie il suo posto. Io invece mi arrampico su per i dirupati bordi e quasi al riparo dei pini mi creo con delle pietre una piazzola per il sedere dove attendere un po' più comodo. Passerà per primo Kuus e poi Vingo in maglia rosa. L’elicottero della Rai volteggia sopra di noi e sopra la parete del Civetta: che spettacolo! Poi passano quasi tutti e la sede stradale torna a tratti accessibile. Comincio a scendere lungo i bordi e nei tratti di strada che sono liberi dal passaggio perché ho deciso di scendere a corse e andare a recuperare la macchina parcheggiata fuori Alleghe. Corro in discesa sull’asfalto e poi prendo una scorciatoia fra bosco e prati che riesco a malapena a seguire ma che poi fortunatamente mi fa raggiungere la statale 203 proprio fuori Alleghe. Da lì corro sotto il sole cocente fino al Ponte di S. Maria delle Grazie dove è parcheggiata l’auto. Poi guido fino a Caprile, faccio una doccetta veloce, sistemo casa e riparto per Alleghe per recuperare gli altri. Cì è un po' di traffico ma siamo riusciti ad anticipare il grosso. Vincenzo propone di fermarci a cena al Ristoro S. Martin a la Muda dove in una sera mite e splendida passiamo un momento indimenticabile, anche per la bontà di quanto ci viene servito. Tra una cosa e l’altra, facciamo tardi e saremo a casa solo per le 2…con la mia sveglia che suona lle 5.30 per il turno del mattino! Ma ne valeva la pena. Grazie nonno e grazie Gio e Armin. E’ stata una giornata perfetta.                           Foto1 io Gio e Armin in partenza dalla casetta    Foto2  arrivo a Lagusel    Foto 3   Civetta ed elicottero Rai

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         <title>28/07/2026 - Monte Due Mani 1666 m, da Ballabio [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13733</link>
         <description>Veloce salita mattutina sfruttando le basse temperature di inizio giornata e l'ombra presente fino al rientro. Salito dal sentiero 31 , più diretto alla cima e sceso per il 34 che percorre le creste, anello molto bello e panoramico. Bellissima escursione in solitaria</description>
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         <title>27/07/2026 - Rocciamelone, da Malciaussia, con giro ad anello per il Colle Croce di Ferro [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13732</link>
         <description>scludendo quelle in ambiente glaciale, sicuramente una tra le più belle gite con giro ad anello che ho fatto. Lunga, faticosa… ma con salita al montagnone simbolo della Val di Susa e con ambiente e panorami veramente fantastici, grazie anche alla giornata tersa. Non partiamo da La Riposa (itinerario classico della Val di Susa) ma dal lago di Malciaussia, a nostro parere molto più meritevole anche se con più disl. In 2h siamo al rifugio Tazzetti (gestore gentilissimo) e poi ripartiamo per la cima, su sentiero che sale bello deciso fino a quello che rimane del povero ghiacciaio (non abbiamo usato nemmeno i ramponcini). Dopo qualche saliscendi e tratti pianeggianti arriviamo al colletto che precede il ripido crestone finale fino in vetta: panorama strepitoso. Veloce spuntino fuori dal meraviglioso bivacco-santuario riparati dal venticello che comunque è calato (alla partenza bello forte). Per la discesa optiamo per il giro ad anello, anche se non pensavamo così lungo! Scendiamo quindi dal versante S verso il rif. Ca d’Asti, che raggiungiamo in circa 1h. Dopo un piattone di pasta, breve tratto di sentiero verso La Riposa e poi iniziamo l’eterna traversata a mezzacosta, con infiniti saliscendi, che ci porta al Passo della Capra, poi alla capanna sociale Ravetto e al colle della Croce di Ferro, dopo quasi 2h dal rifugio. Finalmente ora è tutta discesa, anche se sono ancora 700m di disl per raggiungere Malciaussia, su comodissima mulattiera. Arriviamo alla macchina dopo 7h e 30’ di tour, soste escluse (quasi 10h totali). Giornata e compagnia top!
Partecipanti: Fedora e i fratelli Fabio e Federico V.

FOTO 1: Arrivo al rif. Tazzetti e, a sx, il Rocciamelone.
FOTO 2: In vetta al Rocciamelone.
FOTO 3: Durante la traversata, sguardo all'indietro sul percorso fatto, con vista sulla cima e sul rif. Ca' d'Asti. E qui si è circa a metà del lungo traverso poco prima del Passo della Capra, per poi arrivare al Colle della Croce di Ferro.</description>
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         <title>16/07/2026 - Periplo dell'Arera 2512m con vetta + pomeriggio falesia Calusco [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13731</link>
         <description>Partito da Valcanale alle 5,40, poco sopra Malga Vaghetto smarrisco il sentiero proseguo imprecando tra mughi e ripidi ghiaioni e ad un certo punto il miracolo, incontro ravvicinato con il Lupo, 2 esemplari, il primo si dilegua immediatamente il secondo mi regala un incontro di una decina di secondi a non più di 20 m. Giro bellissimo intorno a questa montagna simbolo delle Orobie, giornata spettacolare e tantissima gente per sentieri. Salito alla vetta per la cresta E ( Forcella Valmora ) sceso per la O su Capanna 2000, poi traversato al Passo di Corna Piana quindi sceso su Valcanale con il segnavia 218. Il dislivello indicato si riferisce a quello complessivo dell'intera giornata, con la falesiata a Calusco. </description>
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         <title>13/07/2026 - Pizzo Pianezza [ pangma ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13729</link>
         <description>Partiti, mio nipote ed io, da Pianezza alle 8:30, con passo deciso ci dirigiamo alla bellissima (...solo fuori però) Baita Napoleù (1680 mt). Il sentiero che diparte da Pianezza, in direzione baita, non è segnalato adeguatamente (bolli sbiaditi) ed è bello ripido, ma nulla in confronto a quello che si stacca dalla baita (dietro di essa) e ti porta in cima al pizzo: definirlo ripidissimo è quasi un eufemismo, ma se non altro è ben segnato da numerosi bolli: impossibile sbagliare.
Il ragazzo va come un missile ed in 1 h e 35 min siamo in cima a questa modesta elevazione, ma dal panorama incredibile, che spazia a 360° dal passo dei Campelli sino alla cima del Gleno (con vista sulla sottostante diga del Gleno).
Ringraziamo il Padrone di casa, che ci regala un paesaggio del genere liberandoci momentaneamente dalle nebbie che imperversano sulla valle, e scendiamo velocemente alla baita dove ci fermiamo per una pausa ristoratrice, dapprima all'interno della baita stessa e poi fuori (è meglio): un vero peccato che un gioiellino del genere sia lasciato così al degrado, al suo interno intendo (una sorta di piccola discarica di stoviglie arrugginite e di generi alimentari scaduti da anni). Boh...
Non troviamo nessuno sul sentiero, sia all'andata che al ritorno, segno che trattasi di un itinerario davvero poco frequentato, ma che merita nonostante non sia dei più agevoli.
Grande soddisfazione di mio nipote per le gambe che girano bene, grandissima soddisfazione mia nel constatare la sua passione per la montagna e la volontà di &quot;soffrire&quot; per godere di sprazzi di paradiso.
BRAVO LUDO !!!!!
foto 1: cima dall'anticima
foto 2: alpinista in erba
foto 3: la parte alta della valle del Gleno



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      </item>
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         <title>11/07/2026 - Moregallo 1276m da Nord + Traversata Corno Centrale - Corno Occ. di Canzo 1386m [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13728</link>
         <description>Va assolutamente premesso che questa è la stagione meno indicata per percorrere detto itinerario , vuoi per le temperature , ma sopratutto per la presenza fastidiosa di troppa vegetazione. Percorso il sentiero 50° OSA, prima parte in pieno sole , poi fortunatamente quando gira a N tutto in ombra sotto belle faggete, percorso per EE , molto ripido e faticoso , che si svolge in ambiente selvaggio , solitario e con notevoli vedute sul versante N del Moregallo e su tutto il Lago. Dalla vetta classica traversata dei Corni , transitando dal rifugio SEV di Pianezzo. Il dislivello indicato è quello effettivo del percorso. Gran finale con bagno ristoratore nel lago.
Bellissima escursione solitaria
Foto 1 Parete N del Moregallo
Foto 2 Dalla vetta del Centrale sguardo verso l'Occidentale 
Foto 3 La parte di traversata</description>
      </item>
      <item>
         <title>09/07/2026 - ESCURSIONISTI ONESTI [ ROBERTO13 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13727</link>
         <description>Un mese fa ho sepolto sotto la roccia alla Bocchetta dell'Inferno i miei ramponi Black Diamond, al ritorno non li abbiamo più trovati.
A distanza di 40 gg oggi li ho ritrovati: erano ben visibili.
Gli escursionisti sono rispettosi e  onesti. Pochi episodi di vandalismo e furti nei bivacchi, non ci sporcano.
Un grazie  a tutti </description>
      </item>
      <item>
         <title>01/07/2026 - tre cenge e due Viaz attorno al Bosconero [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13726</link>
         <description>Dormiamo abbastanza bene nel dormitorio del Rif. Bosconero da soli e al mattino la luce mi sveglia anche se non presto visto che sono al terzo giorno di montagna. Poco prima delle 7 sveglio Marco e dopo l’igiene quotidiana, salutiamo Denise e Raffaella e ci avviamo nuovamente a ripercorrere il canalone che sale a F.lla dei Matt. Lasciamo la radura poco dopo le 7.30 del 13 06 2026 e ben presto sopra le nostre teste Bosconero e Rocchetta Alta salutano sbucando oltre gli abeti. Anche i gendarmi spuntano là in alto e mi fanno notare fra i sassi bianchi un fantastico piccolo esemplare di larice che si fa largo con la forza dell’amore. E’ commovente il contrasto fra i suoi bagliori d’oro e le pallide rocce che l’accolgono con tenerezza. Salgo troppo verso il canalone di Toanella non vedendo la deviazione a sx e devo traversare un poco per tracce disturbando il pascolo di un camoscio che fugge a gambe levate. Ben presto Bosconero e le due Rocchette sono alle spalle e recuperata la retta via ( sottoroccia passa l’Alta Via n° 3!) imbuchiamo l’accidentato drupo che sale verso il nostro obiettivo. Lasciamo al suo processo di scioglimento un residuo di nevaio alla nostra dx e con sudore e fatica, guadagniamo il vallo dove ci accoglie il primo sole di giornata. Forcella dei Matt              (q. 2060, h 9). La bella torretta a sx e il Duranno a dx stanno sempre là; ritrovare un panorama in montagna è come ritrovare un amico, non è cambioato nulla dall’ultima volta che l’hai visto! Marco mangiucchia qualcosa seduto sul prato del sonno di giamba e sotto un sole ancora non fastidioso. Scendo il versante opposto e pochi metri dopo una piccola freccia rossa a terra fa scartare a dx: è l’inizio del Viaz de l’Ors. Bastano pochi attimi e la traccia che corre parallela sotto la fascia rocciosa fa entrare in un altro mondo: solitudine, bellezza, mistero la fanno da padroni. E si punta alla quinta rocciosa da dove spuntando l’anno scorso con Giamba in senso inverso, ci si svelò finalmente dopo tante ricerche, Forcella dei Matt. Ora invece avanzo verso il tappeto verde che ci farà lasciare alle spalle il vallone per consegnarci ai versanti orientali del Bosconero. Arrivo sull’erba tenera e non posso fare a meno di pensare a quanto sarebbe bello passare una notte sdraiato qua: lo farò appena possibile, penso. Mi volto per vedere se Marco arriva e la bellezza pietrificata dello Sfornioi Sud e delle sue torri riempie il cielo blu. Passiamo il grande masso con le indicazioni per scendere a Casera Valbona e alle 9.30 esco dal Viaz per una cengetta a dx che porta verso una grande banca a dx che mi sembra possa essere quella che sto cercando e che circumnaviga il Bosconero per portare in cima (via aperta nel 1882!). Attraversiamo un macereto di enormi massi che sta sotto un grande canalone e che francamente non ricordo. Fra i massi fotografo un’arvicola delle nevi con una brutta ferita che ne ha causato il decesso e poi la banca riprende larga ed erbosa per poi dopo una svolta diventare rocciosa e più stretta rialimentando le mie speranza che possa essere quella giusta.  Poi però arriviamo ad un passaggio un poco scomodo sotto una specie di tetto e mentre analizzo come passare, mi convinco definitivamente che di qui non son passato l’anno scorso. Torno allora da Marco che attendeva l’esito della mia esplorazione e gli dico che dobbiamo tornare. Un’ora dopo ritorniamo al percorso originale del Viaz, affrontiamo un facile traversino e poi un canalino con qualche bollino rosso sbiadito che sale decisamente verso l’alto. Alle 10.50 si apre a destra una nuova grande barca erbosa e cominciamo a percorrerla: è molto erbosa ed ampia e continuo a fare foto vs il retro per memorizzare il punto dove abbiamo lasciato il viaz. Saliamo e anche qua ad un certo punto traversiamo un ampio canalone che scende dall’alto e che non ricordo, come la successiva traversata sotto una specie di tettoia rocciosa. Poi la cengia diventa più stretta, rocciosa e simile ai miei ricordi per cui procediamo nell’esplorazione. Vedo un ammasso pietroso davanti allo Sfornioi Sud dove ricordavo di aver scattato una foto e arriviamo ad una sorta di pulpito che mi sembra di ricordare. La cengia continua imperterrita oltre una svolta che non vediamo e allora scendo un poco per vedere il punto cieco. Ma dall’altra parte non riesco ad arrivare perché ad una svolta la cengia si restringe e aggettante finisce sul vuoto prima di arrivare alla fine della gola da dove ricomincia irriverente. Di qui non si passa proprio e mesto me ne ritorno da Marco per annunciargli il secondo fallimento. Dal pulpito che precipita nel vuoto osservo lungamente la parete alla ricerca della gola dove dovrebbe finire la cengia che ho percorso l’anno scorso ma non capisco. Una grande gola corre per quasi tutta la parete..ma da qui non si pùò raggiungere. Facciamo qualche foto dall’aereo pulpito e torniamo nuovamente verso il Viaz che raggiungiamo alle 12.30. Questi due errori ci sono costati più di due ore! Sfornioi Sud, Antelao e Sassolungo di Cibiana sembrano ridere di noi e ci osservano incuranti. Un bel passaggio bollato su larga ed esposta cengia ci porta mezz’ora dopo alla grande pietra magica (bollata) e che ricordavo perfettamente dall’anno scorso. Ora siamo giusti, son sicuro Marco…hai voglia di provarci ancora? Andiamo, mi dice e iniziamo per la terza volta a dirigerci verso destra, attraversando prima un macereto di sassi e poi una parte erbosa che alla prima svolta diventa l’agognata cengia rocciosa che da stamattina stiamo rincorrendo. Fotografo da lontano la pietra bollata della svolta (dove l’anno scorso non scendemmo ma proseguimmo verso la banca che invece ora percorriamo intenzionalmente) che è la pietra miliare del percorso. Il percorso diventa entusiasmante con la cengia che prosegue larga a sufficienza ad ogni svolta in un ambiente assolutamente fantastico. Arriviamo al castello di sassi (“sassi in tutte le salse” per citare Marco) davanti allo Sfornioi che avevo fotografato anche l’anno passato e afrontiamo un tratto di cengia un filo più stretta dove Marco ha qualche problema con l’esposizione e poi un altro bellissimo tratto aereo con vista Civetta. Un lungo ed entusiasmante susseguirsi di svolte con la cengia che come un filo d’Arianna percorre il fianco della montagna. Cinque primule ammiccano da una piccola insenatura terrosa fra le rocce restituendo un poco di femminilità ad un ambiente severo. Che non finisce mai e continua a stupire per questa bellezza aerea ed eterea. La cengia non si restringe particolarmente ma diventa più netta ed incisa, accentuando la sensazione del vuoto che le foto che scatto a Marco accentuano in maniera evidente. Sensazioni fantastiche. Un nuovo tratto che sembra stretto, permette comunque il passaggio e improvvisamente grido a Marco che si è fermato ad un anfratto la gioia per aver trovato un ometto. Forse siamo al momento chiave! Forse troviamo la gola citata che è la via d’accesso verso la cima. Pochi passi oltre l’ometto la cengia muore nel vuoto e mi sporgo con prudenza per fotografare il Sasso di Toanella e la Rocchetta Alta che maestosi alzano le loro rocce nel mezzo di tanto vuoto. Vertigine. Mi ritraggo e mi risporgo per una nuova foto…credo di essere in un posto dove non son state tante persone. Scatto foto alla cengia che muore a Marco che mi attende nell’anfratto e all’espostissima cengia che lo sorregge e lo fa apparire come un piccolo uomo circondato da un vuoto immenso. Ambiente impressionante. E all’orologio che segnala q.ta 1320 alle h 13.45. Poi ai due vecchissimi e arrugginiti Chiodi Cassin impiantati in due fessure (uno a lama dritta e uno angolare) e che segnalano la partenza di una via dura e che non può essere quella che cerchiamo noi. Prendo un moschettino da rinvio più recente e che qualcuno ha dimenticato lì. Tutto bello ma sono molto deluso perché qua muore il sogno di trovare la nostra via. Torno da Marco e gli dico: niente da fare!. Riguardo la gola che diparte dall’anfratto dove mi attendeva ed è impraticabile. Poi lui mi dice: ma scusa da qui non si può salire? Guardo la paretina sopra di me e che non avevo degnato di uno sguardo perché cercavo la gola che la relazione citava. Mi si illuminano gli occhi e non credo a quello che vedo: DA QUI SI SALE! La paretina è appoggiata ed appigliata e corrisponde alla gradazione attorno al II° grado e soprattutto sembra proseguire altrettanto tranquillamente verso l’alto. Cosa facciamo chiedo a Marco? Non mi sembra convintissimo e allora lascio lo zaino per provare a salire un poco e vedere. Non ci son problemi: si tratta solo di scegliere il percorso più semplice edopo una trentina di metri mi blocco per decidere cosa fare. Son sicuro che da qui arriviamo in cima, mi resta solo qualche dubbio sul tratto finale che da qua non si legge bene. Ma non voglio insistere con Marco che è stato finora bravissimo e mi ha seguito entusiasta. E’ un poco provato dall’esposizione continua e non me la sento di cacciarlo in un guaio ulteriore anche visto l’orario ormai un poco tardo e che siamo in giro ormai da otto ore e ancora molto lontani dalla fine della nostra traversata. Potrebbe anche andare bene, ma non ne ho la certezza e allora scendo da lui per tornare. Sarà per la prossima volta. Perché qua io ci ritorno! Alle 14.10 iniziamo la discesa della cengia magica, felici e sereni per la decisione presa. Marco è un po' provato a livello psicologico ma fisicamente è formidabile. Venti minuti dopo siamo nuovamente sul Viaz de l’Ors sopra la pietra magica pronti per affrontare il passaggino di II° tecnicamente più impegnativo di questo fantastico tragitto. Lo superiamo senza problemi come la successiva cengetta rocciosa e il canalino verso l’alto. Ora puntiamo al passo del gatto che si annuncia quando la banca erbosa lascia nuovamente il posto alla roccia ed è visibile per la traccia scura con cui segna la roccia chiara che va ad incidere. Lo passo all’esterno salvo poi rientrare all’ultimo e sedendomi perchè l’esposizione porta troppo all’esterno. Marco fa uguale ma rientra subito sotto la roccia e ne esce strisciando. Lo prendo in giro perché da passo del gatto lo trasforma in quello del a leopardo e infine della biscia. Ma l’importante è passare. Oltre, una bella bancata, e poi improvvisa la magnifica visione di una torre che mi era sfuggita l’anno scorso ma  che poi una volta aggirata dall’altro lato assume la doppia fisionomia dell’Om e de la Dona che l’anno scorso avevamo ammirato arrivando in senso inverso. Formazioni veramente spettacolari. E alla successiva svolta entriamo nel primo dei due incredibili canyon che il Viaz supera passando su entrambi i lati per cengia appesa ma mai difficile. Sono le 15 e mi sembra di ricordare che ormai dovremmo esserci quasi a F.lla Toanella. Due camosci dall’altra parte della cengia fuggono verso il canalone centrale che raccorda le due parti. Il primo s’invola su per il dirupo mentre la seconda, una camoscina, si ferma indecisa ritenendo di non fare in tempo prima del mio arrivo. Si ferma, mi fissa dolce e poi fa retromarcia scappando per dove noi passeremo dopo. Poi torna sui suoi passi, ma ormai la via di fuga è chiusa dalla mia presenza: mi fissa nuovamente, zoomo e fotografo, poi ritorna sui suoi passi e sparisce oltre la svolta della cengia. Alla svolta zoomo sull’Om e la Dona che campeggiano elegantissimi e ammiro la torretta con la base più stretta del suo corpo. La vista si apre sull’inedita triade composta da Vant, Cima de la Serra e Cima Alta di Nisia. Dietro campeggiano Pelf e Schiara e a sinistra il Friuli rappresentato da Duranno e i monti di Mauro: Palazza, Borgà, e dietro il Col Nudo. Lontano il pugno d’acqua del Lago di Santa Croce con alla sua destra la misconosciuta per me, Cima dell’Albero e il Serva. Sempre in cengia passiamo a fianco di due ricoveri con resti di bivacco e poi arriviamo al secondo canyion che ci fa nuovamente entrare nelle viscere della montagna per poi uscirne con eleganza dall’altra parte, stavolta in vista delle torrette che rallegrano la cresta che scende dall’imperioso Sasso di Toanella. Solchiamo orizzontalmente l’immane ghiaione che scende dalle altezze del Bosconero e alle 15.30 raggiungiamo l’ombra della Forcella omonima (q.2150) riparata dal sole dalle verticali ed immense pareti che s’alzano in cielo sopra di noi come missili puntati verso l’infinito. Quattro genzianelle bellissime mi ricordano i miei figli e faccio qualche foto in giro mentre Marco al sole si rifocilla. Guardo la relazione per il Viaz de le Ponte che rappresenta la nostra via di fuga per il ritorno a valle e alle nostre auto. Lunghina, ci vorranno ancora 6 ore! Alle 16 prendiamo a seguire i bolli arancioni che scendono nel vallo sotostante: torri di fronte a noi e sopra mentre la cresta allungata del Bosconero campeggia dietro come una corona sull’immenso ghiaione. Poi risaliamo a raggiungere la fascia rocciosa dove inizia ufficialmente il Viaz de le Ponte. Andiamo a sud verso La Cima Alta di Nisia che alza ai cieli le sue creste articolate, fra erbe e mughi, lasciandoci dietro Rocchetta Alta e Sasso di Toanella. Siamo comunque sull’Alta Via n° 3 e oltre il lontano ed agognato fondovalle si elevano i Noni di Megma, la Talvena, il gruppo del Pramper e quello degli Spiz. Mezz’ora dopo siamo alla Forcella Viaz de le Ponte (q.1880) che precipita per un centinaio di metri di dislivello verso ovest in un bruttissimo e franoso canalone servito da corde metalliche. Al termine si svolta sotto roccia a sx e si percorre lungamente la base del gruppo delle Rocchette, passando sotto Pònte, pareti e canali vari. Il sole picchia come un martello, si suda e la fatica di questo tour de Force che dura da tre giorni, comincia a farsi sentire. Passiamo un tratto attrezzato e alle 17.15 siamo sotto la verticale della Cima Alta di Nisia ma siamo troppo stanchi per prendere in considerazione l’ipotesi di provare a salire come avremmo in origine voluto fare. Poi domani pomeriggio io devo tornare a lavorare e devo anche tornare a casa per il lungo viaggio autostradale. Traversiamo un canalino che forse è la via d’accesso verso l’alto e poi appare La Cima de la Serra e il grande catino dove corrono per mano tutte le varie punte delle Rocchette. Alle 17.45 arriviamo ad un bivio e ci fermiamo sotto il sole per decidere se proseguire lungo il Viaz per valicare la catena delle Rocchette e poi tornare a valle dopo esser transitato dal Bivacco Toanella, oppure scendere direttamente a valle. Io non ho dubbi, mi gira quasi la testa per il calore. A Marco piacerebbe proseguire per poi fermarsi a dormire al bivacco, ma purtroppo non è un’opzione che posso considerare visto che domani devo essere al lavoro. Scendiamo, che comunque sarà ancora lunga visto il dislivello negativo che ancora ci attende (oltre 1000 mt!). infiliamo il bel sentiero ben segnato che si fa largo fra prati e mughi con belle viste su Rocchetta Alta, Sasso di Toanella e Cima Alta di Nisia che piangono la nostra discesa verso il basso. Siamo proprio ora sotto Cima Serra, traversiamo un bucolico praticello fiorito, mazzi di Camedri Alpini e un rimasuglio di neve conservatosi chissà come e nel quale mi piace affondare gli scarponi per immaginare di trarvi un poco di refrigerio. Cominciamo un altro estenuante traverso orizzontale, passando un ponticello sospeso, senza mai perdere di quota. Lontana come un miraggio che svapora, la diga di Pontesiei. Chiedo a Marco di verificare sull’App: siamo giusti…s’inizierà a scendere più avanti! Finalmente alle 18.30 iniziamo a scendere entrando in un ombroso bosco di faggi e picchiamo verso valle. L’orientamento è difficoltoso per l’enorme quantità di foglie che copre la traccia a terra ma i segni sugli alberi e soprattutto la maestria di Marco nel seguire le indicazioni dell’App, non ci fan smarrire la via. La temperatura sale, traversiamo una radura prativa con casera e mezz’ora dopo alle 19.30 arriviamo alla Statale nei pressi del cartello Ospitale, ma soprattutto di una fontana dalla quale sgorga un acqua miracolosamente fresca e benedetta aggiungo io perché ci disseta, rinfresca e lava via il sudore e le scorie di una giornata assolatissima. Che gioia, che bello bere senza posa, e recuperare energie che pareva non ci fossero più. Marco si offre di fare autostop per andare a recuperare la sua auto che è a valle 3/4 km oltre e io ne approfitto per mangiare e continuare a rinfrescarmi. Mi stendo nell’erba ma Marco arriva subito dopo raccontandomi di esser stato raccolto da una francese che ha fatto la Dolomiti Extreme Trail. Carichiamo l’auto e facciamo rotta verso la mia dove ci salutiamo esausti ma felici dopo due meravigliosi giorni alpini. Tornando verso Caprile, il Pelmo infuocato mi regala immagini di struggente poesia. Grazie Montagna.                     Alle 21.30 rientro in casa a Caprile…ma avevo già avvisato Dani che sarei tornato l’indomani. Troppo stanco. Dati: 18km, 1700m disl., 12h                                                                                                                                                           Foto1 la Magic Line   Foto 2 Marco attende all’anfratto   Foto 3   ecco la via vs la cima

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         <title>28/06/2026 - Monte Aga 2720 m da Carona [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13725</link>
         <description>Seconda uscita con la Compagnia dell'Anello, sempre molto compatta e motivata. Meteo ballerino , non ci ha comunque impedito di raggiungere la cima. Saliti dal passo della Selletta 2369m e scesi dal passo della Cigola. Evitato per un soffio il diluvio del tardo pomeriggio. Ottima sosta rifocillatrice al rif. Longo.
Bellissima escursione in ottima compagnia.</description>
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         <title>27/06/2026 - Pizzo Alto 2511m da Premana [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13724</link>
         <description>Decido all'ultimo momento di visitare questa valle, spinto dal gran caldo.
Salito per l'alpe di Deleguaccio e gli omonimi laghi, purtroppo panorama praticamente assente per le nebbie di calore salite già dal primo mattino. Sceso passando da Premaniga, decisamente spacca ginocchia. Bello il tratto conclusivo che da Premaniga porta a Premana, dove si attraversano diversi nuclei di baite molto ben tenute. Bellissima escursione in solitaria, per far salire di giri il motore, 2ore 35 min Premana - Vetta.</description>
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         <title>25/06/2026 - Canto Alto 1146m da Zogno [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13723</link>
         <description>Escursione su questa montagna iconica per i bergamaschi. Scelgo di salire da Zogno ( versante nord ) nel tentativo di mitigare la calura di questi giorni, scelta sicuramente azzeccata. Dal Canto Alto seguendo la cresta sono sceso al Canto Basso 900 m, poi piegando a ds per il segnavia 533 ( bellissimo sentiero ombreggiato ) ho raggiunto la Forcella del Sorriso 762m Sono poi risalito in vetta seguendo il sentiero 302. Bella escursione in solitaria per festeggiare degnamente il mio compleanno. </description>
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         <title>24/06/2026 - Prampèr, pramperèt, Spiz di Moschesin [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13722</link>
         <description>Settimana di ferie estive e per via della situazione del papà di Giulia, non abbiamo programmato niente come famiglia e allora ne approfitto per qualche giorno in montagna a Caprile. Sentiti i nuovi amici Luca, Marco e Thomas e il vecchio Marco Fassa, non trovo disponibilità se nonquella di Marco Stornade che mi raggiungerà, forse, se riesce a portarsi avanti con i lavori a casa. Parto nel pomeriggio da casa e a sera raggiungo mio papà che stà già dormendo nella casetta di Caprile e lo saluto appena. Mangio qualcosa velocemente e vado a dormire perché nell’incertezza dei programmi per i giorni a seguire, ho deciso di darci dentro domani. Andrò a fare il Prampèr e il vicino pramperèt e poi se ci sarà tempo e gambe anche lo Spiz di Moschesin, l’ unica montagna del gruppo che ha un acceso diverso dalle altre e che ho intenzione di concatenare un’altra volta. Mi sveglio alle 5 e dopo una frugale colazione mi lancio vs l’ormai abituale parcheggio di Pian de la Fopa. Sul Passo Staulanza, collegamento con la Val di Zoldo, il termometro segna 2°, freddo per questa stagione. Scendendo il Civetta appare imbiancato dalle rapide nevicate di questi giorni seguenti ads un brusco calo delle temperature. Mi fermo poi per strada a ritrarre in grandiosa parata tutte le vette che vanno dagli Spiz, al Venier, al Coro passando per Spigolo del Palon e poi il prampèr che ingloba il Pramperèt e infine Cime di Zita, Talvena, Forzelete, Gardesana, Tamer e S. Sebastiano. Dopo aver parcheggiato alle 6.30 sono pronto a partire (q.1250) dopo aver letto nelle legende che la Val Prampèr è la Valle del supereroe delle piante, il Larice, in grado di vivere 2000 anni e resistere per secoli sott’acqua o a temperature fino a -50°C. Sono fiero di averne piantato uno nel mio giardino di casa. Saluto gli Spiz un poco imbronciati e compagni di giornate indimenticabili e mi avvio lungo la valle come tante volte in questi anni: un albero caduto in mezzo alla strada mi ricorda del maltempo dei giorni scorsi e comincio ad alzare il capo vs le mete di giornata che salendo definiscono meglio le loro forme. Arrivo al bivio col sentiero che sale per il bosco, passo dal solito larice gigante affettato e che segnala nei cerchi della sua età le varie epoche che ha passato. Risalgo dal bosco verso la strada che passa poco più in alto perché è tutto fradicio ma nei grandi prati del piano degli Aoniz è peggio e le mie Raptor, s’imbevono completamente. E vabbè si asciugheranno…e alla peggio mi vellà il laffleddole! Essendoci salito pochi mesi fa, riesco a riconoscere la torretta sommitale per accedere alla vetta dello Spigolo del Palon e poi arrivo a Malga Prampèr (q.1540, h 7.30). Carico l’acqua alla fontana e riparto nel bosco. Ad un certo punto noto una torre rocciosa sbucare oltre un colle in direzione del Sorapiss e scoprirò, poi a casa, essere il Piz Popena. Arrivo così ai grandi prati verdeggianti che introducono la vista del Rif. Pramperèt che è asserragliato dagli operai che lo stanno ristrutturando( q.1860, h 8.30). Saluto e vado oltre con uno sguardo alle Cime di Zita e alle Balanzole dall’altra parte della valle. Ora punto Forcella Piccola assecondando il sentiero che scende di un centinaio di metri di dislivello e che dopo avermi regalato l’idilio della vecchia Casera di Pramperèt immersa nel verde ( e non nel bianco come la prima volta…). va ad affacciarsi sui dirupi verdi della Val Costa de I Nass che mi ricordan tanto quelli della Val Grande. Intanto si passa sotto ai pinnacoli multicolori che scendono dalle altezze del Pramperèt come avanguardie del mondo roccioso che mi attende più in alto. Poi inizio a risalire verso Forcella Piccola, q.1950 dove arrivo alle 9. Palon e coro mi salutano ancor prima di arrivarci sbucando felici dal culmine e poi affacciare lo sguardo sulla conca di Cornia è come bere ad una fontana fresca in una giornata afosa. Distese di abeti larici e mughi che colonizzaqno in modo selvaggio e incontrollato le rampe d’accesso ai monti di rocce colorate che provano a fare da argine al muro verde in espansione continua.                                                                           Le mie mete Prampèr e Pramperèt emergono dalla cresta a sx e io mi avvio sul sentierino parimenti diretto abbandonando il tracciato principale dove scorrerà domani la Dolomiti Extreme Trail dei cui plastichini di segnalazione era pieno il cammino finora e che ho fotografato per l’amico Luca che la correrà. Punto vs il Palon mentre ad Est il panorama si apre verso la sfilata dei tre Sfornioi, del Bosconero che appare come un tuttuno e la cui cresta come la coda di un vestito da sposa scende a comporre le cime delle Rocchette fra cui spiccano l’Alta di Nisia e il Van de la Serra. Dietro spadroneggia la Triade Furlana composta dai soliti Cima Laste, Preti e Re Duranno. Zoomo sui Gendarmi dello Sfornioi Nord, tanto cari e belli, passo sotto la verticale di Forcelletta Alta di Pramperèt, che risalirò più tardi e continuo a traversare quasi in orizzontale la grande conca ghiaiosa che mi sembra di trovare più segnalata da ometti. Passo sotto la Cima del Prampèr, lascio lo zaino nei pressi di un masso chiaro e mi avvio vs F. del Palon (q. 2190, h 10.15) che m’attende in alto col suo invitante spicchio di cielo blu insinuato fra le bianche cornici rocciose. Ero già stato qui ma la salita mi era stata preclusa dalle nuvole che si erano abbassate fino a diventare nebbia e dalla pioggia che era diventata presto battente. Ora invece, la vista si allarga serena verso Civetta Pelmo e Forzelete e mansueta ma dirupata, mi attende a sx la cresta di salita. Mi avvio fotografando il panorama sempre da estasi fino ad arrivare nei pressi della cima, protetta da ammassi di sassi enormi e da una curiosa paretina verticale che fa da anticima e che va lasciata permalosa a sx. Fra torrette e labirinti di pietra, mi affaccio sul punto più alto segnalato da una piccola croce lignea realizzata con rami secchi (q. 2410). Il panorama infinito si allarga oltre il Pelmo fino al Sass de Putia, alle Tofane, ai cari Pore, Cernera e Sass de Stria con Lagazuoi e Counturines. E tra Pelmo e Antelao, salutano Croda Rossa, Cristallo, Sorapiss e Bel Prà. Cridola e Monfalcon di Montanaia spuntano dal lontano Friuli e vs il Bellunese invece3 la Talvena anticipa i possenti Pelf e Schiara. Si vede anche la minuta Gusela e poi Pizzocco e Sass de Mura/Sagron. Tutta la cresta del Moschesin, giace ai miei piedi terminando con le punte indomite dello Spiz, su cui mi piacerebbe poi salire. Dietro il gruppo dell’Agner e della Croda Granda. E gli Spiz vicini collegati alla mia posizione da vette ormai tutte raggiunte. Guadagno la seconda cimetta che precipita vs il prossimo obiettivo, il Pramperet a cui la cima principale è unita tramite una quota secondaria . Alle 11, inizio a scendere verso la forcella macchiata di verde, unica oasi di pace in questa foresta di pietre sovrapposte ed incastrate dal tempo. Seguendo la traccia precedente e recuperato lo zaino, alle 11. 45 lo lascio nuovamente ai piedi di un larice che supera l’altezza media dei mughi e mi avvio verso il buco blu di Forcelletta Alta di Pramperet seguendo i pendii erbosi che si sono fatti strada fra le colate ghiaiose. Si sale bene su terreno morbido e assestato. Fotografo un bellissimo e gigantesco esemplare solitario di Genzianella ed entro nel canale che sbuca più su nel blu (q.2250, h 12.30). dall’altra parte la forcelletta precipita in Val prampèr e io scarto a sx le torri del Pramperèt. Fra le pietre la dolcezza viola di una primula solitaria e mi avvicino al muro che so di dover affrontare. Non vedo segni od ometti e con un poco di incertezza affronto l’esile e friabile crestina che con passi facili ma un poco esposti s’incolla alle rocce successive (10m, I°, I°+). Oltre ritrovo gli ometti e la certezza del percorso. Aggiro a sx la torre tozza e sommitale e pochi minuti prima delle 13 sono sulla prima della bifida cima (q. 2337). Solito grandioso panorama in questa giornata senza veli e bellissima la vista sull’imponente Cima del Prampèr, che ci sovrasta da buon fratello maggiore. Un larice sta miracolosamente crescendo proprio fra le pietre di cima: è alto si e no venti cm ma i suoi rametti gialli e verdi esprimono già la sua incredibile caparbietà. Poco distante un gruppetto di primule pare dire: guarda che ci siamo anche noi, il gentil sesso, non è da meno! Laggiù, nel verde, il Rif. Pramperèt: potrei arrivarci direttamente con un tuffo…ma rinuncio all’idea! Scendo per la via solita, mi fermo fra i mughi a fare pranzo, accanto ad un bellissimo ed enorme ranuncolo e riguadagno Forcella Piccola prima e il Rif. Pramperèt, poi. Sono le 15 quando cammino nella soffice erba verde dei prati oltre il rifugio, con lo sguardo ammaliato dalle creste del Moschesin e dalle meravigliose e apparentemente irraggiungibili punte dello Spiz che mi attendono al suo termine sinistro. Visione d’incanto. Luogo da non perdere soprattutto nel silenzio e nella solitudine della bassa stagione quando il rifugio è chiuso. Che bello quando la dolcezza e l’orizzontalità del verde si unisce alla verticalità e ai colori delle rocce che salgono verso il cielo blu. Contemplo, emozionato da troppa bellezza. Vado in piano vs F.lla Moschesin per un tratto di raccordo che non ho mai percorso. Un bel sentiero che fra mughi e boschetti serpeggia tranquillo fra scorci fantastici. L’arancio delle rocce, il verde dei prati e degli abeti, il blu del cielo, il bianco delle nuvole: mi batte il cuore tachicardico e felice! La cresta del Moschesin con il suo fantastico castello mi seduce…e sogno già do percorrerla per intero. Quanto è bella. La Val Prampèr stende il suo lenzuolo verde di larici ed abeti che vanno a nord vs pelmo e Antelao: un mare verde increspato e meraviglioso. Traverso un pianoro erboso sotto le Balanzole, alle mie spalle Prampèr e Pramperèt si abbracciano in uno struggente saluto di addio e l’enorme vallo di Forcella Moschesin, si mostra finalmente ai miei occhi: pensavo fosse più vicina e comincio a dubitare di avere il tempo per farcela e non  tornare tardissimo da papà. Supero e segnalo con un ometto il bivio per scendere stasera vs Malga Prampèr e inizio la breve risalita sotto gli occhi scrutanti e un poco minacciosi dello Spiz che si deforma ma restando sempre verticale e osserva e scruta ogni mia mossa. Alle 15.45 sono finalmente al Forte in forcella (q.1940) con bellissima vista sulla Cima delle Balanzole, sulle tre allineate Cime di Zita e la Talvena. Mi giro e gurdo il poco invitante ghiione pietroso che scende come una colata franosa, invasa dai mughi, dal bordo delle rocce che devo raggiungere. Non sarà semplice, penso e il sentiero si vede già poco all’inizio. Salendo invece si delinea un poco meglio e anche abbastanza segnalato da ometti. I mughi non danno eccessivo fastidio e un quarto d’ora dopo sono già sottoroccia e sotto gli obelischi di pietra che s’alzano verticali sopra la mia destra. Il sentierino, bellissimo come un viaz, s’infila a sx fra roccia e mughi ed inizia a circumnavigare la montagna. Bellissimo ambiente. Fra sottopassaggi e placchette raggiungo un canale franoso che adduce dopo breve discesa ad un canalino delimitato a sinistra da una torretta e che permette di raggiungere un piccolo forcellino mugoso (h 16.20). Grande la sorpresa quando dal basso risale una piccola traccia che s’infila fra i mughi ed è segnalata da bollini rossi vecchi, discreti ma ancora ben evidenti. La seguo con entusiasmo perché pensavo di dover ravanare ( e magari manco trovare) alla ricerca del percorso e invece è probabile che ce la farò e anche più velocemente del previsto. Il sentiero è entusiasmante fra mughi tagliati, passaggi rocciosi semplici alla ricerca del tragitto migliore e sempre in ambiente eccezionale. La vista si apre verso la valle Agordina a mostrare Cima Pape, Lastia di Framont, Cima Uomo, la Marmolada, Moiazze, Civetta, Tamer(ben visibili finalmente tutte e tre le punte) in rapido avvicinamento. Anche i Monti del Sole mi ossrvano un poco infastiditi dal tradimento verso questa Meta dirimpettaia. Dieci minuti dopo un angolo dipinto in rosso su un masso segnala che la traversata è finita e che ora si può prendere a salire. Canalino erboso, svolta poco sea sx e nuovo canale sassoso mi portano in alto su belle placche calcaree con vista sublime sul Castello di Moschesin. Poi per erbe e rocce seguendo i bollini rossi e poi l’enorme struttura del ricevitore che certo anche se dipinto di verde non sta un gran bene in un contesto così selvatico e naturale. Lo raggiungo alle 16.45 e velocemente me lo lascio alle spalle puntando alla bella piramide conica della cima un poco discosta sulla sx. Pendio erboso, poi ghiaioso con svolta a sx e ni ritrovo su un terrazzinio affacciato su centinaia di metri di vuoto. Alla mia sx aguzza la punta più bassa delle due corna dello spiz e a dx quella sommitala che lascia intravedere su questo versante il suo punto debole. Un canalino finale sfasciumato e con passi che non raggiungono il II° mi butta improvvisamente nel vuoto della cima ( Spiz di Moschesin, q. 2317, h 17). Lo certifica una bandierina italica scolorita in ferro, infilzata in un cumulo di pietra. Il resto è vuoto. Il panorama, da le vertigini. Soprattutto mi attrae davanti a me la cresta che partendo dalla Cima Nord della cresta dei Camini, prosegue passando dal Castelletto fino al castello di Moschesin e poi oltre coperta dalla sua mole, fino a Cima di Forcella Stretta e poi alle Forzelete e Gardesana. Verrà il giorno. Le Dolomiti cantano in coro attorno a me e io ne sono il Direttore. Veramente incredibile l’ampiezza del panorama a 360° e con vista speciale sul solco verde della Valle di san Lucano che s’insinua fra le rocce verticali delle Pale omonime da una parte e dell’Agner dall’altra. Si vede il mondo e l’ombra delle due punte dello Spiz disegnarsi sulla distesa di abeti sottostante. Che spettacolo! Mi soffermo ad esplorare le valli recondite ai piedi dei Monti del sole e poi m’incanta un piccolo larice, meraviglioso nelle sue fattezze e che proprio come quello incontrato sul Prampèr, si sta facendo strada fra le pietre della cima. Lo fotografo emozionato, da tutte le parti. E’ bellissimo. C’è poco spazio quassù e tutto questo vuoto mette vertigine per cui 10 minuti di foto dopo disarrampico il canale finale d’accesso alla cima e inizio il mio rientro a valle dopo 2500 m di dislivello. Senza problemi scendo e contorno al contrario la montagna finchè sopra al ghiaione finale, vedo gente al Forte e mi vien voglia di far due chiacchere dopo tanto silenzio e solitudine.           Ci arrivo alle 18.30 e trovo due ragazzi belgi poco convinti di ripetere le gesta che gli racconto. Ci salutiamo e corricchiando prendo la via di discesa vs Pian de la Fopa. Alle 19 passo da Malga Prampèr sempre correndo un poco. Incrocio sulla strada asfaltata una chiocciola che disegna la sua scia sul caldo catrame e alle 19.45 dopo una bella foto al Pelmo serale, sono di nuovo all’auto dove constato con piacere di non aver preso la multa, non avendo pagato il ticket x il parcheggio. Dati: 27km, 2500 m disl. 13 h.
Foto1 Prampèr e Pramperèt  Foto2 lo Spiz di Moschesin  Foto3 ombre sul precipizio da cima Spiz

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         <title>21/06/2026 - Periplo della Presolana con vetta [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13721</link>
         <description>Giro ad anello di rara bellezza, che può competere con le più famose dolomitiche. Partito dal P.so della Presolana 1297m , salita al Visolo 2369m percorso il bellissimo sentiero della Porta sino al rifugio Albani 1939 m, p.so dello Scagnello 2120m discesa nell'incantevole Valzurio sino a 1500 m risalita al p.so di Pozzera 2129m, transitando per il rifugio Olmo 1819m. Quindi grotta Pagani 2224 m e vetta della Presolana occ. 2521m per la normale. Discesa al P.so della Presolana , transitando per il rifugio Cassinelli, con meritata sosta enogastronomica. Ho calcolato compreso le risalite circa 2450 m di dislivello positivo, lo sviluppo dovrebbe aggirarsi intorno ai 25 km in 10 ore 15 min tot. con circa 1ora e 30 di soste.</description>
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         <title>20/06/2026 - Monte Ferrante 2427m e Ferrantino [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13720</link>
         <description>Bella prima esperienza con la simpatica Compagnia dell'Anello, ci ha portato sul Monte Ferrante, balcone di primordine sulla Nord della Regina delle Orobie. Gruppo ben affiatato e simpatici, esperienza sicuramente da ripetere.</description>
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         <title>17/06/2026 - Le  Stornade (la traversata passando dalla cima) [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13719</link>
         <description>Come da accordi telefonici intercorsi nella settimana in corso sono d’accordo con Luca per scalare le Stornade dalla Val dei Zoldani dopo che ieri ci ho provato, riuscendovi parzialmente, dalla val Fagarè, con l’intento di conoscere a priori la via del ritorno e riuscire in una clamorosa traversata. Senz’altro, una delle vette escursionistiche meno frequentate dei Monti del Sole. Alla fine dopo varie chiamate, ci troveremo in cinque e quindi non sono sorpreso quando all’incontro delle 6 del mattino del 23 05 26 nel parcheggio di La Muda (m.450) dalla sua macchina, escono 4 giovanotti che hanno tutti almeno 20 anni di me. Presentazioni veloci e poi, traversato il bel ponte verso Agre, ci dirigiamo verso quella che viene considerata “la più normale” fra le vie di salita a questa sfuggente montagna che si difende molto bene dall’assalto dei bipedi. Montagna “difficile” più che per l’aspetto tecnico per la continua concentrazione che qui è indispensabile per rimanere “attaccati al percorso” sia all’andata che al ritorno. Dalla partenza si segue la Via degli Ospizi verso sud guadagnando quota un po’ alla volta fino al bivio di uscita poco sotto gli 800 metri.                             Fino al bivio è quasi un’oretta di camminata, e si sale leggermente nel sottobosco in riva idrografica destra del Cordevole. Il sentiero che va verso la Val dei Zoldani è inizialmente ben marcato e va con un unico lungo traverso fino al tornante destro di Col della Farina traversando la confluenza a valle della Val Pegolera prima, con il suo famoso gendarme in pietra che sembra messo lì con funzioni di sentinella, e della Val del Mus poi caratterizzata da salti e forre d’acqua che sarebbero belli da fotografare con calma e che invitano  all’esplorazione…ma qui c’è sempre più da vedere…che tempo per farlo! Ma il ritmo della camminata è alto, i compagni son giovani e forti e ho il mio daffare a tenere il ritmo. Coro e Spirlonga mi chiamano ai ricordi dall’altra parte della valle oltre il Cordevole e poco più di un’ora dopo dalla partenza, siamo proprio sotto il missile roccioso della Rochèta che si alza verso l’alto a bucare il magico cielo blu alpino delle giornate radiose, sostenuto da un tappeto verde boscoso steso ai suoi piedi. Dopo il tornante destro si arriva alla breve risalita di un valloncello a fondo per lo più erboso e poi, con altro traverso e qualche svolta, si arriva su un ripido che si risale fin sotto una fascia rocciosa e si arriva quasi subito al passaggio più caratteristico, un breve tratto di “vera cengia” che contorna due rientranze del pendio: il bellissimo passaggio in cengia della “Zinturela” (h 7.45) esposto ma non difficile e che porta a completare l’aggiramento della montagna verso il più abbordabile lato ovest. Su questo tratto tecnico riduco le distanze sul gruppo tirato dall’infaticabile Luca e ne approfitto per effettuare qualche sorpasso e guadagnare un po' di tempo. Appaiono lontane sulla destra le rocce delle Stornade, montagna veramente difficile da decifrare per via della sua complessa orografia e per il fatto che non se ne ha mai una visione completa ed aperta, essendo incastrata fra colli e pareti che pullulano fra i Monti del Sole. Poi superati alcuni canalini ed anfratti rocciosi nel bosco di faggi, si perviene alla radura erbosa, ora assalita dalla vegetazione, del Mandrìz della Rocchetta(q. 1300, h 8.10). Passiamo veloci in mezzo ai ruderi di antichi insediamenti umani, dove le presenze del passato ti guardano dalle fessure rimaste fra i blocchi ormai caduti di quelle che erano mura di edifici abitati dagli antichi pastori e cacciatori. Svoltiamo per erbe alte su labili tracce verso destra su terreno per me ora vergine proseguendo in direzione della Forzèla de la Rochéta (q.1438) che separa Le Stornade dal Col Zaresìn. Salendo la vista si allarga verso Talvena, Schiara e i monti del Viaz che brillano rendendo omaggio alla bellezza di questa giornata. Luca ci guida con maestria seguendo le indicazioni a terra e quelle dell’App Mapy sul quale abbiamo scaricato le tracce di Zio Mario. Saliamo fino a breve distanza dal valico fino ad intercettare una breve cengia sotto roccia segnalata con ometto ben in evidenza (h8.45). La cengetta termina nei pressi di un canalino di circa 70/80 m. di dislivello, a sx di una placca bagnata, e che bisogna risalire fino a una forcelletta. Alla forcelletta di arrivo che separa dall’alta Val del Mus c’è un “muretto di mughi” che impedisce la vista dall’altro lato. Si sale verso sx con un iniziale taglio tra i mughi MOLTO ripido. Infine, su corridoio prativo più largo e meno pendente, si arriva alla base della fascia rocciosa chiara che segna l’inizio nord della Cengia Alta, e che è riconoscibile per un grande diedro chiuso da un tetto. Sono le 9 e Luca si dirige a dx lungo la cengia (sbagliando) e io non controllo la relazione che spiega bene invece di dirigersi a sx. Arriviamo così ad un anfiteatro roccioso che riconosco come quello descritto da Mason nella sua relazione e che prevede passaggi fino al III°+ e l’uso della corda. Amche Luca riconsultqando l’app si accorge di aver sbagliato e torniamo sui nostri passi per dirigerci invece a sx dal punto di arrivo presso la Cengia Alta. La guida Celi Sommavilla, così descrive questo tratto: «… si prendono a sinistra le lunghe cenge che fasciano i versanti orientale e meridionale delle Stornàde. Per queste si procede a lungo (circa 500 m) senza difficoltà verso Sud, in direzione della Forzèla dei Vanùz. Prima di raggiungerla si incontra un evidente canalino, che sale a ovest verso un salto di roccia chiara, dal basso simile a una piccola torre …». Zio Mario dice che secondo il suo GPS i 500 metri sono da intendersi in “linea d’aria”, e dunque sono di più come metri lineari camminati tenendo conto di tutte le non poche rientranze e i su e giù. Preciso queste descrizioni metriche perché l’individuazione del canalino ci costerà tempo ed errori. Comunque sono le 9.30 ed iniziamo a marciare sulla larga bancata verso sx. Dico a Filippo di calcolare con l’orologio circa 500 m. per andare ad individuare con più precisione il canale giusto che ci permetterà l’accesso alla parte superiore della montagna. Dieci minuti dopo individuiamo davanti a noi una parete rocciosa preceduta e seguita da due simil-canali (il primo più un costone). Intanto mi diletto a far foto alla Rochèta che sta davanti a tutti i monti OltreCordevole che si vedono dallo Spiz di Moschesin, al Talvena e poi dal Coro fino alla Pala Alta, passando da Schiara e Burel. Zoomo sui Pinei che da questo punto mostrano ben evidenti entrambe le tre cime con l’ultima, la Nordest che incombe su Forcella Oderz. Venti minuti dopo siamo alla base del saltino che impedisce l’accesso diretto al canale e che io (essendo di difficoltà tra il I° eII° grado, battezzo come quello giusto. Non si vedon segni o tracce di passaggio e con Filippo proviamo comunque a salire un poco il macereto fino ad arrivare alla base di una fascia rocciosa dove la selva di mughi impedisce la continuazione. Non è qui. Bella la vista che si apre oltre il Col Much e il Zimon de la Pala del Fonch e che svela addirittura il Civetta oltre il Celo e poi i gruppi del Tamer e del Moschesin. Torniamo dagli altri, Daniele, il ragazzo rumeno si ferma alla base di questo falso canale, mentre in quattro proseguiamo ancora vs sx fino ad arrivare in vista di una torretta caratterizzata da un canalino sulla sua dx, che risaliamo fino a trovarci su un pendio che finisce su una cengia troppo esposta. Abbiamo sbagliato ancora e in tre siamo d’accordo che bisogna tornare per chè ci siamo spostati troppo a sx, mentre Luca sostiene che si debba scendere a sx della torretta e proseguire. A me Marco e Filippo sembra assurdo scendere e decidiamo di tornare ad esplorare fino in alto il canale precedentemente abbandonato.                       Scesi alla base della torretta (h11) Luca ci dice che vuole andare a vedere una cosa e che ci raggiungerà a breve. Noi proviamo vanamente un altro canale bagnato che ci fa capire subito di non essere quello giusto e venti minuti dopo siamo nuovamente alla base del canale già in parte risalito. Lo attacchiamo io Filippo e Marco dopo aver detto al ragazzo rumeno di aspettare lì il ritorno di Luca. Saliamo fino alla fascia di mughi che forziamo per andare poi ad imboccare un molto ripido canale erboso che termina nei pressi di una forcelletta che appare molto aerea e che ci darà indicazioni sul nostro futuro. Stiamo quasi per arrivarci quando Marco riceve una telefonata da Daniele che gli comunica che Luca è quasi in cima, e che è ancora lunga da dove ci ha lasciati, che ci vorranno ancora almeno un paio d’ore. Ci dice anche che ha trovato dei nastrini che probabilmente ho lasciato io ieri. Con Marco ci guardiamo negli occhi e senza dirci una parola capiamo di pensare la stessa cosa: arriviamo in forcelletta e se non si può proseguire, scendiamo e seguiamo le tracce di Luca. Vorrei abbracciarlo per questa sintonia d’intenti e ne ammiro la forza e la caparbietà, oltre alla voglia di sognare. Ho trovato un nuovo amico da montagna? Arrivati in forcella è evidente che il proseguio è troppo roccioso e ci vorrebbero le corde e allora mentre scendiamo cominciamo ad organizzare la nostra salita ed eventuale traversata visto che dovremmo anche scambiarci le auto, visto che noi arriverremmo una decina di km a valle (Candaten) rispetto a dove abbiamo le nostre auto (La Muda). Filippo non ne può più (anche perché ha una gara di trail per il giorno dopo!) e dice che ci seguirà solo fino a che incrociamo Luca e poi tornerà con lui (Daniele nel frattempo ci ha comunicato che scenderà a valle). Alle 12.30 aggiriamo in discesa la torretta sulle tracce di Luca e vediamo che la Cengia Alta prosegue lineare. La percorriamo baldanzosi e venti minuti dopo esplodo di soddisfazione quando siamo alla base del canale giusto da risalire e che presenta un tratto di rocce chiare in alto a sx e una torretta che lo sovrasta sulla dx. Ci siamo, forse stavolta ci siamo proprio! Tutto coincide! Non mi sembra vero dopo lo scoramento di ieri e quello di stamattina, avere ancora in extremis la chance di farcela ad arrivare in cima e forse anche quella di fare la traversata. Poi, vedremo a seconda dell’orario! Saliamo senza difficoltà con passi tra il I°/II° grado, poi poco dopo un altro saltino fino a a quando il canale si allarga decisamente. Ad un certo punto Marco che segue la traccia sull’app ci indica di svoltare verso una bancata a destra che io riconosco per averla già percorsa ieri (ero quindi arrivato fin quassù, passando a sx del canale!) e che mi aveva portato fuori rotta. Infatti anche Marco si corregge e continuiamo a salire verso la parete rocciosa un poco a semicerchio che chiude la salita vs l’alto. Alle 13.45 alla fine del canale dove bisogna prendere quasi sotto parete la destra, prima sentiamo la voce e poi finalmente incontriamo luca di ritorno dalla cima. Ci complimentiamo, ci dà delle indicazioni e Marco gli consegna le chiavi della sua auto (con cui torneranno a casa) e quelle della mia che ci lasceranno a Candaten per il nostro ritorno. Filippo scende con luca e io e marco iniziamo la nostra personale sfida con la montagna. Proseguiamo piegando leggermente sulla destra per andare a prendere più comodamente la traccia che sta alla base della fascia rocciosa. Da qui si entra nel primo dei due “van” o circhi che caratterizzano la parte alta del versante est delle Stornade. Ora si contorna questo primo e più piccolo “van” stando attenti alle linee tra i discontinui tagli di rami di mugo. All’ingresso la fascia rocciosa (che sta a sinistra in direzione salita) si alza con una discontinuità di linea, e per riportarsi vicino alla base c’è il tratto con i passaggi più stretti e peggio segnalati: è un tratto breve e anche “ravanando semplicemente tra i mughi” (se non ci si vuole fissare a trovare i corridoi quasi nulli) non si perdono più di 5 minuti. Non sappiamo se seguire o passaggi ad “occhio” o seguendo la traccia sul cell. e lascio la decisione a marco meno boomer di me. Quando ci troviamo incastrati nei mughi, temo che possa essere la fine e che non ci riusciremo mai. Se è così fino in cima non ce la faremo, penso, e mi prende lo scoramento ma che non comunico a Marco. Sembra più logico stare alti sotto roccia ma l’app dice di stare più bassi. Dopo qualche minuto di incertezza alle 14.10 dopo il doppiaggio di una costa, ci appare come un miraggio il Van Grant o Van de Le Stornade. Riprendiamo a segnalare i passaggi fra i mughi o le uscite dal labirinto verde con i nastrini biancorossi e finalmente i mughi si diradano e subito dopo ci troviamo alla base di una fascia rocciosa a salti, un poco bagnata e che luca ci aveva descritto come simile ad alcuni tratti sul Pelmo (concordo…grandeeee Luca!). La risalgo felice e pieno di nuove energie convinto che il peggio sia ormai passato tanto che ne esco prima di Marco. Dieci minuti dopo troviamo lo scheletro di un camoscio-segnavia mezzo alla base di un canale roccioso dalla quale forse lui è scivolato d’inverno e lo risaliamo senza problemi per approdare ai facili ma comunque ripidi pendii erbosi sommitali del Van Grant che dovremo risalire fino alla cresta. Ci siamoooooo! Troviamo sporadici piccoli bollini rossi, mettiamo qualche nastrino e costruiamo qualche ometto salendo a vista e stando più a sx rispetto alla grotta-covolo (q.1850) citata nelle relazioni, e da cui non passiamo. Superiamo un breve saltello roccioso che corre più o meno per tutto il Van e alle 14.53 spunto in cresta, felice come un bambino, proprio nei pressi di un ometto. Ormai è fatta, non ci ferma più nessuno. Mi abbandono alla contemplazione del panorama che si apre improvvisamente dopo l’ultima mezz’ora passata con l’erba ad un palmo dal naso. Sotto di me il mondo intricato dei monti del Sole settentrionale e verso nord Dolomiti in parata. Si vede tutto. Le vicine Antene e oltre Croda Granda, Agner, Pale di San Lucano, Marmolada, Civetta, Pelmo, Tamer, Moschesin, Antelao, Talvena, Schiara e lontana perfino la Croda Rossa. Ora guardo la cresta mugosa che termina in cima poco oltre e comincio a percorrerla seguendo un taglio tra i fitti mughi veramente molto opportuno. Arrivo nei pressi di un saltino, segnalato con ometto, dove si usano le mani con singolo passo di I° grado se si vuole rimontarlo o costeggiandolo sulla destra. Poi i mughi riprendono ma senza eccesso di disturbo e fotografo Marco che è già sulla prima cima. Felice lo saluto alzando le mani e lui mi ricambia la cortesia di immortalare il momento. Alle 15 lo raggiungo sulla prima cima e ci abbracciamo felici. Ora siamo proprio in faccia al cuore dei Mds con la parete enorme del Bus del Diaol proprio di fronte e con a destra la Cima del Camin e poi i Feruch. Mentre a sinistra domina la solita triade Palazza, Mont Alt, Croda Bianca. Che spettacolo, sembra di stare al centro del mondo. Marco intanto si è già avviato verso la Cima Ovest e dopo qualche foto mi avvio a seguirlo. Qua si è proprio face to face col Bus del Diaol e le Antene pungono il cielo sotto di noi. C’è tanta aria intorno. Ci facciamo un selfie entusiasti e marco comincia a mangiare: non abbiamo tanto tempo a disposizione per tentare la traversata, ma del resto dobbiamo anche rilassarci un poco prima di ripartire per la nuova avventura il cui cardine sarà riuscire dal canale che parte dalla Cengia Alta, a ricongiungerci alla Cengia Mediana dove ero ieri con sicurezza e nastrini, prima di naufragare alla ricerca della Cengia Alta e del canale d’attacco.                                                                                                                    Alle 15.45 inizio a scendere e infilo subito fra i mughi una direzione sbagliata ma il groviglio in cui finisco mi avvisa dell’errore! Cominciamo bene, penso, con tutto quello chi ci aspetta. Poi invece scendiamo veloci senza più errori, infiliamo subito stando più alti sotto roccia l’uscita dal Van Grant, transitando dal Van piccolo e infiliamo il canalone di discesa. Discuto con marco che mi sembra stanco e non si ricorda più che dobbiamo disarrampicare il canale d’accesso ma alle 17.30 siamo alla sua base. Ora lui prende il comando delle operazioni e seguendo la traccia sull’app della gita di ieri, cerchiamo il ricongiungimento sperato. Scendiamo per prati abbastanza ripidi fin quando riappare un mio nastrino e ci ritroviamo poco dopo sulla Cengia Mediana. Evviva il più è fatto! Alle 18 transitiamo da Forcella dei Vanuz dove Marco gira un video entusiasta verso la Val Coraie che precipita sotto di noi. Mezz’ora dopo scatto una bella foto alla Rocheta lambita dagli ultimi raggi di sole che le carezzano il capo donandole una cresta arancione stile punk e mezz’ora dopo nella pace serale contempliamo i monti del Viaz in un quadro dai mille tenui colori. Paradiso. Scendiamo stavolta senza problemi di orientamento il pendio che dà sulla Val Col dei Boi e poi alle 20 siamo già bassi quando l’Enrosadira colora completamente la parete delle Cima Est di Pala Alta. Poco dopo abbandoniamo la Fratta di Aleseppo e dalla val Fratta giriamo a dx al mio bivio ieri segnato che ci immette in Val Faghera e nel Sentiero dell’Acquedotto, con ancora luce a sufficienza per mostrarne a Marco, come speravo, le meraviglie di cui anche lui rimane incantato. Ultime foto al Burel serale e al diedro gigantesco della Val Faghera e alle 21 abbiamo i piedi in fresco nel Cordevole per andare a recuperare l’auto mia e le chiavi nascoste sotto un sacchetto poco a lato. Passiamo quasi un’ora nel parcheggio a liberarci da una quantità incredibile di zecche che soprattutto assaltano Marco risalendo dal terreno e alle 22.15 inizio il mio lungo viaggio di ritorno con tappa al casello di Vittorio Veneto Nord dove Marco recupera la sua auto con cui eran tornati gli altri. Siamo entrambi stanchissimi e chiacchieriamo per stare svegli. Del resto 20 km e 2000 metri di dislivello anche oggi! Da raccontare c’è ancora che mi fermo quasi ad ogni casello che trovo per piccole pause di sonno, che salto l’uscita di Bariano perché ci passo davanti senza rendermene conto, che sono a casa solo alle 4 del mattino e dopo aver fatto la doccia posso dormire solo fino alle 7.30 perché c’è in programma una bellissima giornata sul Garda (Parco Natura Viva) con Noemi e la sua famiglia.                     Foto1  appare il Van Grant  Foto2  io e Marco felici in cima  Foto3   ecco il giusto canale!!



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         <title>15/06/2026 - Le Stornade per la Val Fagarè [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13718</link>
         <description>Settimana di ponte feriale al lavoro e riesco ad ottenere il permesso familiare per qualche giorno a Caprile e così dopo aver fatto la puntura al papà di Giulia parto in direzione dei monti e alle 20, all’uscita dal Casello di Dueville, mi fermo per una bellissima foto al tramonto che colora d’arancione lo sfondo delle Piccole Dolomiti che si presentano dalla Cima delle Ofre passando per il Baffelan, i Tre Apostoli e il Monte Cornetto. Arrivo a Caprile poco dopo le 22 e sistemate quattro cose vado subito a letto perché ho l’intenzione per domattina di alzarmi abbastanza presto..se ci riuscirò! Il programma prevede per sabato di trovarci con Luca per provare l’assalto alle Stornade mitica e complessa cima dei Monti del Sole per la via più semplice che è quella che sale per la Val dei Zoldani.Altro itinerario in questo complesso montuoso che ultimamente mi ha stregato per la sua bellezza selvaggia e le difficoltà di orientamento che lo rendono quasi inesplorato.  E io allora sentito Luca se è d’accordo proverò a salire dalla più complessa via della Val Fagarè con l’intento di segnare la via per un’eventuale discesa che ci permetterà di compiere un’epica traversata. Zio Mario sconsiglia infatti di scendere per dove io proverò a salire senza conoscenza preventiva del tracciato. Mi alzo alle 5 del 22 05 2026 e alle 6 sono sul greto del Cordevole (q.450) nei pressi di Candaten pronto per la rinfrescante traversata mattutina del fiume che mi permetterà di raggiungere dall’altra parte il sentiero della Via degli Ospizi. Spirlonga e Coro pisolano ancora nella luce tenue del mattino ma attraverso piano con delle scarpe di riserva (i mitici e ormai consunti scarponcini Satewa) per non svegliarle: l’acqua è fresca ma non gelida e calzo le scarpette Raptor una volta all’asciutto. Incrocio subito il sentiero che sale a sx in direzione Mont Alt e tre minuti dopo in egual direzione alle 6.15 l’inizio del sentiero dell’Acquedotto (scoprirò poi) che mi porta a salire in direzione del traliccio Enel di q.ta 580, celeberrimo punto di riferimento per una corretta partenza. La vista oltre il fiume dall’altra parte mostra i boschi del Colon di Costa Bramosa e del Forzelon nelle brume dell’alba, in un’immagine quasi Amazzonica, che anticipano il Burel. Supero il traliccio e poco dopo iniziano i parapetti metallici che proteggevano il percorso degli operai verso le prese di captazione idrica. Il vuoto diventa subito spettacolare con un salto di centinaia di metri che precipita sul fondo della Val Fagarè che ad un certo punto è protetto da un altissimo e regolare diedro formato da due pareti ad angolo retto: pozze di acqua verdi schiumate di bianco da cascatelle ingentliscono il paesaggio veramente severo. Appare ogni tanto il grande tubo in ferro che porta l’acqua a valle e che generalmente corro protetto sotto terra o roccia. Poi i parapetti finiscono in una zona meno precipite per riprendere solo in alcuni tratti e terminare definitivamente alcuni metri prima delle quinte rocciose che chiudono la valle e dove si trovano le prese per catturare l’oro bianco (h 7, q.600). Stona un poco il muro in cemento ma il luogo è veramente arcaico e tenebroso e le pozze d’acqua verde lo rendono incantevole. Traverso la poca acqua del greto e poi per sentierino ad una casetta in cemento poco distante dove per un attimo perdo la traccia che segnalo meglio con due ometti. Inizio così a girare sull’altro versante della forra e guardando oltre la cengia sulla quale camminavo poco prima. Poi svolta a sx oltre una costa rocciosa per correre sotto enormi pareti scure e fino ad incrociare nei prersi di una colata acquosa il sentiero che arriva dalla Val Fratta, 20 minuti dopo. Segnalo con dei bolli rossi questo bivio, quasi sepolto fra le erbacce ed inizio la risalita della Fratta di Aleseppo dal lato destro direzione salita e si passa a sinistra seguendo un paio di ometti e piccoli bolli rossi.. Ci si alza nel boschetto erboso alzandosi progressivamente sul fondo del canale seguendo traccia e qualche ometto. Con qualche tornantino, e seguendo ometti, bolli e rami tagliati dopo vari tornanti si arriva a un lungo traverso verso sinistra che porta sul filo della dorsale che divide la Val della Fratta con la Val Col dei Boi(q.880). Per entrare in Val Col dei Boi si scende qualche metro per la dorsale e si svolta a destra per un evidente sentiero dove continuano i rami tagliati e qualche piccolo bollo rosso (si può anche attraversare semplicemente la dorsale risparmiando qualche metro di percorrenza). Anche qui ci sono tratti di quasi-cengia con un breve passaggio di tre passi un poco esposti appena prima di un antro nero con stillicidio e base melmosa probabilmante usato come riparo dai camosci. Poco prima dal bosco entra il cielo azzurro brillante di sole e una vista spettacolare sulla soprastante e bifida da qua parete della Rocheta. Con tendenza leggera salita si arriva così all’impluvio della Val Col dei Boi a quota 935/940 circa (h9) che si raggiunge in leggera discesa vs sx. Qui le descrizioni mi confondono e dopo aver girovagato un poco e aver fatto colazione, decido per l’approccio diretto ad un piccolo saltello roccioso (breve passo ( I/II°) che consente senza dubbi l’ingresso nel greto asciutto e roccioso della Val Col Dei Boi. Cammino per circa un quarto d’ora fra i sassi del fondo fino a quando un piccolo ma verticale salto, oggi bagnato (q.1070), impedisce il proseguio e obbliga ad affrontare il ripido erboso che sale a sx, in cui avanzo dritto per dritto, non trovando indicazioni o segni per un centinaio di metro di dislivello. Traverso una placca rocciosa sotto un piccolo semi-antro scuro e poi scatto una bella foto al cocuzzolo della Rocheta che emerge fra le latifoglie. Alle 10.50 a sx, un poco sotto il promontorio che sto risalendo, riconosco la bellissima conca erbosa che Zio Mario nella sua relazione descrive come “ si arriva cosi’ all’attraversamento di un gran canale su un panoramico “piattone roccioso” con “super-covolo” appena sopra che incide la fascia rocciosa”. Metto anche qua qualche striscetta biancorossa da cantiere per facilitarmi lì’orientamento nel ritorno e poi raggiungo il grande terrazzamento erboso con incredibile vista sulle creste percorse dal Viaz dei Camorz e dei Camorzieri e che partendo dalla Pala Alta,raggiungono Pala Bassa, sabioi, Pinei Burel e d infine le Pale Magre. Scatto foto a quelle cime che mi hanno regalato un sogno e poi proseguo traversando in orizzontale fra i mughi fino ad entrare in un canalino pietroso per i primi metri (poi boschivo), che bisogna risalire per un 25 o 30 metri di dislivello prima di ritrovare i rami tagliati che fanno uscire per una traccia verso sinistra. Sempre con molta attenzione ai tagli si esce dalla vegetazione coprente, si svolta verso sud sul ripido e poi si “cavalca” un bel crinale in campo aperto verso ovest con  viste sempre più belle vs il gruppo dello Schiara, i più vicini Col Zaresin e Rocheta e la Spirlonga che si perde nell’abbraccio del Coro ce le sta proprio dietro. Ora, sopra di noi, si vede benissimo il versante est delle Stornade che è “tagliato” da tre cenge-bancate (Cengia Bassa, Mediana e Alta), sovrapposte distanziate di circa 70/100 metri di dislivello l’una dall’altra. Si arriva così alla base di una fascia rocciosa dove, verso destra, inizia la Cengia Bassa. Non la assecondiamo ma teniamo la sx dove in alto si intuisce benissimo la posizione della Forzèla dei Vanùz sopra una fascia boscosa e presidiata da una piccola torretta rocciosa assediata dalla vegetazione e denominata “Al Castelin”. Si attraversa una conca dove conviene perdere qualche metro di quota e passare sotto un covolo per poter usufruire di una base di camminamento più regolare e agevole. Dopo il covolo si entra nel bosco e si finisce nel canalino pietroso e oggi bagnato che scende dalla Forcella. Segnalo bene con nastrino e bollino questo passaggio che sarà molto difficile altrimenti da vedere in  discesa. Risalgo il fondo con qualche difficoltà fra le placche appoggiate ma scivolose e infine, con “ravanamento” finale e verticale fra erbe e arbusti, si arriva alla Forzèla dei Vanùz ( q.1440, h 12.10) proprio sotto una bellissima roccia dai colori bianco-giallastri e un ramo contorto piantato come un serpente nel terreno. In totale, sono circa 70 metri di dislivello da risalire nel canalino. Vista spettacolare verso la Val Coraie sottostante a sinistra dominata dalle moli della Palazza, del Mont Alt e della Croda Bianca le cui pareti precipitano verticali per quasi mille metri. Fotografo uno scorpione che corre su una roccia a cercare riparo dai miei scatti invadenti. Mi trovo al vertice sud della Cengia Mediana: bisogna percorrerla per un tratto prima di salire alla cengia superiore. Sono immensamente felice di essere qua e di essere ancora orientato in questa montagna abbandonata dagli uomini e quasi totalmente priva di segnalazioni. Si inizia in direzione nord-est (destra) per poco più di 200 metri in linea d’aria e con viste molto aperte vs i monti dell’OltreCordevole. Non è difficile, ampia e rassicurante, attraversa un piccolo franamento e conduce fino ad un un gendarme alto una decina di metri allo spigolo di svolta verso nord ( h 12.30). Segnalo l’ora perché da qui in poi, dopo la svolta non riesco più a ritrovarmi nella relazione di Zio Mario: non individuo con certezza il canale che dovrei attraversare per poi risalire il ripido pendio erboso che rompe la continuità della fascia rocciosa verticale e che dovrebbe portarmi circa 70 metri di dislivello più in alto alla Cengia Alta. Comincio a fare un poco di avanti e indietro fino a salire l’unico pendio erboso plausibile e che poi dal confronto con le foto di Zio mario, risulterà essere quello giusto! Alle 13.15 sono quasi sotto un pinnacolo roccioso alla mia sx alto una cinquantina di metri  che potrebbe fare da punto di riferimento. Consulto la traccia scaricata su Mapy.com ma la mia inesperienza non mi porta a saper interpretare le distorsioni di segnale dell’App che mi dice di essere una volta troppo a destra e appena dopo troppo a sx rispetto al punto giusto. Non ci son segni, nastrini od ometti e ne metto qualcuno io per non perdermi in questo labirinto verde di erbe, mughi e rocce varie. Capisco di essermi spostato troppo a destra e quindi ritorno vs sinistra. Alle 14 scatto una foto fra i mughi da cui individuo (dopo averlo percorso il giorno dopo!) di essere troppo a sx ma non molto lontano dal canale giusto che punta una piatta e verticale parete rocciosa che chiude la vista vs l’alto. Seguendo l’app mi sposto nuovamente troppo a destra verso un pendio puntellato di sassi biancastri che sembrano un gregge immobile sul pendio e quindi torno vs sx dove mezz’ora dopo scatto una foto in cui sono molto vicino al canale che parte dalla Cengia Alta e che rappresenta la chiave segreta d’accesso ai pendii superiori dei Van delle Stornade (ma che oggi non riconosco, percorrendolo solo l’indomani!). Alle 15.20 fotografo un curioso assembramento di piccoli faggi nei pressi di una paretina marcata da un antro curiosamente a forma di parallelepipedo. Continuo a rovistare fra i pendii delle Stornade avanti e indietro, in su e in giù fin quando vento minuti più tardi, fotografo un nastrino biancorosso che ho appeso ad un mugo in corrispondenza di una roccia marcata d’arancione che gli sta proprio dietro (e che ritroverò il giorno dopo mentre scendo dalla cima con Marco!). Non mi arrendo e continuo ad esplorare i dintorni scattando foto a punti che potrebbero aiutarmi nell’orientamento e provando poi, tornato sulla Cengia Mediana, a risalire un non facile canale/cascata (II/II+) che parte sopra un evidente mugo disseccato e segnalato da un’ometto che non ricordo se prima avevo visto                                      ( probabilmente il canale da non risalire, ma che indica di lasciare la cengia per risalire il pendio erboso seguente…come lascia intendere Zio Mario nella sua relazione parlando però di mughi tagliati...). Io lo scalo e lo disarrampico trovandovi difficoltà superiori a quelle menzionate (nell’ipotesi fosse il canale che parte dalla Cengia Alta). Mentre scrivo vedo una foto scattata che ho intitolato mugo e canale che lascia intravedere a destra (direzione di percorrenza della cengia) il pendio erboso da risalire. Sono le 16.30, è tardi anche pensando alla gita di domani e devo tornare, accettando la sconfitta. Mi abbandono a fotografare l’orizzonte amiico di cime conosciute che mi restituiscono un poco dell’orientamento geografico completamente smarrito negli ultimi minuti. La Rocheta si eleva svelta e imponente ad anticipare Moschesin, Talvena e Schiara. Ritorno sui miei passi lungo la Cengia Mediana un poco preoccupato per il ritorno che ho segnalato bene ma non so se a sufficienza. Uno sguardo lungo che si apre sulla lontana Val Cordevole, mi mette nostalgia di casa e di tranquillità. Alle 17 sono nuovamente alla forcella dei Vanuz dove con piacere vedo uno dei miei nastrini segnalare l’imbuto di discesa. Non lo percorro stavolta direttamente ma resto sul lato sx orografico come da relazione di Zio Mario cercando di non perdere il punto della svolta a sx cosa che puntualmente faccio salvo poi risalire i metri fatti in più fino al ben segnalato(ora) bivio che mi reintroduce nel boschetto. Trovo dassubito provvidenziali i nastrini senza i quali mi sentirei davvero perduto in questi boschi e radure mugose sempre uguali a se stesse. Ammiro nelle luci calde della sera Coro Rocheta e Col Zaresin che si vestono con i loro abiti migliori e mi ritrovo al piattone roccioso e panoramico: ora dopo leggera risalita dovrò scendere la pala erbosa non segnalata fino al greto secco del torrente della Val Col dei Boi. Dopo qualche nastrino, mi blocco non vedendone altri e solo grazie alla traccia precedente del Garmin, riesco ad apportare le piccole modifiche di direzione che mi permettono con gioia infinita dopo dieci minuti di passione, di ritrovare un nastrino salvavita. Poi scendo dritto per dritto il pendio erboso fino a ritrovarmi sul fondo della Val Coi dei Boi ( h 18.15).                                      Mezz’ora dopo, e disarrampicato il facile saltino, mi fermo nel prato dell’impluvio a fare una piccola pausa alimentare per e distendere un poco i nervi tesi da tanto tempo a cercare direzioni che si nascondono. Le ombre si allungano ma sono più tranquillo perché sono sceso abbastanza veloce e non dovrò affrontare al buio l’ultimo tratto di percorso, cosa che un poco mi preoccupava per via dell’orientamento sempre complesso. Sono soddisfatto della giornata, ma continuo a pensare al collegamento fra le due cenge e al canale d’attacco dalla cengia Alta cghe non son riuscito a trovare. Ritrovo il bivio che avevo ben segnalato tra la Val Fratta che abbandono e la val Fagarè in cui m’inoltro svoltando a destra. Ora mi sento definitivamente arrivato perché mi basterà seguire il Sentiero dell’Acquedotto ampio e protetto, snodarsi fra le forre e le pareti della montagna. Alle 20 mi fermo con le braccia poggiate al parapetto metallico ad ammirare il grande diedro che sovrasta con le sue pareti lineari e regolari la forra verdeggiante della Val Fagarè dove l’acqua verde congiunge con un filo i vari laghetti che ne costituiscono le perle. Pochi passi e mi saluta il Burel di rosso vestito: che spettacolo incredibile sono i tramonti nelle Dolomiti. Emozioni incredibili e la voglia di gridare la tua gioia che trattieni solo perché turberebbe il silenzio assoluto in cui si compie il prodigio. Un quarto d’ora dopo scendo sul Sentiero degli Ospizi, ritrovo i miei scarponcini fradici e alle 20.30 sono a mollo nelle acque serali del Cordevole.  Che giornata incredibile! Grazie!                                    Dislivello 1700m., 20 km. Tornato a Caprile, quando mi levo i calzoni a mezza gamba, resto impressionato dalla quantità inverosimile di zecche che ho sull’interno di entrambe le cosce e sulle gambe esternamente ( credo vicino al centinaio!!). Non trovo pinzette e per mezz’ora me le strappo con le mani. Domani mi riprometto che metterò i calzoni lunghi!    Foto1 la traccia del percorso                                                                                                                              Foto 2  inizio canale erboso di collegamento tra Cengia Mediana e Cangia Alta                                                                                                       Foto 3 tratto alto del canale erboso di collegamento tra la Cengia Bassa e la Cengia Alta
                                                                                                                                                                                                       
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         <title>13/06/2026 - Vallone - p.so sardegnana - p.so aviasco [ panurge ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13717</link>
         <description>Ambiente super e temperature gradevoli. Saliti fino alla testata del vallone e preso l'ultimo canale che, sulla destra, porta in cresta tra torretta e corni. Raggiunto il p.so di sardegnana e poi quello di aviasco, rientro per la valle di frati.
 Utile uno spezzone da 25mt per farsi sicura su un passaggio non difficile ma molto esposto.
Vale e Giorgio.
p.s.: un saluto a Stefano che ha condiviso il tratto tecnico...

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         <title>31/05/2026 - Pioda di Crana 2430 m da Arvogno [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13716</link>
         <description>Questa montagna l'avevo nel mirino fin da ragazzino, vuoi perchè è uno dei simboli della bellissima val Vigezzo, e perchè era raggiungibile anche in treno da Milano. Poi il sogno è rimasto nel cassetto per anni. Il giorno precedente scendendo soddisfatto dal Cervandone, pensavo tra me e me perchè tornare a casa questa sera dopo aver fatto tanti Km per una sola uscita, a questa punto è riemersa dal fondo della memoria la Pioda. Salito a dormire ad Arvogno, sono partito prestissimo ( 5,30 ) l'indomani per godere della frescura mattutina, vista l'esposizione meridionale dell'itinerario alle 10 ero di ritorno. Montagna morfologicamente molto particolare, per quella immensa pioda poco inclinata che riveste il suo versante orientale è inoltre un balcone panoramico di assoluta bellezza, data la sua posizione isolata e decentrata rispetto alla cresta principale delle alpi. L'itinerario si svolge prima per bellissima faggeta attraversando numerosi alpeggi, poi per la panoramica cresta a tratti alquanto esposta. Poco sotto la vetta vi è un passaggio caratteristico che sormonta la parte finale della pioda sul suo espostissimo filo di cresta ( presente un cavo metallico per chi si sente meno sicuro ). Bellissima escursione in compagnia di ... me stesso.
Foto 1 L'itinerario
Foto 2 la cresta con la pioda che la fiancheggia
Foto 3 Il panorama ( parte ) dalla vetta</description>
      </item>
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         <title>24/05/2026 - Traversata Pes Gerna - Monte Masoni- Venina [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13715</link>
         <description>Classico giro ad anello da Carona, di indubbio impegno per dislivello complessivo e sviluppo, ma di grande soddisfazione. Le poche difficoltà tecniche si concentrano nel tratto tra Pes Gerna e Monte Masoni, più che altro l'esposizione di certi passaggi. Per chi non conosce la zona ( come il sottoscritto ) risulta di difficile individuazione il bivio da dove si stacca la traccia per il Pes Gerna dal sentiero principale della valSambuzza, vi sono due grossi ometti sul pianoro paludoso sulla destra ( salendo ) poco prima della baita a quota 1960m. La poca neve presente, che comunque dava un tocco più avventuroso era assolutamente portante anche fuori traccia, malgrado la caldazza. Gita assolutamente splendida per l'ampiezza dei panorami, un vero balcone sulle Retiche. Bellissima escursione in compagnia di me stesso.
Foto 1 Il tratto Gerna Masoni
Foto 2 Masoni- Venina 
Foto 3 Gruppo del Bernina</description>
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         <title>21/05/2026 - Corno Regismondo 1295 m da Lecco [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13714</link>
         <description>Partito dalla stazione FS alle 17.01, salita per il sentiero della Vergella, fino alla cappella, poi sentiero Silvia alla croce del San Martino 1090 , ore 18.13 poi salita al Regismondo 1295 m arrivo alle 18.36. Discesa su Lecco per il medesimo percorso evitando la Vergella, arrivo in stazione alle 19.45, giusto in tempo per il treno delle 20.01 per Milano Centrale.
Bella galoppata in compagnia di me stesso.</description>
      </item>
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         <title>17/05/2026 - Monte Muggio 1799m da Bellano [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13713</link>
         <description>Grande galoppata partendo dalla stazione FS di Bellano, tanto dislivello ma anche tanto sviluppo. Segnaletica sentieri assai approssimativa, quindi tanta improvvisazione. Balcone imperdibile su tutto l'alto Lario e i suoi monti. Bella escursione con Bob &quot; Fido &quot; Bottarga</description>
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         <title>20/04/2026 - Zimon de Terne [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13712</link>
         <description>Già tornando dallla disavventura sulla cresta Nord del Terne ieri sera, avevo proposto a Gio di tornarci per salirlo dalla via normale, e con quest’idea, mi alzo il giorno dopo. Sistemeremo la casetta (lavo per la prima volta credo in vita mia il pavimento che era segnato da impronte fangose!!!), la saluteremo e scenderemo vs Belluno già pronti per il viaggio di ritorno. E così alle 9.30 dell’11 04 2026 lasciamo caprile e come ieri ci dirigiamo alle Case Bortot (q.700), dove parcheggiamo. Alle 11.15 partimo dal park dato che Gio ha confermato l’intenzione di accompagnarmi ma il suo passo è affaticato, e nonostante neppure io al terzo giorno d’impegno consecutivo mi senta molto brillante, tende a restare indietro. Lo aspetto ma mi chiede le chiavi della macchina per tornare e gliele consegno. Mi spiace, mi sarebbe piaciuto salire insieme…ma del resto non camminiamo che da un quarto d’ora. Resto solo a guardare la piana di Belluno estendersi sotto il mio sguardo. Appare poi alla fine del sentiero la Pala alta che sembra incorniciata fra i prati e alla svolta si apre un bellissimo prato (Casei q.ta 1000, h 11.50) con panche per picnic e grandiosa vista sulla conca Bellunese. Chiamo Gio per dirgli di salire almeno fin qua…ma è già alla macchina. Svolto ripido a sx come da cartelli e in contro il Casot de Gorio, a cui naturalmente spedisco la foto. Entro poi in un bellissimo e ombroso bosco di abeti con grandi fioriture di primule e ne esco poi su sentieri di terra battuta che si fanno largo fra arbusti ed erbe gialle in un ambiente insolitamente prealpino. Grandi pendii di erbe gialle sotto un cielo azzurro scuro rendono l’incedere si faticoso ma anche sublime con grandiose viste sulle Pale e sui bei ricordi che ad esse mi legano. Una bellissima grigia e lucente placca calcarea che si specchia nel cielo sempre più blu, anticipa l’uscita sul grande mare giallo dei prati sommitali. Davanti a me, suturata al cielo la cresta che dovrò raggiungere per piegare poi a sinistra verso il cocuzzolo sommitale. Un mondo gialloblu. Ora sento la fatica della terza uscita consecutiva ma la dolcezza del paesaggio canta nenie e culla i miei quadricipiti che smetton di protestare e s’addormentan docili. Raggiungo la cresta, lo sguardo plana verso le creste successive del Viaz mostrando la testina verde del Sabioi e le sagome seghettate dei Pinei che precipitano urlando su Forcella Oderz. Un fruscio mi distrae dai sogni e sopra di me vedo planare suadente un aliante che fruscia come un uccello nell’aria: che spettacolo! Come non invidiare la leggerezza con cui si muove. A confronto mi sento un dinosauro. Lo seguo volteggiare leggero. Ora ai miei piedi fioriscono crocus in questa giornata di fatica e poesia e perfino la Gusela decide di mostrarsi alzando il velo di nubi con cui fino a poco fa copriva le sue bellezze. Affronto l’ultimo cocuzzolo che apre alla crestina finale dove un palo simile ad una cassetta delle poste, attende la fine delle mie fatiche. Lo tocco (q. 1794) alle 13.30 stanco ma felice su questa cima ampiamente panoramica e su cui veglia severo il fianco dirupato del Tiron con la sua cicatrice da scazzotate frequenti (alla Franck Ribery per chi sa di calcio). Divide anche la cresta del Viaz con a sinistra le Pale e a destra Sabioi Pinei e Burel. Oltre le Pale i Monti del Sole con grandiosa vista su Mont Alt, Cima Coraie e il Bus del Diaol. Poi do uno sguardo alla cimetta rischiosa salita ieri (q.1686) con Gio. Scoprirò poi da una relazione del solito insuperabile Zio Mario che era proprio la via giusta (Cresta Nord) per arrivare dove mi trovo ora da F.lla Mompiana. E’ ancora ampiamente innevata. Il Serva anticipa i monti del Friuli e oltre lo Schiara il Pelf sovrasta ma non nasconde il piccolo e terribile Sass del Mel che fra qualche giorno proverò a scalare con Sebe. Vedremo. Mi scatto qualche foto, sonnecchio brevemente, mangio qualcosina e un’ora dopo il mio arrivo plano anch’io dolcemente sui declivi d’erbe dorate seguendo la traccia del sentiero che come una serpe si snoda sui prati. Veramente bello, stile “Migogn”. Mi volto a salutare la cima che gialloneggia nel blu. Che spettacolo la vita! Ranuncoli e pietre abbracciate fra le radici di un enorme abete divelto riscaldano ancora i miei pensieri e arrivo così sulle assolate panche dei Casei a gustarmi nel silenzio l’ozio della piana di Belluno da cui non sale neanche un afflato.                                         Tutto tace e il cuore batte con l’Universo. Non me ne andrei ma Giona mi aspetta e la vita su questo pianeta è dettata dal tempo. Mi alzo e scendo. Un insolito tulipano mi saluta fra le sterpaglie, fuggito anche lui come me dal giardino in cui era stato pensato. Alle 15.45 abbraccio Giona e poi andiamo a salutare Mot e Miriam che in questo paradiso ci vivono.                                                                                                                                          Foto1    Tiron e Terne   Foto 2   Gialloblu     Foto 3    pancima</description>
      </item>
      <item>
         <title>20/04/2026 - Attorno al terne (tentativo da Nord) [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13711</link>
         <description>L’impresa (perché inaspettata) di ieri sulla Spirlonga, mi ha lasciato i segni della stanchezza ma anche della soddisfazione e allora non ho obiettivi immediati per oggi. Poi però al risveglio la magnifica giornata di sole mi ricarica immediatamente le batterie e provo a convincere Gio a fare un’uscita non lunga. Alla fine delle consultazioni scartando l’ipotesi della ciaspolata su neve che sarebbe piaciuta al figlio ( si sarebbe dovuto salire molto in quota) gli propongo una facile cima a sud e per renderla un pochino più tosta, saliremo dal versante Nord ( relazione Sani-Bristot) e scenderemo dal semplice versante sud dove i grandi pendii prativi, sono solcati dalla via normale. Partiamo dunque alle 10 del 10 04 2026 da Caprile in direzione Belluno. Dopo l’immancabile foto ai Monti del sole, scattata dalla località Ronch de Buos dove si estendono a fisarmonica in tutto il loro splendore ed isolamento che tanto li rende belli e selvaggi, inizio un report fotografico sui monti del Bellunese perché il versante a sud della cresta del Viaz lo conosco meno e non so neanche quale sia la nostra montagna. Scopro così a destra del Peron, il panettone erboso della Talvena (o piccola Talvena per distinguerla dalla più grande che sta a nord) e poi il Tiron diviso dal terne dal vaico di F.lla Mompiana oltre il quale appare la cresta dello Schiara con l’inconfondibile ago della Gusela. Tisoi, Bolzano Bellunese, deviazione a dx vs il mitico Gioz ( ti ricordi Nico, quando fummo recuperati a notte fonda dopo l’avventurosa discesa della Val Medon?) e risalita su angusta stradina verso le Case di Bortot a q.ta 700 dove parcheggiamo. Alle 11.30 prendiamo l’Alta Via delle Dolomiti in direzione del Rif. Vii° Alpini salvo poi abbandonarla mezz’ora dopo scartando a sx in direzione della F.lla di Mompiana (508). La vista progressivamente si allarga vs il gruppo dello Schiara-Pelf e Giona mi chiede delle gallerie che incidono il fianco del serva, dove passai in una gite per forre del Bellunese ai tempi del Covid. Raggiungiamo il valico del Col Forongol (q.1040, h 12.15) da cui col senno di poi si vedono bene il Zimon del Terne, la quota successiva e la q.ta 1686 che poche ore dopo avremmo inconsapevolmente scalato. Ancora più a destra, anche la F.lla Mompiana e il Tiron. Una lezione di geografia. Svalichiamo ed entriamo in un bellissimo bosco di abeti dove i giochi di luce mi regalano suggestive inquadrature su Giona che sale di buon passo e sulla meraviglia nella quale siamo immersi. La pendenza è costante e ripida, senza mollare mai e i nostri passi si equivalgono fino a quando a pochi metri dal passo, il bosco cede il passo a declivi pratii dorai che annunciano l’imminente Forcella dove ci rilassiamo finalmente un poco e apriamo gli zaini per il nostro pranzetto (q. 1670, h 13.30). Scatto una bella foto a Giona che guarda dalla forcella e poi dopo mangiato ci appisoliamo brevemente al sole. Poco dopo le 14 partiamo cercando d’intuire il prcorso verso il Terne dalle poche righe della relazione. Evito il primo spuntone che sale ripido dalla forcella traversandolo da sotto e raggiungendo una selletta con strapiombo dall’altro lato. Qua si vede un camminamento e lo seguo tagliando vs sx e trovandomi sotto quella che potrebbe essere la descritta paretina mista erbe e rocce di primo grado: oltre un tronchetto tagliato emerge dalla neve un cavetto d’acciaio che disotterro e comincio a seguire. Le rocce sono innevate e bagnate e sui passaggi un poco placcosi, ringrazio la presenza del cavetto che altrimenti non ci sarei salito perché comunque l’esposizione è sufficiente a non lasciar scampo in caso di scivolata. Dico a Gio di attendermi all’inizio del cavo e continuo a salire anche dove il cavetto sparisce nella neve, finchè arrivo ad un alberello dove dovrebbe essere collegato. Mi fermo sullo spiazzetto ancorandomi con le gambe nella neve e chiedo a Giona se se la sente di salire perché dopo sembra meglio. Mi risponde che ci prova e con cautela, piano piano mi raggiunge, nonostante il cavo sia abbastanza lasso e difficile da stringere nel gelo e nel bagnato. Ci sistemiamo sul piccolo spiazzo e gli chiedo se se la sente di arrrivare nel canalino nevoso che sale un poco meno inclinato e che mi sembra fattibile. Sale un gradino erboso e poi si ferma all’inizio del canale. Lo raggiungo, gli lascio il piccozzino e risalgo aiutandomi con le mani fra neve e roccette fino ad arrivare ad un mugo cui mi aggrappo. Faccio salire Giona lungo le mie peste, e poi lo faccio assicurare afferrandosi ai rametti del mugo. Poi da sotto lo proteggo un po' per l’ultimo passo che ci consegna alla cresta liberatoria. Non vedendo oltre gli dico di fermarsi e superatolo vado oltre in cresta. Ma fatti pochi passi capisco che non siamo nel posto giusto, ma su una cima secondaria cui ne segue un’altra e il Terne enorme è ancora più in là. Il primo pensiero è di spavento per dove mi son cacciato con giona, il secondo è quello di sgomento per dover chiamare l’elicottero in un posto così assurdo. Poi ritorno da Giona e gli dico che dobbiamo scendere perché avanti non si può andare. Mi risponde tranquillo e allora riprendo coraggio e analizzo la discesa che non sarà semplice ed un poco rischiosa. Ridiscendo al mughetto e vi faccio attaccare Giona quando arriva, poi scendo con le mani nella neve il canalino nevoso e mi attacco all’alberello da cui parte il cavo. Gio scende col piccozzino e mi raggiunge. Riparto, libero tutto il cavetto dalla neve con esito non del tutto positivo perché diventa molto più lasco e avverto dell’inconveniente Giona. Poi scendo tenendolo in mano la paretina: le mani nude fanno poca presa sul cavetto sottile e scivoloso e scendo con un poco di tensione perché non son certo in caso di scivolata, di riuscire ad arrestare la caduta. Comunque arrivo alla base della paretina e mi pianto nella neve ad attendere Gio che scende con prudenza ma tranquillo, senza mai farsi prender dalla paura. Bravo! Gli faccio i complimenti e affrontiamo l’ultimo passo delicato prima di arrivare sul quasi piano nevoso, fuori dai pericoli. Sgarruppiamo su terreno scomodo ma senza più problemi fino a tornare sul bel prato di Forcella Mompiana( h 16). Pochi minuti distesi e poi consultata la carta propongo a Gio di scendere dala Val Medon per non rifare la stessa strada dell’andata e completare il giro ad anello della montagna. Accetta e iniziamo a scendere subito attratti dall’enorme antro nella bella parete rocciosa a sx dove ci sono i resti in muratura a secco di un ricovero. Una goccia cade dall’alto della volta e produce un particolarissimo suono rimbalzando su una lamiera a terra. Divalliamo rapidamente, ammirando le grandi pareti rocciose di questo versante e la selletta precipite da cui siamo poco fa passati. Scendendo si vede bene il Terne abbastanza spostato rispetto alla cimetta da noi salita. Il bosco di faggi ci porta in basso fino al greto del Medon secco (h 16.50) che seguiamo per una decina di minuti salvo poi rientrare nel bosco in sinistra orografica. Maestosi mazzi di primule richiamano la mia attenzione e più avanti colgo Gio intento a liberarsi da qualche zecca molesta. Un quarto d’ora dopo troviamo un cartello Case Bortot all’altezza delle Case Colò (Case Medon sulle carte) che seguiamo con risalita nel bel bosco di abeti. Continuiamo il nostro periplo per portarci sul versante della montagna da cui siamo partiti e arriviamo all’ultima fatica di giornata e cioè la risalita di un centinaio di metri di dislivello per guadagnare la sommità del Col de Fontana da cui planiamo al parcheggio che raggiungiamo stanchi alle h 18. Bravo Gio, buon passo!.                                                                               Foto1 Gio scende dal canalino nevoso  Foto2   Gio disarrampica la paretina con cavetto Foto3   la q.ta 1686</description>
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         <title>15/04/2026 - La Spirlonga [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13709</link>
         <description>Salita al «gendarme del Monte Coro» che separa l’imbocco della Val Ru da Molin e della Val Vescovà, e la cui forma slanciata è ben visibile a chi percorre la Val Cordevole. Sani e Bristot, nel loro libro «SCHIARA TÀMER E SPIZ DI MEZZODÌ», iniziano la relazione sulla Spirlonga con «Cima indiavolata …» – non saprei definirla meglio. Per la prima volta da quando scrivo, uso la traccia scritta di che mi ha preceduto, il mitico Zio Mario (dopo avergli chiesto il permesso), e la integrerò con la mia esperienza personale.  Mi trovo in vacanza a Caprile per tre giorni e son salito alla casetta con Giona mio figlio del 2005. Oggi lui è rimasto a casa a studiare mentre io proverò a salire verso la Spirlonga per cominciare a familiarizzare con il percorso dal difficile orientamento in modo da non perdere tempo quando con un compagno effettuerò il tentativo decisivo. Non ho obiettivi particolari( non sono del resto neanche particolarmente allenato), non ho portato la corda e ho invece con me i ramponcini da neve e un picozzino che sono suggeriti dalle varie relazioni di chi mi ha preceduto.                                                                                                                                                         Da La Stanga all’attacco del canalone sud-est che scende dalla Forcella de la Spirlónga. Parcheggio qualche decina di metri prima del punto di partenza e con la coda dell’occhio alle mie spalle vedo già che Spirlonga e Coro, alti sopra di me, ni stanno osservando, mi stanno valutando. Si sono accorti prima loro della mia presenza con il loro istinto selvatico. Imbocco il sentiero CAI 502 che parte a fianco del Ristorante Bar alla Stanga (q.430), direttamente dalla SR203, alle 10.15 del 09 02 2026 e tramide ripido tratturo arrivo facilmente in una decina di minuti, sotto un’antenna telefonica, al bivio tra i sentieri per la Val de Piero e la Val Ru da Molin. Si va a sx per la Val Ru da Molin opportunamente segnalata da un vecchio cartello in latta rosso inchiodato ad un faggio. Si sale comodamente in direzione nord con l’esposizione che aumenta verso il fondo della Val Cordevole. C’è un breve tratto che si può definire di “vera cengia” su solido camminamento “strettino” e poi si svolta a destra per entrare in Val Ru da Molin. Sotto i piedi, un baratro impensabile fino a qualche minuto prima e fanno piacere gli alberelli che fanno quasi da guard-rail. Il sentiero continua strettino e oltrepassa il fianco con i “Cógoi de le Procuratíe” (Piero Rossi, parete di rocce rossastre) e supero anche la visibile deviazione a dx del sentierino che sale verso il Colon di costa bramosa salito l’ottobre scorso. Incomprensibili segni blu hanno macchiato le rocce di questo tratto e perfino imbrattato con spruzzate dello stesso colore le erbe. Boh?? E bah!! Poi dopo aver attraversato, s’inizia a scendere per arrivare all’attraversamento del torrente di fronte a un gran covolo con muretti a secco a destra e bellissime polle di acqua verde blu smeraldina a sx (anelli di calata da canyoning).      Dall’altro lato il sentiero prende un po’ quota con uno strappetto e poi traversa fino all’imbocco del canalone che scende dalla Forcella de la Spirlónga (q.700, h 11.15) All’imbocco del canalone c’è una scritta «SPIRLONGA» in vernice rossa con freccia che indica la direzione vs l’alto.                                                                                                                        Salita alla Forcella de la Spirlónga dalla Val Ru da Molín : Dopo i primissimi metri gli ometti fanno uscire dal fondo del canalone verso sinistra (ma si può proseguire benissimo anche lungo il canalone stesso!) per salire in bosco non troppo fitto dove si trovano anche rami tagliati. Di passaggio bellissime viste sul Burel che campeggia in fondo alla valle Ru da Molin che abbiamo abbandonato svoltando a sx nel canalone.                  Si rientra nel fondo del canalone per un buon tratto facile e divertente, fino a un gran roccione nerastro dove ho visto un bollo rosso con freccia che rimanda a sinistra ancora nel fianco boschivo (h 11.50).                                                       Dopo qualche facile svolta il sentierino entra nel ripido e affronta una ripida pala erbosa che arriva su una sella con dirupo dall’altro lato. Qui si svolta a destra con il camminamento che segue la schiena della sella in piano e poi va su in decisa salita. In alto già la Cima della Spirlonga e fra i rami il canalone che sale impercorribile fino alla Forcella della Spirlonga. La vista spazia ancora verso lo spigolo Sudovest del Burel anticipato dalla gobba erbosa del Colon del Forzelon dove son salito ad ottobre. Si arriva poi ad un punto chiave, per l’orientamento, soprattutto in discesa. Il sentierino svolta a destra passando sotto un larice abbattuto con tutti i rami tagliati (tagli veri di segnalazione), e prosegue un tratto con passaggi stretti ed esposti stile viàz. Poi svolta a sinistra per risalire un crinale quasi in campo aperto, e facendosi guidare dagli ometti si scende nuovamente al fondo del canalone principale ( h 12. 15).  In breve si arriva sotto un’alta fascia di rocce nere che anticipa la serie finale non superabile di salti di fondo del canalone. All’inizio delle rocce nerastre sulla destra c’è un ometto che indica la traccia di uscita, che sale decisa per un tratto (ho visto anche un paio di bolli rossi qui) e poi piega a destra per attraversare un canale-vallone boschivo secondario. Poi ometti e rami tagliati fanno salire nel bosco in diagonale fino ad un’evidente bancata, ma non bisogna prenderla e proseguire in piano (qua sono salito smarrendo la retta via).  Bisogna seguire le segnalazioni varie che ora, in leggera discesa, portano all’imbocco di una bella cornice di cengia anticipata da un passaggino un poco esposto valutato nelle varie guide di I°+ (roccia solida comunque, leggera aderenza). Dalla bella e facile cengia bellissima la vista sul dirimpetto valico del Forzelon che si apre fra i fianchi boscosi dei Colon del Forzelon e di quello di Costa Bramosa. Oltre Pala Bassa e Alta mi salutano come si conviene fra vecchi amici. Un albero sinuoso che ondeggia piegandosi sul terreno e una bella pala erbosa, mi introducono nel bosco dell’area della Fratta del Santo, con tracce multiple di animali che un po’ confondono ed è meglio stare concentrati sugli ometti e rami tagliati per non perdere tempo. Inizio ad utilizzare le mie striscette biancorosse da cantiere perché l’orientamento non è spesso immediato e temo soprattutto il ritorno. Bella vista verso ovest in direzione dei Monti del Sole e della triade Palazza, Mont Alt, Croda Bianca, fiancheggiate dalle Stornade. A un certo punto bisogna svoltare con tornantone verso sinistra e verso l’alto per imboccare la bancata finale in direzione della Forcella de la Spirlónga. Tutte le guide segnalano una freccia rossa alla svolta, ma la freccia (un po’ … strana come forma) non è molto visibile per chi sale perché sta all’interno del tornantone e dopo un paio di ometti che già hanno dato la direzione giusta. Si trova un pioccolo antro con la scritta in vernice rossa Ave. La bancata finale inizia con un facile «vero sentiero» in rada vegetazione varia, e poi rientra in bosco più coprente dove il camminamento a terra diventa a tratti labile, con le solite «false tracce» degli animali.  Gli ometti ci sono, e anche qui bisogna stare attenti per non perdere tempo. Si arriva così al finale più tecnico e delicato: la bancata si interrompe contro una fascia rocciosa che precipita in basso sormontata da una striscia di «erbe appese». “Siccome mi sono sembrate abbastanza continue e compatte (e molto appese) ho deciso di provarci calzando i ramponcini.” Mi fermo ad osservare ciò che vedo e a calzare, fidandomi di quanto detto nella relazione, i ramponcini e a impugnare il piccozzino. Sono le 14, sono un poco stanco ma tranquillo e parto sereno, deciso a questo punto ad arrivare almeno in Forcella. Gli alberelli presenti sono troppo distanziati per un’assicurazione continua, e bisogna fare qualche piccolo cambio di livello sulla traccia che, anche se non sembra all’inizio, è continua nella sua ristrettezza ed esposizione.  La valutazione di Sani e Bristot è un I° grado superiore equivalente. La traversata non mi impegna mentalmente, gli appoggi per i piedi sono sufficienti e il picccozzino che pianto nella terra , mi restituisce la sicurezza che comunque non mi viene mai a mancare. Arrivo accanto a un grosso faggio solitario dove ho trovato un cordino con moschettone: può sembrare un «rudimentale rinvio» e se si va in gruppo è meglio attrezzarselo da soli per bene.  Seguendo un ramo tagliato si risale una roccetta (discesa delicata qui al rientro) per entrare nel bosco «rassicurante» da cui si scende in breve alla Forcella de la Spirlónga (q. 1430, h14.30). L’arrivo è ostruito da un grosso faggio abbattuto, alla cui base non ho trovato il barattolo di vetro con piccolo quaderno delle firme di via di cui parla invece Mario nella sua relazione. Dice di aver guardato solo la prima pagina, con prima firma del 2013 e seconda del 2015: non una grande frequentazione tenendo conto che non è facile accorgersi del barattolo. Il vallo è largo pochi centimetri e lungo circa un metro: forcellino mi parrebbe termine più appropriato!                                                                                                                                                                                         Salita finale alla Spirlonga dalla Forcella de la Spirlónga : Zio Mario, ammonisce che bisogna andar piano e seguire i molti rami tagliati (ometti pochi): senza mai perderli&amp;#10071; Proverò a salire un poco e poi tornerò. Alle mie spalle visioni fantastiche sugli spalti del Coro con la vista che salendo si fa spazio a nord vs lo spuntone del Zest di Vescovà e i Tamer.Dalla forcella si sale diretti nel bosco coprente raggiungendo in breve un gran roccione-gendarme che si supera alla sua dx. Poi si entra nel «territorio dei mughi» e qui bisogna avere l’occhio per  “semplicemente” seguire i rami tagliati nella ripida e contorta traccia fino ad una roccia che si lascia a dx ed una successiva fascia rocciosa dove invece si piega a dx per una diagonale meno ripida e si arriva in una allungata schiarita prativa che io trovo innevata. Ho perso più volte la traccia nel tratto sotto e più volte mi son detto…ora torno ma poi vedevo il mugo tagliato occhieggiare ed invitarmi al proseguio. Anche qua, anche ora dopo aver risalito l’erta pratova ed innevata, non so più dove andare e lotto nell’intrigo dei mughi senza vedere i tagli. Basta mi dico. Poi invece ritrovo taglio e traccia a sx del culmine prativo. Rientro dunque a sx fra i mughi dove la traccia ridiventa più visibile fin sotto la fascia rocciosa dell’anticima. È un tratto lunghetto, assai contorto con passaggi tra i mughi a volte strettini, ma si passa sempre in mezzo ai rami senza salirci sopra: in vari punti ci si tira su anche di forza! Ho pensato più volte salendoad ogni incertezza di orientamento di fermarmi, poi di provare ad arrivare fino al tratto chiave essendomi tornate le energie e quindi di rimpiangere infine di non aver portato uno spezzone di corda, che mai avrei pensato di salire così tanto. Uso molto le fascette da cantiere che appendo un poco ovunque!              Al punto di arrivo sotto la fascia rocciosa dell’anticima ho trovato un ometto e un grosso ramo tagliato spostato alla sua dx. Sono andato a dx entrando in una bella e facile conca in bosco coprente. Risalendo la conca si passa appena sotto la forcella che divide il corpo roccioso dell’anticima dal corpo roccioso della cima. Non me ne sono neanche accorto preso dalla fretta e dall’ansia del ritardo e mi son trovato sull’anticima salvo poi accorgermi della cima oltre il forcellino alle mie spalle. Fantastico comunque punto di osservazione sul tratto finale. Ho scattato una foto molto istruttiva, le rocce appaiono piuttosto verticali e severe e sono poi sceso per farmi un’idea del passaggio finale. Arrivo così sotto il passaggio chiave di questa «via normale». Sani e Bristot scrivono «fessura di una decina di metri di III inf.»; Mason scrive «2 metri di III grado»; Piero Rossi scrive «strapiombetto di un paio di metri (IV)»; ecc.  Sono le 15.30 e il cuore mi batte forte in petto perché non mi sembra nulla di impossibile e mi viene la tentazione di salire fino in cima. Effettivamente, sono una decina di metri dove, si arriva al tratto chiave di 2-3 metri con i piedi su appoggi sporchi di terra. Fattibile se ben asciutto. Ho trovato un cordino agganciato al mugo che sta in testata dell’intaglio e sono salito di slancio, equilibrandomi con questo. Salgo deciso e senza timori però con un pensiero che mi rimbalza in testa: “ma da qui poi riesco a scendere?” Da sopra l’intaglio si sta appena a sx della crestina rocciosa con percorso obbligato che passa per una mini-cengetta solida ma molto stretta e molto esposta: c’è un ometto e Sani e Bristot qui valutano un II° grado (evidentemente orizzontale). Poi si attraversa un canalino con ingresso e uscita «storti», e dopo un paio di passi di I° grado si arriva in vetta senza difficoltà(q.1600, h 15.459. Apoteosi improvvisa perché salgo ansioso e veloce e quando tutto spiana, quando non ho più l’orizzonte chiuso dalle rocce davanti al mio naso, mi prende un’emozione intesa. NE E’ VALSA LA PENA! Il mondo si apre davanti ai miei occhi che recuperano lo spazio libero che gli era stato negato nelle ultime ore. Cielo e il Celo che cattura subito la mia attenzione. So di essere in ritardo ed inizio coi selfie e con la ripresa (anche video) dell’immenso panorama. Il solco della Val Cordevole si fa largo nel suo slancio verso la Val Belluna fra le creste del Viaz dei Camorz e dei  Camorzieri a sx e i monti del Sole a dx, e poi in senso orario, il gruppo dell’Agner, le Pale di San lucano e dietro il Celo, la marmolada e il Civetta fino ad arrivare ai Tamer, alla Talvena, al vicino Coro che chiude il cerchio ripassando dallo Schiara e dal Burel che si riunisce alle creste del Viaz tramite la Forcella Oderz. Immenso. Mi fermo proprio pochi minuti perché temo il ritorno e il buio visto che ho lasciato a casa la frontale. Molto utili gli ultimi rami tagliati per imboccare la corretta direzione al momento di scendere anche se mi calo con l’ansia di sbagliare direzione perché sono salito a rotta di collo.  Mi getto in discesa quasi fossi braccato e quando arrivo sul pulpito con cresta molto ripida ed esposta davanti a me e mi giro indietro in preda ai dubbi, vedo a sx la provvidenziale fettuccia da cui cala il cordino usato per la risalita. Lo afferro, mi calo, non ho equilibrio e un appiglio per la mano dx che cerca raspando fra le rocce. Mi riattacco un poco spaventato al cordino e provo a studiare il passaggio. Trovo un approdo sicuro per la mano dx, mollo la sicurezza e con un piccolo passo d’equilbrio, scendo sotto il tratto quasi verticale. Lo guardo e lo fotografo compiaciuto. E’ fatta, sono le 16…non mi resta che scendere il più velocemente possibile! Scendo veloce, ben guidato dai miei segnalini e alle 16.30 sono alla Forcella. Ora l’ultimo tratto delicato della traversata in placca e poi le difficoltà tecniche saranno finite. Faccio un poco di fatica in più a seguire il filo nel ritorno ma cmq un quarto d’ora dopo la guardo alle mie spalle ormai risuperata. Alle 17.30 ho riattraversato il boschetto inselvatichito della Fratta del santo e recuperato il fondo del canalone. Mezz’ora dopo sono alla selletta e mi butto in discesa lungo l’inclinata pala erbosa dove non ho lasciato segnalini. Nel tratto boschivo successivo, mi perdo e dopo vari tentativi decido di scendere ad occhio verso il canalone che è sotto di me. Mi sposto vs sx per evitare di andare sul versante della Val Ru da Molin a destra del bivio con il canale stesso. E’ la scelta giusta perché dopo un poco di apprensione, atterro un centinaio di metri sopra il bivio e scendo facilmente al masso con la scritta rossa Spirlonga (q.700, h 18.30). Sono salvo e non passerò la notte nel bosco (avevo mandato messaggio a Giona di non preoccuparsi di questa eventualità) anche perché non avevo calcolato visto il recente cambio dell’ora, di avere un’ora di luce in più). Riguado il Ru da Molin e alle 19.30 questa fantastica giornata mi fa dono della parete ovest della Pala Alta illuminata d’arancione dal sole che le dà il bacio della buonanotte. Mamma mia che giornatona, che sorpresa, non avrei mai pensato di potercela fare così, quasi per caso al primo colpo. Ora torno da Gio che prepara la pasta . Slurp!!                           Foto1 la palcca erbosa    foto2  la cima dall’anticima    foto 3   cresta finale dopo il passo chiave</description>
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         <title>14/04/2026 - Passo dei Campelli e di Valsellazzo [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13708</link>
         <description>Situazioni casalinghe e mancanza di imput e compagni mi portano ad un letargo invernale e finalmente decido di porre fine alla letargia con un’uscita un poco improvvisata. Sto sentendo Sebe in questi giorni e allora decido di mettere un po’ di allenamento nelle gambe. Giovedì 26 03 26 libero e rispolvero il progetto di salire sul Telenek un po’ perché possibile da sud, un po’ perché ci avevo già pensato altri inverni e un po’ perché è una zona sconosciuta. Ho fatto notte e il giorno dopo ho dormito poco e in più una riunione che si allunga mi porta ad andare a letto all’1.00. non punto nenche la sveglia perché sono stanchissimo ed è solo alle 8 che mi sveglio e decido di onorare la fatica fatta ieri nei preparativi. Dopo aver salutato Dani m’infilo in macchina alla volta del Passo del Vivione da cui intendo scendere per percorrere la Valle del Sellero. Le previsioni davano tempo discreto in miglioramento e vento forte. Coincide solo la seconda. Trovo per strada un cartello con l’indicazione Passo Vivione Chiuso ma sembra fisso e non lo considero. Attraverso Schilpario e inizio la stradina che sale verso il Passo ma è sbarrata già ai Fondi. Mi blocco, saltano i miei piani e guardo quanto ci vuole per salire al passo dall’altra parte ma dovrei guidare per un’ora e mezza e oltretutto Maps dice che è chiusa anche da la. Mi rassegno a salire verso il Passo dei Campelli e magari dirigermi verso la Cima dei Ladrinai che più volte avevamo pensato di fare con David quando per il 29 10 gli regalavo una gita per i monti.  Parto e la strada diventa subito coperta di ghiaccio..non mi aspettavo la neve così in basso..prospettiva errata dovuta al tempo primaverile in bassa padana e al fatto che questa stradina, non viene probabilmente mai pulita non essendo di viabilità importante. Parto che sono quasi le 13 e salgo lungo l’asfalto ricoperto di ghiaccio duro e scivoloso cercando nel bosco tutte le scorciatoie possibili. Il vento è forte e so che minerà il mio entusiasmo più in alto ma cerco di non pensarci e di considerare il mio incedere come un allenamento. Passo dal bel pianoro dove è eretta la Madonnina dei Campelli ( h14) e poco oltre inizia ad esserci neve in cui affondo. Sono investito da forti raffiche e mi vien voglia di mollare. Decido invece di proseguire e con le dita gelate dal vento che turbina mi infilo le ghette e calzo le ciaspe. A fatica ma ci riesco (quanto tempo che non le mettevo… un poco per lo scialpinismo, un poco per i canali e un poco perché cercavo itinerari privi di neve…) e riparto felice. Che bella sensazione quella di galleggiare sulla neve morbida. Mi alzo di quota e la bufera spazza ogni cosa buttandomi in viso e negli occhi cristalli di neve gelata. Ma che senso ha salire ancora mi chiedo? Ma mi sorprendo a resistere per avere almeno un punto raggiunto e allora dico che fino ai Campelli non mollerò. La strada sale docile e regolare e mi abituo al disagio del vento. Arrivo al Passo ( h 15, q.1900) per buttare un’occhio verso la scura piramide dell’Adamello e l’altro in direzione del lungo traverso tante volte percorso verso il Passo di Baione: visione sconsolante perché c’è tantissima neve e non troverei neppure la traccia da seguire. Faccio qualche passo e decido di tornare anche se mi spiace terminare così presto, però almeno 700 mt. di dislivello, li ho fatti.                                  Accontentiamoci come prima uscita stagionale. Scendo, mi fermo al riparo di un masso per togliere le ciaspe e mangiar cracker. Non ho nulla da bere ma neanche sete. Riprendo a scendere e trovo un cartello con scritto Fondi che punta il bosco. Ci vado per cambiare percorso anche se troverò più neve ma scendendo dovrebbe dimunuire. Arrivo poi al bivio verso il Passo del Valsellazzo e l’indicazione Bivacco DonGiulio Corini. Nuovo, qualche anno fa non c’era  e ricordo che un volta non avevo neppure trovato il sentiero per salire o scendere al passo mentre mettevo insieme i pezzi per la grande Transcalve.                         E’ tardi per salire, rischio di scendere col buio ma rimetto le ciaspe e nonostante l’immediata reazione di fatica  per l’inversione di marcia decido di procedere. Sono stanco, il passo alto e lontano oltre un ripido nevoso ma voglio almeno arrivarci sotto. Inizio il ripido e mi rendo conto che la roccia che vedevo al Passo, è in realta la lamiera del bivacco e la sua vista attira le mie energie. Salgo, fatico, la neve è alta ma le ciaspe tengono e inesorabilmente mi avvicino fino a decidere di resistere fino alla fine. Il pendio è sui 35/40° un po’ al limite per le cispe ma la neve non così dura da esser pericolosa. Sono ormai alto quando noto uno scarponcino nella neve e viro per raggiungerlo. In realta è una pedula North Face nuova di pacca e del n° 44. La raccolgo, me la lego a fatica allo zaino e riparto per le ultime decine di metri con la pendenza che si accentua e mi obbliga a puntare le mani nella neve per aiutare la risalita. Raggiungo il bivacco ( q. 2000, h 17.15) e raffiche violentissime mi spostano facendomi perdere l’equilibrio. Cerco vanamente riparo addosso alle pareti e un accesso che non trovo. Giro i 4 lati ma non capisco e mi trovo schiacciato nel sottotetto. Fatico a respirare liberamente e la neve sbattendomi violentemente contro, mi brucia il viso scoperto. Mi spavento un poco pensando se dovesse andare avanti così per molto. Mi butto a caso senza vederci dal pendio laterale ghiacciato di una parete e atterro alla sua fine. Devo scappare via e m’impongo di non farmi prendere dal panico: con gesti controllati tolgo i guanti trattenendoli per non farmeli portar via da Eolo infuriato e riuscire a levarmi le ciaspe. Noto sorpreso e a metà tra lo spaventato e il divertito che il vento solleva le ciaspe e me le butta contro la lamiera del bivacco: incredibile! Le ripongo nello zaino, rimetto i guanti e mi preparo a scendere: le neve non era dura e dovrei riuscire con gli scarponi senza problemi ad affondare per avere un poco di sicurezza visto la pendenza della discesa. Mi butto barcollante ma senza paura…mi vengono in mente tutti i racconti sugli Inuit che sto leggendo. Scendo veloce sperando che la bufera cessi d’intensità e passo 5 minuti brutti poi decido di fare qualche foto ma il vento non si fissa nelle immagini. In compenso il panorama davanti a me riflette una strana luce e scatto un paio di foto verso le montagne che sognavo di salire oggi e su cui tornerò quando la neve se ne sarà un poco andata: Venerocolo, Colombaro e Sellero mentre non si vede il Telenek. A destra sopra il passo Campelli i noti Campione  e Campioncino mentre all’estrema sinistra una cavalcata già fatta: Tre Confini, Gleno e Strinato. Ormai il peggio è passato anche se la macchinetta fotografica s’impiastra di ghiaccio immediatamente e faccio l’ultimo scatto verso il passo dove perfino ad occhio si vede che la tempesta impazza ancora. Mi butto verso valle più sereno e alle 18 sono al bivio da cui tornerò verso i Fondi. Mi faccio un autoscatto sorridendo come un sopravissuto e solo vedendomi a casa noto la neve ghiacciata sulla barba e sulle sopracciglia. Ora per placido sentiero caracollo dolcemente verso casa traversando qualche bella radura dove la neve prendendo il colore della sera riporta la pace e l’armonia nel mio cuore. Che bello! Transito da Malga Lifretto bassa, dalle belle casette in pietra dei Fondi che riposano disabitate alla luce arancione di un lampione che dona un tono suggestivo e alle 19 sono davanti alla mia auto.                                                                                                                                     Foto1  Panorama dal Cimon della Bagozza al Passo del Valsellazzo Foto2 al riparo della bufera                                          Foto 3 foto estiva: non trovavo la porta perché era sotto la neve!</description>
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         <title>12/04/2026 - Piz Tri [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13706</link>
         <description> Approfitto del we con famiglia in campeggio a Edolo per salire su questa cima che ancora mi mancava, ovviamente a piedi. Dal campeggio mi alzo 300m di quota in auto per 10min, fino a Presamasco. Poi proseguo su tratti di sentiero alternati a strade sterrate, lungo un piacevolissimo percorso incontrando baite, aree pic nic, sculture di legno, trincee, fino al laghetto del Piz Tri, ancora ghiacciato. Proseguo su bel sentiero fino al pendio finale sul versante sud. Fin qui incontro qualche tratto ancora con neve, fortunatamente le &quot;peste&quot; mi permettono di non sfondare. Il pendio finale invece è sgombro di neve. Nonostante il cielo velato il panorama dalla vetta è stupendo. Scendo i primi 250m lungo il percorso di salita; poi devio a dx scendendo dal versante sud lungo una comoda stradina prima erbosa poi sterrata. Infine alternando sentieri a stradine, arrivo al parcheggio più alto (area pic nic) e in 10minuti al Passo di Fletta, dove mio marito, in giro con la bici, mi ha portato l'auto! Un giro solitario molto bello, per me nuovo!
Il giro si può anche compiere in senso inverso al mio, ma a mio parere così è migliore e la discesa è quasi tutta su comoda stradina erbosa e/o sterrata.
Partecipanti: sola.

FOTO 1: Poco dopo aver superato il laghetto, il tratto di sentiero che porta sui pendii finali del Piz Tri.
FOTO 2: Ultimi metri prima della croce di vetta.
FOTO 3: La discesa dal versante sud.</description>
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         <title>11/04/2026 - Monte Baldo (Cima Valdritta ) da Avio [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13707</link>
         <description>Gita bellissima ma dallo sviluppo infinito, elementare sino alla cresta sommitale, traversi molto ripidi e delicati per raggiungere le cima , perlomeno nelle condizioni attuali ( neve poco portante ). Seguito integralmente il segnavia 652 che risale una profonda e suggestiva forra, per uscire poi in terreno più aperto con bellissime faggete e ridenti pascoli, intersecata la strada che sale da malga Novezza sale più ripido, quindi lo si abbandona al bivio ( con indicazioni per Cima Valdritta ) si inerpica poi per ripido costone sino alla cresta sommitale, da qui lungo e delicato traverso per raggiungere l'impennata che deposita sulla cima. Panorama assolutamente di primordine, con il lago di Garda 2000 sotto.
Bellissima escursione con Helene</description>
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         <title>06/04/2026 - Cima di Bani, Monte Zanetti, Monte Zulino [ Zeno ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13710</link>
         <description>È una riunione di amici ormai di vecchia data (i leù) quella che riusciamo a fare per il lunedì di Pasquetta. Decidiamo di camminare lungo la panoramicissima e selvaggia cresta che divide la Valcanale dalla Val Sanguigno. Io l’avevo frequentata più volte da entrambi i versanti ma non l’avevo mai percorsa in maniera continuativa.
Lasciamo l’auto lungo la strada della Valcanale al bivio per Bani e raggiungiamo a piedi l’ameno paesino. Da lì per bel sentiero arriviamo alla Cima di Bani dove mangiamo e ci concediamo un po’ di riposo. Mentre siamo sdraiati al sole come ruminanti arrivano Milva e suo marito che si sorprendono di vedere tanta gente così abbioccata sulla vetta. Facciamo amicizia e proseguiamo insieme per il resto del giro che passa per il Monte di Zanetti e il Monte Zulino. 
La vista è grandiosa, spiccano i monti Secco e Fop ancora innevati su cui rivediamo e ricordiamo le varie vie percorse negli anni. Dalla forcella di Zulino, ormai stanchi e contenti, scendiamo a Valcanale e quindi alle auto.

Buona Pasqua a tutti e… mòla mia, leù!</description>
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         <title>29/03/2026 - Castell'Ermo per il sentiero dei Giganti da Cisano sul Neva [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13705</link>
         <description>Bellissima escursione a cavallo fra le valli Aroscia e Pennavaria, nel primo entroterra di Albenga, ottimi panorami sulla costa ( si vedeva in maniera nitida la Corsica) e le alpi Liguri. La variante del sentiero dei Giganti presenta un notevole interesse geologico e paesaggistico, dando quel tocco avventuroso alla gita. Partiti Conscente siamo saliti alla Rocca Livernà ( con i resti del forte ), da li abbiamo seguito fedelmente il crinale sino a scavalcare la Quota 867 dopo vari saliscendi. Dalla successiva insellatura erbosa 831m parte sulla destra versante Val Pennavaria il sentiero dei Giganti ( segnavia pallini rossi e blu ) che con esile traccia costeggia  tutto il versante Nord del Monte Nero 981m , si risale poi alla Colla di Curenna 900m. Da qui per sentiero volgendo a ds si raggiunge prima la chiesetta di San Calogero 1015m e con un'ultimo strappo la vetta del Castell'Ermo 1094. Si ritorna alla colla di Curenna e per sentiero sul crinale si raggiunge e si scavalca prima la vetta del Monte Nero 981m poi il Monte Pendjno 923m raggiungendo la sella 831m . Invece di seguire il crinale per comoda sterrata si aggira a meridione la quota 867m sino a ritornare sul crinale che si segue fino al colle sottostate la Rocca Liverà, si aggira quindi il suo versante sud per sterrata riguadagnando il ripido sentiero che scende a Conscente. Discreto anche lo sviluppo almeno 22 km. Bellissima gita con Helene.</description>
      </item>
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         <title>23/03/2026 - Magnodeno 1241m + Cresta della Giumenta [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13704</link>
         <description>Partiti dalla stazione ferroviaria di Lecco Maggianico, ( i segnavia partono sul piazzale antistante la stazione ) saliti per il sentiero 929 , molto panoramico sulla cresta nel tratto finale che precede la vetta del Magnodeno. Traversato al passo del Fò per la divertentissima e panoramica Cresta della Giumenta, quindi discesa al pizzale di partenza della funivia di Erna transitando del rifugio Stoppani. Rientro a Lecco in autostop, grazie ad una simpatica coppia di ragazzi. Bellissima escursione con Helene</description>
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         <title>01/03/2026 - FERRATA DELLE CASCATE - NOVALESA-  [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13702</link>
         <description>Bella ferrata in ambiente super.
Attrezzatura tutta in ordine.
Qualche corto tratto bagnato nella seconda parte ma che non disturba la salita.

Torno volentieri a salirla con gli amici Stefano e Matteo che non l’avevano ancora percorsa.
Mattina grigia ma temperatura ok.
Varie relazioni in rete</description>
      </item>
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         <title>01/03/2026 - Monte Cazzola 2330m dall'Alpe Devero [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13701</link>
         <description>Oggi bella ciaspolata ( per me un'esordio ) in quel del Devero, ritorno per la seconda volta dopo 35 anni. L'Ambiente assolutamente stupendo dell'alpe Devero impreziosisce qualsiasi escursione. La salita al monte Cazzola non presente alcuna difficoltà tecnica , ma si svolge in un piacevole ambiente montano, prima per bel lariceto poi per pendii aperti si raggiunge questa piccola ma popolare cima. E da li si capisce il motivo di questo successo, un panorama mozzafiato su questo saliente delle Lepontine . Bellissima escursione con Helene e tutto il gruppo do Davide.</description>
      </item>
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         <title>14/02/2026 - Traversata del colle di La Cou 1374m [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13700</link>
         <description>Giornata dal meteo decisamente ostile, partiti da Bard 320m sulla SS26 saliti per mulattiera e strada ad Albard 650, pregevole nucleo di case in pietra posto in un luogo di grande fascino, quindi per mulattiera molto caratteristica sino al colle di La Cou , transitando per la frazione di Verale 1215m. Pioggia sino a 1000m di quota poi nevischio. Discesa sul versante opposto sino a Machaby su comoda mulattiera, poi discesa diretta sulla statale per il sentiero attrezzato che costeggia la parete della Corma di Machaby, a tratti insidioso per via della pioggia caduta il mattino. Bellissima escursione con Helene</description>
      </item>
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         <title>08/02/2026 - CORNI DI CANZO ( OCCIDENTALE ) [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13698</link>
         <description>Sempre una bella sgambata in posti a noi cari.
Saliti per la Colma e la Forcella dei Corni.
Neve solo nell’ultima parte prima della vetta, dove bisogna prestare la dovuta attenzione nella salita del canalino.
Sentieri molto fangosi per la pioggia della notte.
Scesi poi per sentiero 1 , più diretto.
Bella mattina con gli amici Stefano , Teo e Gigi.
</description>
      </item>
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         <title>07/02/2026 - Traversata integrale Corni di Canzo [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13699</link>
         <description>Partenza da Civate , salita al Cornizzolo1240 transitando per San Pietro al Monte, traversata per cresta in successione al Monte Rai 1259m , Monte Prasanto 1244m discesa alla Colma di Canzo 1000m, risalita al Corno Occ. di Canzo 1375m, discesa alla bocchetta di Sambrosoera 1110m transitando dal Rif. SEV, indi risalita al Monte Moregallo 1276m discesa finale su Valmadrera passando per il Sasso di Preguda 647 m. Dislivello positivo complessivo 1750m sviluppo 23 km. Bellissima escursione in compagnia di Helene. </description>
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         <title>22/01/2026 - Val Cordevole (storia di una diga quasi mai costruita) [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13697</link>
         <description>La Val Cordevole, situata in provincia di Belluno, si apre alla destra orografica della Valbelluna tra i comuni di Sospirolo e Sedico. Risalendola a partire dalla confluenza con la valle citata, si sviluppa verso nord attraverso i territori dei comuni di Rivamonte Agordino, La Valle Agordina, Agordo, Taibon Agordino, Cencenighe Agordino, San Tomaso Agordino, Alleghe e Rocca Pietore. A monte del lago di Alleghe piega gradualmente verso ovest e tocca i comuni di Colle Santa Lucia e Livinallongo del Col di Lana. L'alta val Cordevole, comprendente questi ultimi due comuni, è anche chiamata valle di Livinallongo o valle di Fodóm, ed è una delle cinque valli ladine. Termina in corrispondenza del passo Pordoi, che la mette in comunicazione con la val di Fassa. Il Cordevole nasce da una serie di ruscelli e piccole cascate che sgorgano nei pressi del Passo Pordoi, a quota 2237 metri. Fin dai suoi primi metri, la sua forza è evidente, alimentata dallo scioglimento delle nevi e dalle precipitazioni. Le sue acque, inizialmente cristalline e impetuose, scendono a valle attraverso gole strette e suggestive, scavando incessantemente la roccia dolomitica.                          La valle è molto antica, e solca la catena delle Dolomiti Bellunesi. E’ un sistema ambientale complesso, alla cui evoluzione morfologica hanno concorso i ghiacciai, i corsi d'acqua, i processi di degradazione (frane ed erosioni) e la corrosione carsica. Essa è fiancheggiata da un sistema di vallette laterali e di forre, alcune chiaramente impostate lungo importanti faglie (Val di Piero, Val Vescovà, Val Pegolera) ed è un “canale” di collegamento tra Dolomiti e Prealpi. Il modellamento glaciale, operato dall’antico ghiacciaio vallivo del Cordevole durante l’era glaciale, è riconoscibile per la forma blandamente a U del profilo trasversale (fondovalle relativamente ampio e fianchi ripidi, spesso rupestri). Particolarmente suggestivo è il segmento tra La Stanga e i Castei, che assume l’aspetto di una gola profondamente incisa nelle rocce stratificate in banchi suborizzontali della Dolomia Principale (canyon carsico). Con brevi digressioni dalla strada provinciale è possibile esplorare microambienti molto suggestivi e interessanti:                                                                (a) La cascata della Val di Piero, alto salto d’acqua in un ambiente orrido di forra. (b) Il conoide torrentizio di Agre, ampia superficie prativa costituita da un ventaglio di alluvioni ghiaiose, deposte dal T. Pegolera                      (c) La forra all’imbocco della Val Pegolera e le marmitte presenti sul fondo, “vasche” scavate sugli strati rocciosi della Dolomia Principale dai moti vorticosi dell’acqua e dei detriti trasportati durante le piene. Prima di Caprile entra nel corso principale il Torrente Fiorentina, mentre al termine del paese, vi entra la Pettorina. Pochi metri dopo risalendone il corso svolta a sinistra e s’infila in una stretta valle dai fianchi molto alti e ripidi dove negli anni 60 era iniziata la costruzione della diga di Caprile (o di Digonera) che doveva costituire l’impianto di testa del torrente Cordevole. Le acque del serbatoio sarebbero andate ad alimentare la centrale idroelettrica di Saviner, alimentata ora dalle acque che scendono dal dal Fedaia.             La sua costruzione è stata interrotta dopo la frana del Vajont (1963) quando era già stato gettato il tampone alla base e le spalle. La gente del posto, preoccupata che si potesse ripetere anche lì una tragedia analoga, si è costituita in comitato ed ha iniziato a protestare, finché il Presidente della Repubblica, ha firmato un decreto che bloccava i lavori. Tutto è rimasto nel limbo fino a pochi anni fa, quando l’Enel e la Provincia di Belluno si sono accordati definitivamente per bloccare la realizzazione dell’opera. Bisogna anche dire che su tutto il versante in dx idrografica, ovvero ciò che sarebbe stata la sponda orientale dell’invaso, è stato sfruttato per centinaia di anni per l’estrazione mineraria. Nel medioevo dalle miniere del monte Pore si estraeva ferro molto ricercato in tutta Europa per le sue qualità. Oltre alle caratteristiche meccaniche della roccia c’erano quindi anche altri problemi notevoli che sconsigliavano l’utilizzo del sito anche se la conformazione del terreno era ideale: valle stretta e profonda. Questo pezzo di valle reso impercorribile nel suo sviluppo dalla gettata di cemento della base della diga alta una decina di metri me l’aveva fatta conoscere senz’altro mio padre che là ci portava a curiosare e a bere alla fonte dell’acqua solforosa che si trovava qualche centinaio di metri prima del muro. Diventò presto nella mia preadolescenza una sorta di luogo magico (perché non vi andava che pochissima gente fino all’acqua solforosa e quasi nessuno fino alla diga) in cui isolarsi e immaginare avventure. Una sorta di parco giochi ad uso personale. Del resto c’erano ai miei occhi tantissime attrattive: l’isolamento, il fiume, le grotte, i resti dei lavori e di qualche casetta, gallerie alte sui fianchi da raggiungere. Ci andai negli anni da solo, con Greg, con la compagnia serale di Caprile quando facemmo uno scherzo cattivo a Gianluca detto “macina”, con Rossella. Con Gregorio guardavamo spesso col naso all’insù i buchi delle gallerie dei condotti di scarico che passavano a sinistra alti sulla montagna, ma, credo per fortuna non trovammo mai il tempo o l’ardire per provare a raggiungerli. Un giorno ci andai da solo e come al solito l’obiettivo era quello di provare a superare i fianchi per poi accedere all’altro lato del muro. Salii a destra e in mezzo a sfasciumi rocciosi, corde metalliche e pezzi di legno mi alzavo delicatamente verso l’alto cercando di non far partire come una valanga il cumulo di materiali che calpestavo e che scivolava per la pendenza ben accentuata sotto i miei piedi precipitando poi fragorosamente oltre il muro verticale roccioso che avevo superato per arrivare sul pendio laterale. Ad un certo punto, scivolai e iniziai la mia lenta discesa verso il basso ma prima di acquistare troppa velocità, vidi e riuscii ad afferrare con la mano sinistra un cavo metallico che per fortuna era incastrato da qualche parte e rallentò e poi frenò la mia caduta. Fermo, steso, avevo il cuore che batteva a mille e paura che il cavo a cui mi ero attaccato precipitasse a sua volta. Non successe e con calma e terrore cercai di riguadagnare la posizione eretta. Continuare vs l’alto, era fuori discussione e con molta attenzione iniziai a scendere fra gli sfasciumi e tornare a terra sano e salvo, solo un poco sgarbellato. Ma che paura! Infatti non raccontai niente a casa per evitare di preoccupare i miei o peggio che m’impedissero di andare in giro da solo come da poco avevo iniziato a fare con mia grande gioia. Ero libero. Un giorno con Gregorio ci portammo delle corde e provammo a salire sul lato sinistro che era servito anche da una scaletta cui si poteva accedere scavalcando un cancelletto: riuscimmo senza troppi problemi a salire in aderenza il pendio liscio di cemento che dal basso sembrava molto più verticale e ad accorgerci che i cordoli in cemento che scendevano verso il centro della diga non erano così distanti da rendere impossibile la traversata. Con Gregorio che mi teneva la corda, passai da uno all’altro dei pioli sopra il vuoto che incombeva sotto e raggiunsi con un urlo di gioia il colmo della diga. Ce l’avevamo fatta! Imparammo presto a non aver bisogno della corda e prendendo confidenza, raggiungevamo facilmente e senza correr pericoli il ciglio della diga che formava dall’altra parte un grande laghetto che si stendeva sotto i nostri piedi.                    Armati di fili e lenza, talvolta ci pescammo pure delle trote che abboccavano voraci ed ingenue non avendo certo mai visto dei pescatori che pure non eravamo. E quante volte mi arrampicai fino al foro della galleria di scarico per entrarci ma non riuscire mai a uscire dall’altra parte perché ad un certo punto il cordolo di passaggio terminava e la furia delle acque impediva di camminare sul fondo del grande manufatto in cemento. Poi crescendo, come non ricordare le estati passate sul greto a prendere il sole e nelle giornate più calde a farci il bagno. E poi l’agosto 1987, quando conosciuta Rossella la portai alla mia spiaggia preferita e con gli occhi che brillavano di luce e futuro, ci scambiammo il primo bacio che sapeva più di addio che di inizio. Ma quanta dolcezza e tenerezza portò fra noi che ce lo scambiammo. Lei era impegnata ed io troppo libero per essere chiuso in una relazione che sapeva più d’estate che di anni. E di quando le dissi: “domani parto” e il vento della Val Cordevole portava già lontano il sapore del suo ultimo bacio. Ci tornai sempre anche una volta cresciuto ma non più in cerca di avventure ma semplicemente come si torna in un santuario, un luogo sacro dove hai passato e speso con gioia tanti momenti della tua vita. Luoghi d’energia dove il tuo presente si riconnette al passato e legge il futuro in quell’unicum che è la tua vita.               Poi iniziai a portarci i bimbi per vedere la cascata in estate (ai tempi dei racconti precedenti l’acqua non cadeva dal colmo, ma veniva fatta uscire dalla condotta laterale…), pensata per una questione estetica e che d’inverno gelava completamente creando incredibili cavolfiori di ghiaccio dovuti agli spruzzi e ai rimbalzi dell’acqua che cadeva. In una galleria a lato li portavo sempre a vedere le stalattiti e le stalagmiti di ghiaccio che si creavano e loro impazzivano a raccoglierle per farci le spade e i denti e poi le portavano a casa dei nonni dove venivano custodite al gelo sul balcone e resistevano diversi giorni.                                                     Un giorno dell’estate 2009, il 28/07, al pomeriggio mi viene in mente di provare a trovare la strada che un tempo scendeva nella Val Cordevole partendo dalla strada che ci passa un centinaio di metri sopra, toccando Digonera. La trovo inerbata e dopo aver parcheggiato dopo le gallerie, e prima del paese, inizio a scendere con Armin e David facendoci spazio a fatica fra la vegetazione. Troviamo ribes rossi bellissimi e buonissimi poi una galleria in parte ricoperta dai franamenti dove fotografiamo un ragno enorme. Mi sembra di ricordare che però dovemmo risalire e poi scendere nuovamente attraverso un altro sentierino che stavolta ci portò sul greto. Incontrammo un rudere e poi una casa molto bella e grande costruita in pietra con ancora l’indirizzo civico 41 e proseguendo in destra orografica dopo una svolta, vedemmo le mura della diga anticipate dal laghetto verde. Guadammo il torrente per portarci sul greto più ampio di sinistra dove i bimbi si misero a giocare con acqua e sassi e io a far foto ai gamberetti di fiume molto numerosi. Tirammo sera a lanciar sassi e poi rincasammo. Il 02/01/2013 ci tornai con David e Giona di ritorno da una salita al Col de la Foia e arrivandoci dal sentiero che supera Sot Crepaz in un inverno gelidissimo e trovando enormi ghiaccioli e fioriture di ghiaccio sotto la cascata che divertirono moltissimo i bimbi. E ancora nel maggio del 2021 tornando con Zeno dalla campagna fallita al Bus del Diaol lo portai a vedere i Sassoni e la valle della mia infanzia ma il ponte che permetteva di oltrepassare il Cordevole era stato spazzato via dalla furia di una piena improvvisa e forse (essendo solo pedonale, ma ci si passava pure in auto!) non sarà neppure ricostruito consegnando il fondo della valle ad un quasi totale isolamento. Era freddo e c’era molta acqua per cui decidemmo di non guadare e gli proposi di salre a vedere dall’alto, anche per fargli intuire le proporzioni dell’immenso bacino che avrebbero voluto realizzare. Fu quasi per caso che appena oltre la galleria, attirò la mia attenzione una rete bucata. Parcheggiato appena oltre ci tornammo, passammo attraverso il foro e trovammo un sentierino che proseguiva oltre nelle erbe, superammo un ponte di tronchetti ormai marci e un poco pericolosi per approdare incredibilmente sulla  spalla alta della diga, quasi 100 metri sopra il livello del fiume che piccolo scorreva e cadeva dalla cascata laggiù. Non essendoci parapetti, avvicinarsi al bordo del manufatto, mette veramente i brividi. Un panorama e una visione grandiosa che lasciava intuire dove sarebbe arrivato il pelo dell’acqua e che affascinò sia me che Zeno attentissimo alla morfologia rocciosa e che trovò diverse stratificazioni molto interessanti. Volgendo lo sguardo ad Ovest invece la Parete delle Pareti ammiccava riempiendo il cielo oltre il Col de la Foia.  Foto1     prima della diga      Foto2 oltre la diga      Foto3  diga dall’alto</description>
      </item>
      <item>
         <title>15/01/2026 - Campioncino - Campelli [ Minali Pietro ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13696</link>
         <description>Vista la scarsità di neve alla partenza, opto per una passeggiata a piedi e lascio gli sci in macchina. La strada è scarsamente innevata, solo dal rif. Bagozza sarebbe possibile l'utilizzo degli sci. Innevamento da 10 a 30 cm. Raggiungo la dorsale del m. Campioncino fino a quota 2050 senza arrivare in vetta in quanto avvolta da fittissima nebbia /nuvole e scendo al rif. Campioncino 
Utilizzo i ramponi per evitare scivolate sulla strada ghiacciata.
F1 Ora sono grande NÏF F2 Panorama, passo e dislivello  F3 Al rifugio 
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      </item>
      <item>
         <title>11/01/2026 - MONTE BARONE  [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13695</link>
         <description>Bellissima escursione invernale.
Meteo e panorama dalla vetta TOP.
Condizioni ottime con neve portante e super traccia.
Prima del rifugio alcuni brevi tratti ghiacciati.
Alle condizioni attuali servono solo ramponcini.

Con gli amici Gigi, Teo e Stefano.
Consigliata 
Numerose le relazioni del percorso in rete.
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      </item>
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         <title>10/01/2026 - Pizzo Baciamorti (bike&amp;hike) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13694</link>
         <description>Viste le condizioni nevose, il vento previsto e le velature del cielo, oggi opto per un giro solitario con la MTB. Lasciata l'auto a Pizzino (da qui per salire a Quindicina ci sarebbe la macchinetta con pagamento di 2euro), parto con un bel -4°, anche se la salita a Quindicina mi scalda subito. Poi seguo la strada che a tratti presenta neve dura o ghiaccio, ma salgo cmq bene. Dal rif. Battisti prendo il sentiero che porta alla Bocchetta di Regadur, ma fin qui spingo quasi sempre la bici, o per i brevi tratti ripidi o per ghiaccio (al ritorno terrò i ramponcini anche con la bici). Lascio la bici alla piccola baita Regina alla bocchetta (1830m) e, messi i ramponcini, mi avvio verso l'Aralalta e il Pzo Baciamorti. Anche il cielo si apre e il sole mi scalda un po', offrendomi un bello spettacolo. Tornata alla bocchetta, un po' in sella e un po' a spinta ripercorro il sentiero fino al rif. Battisti, poi la divertente piana ben innevata che in breve mi porta al rif. Gherardi (chiuso). Veloce spuntino e poi giù per la divertentissima discesa sempre in sella, anche nei tratti un po' ghiacciati nessun problema. Poi veloce fino a Pizzino, alla macchina. Con condizioni così, soddisfazione e divertimento più che con gli sci!
Partecipanti: sola.

FOTO 1: Poco prima del rif. Battisti. In rosso, la bocchetta di Regadur dove lascerò la MTB e, tutto a dx, Aralalta e Baciamorti.
FOTO 2: Dalla vetta del Baciamorti, sguardo sul percorso di salita.
FOTO 3: Inizio della discesa in bici dalla bocchetta Regadur.</description>
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         <title>31/12/2025 - giretto di fine anno in grignetta [ giasti03 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13693</link>
         <description>ultimo giro dell'anno per muovere un pò le gambe, giretto di qualche ora
ramponi utili ma non indispensabili, per sicurezza abbiamo portato un pò di materiale che non abbiamo usato
classifico il giretto come F se qualcuno non esperto vuole farlo.
col socio Gerry
foto 1 finalmente neve
foto 2 il rosa all'orizzonte
foto 3 alla salute</description>
      </item>
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         <title>31/12/2025 - San Simone - Giro ex piste [ Minali Pietro ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13692</link>
         <description>Partiamo io e Luca con l'intenzione di salire alla cima di Lemma per consacrare il 2025 anno impegnativo nei miei confronti, ora è al termine e si spera sempre in meglio. Il ghiaccio sul sentiero, se pur senza neve, mi spinge a non proseguire, ed a cambiare itinerario. Opto per il giro delle piste. La neve ha uno spessore inaspettato, si arriva a 60 /80 centimetri in zone poco esposte, ma anche sui versanti a sud sopra i 1800 metri la neve è abbondante (parola grossa). Comunque polvere. Ispirazione per una notturna il 3 gennaio con la luna del Lupo . super luna piena. Buon anno a tutti, escursionisti e Scialpinisti. Montanari TUTTI. AUGURI buon 2026
F1 temperatura al parcheggio ore 8 F2 Io e Luca con Rotondo sullo sfondo F3 Faccione al vertice della seggiovia m.2040</description>
      </item>
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         <title>28/12/2025 - due volte vs l'Aviolo (2020) [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13690</link>
         <description>Scrivo di queste due tentativi di scalata che sono stati derubricati ad escursionismo visto che la roccia non l’abbiamo mai trovata nel primo e tastata nel secondo, ad anni di distanza nel 2025 sorprendendomi di non averne scritto niente…probabilmente per l’infruttuosità dei risultati. Poi cerco del tentativo primario fatto anni ancora prima con Nicola ma non trovo nulla e neanche le foto (cosa questa molto strana….) e allora lo contatto per sapere se lui ha qualche traccia. Di quel tentativo lontano, ricordo solo che la rischiammo nonostante il meteo che dava al brutto con temporali pomeridiani e che quando provammo a d attaccare il diedro iniziale, iniziò a piovere bagnando tutta la roccia e costringendoci al ritiro. Disfammo e mettemmo via tutto il materiale di arrampicata e Nico sfogò la sua rabbia (…e io un poco lo aiutai…) buttando giù da una zona friabile blocchi enormi di pietrame che ruzzolavano fragorosamente coprendo il rimbombo delle nostre risate a crepapelle. Quanto ridere quel giorno!                                                                                                      Dunque nell’autunno del 2020 propongo ad Armin di provare a fare questa salita che è un bel mix tra scalata ed arrampicata con difficoltà che si attestano attorno al 4° grado massimo. Partiamo da Crema il 30 09 2020 prima di arrivare ad Edolo mi fermo a fotografare la piramide della nostra montagna salire con uno spigolo a cielo direttamente dal Passo Gallinera che penso sia il punto di partenza della nostra via. Alle 9.30 fotografo Armin infreddolito e pronto a partire in direzione di Malga Stein che raggiungiamo poco più di mezz’ora dopo uscendo dal buio e dal freddo del bosco per essere accolti dalla luce di una radiosa giornata e dalla temperatura che si è alzata costringendoci a togliere un po' di coperture. La malga ci accoglie addormentata e non la svegliamo mentree si gode il tepore dei primi raggi di sole che la accarezzano e fanno brillare il prato verde sul quale è costruita. I gestori dormono e passiamo oltre scendendo di nuovo nell’ombra della bassa val Gallinera. Alle 11.15 fotografo e mostro ad Armin la parete omicida in direzione sinistra vs il Roccia Baitone che scaricò addosso a me e Nico tonnellate di neve dalle quali ci salvammo per una pura coincidenza temporale: ora è smaltata di ghiaccio e lievemente innevata, senza i clamorosi seracchi che si formeranno nella stagione invernale, pronti a scendere rovinosamente a valle durante la primavera. Si distinguono benissimo i canaloni che la solcano e che accoglieranno la neve per trattenerla e poi liberarsene improvvisamente. Noi saliamo dritti verso il Passo (e la sopra dominante Punta Gallinera) e la luce che lo illumina. Ora in pieno sole i contrafforti dell’Aviolo ci stanno proprio sopra splendenti e illuminati sotto il cielo azzurro. Poi si vede il giallo bivacco Festa e inizia la rampa erta per raggiungerlo, cosa che però noi non facciamo preferendogli il poco discosto passo dove arriviamo che son quasi le 12.30. Iniziamo a salire lungo la cresta ignorando di essere dalla parte completamente opposta della montagna. Ero convinto che lo Spigolo delle Capre fosse la cresta che partiva dal Passo Gallinera e che con andamento abbastanza retto arrivava in cima! Bello il panorama che si apre sulle tetre, gelate e buie pareti dei Baitone (Roccia e Corno) che proseguono nella cresta praticamente rettilinea verso i Corni di Valrabbia. E che contrasto col sole che si attorciglia fra i fili d’erba che invece noi calpestiamo. Non trovando, logicamente, l’attacco, ci spostiamo dalla cresta verso sinistra sperando di andare a raggiungerlo e cominciamo un difficoltoso muoversi in traverso su loppe abbastanza inclinate e quindi scomode da traversare. Progressivamente la vista offre un’ottima visuale del Bivacco appollaiato sopra la valle che poi traversammo per giungere con Nico all’attacco del seracco della Via Chiaudano e che ora è visibilissimo proprio davanti a noi. Ma basta coi ricordi e continuiamo a traversare in cerca della nostra via o di tracce che portino ad essa. Si succedono le scarpate e sappiamo ormai che la giornata ha un intento solo esplorativo, vista l’ora ormai tarda. Alle 14.45 appaiono l’ Aviolo e la sua anticima: comprendiamo appieno e ora con certezza definitiva di essere proprio sul versante opposto della montagna, totalmente fuoristrada e allora non resta che da tornare sui nostri passi. Guardo arnin perdere quota e mi dispiace soprattutto per lui di averlo fatto camminare inutilmente senza il piacere di arrampicare che era per lui la molla decisionale. Evabbè. Torniamo rapidamente al bivacco per linea retta anziché rasenti alle pareti e poco dopo le 15 ci concediamo al suo interno una piccola pausa con le finestrelle che danno sul muro verde che scendemmo in doppia notturna con Nico. Poi scendiamo, riguadagniamo il circo alto della Val Gallinera, fotografo Armin vicino ad un abete con una circonferenza enorme e alle 17 risalendo dal bosco, riguadagniamo il sole a malga Stein dove ad attenderci c’è la mamma straniera di due incredibilmente biondi e bellissimi bimbi cui chiedo il permesso di una foto ricordo. Scambiamo due chiacchere anche col compagno e ci mostrano la cucciolata di 7 cani appena nati. Mezz’ora più tardi salutiamo e scendiamo e alle 18.30 siamo all’auto dove troviamo i cartelli e il sentiero che dovremo fare la prossima volta. Evidente..e in direzione evidentemente opposta. Oggi è andata così ma la giornata è stata comunque stupenda e bellissima. Grazie Armin.   
Con Armin vista la disfatta sentieristica del precedente tentativo, cerchiamo subito di rifarci anche per anticipare l’autunno avanzato e la possibilità di nevicate che seppelliscano la nostra via e ce la riconsegnino solo per la primavera. Ma è solo tre settimane dopo che riusciamo ad organizzarci e quindi a ripartire in direzione Edolo per il 20 10 2020. Partiamo nel giorno giovane padano e c’è ancora buio alle 7.10 quando lasciamo il parcheggio sopra Edolo imbacuccati e con in testa le frontali. Poco dopo il cielo è chiaro e lattiginoso quando camminiamo su pietre circondati da larici in veste autunnale. Il bosco è uno spettacolo di larici dorati e la neve in alto ricopre le rocce. Lontano in un cielo dall’altra parte, albeggia e poco dopo oltre le punte degli abeti emerge la parte superiore della nostra montagna, clamorosamente imbiancata. Visione non proprio incoraggiante. Oltre colli bruni e ancora adombrati la luce arancione del primo sole colora le nevi della Vetta di Ron, delle Cime di Vicima e del Pizzo Painale. Noi intanto saliamo e vediamo ora che è tutta la parete della montagna ad essere spolverata di neve fino alla sua base. Pensieri pessimisti per la nostra intenzione di arrampicare. Avanziamo ora (h 8) in un grande macereto di sassi avvolti dall’ombra fredda e persistente di questo vallone da percorrere fino al nostro obiettivo, mentre alle spalle illuminato ora spunta anche il Pizzo Scalino. L’ambiente è gelido, nessun suono se non lo scricchiolare lieve dei nostri scarponi sulla neve che lentamente cresce di centimetro in centimetro fino a diventare quasi coprente. Alle 9.40, un grosso masso ci sbarra la strada e segnala l’incrocio con il sentiero che attraverso il Passo della Foppa, sale da Malga Stain. Saliamo ora più decisi verso le bastionate dell’Aviolo e alle nostre spalle ilo panorama si allarga decisamente con il solco della Valtellina che divide le Orobie a sinistra ( si distinguono bene Telenek, Recastello,Strinato, Torena, Coca Scotes e Rodes) da Ligoncio Corni Bruciati e Disgrazia che stanno a destra. Alle 10.30 raggiungiamo l’evidente diedro che segnala l’attacco della via e che è intonso di neve e fotografo Armin vicino al cordino che spunta dalla neve a indicare la prima sosta. Bisognerebbe fare la via con ramponi e piccozza evenienza per la quale non abbiamo materiale e forse neanche le capacità. Questa montagna non ci vuole dico ad Armin e intanto mi viene in mente che però potremmo provare a salirla dalla via normale. Provo a convincerlo dicendo che non dovremmo metterci tanto e che saliremmo leggeri lasciando giù gli zaini con il materiale d’arrampicata che tanto per il freddo, abbiamo già tutto addosso. Sotto di noi un bel crinale nevoso lascia intravedere erbe gialle e dorate sull’altro suo versante regalandoci un poco di luce e colore e un contrasto cromatico stupefacente. Più lontano ammicca il Pizzo Camino (preceduto dall’amico Sossino) con la cresta che degrada verso il Moren. Armin si fa convincere e alle 11 dopo aver mangiato qualcosa, esser scesi verso il canale roccioso e innevato da salire per la via normale, e depositato il materiale, cominciamo nuovamente ad alzarci. E’ ripido per cui non c’ è molta neve e saliamo abbastanza agevolmente con bellissima vista sull’erto spigolo che avremmo dovuto salire. Usciamo su un’ampia dorsale ancora scarsamente innevata un quarto d’ora dopo con la cima ora alla nostra sinistra. Pochi passi e un bel sentierino innevato ci conduce ad una curiosa bocchetta custodita da un pinnacolo roccioso e che da sul vuoto che si affaccia verso il gruppo del Disgrazia e quello del Bernina. Ancora più a Nord, Tremila Svizzeri: Piz Ot, Albris e la bella piramide del Languard. Davanti a noi la cima e l’anticima dell’Aviolo ancora lontane oltre il termine della dorsale. Prima di ripartire ci facciamo un selfie che chiameremo passato e futuro, visti i protagonisti. Tutta la catena delle Orobie davanti a noi dalla Presolana al Pizzo di Rodes e a sinistra vs la Valcamonica: Pizzo Camino, Bagozza e Concarena. Riprendiamo a salire verso le rocce seguendo la pista lasciata in discesa da un camoscio sciatore nella coltre ormai alta 10 centimetri. Alle 12.30 siamo da tempo ormai nella neve che ci arriva quasi alla vita e c’è da affrontare un traverso che considero pericoloso per la ripidità e l’esposizione e con Armin non me la sento proprio di affrontarlo. Siamo proprio sotto la cima ma avanzare senza ramponi e picche è troppo pericoloso e allora a malincuore, bagnati e abbacchiati, invertiamo la direzione e puntiamo verso la neve al sole che ci attende più in basso. Il sole ci raggiunge con il suo calore per la prima volta nella giornata e alle 13 siamo nuovamente alla bocchetta innominata. Giochi di luci ed ombre sulla cresta del Passo di Foppa e disceso il canalone, ritorniamo nella conca alla base dell’Aviolo che ora brilla illuminato in un ambiente decisamente meno tetro rispetto a qualche ora fa. Dall’alto ammiriamo meglio il grande macereto che abbiamo affrontato salendo e che ora dovremo riattraversare.  Ora con la luce i larici splendono e scatto qualche bella foto alle loro capigliature colorate che indorano le montagne. Salutiamo la grande parete dell’Aviolo che ora splende in tutta la sua maestosità e ci rinfiliamo nel bosco di larici che all’andata nell’ombra così bello non pareva. Raggiunta la bella radura Pozzuolo dove sorge l’area picnic, mezz’oretta dopo quasi alle 16 facciamo ritorno all’auto dove in bella vista posano la Scima de Saoseo e la Cima Viola. Dai Armin, vedrai che ce la faremo la prossima volta!                                                                                                                              Foto1  Armin vs Aviolo dal Passo Gallinera  Foto2    Aviolo invernale Foto3   la parete Ovest dell’Aviolo


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      </item>
      <item>
         <title>27/12/2025 - Rif.Gnutti [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13691</link>
         <description>Alle 15 siamo a ponte del guat, o meglio, a 10 min a piedi perche la strada è innevata stretta e senza protezioni, quindi pir avendo le catene defidiamo di fermarci prima.

L' innevamento è scarso fino alle scale del miller, dove inizano ad esserci 15cm. Arriviamo alla piana sopra alle scale con le ultime luci del giorno che ci permettono di ammirare il paesaggio e, soprattutto, realizzare che sui pendii in ombra c e gia parecchia neve (al contrario erba sui pendii solivi). Qui l innvevamento aumenta, sembra che tutta la neve dell'adamello sia stata riportata qui !
Con la stessa velocita realizziamo che aver lasciato a casa le ciaspole è stato un grosso errore.

Battiamo traccia alla luce delle frontali nella neve alta e farinosa affindando spesso fino al ginocchio (30cm con accumuli fino a 50) raggiungendo lninvernale dello gnutti alle 18 circa. 3 ore circa oer un tragitto che normalmente ne richiederebbe 1.40

Il programma era di cercare del misto vicino alla terzulli, ma se anche la via fosse stata in condizioni sicuramente l'avvicinamento non lo è. Stanchi e demoralizzati decidiamo di scendere.
Passiamo una fredda notte in bivacco (ben attrezzato con materassi e coperte) e verso le 5.45 di mattina ci incanminiamo verso valle.

Con Mattia 

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      </item>
      <item>
         <title>14/12/2025 - Colon di Costa Bramosa [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13689</link>
         <description>Giorno terzo del mio triduo alpino ( 6/12/2025) e anche oggi mi alzo indeciso sul da farsi e con motivazioni ondivaghe perturbate anche dal fatto che non vorrei tornare tardi (da programma svanito c’era una cena...) per proporre a Dani di uscire. C’ è tutta la casa da sistemare e mi oriento su un facile giro sul Peron, aggiungendogli la discesa dalla cresta nord. Poi invece mentre scendo verso valle e aver visto il sole sorgere dal Civetta un’iniezione di entusiasmo mi porta a scegliere di tornare ancora in val Ru da Molin per salire sulla cima dirimpetto a quella su cui son stato ieri. L’altro Colon, due mammelloni apparentemente innocui ma che danno risalto e dividono i profondi solchi della val del Piero e della val Ru da Molin. Parto alle 10 da Caprile e te quarti d’ora dopo salgo il solito sentierino dietro La Stanga, per virare dieci minuti dopo all’antenna a sinistra in direzione val Ru da Molin come certifica un vecchio cartellino in latta rosso inchiodato ad un abete. Ripida salita e poi la grandiosa esposta ma facile cengia sul burrone e inizio a pensare dove potrà mai essere la deviazione a destra per salire verso il Colon: ci son passato davanti diverse volte da marzo in poi e non me ne sono mai accorto! Controllo attentamente la relazione e trovo il tratto di sentiero franato, poi un secondo valloncello oltre una parete rossastra e poi vedo il costone erboso oltre il quale dovrebbe iniziare la fantomatica traccia inerbata. Lo supero e dopo 20/30 m circa eccola senza dubbio apparire a destra abbastanza evidente da farsi vedere ma non notare da un occhio disinteressato. Un tronco di larice la taglia e tocca oltrepassarlo ma soprattutto dopo circa 10 mt si nota un ometto.                        Son partito mezz’ora fa e inizio subito a salire sulla buona traccia che a tornanti affronta la pala erbosa avvicinandosi ad una grigia fascia rocciosa a sinistra. Spirlonga e Coro filtrano il loro sguardo fra i fitti rami del bosco e sembrano domandarmi dove diavolo io stia andando ad impelegarmi mentre loro attendono assolati nel cielo azzurro e caldo. Ci sono ometti e arrivo velocemente al greto secco descritto oltre il quale dopo pochi metri si torna a sx per una nuova pala erbosa e nuovi tornanti su sentiero insolitamente ampio e segnalato da parecchi ometti. Salgo quindi sicuro e mi accosto laddove il sentiero piega vs sx a degli strapiombi rocciosi che seguo fino ad un antro nella roccia, ricovero di boscaioli o cacciatori (h12). Gli ometti continuano ad indicare la via fino circa a quota 1000 e riesco a seguire le morbide curve della traccia finchè spariscono del tutto e seguo la via dritta verso il cielo che appare non appare lontano fra gli alberelli di faggio che crescono su quello che sembra una sorta di costone d’arrivo. Costruisco ometti per un poco poi abbandono l’idea perché mi rallenta troppo questa attività edile. Contemplo la meraviglia della pinna di squalo dell’Agner apparsa improvvisa oltre i boschi dei monti del Sole che uniscono le Antène al Col Pizzon: brilla di nevi al sole. Sembra proprio voler essere ammirata e mostrare la sua superiore bellezza. Alle 12.45 termino le mie fatiche e arrivo al colletto puntellato di piccoli faggi e con grande visione sull’altro versante (Val del Piero) dove spiccano la Pala Alta e la sua Cima Est. C’è sole e mi metto su un bel praticello in leggera salita per far asciugare un poco il mio gilet e mangiucchiare qualcosa in quest’oasi di piano e pace.        E la vita torna ad esser meravigliosa! Alle 13 riparto verso l’alto lasciando steso il mio gilet arancione come fosse una bandiera perché oltre non si vede nessuna traccia e la relazione dice semplicemente di salire. Attraverso il bel prato di erbe fulve e poi lungo un costoncino vedo una fascetta biancorossa su un alberello (ah quanto le ho rimpiante in questi giorni…) e spero di poter tornare a seguire una via. Ma non trovo null’altro e continuo a salire cercando di mantenermi sul profilo di destra senza andare in versante Val del Piero. Costruisco un’ometto per sicurezza e ammiro la vista che si apre verso il terzetto Palazza Mont Alt Croda Bianca e il binomio Rocheta Stornade. Vorrei essere un’aquila per riempire con le mie ali il cielo azzurro che mi separa da loro. Ma non le sento lontane…semplicemente m’insegnano l’amore che non possiede. Incrocio sulla via un bellissimo pino silvestre che con i suoi rami striati di rosso e la chioma verde solletica il cielo azzurro e io m’innamoro del momento guardando la Pala Bassa che ora si allinea a quella Alta con il suo pupillo, il Pulpito. Salgo ora nel fogliame ed erigo un nuovo ometto prima di lanciarmi un poco verso sinistra in direzione del cielo azzurro che filtra oltre i faggi del crinale sommitale che non appare molto lontano. Ci arrivo poco dopo (h 15.30) superando a sx una piccola fascia rocciosa e gli ultimi ripidi erbosi. Bah.. nn capisco bene, mi sembra di essere in cima in questo boschetto pianeggiante che non offre punti di riferimento se non quello delle montagne che mi circondano con vista istruttiva soprattutto su Coro e Spirlonga. Metto mano alla relazione che dice di andare in direzione del Burel, scendere ad una selletta e guadagnare quindi la cima principale: credo di aver sbagliato posto o che sia sbagliata la relazione perché non s’intuisce nulla di quanto sta scritto, ma mi avvio cmq nella direzione indicata. Prima infilo un ramo in un ceppo cavo a mò di segnavia perché qua è un poco tutto uguale. Salgo leggermente e poi in effetti intravedo una discesa e poi la selletta ma di cime non ce ne sono. Scendo comunque e poi risalgo un dossetto  sulla cui spianata sommitale stà in effetti eretto un grande ometto che sembra quasi un’altare tanto è ben costruito: mi sembra di essere un filo più basso rispetto al boschetto ma qui si ha certamente di più la sensazione di essere in cima!(Cima Colon di Costa Bramosa q. 1307, h 15.45). La vista è aerea ed è senza dubbio il miglior punto di osservazione sul grandioso itinerario del Viaz dei camorz e dei Camorzieri perché si è proprio al centro delle montagne sulle quali si sviluppa e non ci sono ostacoli in mezzo. Sgrano come in un rosario tutte le cime o le montagne che ho traversato partendo dalla pala Alta, dalla sua Cima Est, dalla Pala Bassa, al Sabioi, ai Pinei, la depressione di Forcella Oderz e poi i due versanti del Burel, le Pale Magre, la Costa del Castellaz e l’arrivo sul Coro fiancheggiato dal missile della Spirlonga …che forse salirò fra un poco. La giornata è fantastica e il panorama ancor di più…starei qui per sempre e ricolmo di felicità e gratitudine, mando un cuore a Daniela. Il Burel incanta con la sua parete sudovest e custodisce in grembo la macchia verde della Fratta del Moro dove bivaccarono Messner, Bee, Miotto e i polacchi che su quella roccia disegnarono leggende nella storia dell’alpinismo. E in quella macchia verde ho avuto la fortuna di passare pure io. Ricordi. Giro un po’ attorno alla cima e ai suoi vegetanti contorni per scattare bellissime foto e alle 14 lascio il mio nido d’aquila in Paradiso per tornare. Recupero il boschetto col segnavia e giù. Cerco di stare al margine sx come ho fatto salendo ma ad un certo punto la pendenza del pendio mi pare troppo accentuata fino a chè mi trovo in una zona quasi strapiombante e anche tagliare a destra non è semplice. Mi sembra di vedere il boschetto al quale devo arrivare ma non ne sono sicuro; non so perché mi spavento tanto, ma mi prende un poco di agitazione e decido di risalire, non ho punti di riferimento e tutto mi sembra indistinguibile. Cerco anche di spostarmi a sinistra finchè mi sembra di riconoscere l’indistinta  fascia rocciosa trovata salendo e mi porto ancora più a sinistra. La pendenza del terreno finalmente si attenua e mi sembra simile a quando salivo. Poi improvvisamente vedo l’ometto che avevo eretto ed esplodo di gioia, tirando un sospiro di sollievo. Ora dovrei essere a posto eppure poco dopo mi ritrovo ancora su un ripido eccessivo ma questa volta più brevemente mi riporto a sx e trovo l’altro ometto costruito che nn ricordavo. Non faccio a tempo a rallegrarmi e dirmi dai che ci siamo che vedo in fondo alla discesa la macchia arancione del mio gilet che segnala l’approdo alle terre note. Che bello.. e ora scendo velocemente dritto per dritto raggiungendo lo zainetto alle 14.40. Me lo rimetto e affronto il pendio stando più a sinistra rispetto alla linea di salita ma anche di qua non trovo segni od ometti e ne costruisco un paio. Un rumore improvviso mi segnala la presenza di un animale e inizio a cercare di fotografare un bellissimo camoscio dal pelo scuro e con la faccia bianca che si intravede sempre oltre il fitto sottobosco. Poi finalmente ritorno all’antro da dove la via è decisamente segnalata (h 15.30) e dove mi sento a casa. In discesa è meno evidente la traccia ma va bene scendere anche dritti e arrivo al greto secco, curva a destra eultima pala erbosa prima del sentiero della Val Molin. Forse in preda pensieri o distratto scarto a destra senza rendermene conto e solo qualche minuto dopo mi chiedo dove son finito. Ritorno sui miei passi e compreso l’errore proseguo verso la cengia esposta, la discesa e arrivo al Park della Stanga per le 16.15. Bene ora si torna a casa. Foto1 la partenza della traccia dal sentiero della Val Ru da Molin                              Foto2  grandioso Burel      Foto 3  da forcella Oderz alla Pala Bassa

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         <title>13/12/2025 - le misteriose Val del Piero e Val Ru da Molin con salita al colon del Forzelon [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13688</link>
         <description>Mi alzo svogliato il 5 12 2025, inedia, quasi per dovere cerco di dare un senso alla giornata e non ho un piano preciso. Mi rammarico di non aver portato il libro della Schiara ma poi guardando fra gli appunti trovo la relazione per la salita al Colon del Forzelon con la descrizione della salita dalla Val del Piero fino al valico del Forzelon. Ho deciso..tornerò sul luogo del delitto! A marzo infatti quando ero salito con giorgio e Giona, ero salito lungo la Val Ru da Molin ma avevo smarrito la traccia scendendo in Val del Piero ed ero dunque tornato (avendo appuntamento!) da dove ero salito. Mi ero ripromesso di tornare per capire e salire dalla parte opposta per rivelare l’arcano. Dunque raccolgo energie e motivazioni e mi preparo per uscire lasciando indietro i pensieri. Alle 10.45 (sigh…) sono davanti al cartello alla Stanga (q.430) che indica il sentiero che porta in Paradiso ( 502,Val di Piero ). Credo siano almeno vent’anni o più che non rientro in quello che considero probabilmente il più bel sentiero dolomitico mai fatto. Salgo dietro locanda lungo l’erto tratturo che porta immediatamente all’antennona di ricezione divenuta simbolo della divisione del sentiero che porta a sx in val Ru da molin e dritto in Vdp. A sx (ma non me nericordavo…), si scende al greto proprio sopra l’orrido nella quale precipita la grandiosa cascata che tante volte ho ammirato e fatto ammirare raggiungendola dal canyion che parte poco più sotto a valle. Invece io sono già alto sul fondovalle e il sentiero è già diventato …ino come lo ricordavo e si snoda fra il salto a dx e le parate verticali a sx: che ambiente incredibile! Un sentiero piccolo ma affidabile, certo non ci si può distrarre, un viaz facile lo definirei. Passo da una lapide, che nn ricordavo (un cinquantenne deceduto nel 2004…) posta nei pressi di un piccolo antro su cui ai lati salgono vs l’alto piante rampicanti che mi sembra strano vedere qua…segni di un clima che cambia a tutte le latitudini. E poi sotto un grande muraglione concavo bianco e nero, ormai alto sul fiume che scorre sotto. Mezz’ora dopo la partenza,  arrivo al bivio (anche questo nn ricordavo ) con il vecchio cartello che indica di salire lungo un breve saltino roccioso attrezzato con cavo mentre il sentiero prosegue dritto (lo seguo brevemente…) per scendere alle opere Enel lungo il torrente. Il sentierino prosegue medesimo solo ad un livello più alto e supero un passaggino attrezzato nel vuoto grazie a precaria passerella in legni che non so quanto durerà ancora e poi entro e salgo in una pala boscosa che a tornanti che mi lascia intravedere il bastione roccioso che fa da confine destro al valico del Forzelon (quello che poi proverò a salire confondendolo col Colon!). Fotografo la consueta salamandra e poco dopo un compagno ciccione e improvvisamente dalle nebbie di fondovalle, emerge il triangolo azzurro di F.lla Oderz a segnalare la sua grandezza e supervisione del territorio. Sul fondo del fiume altre opere Enel e sopra a destra appicchi salgono vs il cielo contenendo fra le loro pareti la grandiosa Pala Bassa, più alta e già spruzzata di neve. Dalla relazione so che devo svoltare a sx dopo il greto secco del Rio Forzelon e aguzzo gli occhi quando attraverso un rigagnolo che dubito sia quello che sto cercando. Poco dopo invece arrivo sul greto giusto e non devo neanche cercare la traccia perché parte esattamente nei pressi di un trialberello dove c’è un cartello che indica la Stanga. E’ mezzogiorno e ora comincia il bello perché son proprio curioso di capire dove ho sbagliato l’altra volta anche se un’idea me l’ero già fatta per cui scendendo dovevo virare a sinistra (unica svolta mancina nella direzione generale!). La traccia, inerbata, si segue bene e porta ad un’antro sotto delle rocce a destra dopodichè si segue un torrentello secco per pochi metri fin sotto a delle nuove rocce che non si raggiungono ma ( e qui è il tratto chiave) bisogna scartare netto a sx su ripidi pendii erbosi fino a raggiungere un marcato costone erboso che si risale dritti verso l’alto aiutandosi con degli alberelli e arrivando ad due faggi segnati entrambi (un segno visibile dall’alto e l’altro solo dal basso).                   Da qui in poi i segni sugli alberi si vedono meglio e mi ricongiungo al percorso già fatto l’altra volta. Effettivamente arrivando dall’alto non è facile intuire questa svolta improvvisa a sx e su pendii decisamente ripidi. Ma tantè. Costruisco un ometto ma ormai non dovrebbero più esserci problemi. Lo sguardo incrocia quello di Forcella Oderz che ricordo l’altra volta avevo usato come punto di riferimento e ora guardo più sereno la corona dei Pinei, Sabioi, Tiron e la Pala Bassa che segnano la seconda parte del Viaz dei Camorz e Camorzieri. Ritrovo il faggio segnato a cui l’altra volta continuavo a tornare e seguendo la traccia non evidentissima guadagno quota e traverso verso destra verso il valico ormai evidente dove immmerso nel sole arrivo alle 13(q. 1150). Mi sono convinto che il Colon del Forzelon sia la torre rocciosa che sta alla destra del valico arrivandoci e comincio a salire ma ben presto le pendenze si accentuano fino ad arrivare ad una parete rocciosa molto ampia e che non coincide con la relazione e deduco quindi che sia invece il colle boscoso che sta a sinistra per cui ritorno al valico e alle 13.30 inizio a risalire dritto per dritto e su buone pendenze il bel bosco di faggi che poco dopo in alto fa intravedere l’azzurro del cielo: ci sono segni rossi sugli alberi quasi in linea retti fatti probabilmente salendo per aiutare nella discesa e quando finiscono a ridosso di una fascia di mughi, scarto a sinistra seguendo una marcata traccia e in breve vedo il promontorio finale poco davanti a me. Lo raggiungerò poco dopo (q.1328, h 15): nel frattempo scatto un poco di foto vs Coro e Spirlonga, Burel e vs le Pale ma tutto è nascosto dalle nubi che fluttuano nell’aria vuota fra me e loro. Bastano pochi attimi e la Pala bassa con il Pulpito escono dai loro nascondigli e rubano la scena e anche Spirlonga e Coro si liberano dai loro fili di nebbia per mostrare i loro vertiginosi appicchi. Poi scendo che la strada non è certa e non è presto e mezz’ora dopo sono al valico dove mi riprometto di non tagliare vs il basso a causa degli schianti perché ricordo che avevo smarrito la traccia. A fatica cerco di non perdere la traccia coperta dai tronchi caduti, ma nonostante questo ad un certo punto succede e mi preoccupo, balenandomi l’idea di tornare per la via sicura da dove sono salito. Ma con buon intuito risalgo qualche metro e poi ancora altri fini a rinvenirla e mezz’oretta dopo sono al cartello che indica Forzelon val del Piero apposto da Loris e da cui si domina il grande masso al cento de La Crosera. Guadagno il greto e inizio a seguire i tanti ometti che ne guidano il percorso e le varie escursioni a destra e sinistra sulle sponde laterali fino a giungere al canalone che scende da Forcella Spirlonga dove c’è il masso nero con la scritta rossa “Spirlonga” (q.700, h 15.45). Si scende ancora un poco fino all’ultimo tornante che piega decisamente a sx e porta al guado del Ru Molin nei pressi di meravigliose polle verdiblu, un quarto d’ora dopo.                                   Si risale dall’altro lato della valle fino a trovarsi poco dopo al termine della salita, in vista del binomio Rocheta-Stornade con la seconda che ingloba la prima e la visione intricata del nodo del Mont Alt.                   E poi brividi sulla bella e comoda cengia ma terribilmente esposta sulla Val Ru da Molin che precipita sotto il margine erboso sx per addolcirsi poco dopo nelle visioni crepuscolari della Val cordevole che si allarga placida accarezzando i verdi prati di Agre. Infine, la discesa, l’antenna e l’ultimo tratto di sentiero che riporta al punto di partenza ( h 16.45) con visione serale sulla bella e concava parete del Monte Celo. Molto bello e incredibilmente privo di difficoltà tecniche questo percorso per vallate molto impervie dove è la ricerca dell’orientamento la preoccupazione maggiore e più impegnativa. Quanto ci si sente…fuori dal mondo..che pure pulsa a pochi passi di distanza ma celato dalle alte pareti che lo rendono lontano e invisibile.   Foto1 passaggino tipico Valpierino   Foto 2 traccia che si stacca dalla VdP per salire al valico del Forzelon Foto 3  la cima del Colon del Forzelon   


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         <title>12/12/2025 - casera Cornia dalla Val Caoram [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13687</link>
         <description>Sono arrivato a Caprile ieri sera e dopo aver provato a scaldare la casa e trasportato il materiale alpinistico e tutto il resto, vado a letto verso le 22 con le migliori intenzioni per l’indomani. Anche se sono fermo con la corsa resto dell’idea di partire verso Cima Pramper e Pramperet da raggiungere risalendo la Val Caoram per le sue forre e sentieri misteriosi. Mi alzo spontaneamente prima delle 5 e alle 6.15 del 4 12 2025, sono nella piazza del paese pronto per salire lo Staulanza e scendere fino a Mezzocanale. Bella la vista seminotturna sugli Spiz e poi sulla catena degli Sfornioi-Bosconero che prosegue con le Rocchette della Serra da cui spicca la bella ed elegante Cima Alta di Nisia entrata nell’elenco degli obiettivi futuri. Alle 8 sono in Loc. Casoni ed inizio a cercare il punto giusto d’inizio del mio sentiero che è spiegato ma non precisissimamente. Trovo in Loc. Pian della Sega il punto di partenza del sent.521 per Casera Cornia (da cui arriverò al ritorno) col bel ponte che passa sopra le forre del Maè che scorre verde in basso. Scendo dalla strada fino al ponte che attraverso per fare delle foto e poi risalgo alla ricerca del punto giusto. Non ho fretta, non sono motivatissimo e accetto che la tensione alpinistica scemi nella dimensione escursionistica e con tranquillità aspetto di trovarlo. Riconsulto un’altra relazione e individuo una stradella sterrata laterale dove posso parcheggiare e andare a vedere la sbarra metallica che ho intravisto passando. Alle 8.30 arrivo alla sbarra (q.650).                            E’ il punto giusto e inizio a scendere per il sentiero attrezzato in legno (passerelle e corrimano) perché il salto di sotto è notevole. Si vede che è opera di molto tempo fa e mi chiedo con tristezza che fine faranno tutte queste infrastrutture montane che erano costruite con mezzi solo volontari. Ora nel tempo delle burocrazie e delle certezze precostituite non si può neanche fare la pubblicità a questi luoghi….che se dovesse succedere qualcosa…apriti cielo. Adoro questi posti dove la mano dell’uomo ti aiuta ma non ti esenta da responsabilità personali concernenti la verifica di ciò che stai utilizzando. Arrivo al “piccolo” ponte perché la forra è veramente stretta…due/tre metri fra le pareti che serpeggiano sopra il fiume verde blu con colori cangianti che vanno dal rosso al marrone al verde e al grigio: notevole spettacolo cromatico. A monte la forra è più stretta ancora e le pareti quasi si serrano accarezzandosi e l’acqua nel fondo si scorge appena: veramente bello. Attraverso e vado oltre alzandomi e lasciando la forra da cui cade una bella cascata a sinistra mentre la staccionata protegge dal rischio di scivolare di sotto. Si trova subito un ponte sospeso lungo circa 50 metri (che sarebbe interdetto…) ma dalle tracce al suolo si deduce che lo usano tutti e difatti nonostante il divieto, non c’è il lucchetto. Sembra reggere e lo attraverso cauto solo perché il tavolame è molto umido e viscido e rischio di ribaltarmi. Dall’altra parte dopo breve salita nel boschetto si arriva alla stazione della teleferica con le sue casette (h9) e quindi si ridiscende al greto del Caoram dove a destra manca un pezzo di bosco franato e dove vedo purtroppo dall’altra parte del greto una traccia che seguo e che nonostante i dubbi seguo fino a che il greto esaurisce il suo percorso e cedo un cavo della teleferica salire alto vs destra. Ormai sto passando dalla modalità alpinismo a quella escursionistica e ora anche turistica…ma va bene così! Oggi non ho ambizioni… ma solo buone intenzioni per tornare a stare bene. Torno dunque nella zona frana e come all’andata non vedo la traccia salire subito dopo nel bosco.                  La trovo solo andandoci appresso perché labile si perde nella sabbia e nelle erbe ed inizio a salire traversando un ponticello abbastanza marcio a fianco di una cascatella. Mi fermo a fotografare un paio d’alberi pieni di buchi che nn capisco se siano di picchi o cervi e alle 10 arrivo al bivio (q.900) dove un vecchio cartello muschioso indica Cornia a destra. Da una relòazione che ho si dovrebbe da questo punto scendere al fiume per tracce e vedere le cascate del Pissandol del Caoram ma cerco a de sinistra infruttuosamente e poi provo a scendere lungo un cavo ma non vedo alcunchè e allora lascio perdere perché rischierei di arrivare giù ma senza trovare nulla e quindi risalgo al cartello (h 10.30). Ora davanti a me la testata della val Caoram che si chiude sugli strapiombi che scendono dai Noni mentre a sinistra vedo il fondovalle in un punto oltre il salto della cascata che sento riecheggiare al riparo della zona boschiva sotto di me. Il sentiero piega un poco a destra e mi trovo a salire come da descrizione sotto le rocce giallastre e gli strapiombi del Col de Carpenia Bassa. Trovo la mia solita amica salamandra e caso questa volta eccezionale un’altra vicina e allora le accosto per un’insolita foto di gruppo molto ben riuscita sullo sfondo delle secche e marroni foglie autunnali che sembran scelte apposte per far risaltare la brillantezza della loro muta. Salgo e dopo un periodo di fatica, ritrovo un poco di smalto e arrivo almeno in vista del Col Molinel (q.1325) che raggiungo alle 11.30 e dove mi attende la grande ruota dismessa della teleferica. Supero una cascatella e poi un bosco di faggi di cui alcuni cascati ma sostenuti dai compagni e un quarto d’ora dopo sono sotto le fasce di roccia grigiastra che segnano l’andamento della Zengia della Pieda che nonostante le millantate esposizioni della relazione, si rivela in realtà un comodo e abbastanza evidente sentiero che si mantiene costantemente sotto di 10/20 metri rispetto alla grigia bastionata rocciosa cha fa da basamento al Col dei Gai de Cornia. Ad una svolta verso destra appaiono il Nono e il Nono di Dentro già in veste invernale e seguendo il sentierino che vira sempre a destra, anche la Cima de la Cazeta e il Cadin di Cornia. Si entra in un bel boschetto di faggi e poi un bel passaggio verso delle rocce con il baratro di erbe e loppe verticali che precipitano nei meandri della val caoram molto più in basso. Ma la cengia è sempre ampia e i precipizi della catena dei Noni incutono vertigine controllabile sotto gli occhi vigili del Nono de Dentro. L’ennesima svolta a destra ci fa entrare in un boschetto innevato fino a scendere alla confluenza dei ruscelli Sagrona e Cornia che uniscono le loro acque per andare insieme a precipitare poi in Val Caoram. Qui perdo ogni riferimento perché la neve copre tutto e non s’intuisce dove finisca (sempre che ci sia) la traccia. Rimango sconcertato anche perché il nuovo Garmin non mi dà la traccia e garmin connect pare nn a vere la mappa. Rispolvero Backcountry e riesco ad intuire qualcosa perché si vede solo un pezzetto ma decido comunque di provarci e di seguire il corso del fiume a ritroso fino al punto di congiunzione con un sentiero. Insisto saltellando scomodamente a destra o a sinistra del rio e poi risalgo un promontorio boscoso con l’acqua a sinistra e finalmente arrivo ad un sentiero che scendo fino ad una pozza d’acqua dove sui sassi mi siedo a studiare la carta (h 13) e mangiucchiare dei Twix. Interpreto male e mi dirigo a sx ma perdo la traccia e ritorno per poi capire dalla relazione che devo andare a dx ed è così che su buona traccia esco dal bosco e con grande felicità approdo mezz’ora dopo in bassa Val Cornia. Che emozione quando mi rendo conto che il montagnone appuntito che domina la conca, altri non è che lo Spigolo del palon con alla sua sx il Pramper e il Pramperet le cime che avrei dovuto raggiungere secondo il progetto originario. Chiaramente per oggi è tardi e c’è anche troppa neve; spuntano le casere di cornia insieme ai ricordi estivi di mughi e le battaglie con Fil. Traverso a vista e incrocio presto l’ampia carrareccia del 521: le indicazioni verso la mia provenienza danno 573 F. Cazeta e poi Casera Megna. Ora nn mi posso più perdere e seguo l’ampio sentiero che sale leggero vs le malghe. Mi fermo a fare una foto al ruscelletto dove riparammo dopo essere usciti devastati dai mughi e la mando a Fil che riconosce immediatamente il luogo, anche se con la neve appare parecchio diverso. Intanto inizia a nevischiare e quando arrivo davanti a Casera Cornia (q. 1730, h 13.50), nevica forte e io urlo finalmente felice. Grazie Cielo che mandi i tuoi fiocchi come carezze sul mio volto che si bea del contatto. Mi emozione come sempre avviene quando la neve scende ad abbracciarmi. Ora la neve al suolo qui è di 20cm e faccio un poco di foto per render grazie della fitta nevicata. Poi mi congedo dalla magia di questa conca e inizio la risalita verso il Col dei Gai (q.1760) perché ho deciso di fare il giro ad anello e scendere per altra via. Ci arrivo alle 14.30 con bella vista sulla conca di cornia totalmente innevata e Forcella Piccola via d’uscita verso la Val Prampèr. Mi attira un capitello in legno costruto su una base di pietre e mi fa tenerezza il Cristo poggiato a terra al suo interno dopo essersi staccato e spezzato. Inizio a scendere lungo l’altro versante che non dovrebbe darmi problemi per troppa neve e mi ritrovo subito davanti la Cima Alta di Nisia che ruba la scena alla Rocchetta Alta a sx e alla cima della Serra a dx. Poi invece in un tratto di bosco aperto la neve ancora alta copre interamente la traccia e mi trovo a dover risalire dopo essere sceso dritto e aver saltato la svolta perentoria a sx. Esco dal bosco e vedo una casera che scopro essere quella di Carpenia (q.1640, h 15). Bella e molto lunga la stalla che custodisce una vecchia Luosa (slitta) costruita interamente in legno. Che reperto! Scopro che il sentiero scende davanti e non dietro ed entro in un versante piuttosto scabroso con pendii ripidi e a tratti franati che mi costringono anche per via dell’innevamento a prestare attenzione come nel successivo tratto di avvicinamento e superamento di un grande canalone che attraverso per poi lasciarlo alla mia dx, dopo aver compiuto una grande e bellissima ansa seguendo il sentiero. Ora ho gli Sfornioi proprio abbracciati davanti a me e oltre alle gobbe delle tre cime, si vedono distintamente i due gendarmi di Forcella de I Pope.                        Bello e il pensiero corre a quest’estate quando li visitammo con Giamba. Da uno strapiombo del sentiero erboso, vedo laggiù in fondo la statale che spero di raggiungere prima del buio. Ormai ci sono sopra, non si vede quasi più nulla, sento i motori poco sotto. Mi devo fermare, prendo la frontale, ritrovo il sentiero e il fascio illumina il ponte di stamattina che subito riconosco e che denomino “il ponte della salvezza”. Anche questa volta, ce l’abbiamo fatta! Grazie! Un quarto d’ora di asfalto dopo alle 17.10 sono nuovamente davanti alla mia Punto. Sommessamente felice.                                                                                                                         Foto1 la forra del Caoram                Foto 2 casera Cornia       Foto 3   Spigol del Palon innevato    

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         <title>27/11/2025 - Rif. Capanna 2000, con e-bike (da casa) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13686</link>
         <description>Il bisogno di sfogarmi abbinato all'idea malsana di partire da casa in e-bike per cercare di arrivare al rif. Capanna 2000 sotto l'Arera... mi fanno faticare moltissimo visto la neve troppo farinosa presente da poco sopra il rif. Saba fino al Capanna, e 7h in giro con mezzoretta di sosta al rifugio. Ma nonostante il freddo patito nei tratti in ombra e la gran fatica nello spingere la e-bike per diversi tratti, alla fine una gran bella soddisfazione, un bello sfogo e un gran senso di &quot;pace&quot;. Avevo bisogno di tutte queste cose. Ma alla fine ho fatto bene a tenere duro e arrivare con la bici fin quasi al rifugio, nonostante la fatica: in discesa, infatti, starò quasi sempre in sella salvo brevissimi tratti dove troppo farinosa. Divertente! Per info: dalla sbarra al park inizia subito la neve, anche se con qualche tratto ghiacciato o senza neve. Poi dal rif. Saba in poi ottimo innevamento per salire anche con gli sci al rifugio, a patto (in discesa) di scendere ancora lungo la stradina, altrimenti poco fondo. Ma c'erano diverse tracce di sci.
Partecipanti: sola.

FOTO 1: Dopo un faticoso tratto a spinta, riesco a tornare un po' in sella nel lungo diagonale verso sx.
FOTO 2: Troppa fatica, lascio la bici a 10min dal rifugio, che raggiungerò a piedi.
FOTO 3: Finalmente al rifugio.</description>
      </item>
      <item>
         <title>18/11/2025 - La Crona m 2324 [ RAGO ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13685</link>
         <description>Val di Jon, spettacolare l’anfiteatro di Malga Asbelz con la cresta del Castello dei Camosci bianchissima innevata ieri sopra i 2000 m. Seguiamo il sentiero fino alla spalla sopra la Sella della Colmalta. Discesa alla sella per ripido costone innevato percorso dai camosci, risalita sui ripidi pendii di zolle erbose coperte da 10 cm di neve fresca, ottima presa di ramponi e piccozza, passaggio di un canalino che apre ai pendii finali (PD ultimo tratto dalla spalla). Il panorama rende questa vetta meritevole, ancor più con la recente nevicata.
Foto 1 - Malga Asbelz e Castello dei Camosci
Foto 2 - Dalla spalla sopra la Colmalta la parete della Crona
Foto 3 - La Sella della Colmalta dai pendii finali</description>
      </item>
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         <title>09/11/2025 - ROCCA MOROSS - MONTE MARMOTTERE - MONTE CIRIUNDA anello da ALPE BIANCA [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13683</link>
         <description>Avvicinamento:
Risalita la val di Viù, dopo il paese di Viù si individua in corrispondenza di una curva in discesa a sinistra, il bivio a destra per Tornetti e Asciutti. Si segue la strada che prende quota e poi con un lungo traverso raggiunge la frazione Tornetti, alla curva prima del borgo si prosegue in salita a destra fino all'Alpe Bianca, riconoscibile dallo scheletro di un enorme edificio mai terminato di costruire. Ampie possibilità di parcheggio.

Descrizione:
Si segue la sterrata che supera L' ecomostro a sx , raggiunta una sbarra che impedisce il transito ai veicoli non autorizzati, si supera e si segue sempre la strada sterrata per il Colle Pian Fum; al fondo di un bel pianoro si incontrano diversi cartelli indicatori, proseguire dritto sulla sterrata fino al colle.
Da qui si prosegue per tracce verso dx, scendendo di qualche metro all’insellatura ad est. Il sentiero continua quasi in cresta sul lato sud fino a un torrione. Da qui attraversa sul lato nord , tenendosi sotto la cresta, incontrando poi un caratteristico colletto . Da qui sempre sul lato nord sale ripido fino a guadagnare il filo di cresta e la croce di vetta. (questo è il tratto EE)
Tornati al colle Pian Fum, si sale seguendo il sentiero di fronte , segni bianco/rosso che per cresta panoramica raggiunge prima il Monte Marmottere e poi il Monte Ciriunda, per poi scendere al Lago Viana.
Si chiude l’anello scendendo al Lago Veilet e all'Alpe Bianca.

GIUDIZIO PERSONALE:
Bellissimo anello.
Sentieri tutti in ordine e ben segnati.
Bella sgambata che con sali e scendi sviluppa circa 18 km. e 1.150 m. D+
Giornata dal meteo Top.
Con gli amici Teo, Stefano, Gigi e Fabry.
Consigliata.
Varie relazioni in rete.
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      </item>
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         <title>08/11/2025 - Traversata Marmagna Orsaro  [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13682</link>
         <description>Traversata Marmagna Orsaro oggi 8 novembre 2025. Sentiero direi EE salvo voler salire direttamente all Orsaro arrampicando  sulle roccette dalla omonima bocchetta , come ho fatto. In questo caso alcuni passaggi di I  e forse uno di II-.
Avevo infatti, troppa voglia di montagna dopo quasi due mesi di assenza, causa un problema alla schiena che mi impediva di portare peso e quindi zaino. Piacevole incontro con Adolfo Cardinale e  compagna nei pressi dell Orsaro.</description>
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         <title>28/10/2025 - Cresta di Giardino - Valle Scarettone (Grignetta) [ AndreaINGRIGNA ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13679</link>
         <description>Giunto al Rosalba, ho proseguito in quota e sono sceso da un canale e poi da pendii mugosi sino all'impluvio della Valle Scarettone, che ho seguito in discesa sino a quota 1450m circa. Salendo in destra idrografica è presente il tracciolino che sale alla Cresta di Giardino. Seguitolo per un po', poi sono ridisceso in Valle Scarettone, risalito in destra idrografica e da lì salendo ripidi paglioni ho raggiunto la Cresta di Giardino, seguendola in direzione dello Zucco di Campione, dove volevo vedere se c'era un passaggio che tagliava in costa, ma non era fattibile. Sono poi disceso nel grosso canale che separa la Cresta di Giardino dallo Zucco di Campione, ma poi vi erano due salti, di cui il secondo non scendibile facilmente. Sono quindi risalito in cresta da un canale laterale e ridisceso in Valle Scarettone dai paglioni. Da lì ho proseguito in salita per dare un'occhiata al canale che avevo provato a scendere, ma mi sono fermato sotto il secondo saltino. Mentre gironzolavo mi è balzato all'occhio un buco, facilmente raggiungibile. Era una grotticella di una decina di metri (LOLC5938). Tornato in Valle Scarettone, dato che vi erano ancora diversi canali da girare, ho deciso di lasciare alla prossima volta il giro e ho imboccato il canale-frattura obliquo che taglia tutto il versante nord della Valle Scarettone e consente di tornare verso il Rosalba. Proprio alla testata del canale che avevo individuato l'altra volta, era presente una grotta, lunga una quindicina di metri (LOLC 5939). È una frattura in salita. Giunto in breve al Rosalba, sono poi disceso a valle.
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         <title>26/10/2025 - CIARM DEL PRETE anello LAGO VIANA [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13677</link>
         <description>Avvicinamento:
Risalita la val di Viù, dopo il paese di Viù si individua in corrispondenza di una curva in discesa a sinistra, il bivio a destra per Tornetti e Asciutti. Si segue la strada che prende quota e poi con un lungo traverso raggiunge la frazione Tornetti, alla curva prima del borgo si prosegue in salita a destra fino all'Alpe Bianca, riconoscibile dallo scheletro di un enorme edificio mai terminato di costruire. Ampie possibilità di parcheggio.
Descrizione:
Si segue la sterrata che supera L' ecomostro a sx , raggiunta una sbarra che impedisce il transito ai veicoli non autorizzati, si supera e si segue sempre la strada sterrata per il Colle Pian Fum; al fondo di un bel pianoro si incontrano diversi cartelli indicatori, dalla partenza circa 30 minuti.
Abbandonare la strada sterrata e prendere il sentiero di sinistra n. 130 per Ciarm del Prete che, con un paio di strappi ripidi e tratti in dolce salita, porta al Col Veilet posto a 2113 m. Giunti al colle è ben visibile sulla destra il Ciarm del Prete raggiungibile per cresta ripida. (tutto ottimamente segnato da tacche rosso/bianco)

Per la discesa, dalla cima si prosegue lungo la dorsale opposta a quella di salita per poi scendere verso il lago di Viana. (ometti) 
Si seguono poi tacche rosse/bianche che riportano al lago Veilet, chiudendo l’anello e ritornando sui passi del sentiero di andata.

GIUDIZIO PERSONALE:
Penso non si possa chiedere nulla più ad una escursione.
Meteo TOP
Sentieri ben tenuti e fino alla cima, segnati a nuovo.
Ultima parte in cresta &quot;simil vertical&quot; che scalda gambe e polmoni &amp;#128521;&amp;#128514;
Panorami bellissimi, soprattutto ora con la prima spruzzata in quota.

Bella salita mattutina con l’amico Teo.
Consigliata. 
Dopo 5 minuti dalla partenza, ci si dimentica anche dell’ ECOMOSTRO ! &amp;#129296;

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         <title>24/10/2025 - M. Madonnino (ebike+camminata) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13676</link>
         <description>Un Madonnino un po’ diverso dal solito, visto che abbiamo raggiunto la cima partendo direttamente da casa con le e-bike. Da Valgoglio saliamo a Bortolotti e poi lungo la bella e, all’inizio, ripida stradina sterrata fino alla Baita d’Agnone, dove leghiamo le bici (ca. 3h dalla partenza). Da qui, a piedi, raggiungiamo la cima del M. Segnale e poi quella del Madonnino, veramente contente dopo quasi 5h, con regalino a sorpresa in vetta per Lidia per il suo compleanno! Torniamo alle bici dove finalmente iniziamo la bella discesa fino in paese, davvero divertente in bici. L’avevo salita e scesa un paio di volte anche con la MTB. Quindi a ritroso lungo la strada fino a casa. 

Partecipanti: Fedora e Lidia.

FOTO 1: Verso la baita d'Agnone.
FOTO 2: Ormai sul M. Segnale con a dx il Madonnino.
FOTO 3: Discesa.</description>
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         <title>21/10/2025 - Cima di Plator Occidentale [ AndreaINGRIGNA ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13678</link>
         <description>Passeggiata di mezza giornata partendo dalla Decauville da sotto le Torri di Fraele. In breve sono arrivato alle Bocche di Trela e da lì risalito il canale sopra, dove c'era una grotticella lunga una decina di metri (LOSO3242), particolare per la presenza di limonite al fondo. Già che ero lì ho costeggiato faticosamente i ghiaioni cercando una via per salire sulla cresta soprastante della Cima di Plator Occidentale. Non essendo mai stato su quel versante, ho provato a salire da un canale che in realtà sembrava finire contro la parete rocciosa, poi traversando a sinistra in un altro canale e poi a destra, sono riuscito a trovare sulla parete un passaggio in discesa che porta in un altro canalino. Il passaggio era un po' bruttino perché non si capiva se sotto c'era o meno un salto e il ghiaino era ghiacciato. In realtà sotto c'era solo un ripido canale, mentre verso l'alto ho raggiunto la cresta salendo sino a quota 2900m, poi la vetta era appena sopra, ma mi sono fermato lì perché diventava più brutto. Sono rapidamente sceso di corsa dai ghiaioni al Monte Trela e quindi di nuovo giù da pratoni sino alla Decauville. </description>
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         <title>19/10/2025 - Grande Balconata del Cervino - 2gg [ mariosnow ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13674</link>
         <description>Gita suddivisa in due giornate e percorsa in senso orario seguendo fedelmente il sentiero numero 107 con partenza da Antey-Saint-Andrè passando per Torgnon, Ersa, Cortina, Rif. Barmasse, Cignana, Finestra di Cignana, Grillon, Perreres, Avouil, Cervinia il primo giorno ( circa 29 Km / 1900 mt D+ ) e da Cervinia passando per Layet, Tramail di Mande, Euillaz, Dzandzoeve, Cheneil, Col de Cheneil, Chamois, La Magdeleine ad Antey-Saint-Andrè il secondo ( circa 28 Km / 860 mt D+ ) spesso al cospetto di &quot;Sua Maestosità&quot; in un festival di colori autunnali pazzesco. 

Il tracciato è ben segnalato anche se servirebbe un &quot;rinfresco&quot; in un paio di bivi.
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         <title>18/10/2025 - Sassopiatto (con ebike e discesa a Saltria) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13675</link>
         <description>Approfitto del week-end con famiglia ed amici a Siusi per raggiungere questa bella cima che da tanto tempo volevo salire. Anni fa, con Ivan, eravamo partiti con la MTB dal campeggio Seiser Alm, a Siusi, e saliti fino al rif. Sassopiatto. 
Anche quest’anno parto dal campeggio, con la e-bike, e salgo all’Alpe di Siusi (1850m), dove mi incontro con il resto della truppa. Poi proseguo il giro con Fabio. Seguiamo la strada che si fa poi sterrata, arrivando al rif. Molignon (2050m) e poi al Passo Duron (2200m). Da qui prendiamo la stradina a sx che poi diventa sentiero. Da qui al rif. Sassopiatto il dislivello è di soli 100m, ma il tratto è abbastanza lungo e con poca pendenza, sempre in sella tranne rarissimi punti in cui scendiamo pochi metri per via, soprattutto, di qualche punto fangoso. Legate le bici al rifugio (2300m), saliamo a piedi i ripidi e faticosi 650m finali fino in vetta. Dopo 1h tocchiamo la grande e bellissima croce di vetta: difficile descrivere la bellezza dei panorami, soprattutto grazie ad una giornata limpidissima. Tornati alle bici, anziché rientrare dal percorso di salita, optiamo per la splendida e lunga discesa verso Saltria, come feci anni fa, per una discesa più remunerativa e divertente. Scendiamo velocissimi e in 20’ siamo a Saltria, sempre su stupenda sterrata. Ultimi 200m di salita su asfalto per tornare all’Alpe di Siusi e, dopo circa 5h dalla partenza dal campeggio, ci ritroviamo tutti per il pranzo. Poi discesa finale rilassante fino al campeggio.
Partecipanti: Fedora e Fabio C.

FOTO 1: Poco dopo il Passo Duron; da qui in poi diventa sentiero fino al rif. Sassopiatto. A sx, sullo sfondo, la cima.
FOTO 2: Dalla vetta, più o meno il percorso dall'Alpe di Siusi al rifugio Sassopiatto.
FOTO 3: Scendendo verso Saltria.</description>
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         <title>18/10/2025 - Valtrusa - Podona sud [ Minali Pietro ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13673</link>
         <description>Bel giro a semianello fra castagni, querce, betulle, noccioli e faggi. 
Dal parcheggio in centro a Lonno scendo lungo la strada fino a via Prato Fò risalendola alle spalle del gran casolare ha inizio una stradina che prosegue con sentiero fino alla vetta del Valtrusa m. 894 (panorama sulla pianura) proseguendo per cresta e poi su crinale (sentiero) si giunge al forcellino m.870 quindi proseguendo dritti (100 m di dislivello su piacevole sentiero roccioso) si sale la lunga dorsale che porta in vetta al Podona sud. Quindi discesa al forcellino e girando a dx discesa a Lonno. Ci si prepara cosi a fare un minimo di dislivello in attesa della stagione scialpinistica che fra due mesi (si spera) avrà inizio con il nuovo inverno. F1 La croce del Valtrusa F2 Prime zampate su roccia di Nïf che va verso il suo 1° anno F3 Nïf in vetta. Un saluto a tutti</description>
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         <title>09/10/2025 - Piz del Montanel m 2735 [ RAGO ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13672</link>
         <description>Gita in ambiente maestoso solitario nei primi colori autunnali con spruzzata di neve sulle vette. Da Valpiana all’ormai paludoso Lago Venezia, si imbocca in direzione NNW il canalone erboso che porta al visibile Bochet de l’Omet (Passo di Montanel). Verso i 2350 m si obliqua progressivamente verso sinistra in direzione della cima, canali di misto roccette e zolle erbose gradinate dai camosci, costruiamo tanti ometti per un’antica abitudine, anche se abbiamo il GPS, molta attenzione per l’insidiosa erba olina che in traverso e discesa ci consiglierà di tenere i ramponi.  In ultimo presenza maggiore di solida roccia, con tratti di piacevole uso delle mani (PD-). In vetta ad una prima cuspide, discesa per canalino nevoso lato nord e risalita ad un’altra punta di pochi metri più alta, dominata dalla scura piramide della Cima Pradazzo. In discesa ci teniamo alti sotto cresta con breve risalita al Bochet, passando sotto un risalto con grande ometto, forse da questo il nome (foto). Discesa verso il Lago Piccolo, neve tra i grossi massi, poi attraverso Lago di Barco e Malga Dosso rientro in Valpiana.
Foto 1: in vetta
Foto 2: l'ometto
Foto 3: la cima vista dal Bochet</description>
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