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      <title>On-Ice Report escursionismo</title>
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         <title>20/04/2026 - Zimon de Terne [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13712</link>
         <description>Già tornando dallla disavventura sulla cresta Nord del Terne ieri sera, avevo proposto a Gio di tornarci per salirlo dalla via normale, e con quest’idea, mi alzo il giorno dopo. Sistemeremo la casetta (lavo per la prima volta credo in vita mia il pavimento che era segnato da impronte fangose!!!), la saluteremo e scenderemo vs Belluno già pronti per il viaggio di ritorno. E così alle 9.30 dell’11 04 2026 lasciamo caprile e come ieri ci dirigiamo alle Case Bortot (q.700), dove parcheggiamo. Alle 11.15 partimo dal park dato che Gio ha confermato l’intenzione di accompagnarmi ma il suo passo è affaticato, e nonostante neppure io al terzo giorno d’impegno consecutivo mi senta molto brillante, tende a restare indietro. Lo aspetto ma mi chiede le chiavi della macchina per tornare e gliele consegno. Mi spiace, mi sarebbe piaciuto salire insieme…ma del resto non camminiamo che da un quarto d’ora. Resto solo a guardare la piana di Belluno estendersi sotto il mio sguardo. Appare poi alla fine del sentiero la Pala alta che sembra incorniciata fra i prati e alla svolta si apre un bellissimo prato (Casei q.ta 1000, h 11.50) con panche per picnic e grandiosa vista sulla conca Bellunese. Chiamo Gio per dirgli di salire almeno fin qua…ma è già alla macchina. Svolto ripido a sx come da cartelli e in contro il Casot de Gorio, a cui naturalmente spedisco la foto. Entro poi in un bellissimo e ombroso bosco di abeti con grandi fioriture di primule e ne esco poi su sentieri di terra battuta che si fanno largo fra arbusti ed erbe gialle in un ambiente insolitamente prealpino. Grandi pendii di erbe gialle sotto un cielo azzurro scuro rendono l’incedere si faticoso ma anche sublime con grandiose viste sulle Pale e sui bei ricordi che ad esse mi legano. Una bellissima grigia e lucente placca calcarea che si specchia nel cielo sempre più blu, anticipa l’uscita sul grande mare giallo dei prati sommitali. Davanti a me, suturata al cielo la cresta che dovrò raggiungere per piegare poi a sinistra verso il cocuzzolo sommitale. Un mondo gialloblu. Ora sento la fatica della terza uscita consecutiva ma la dolcezza del paesaggio canta nenie e culla i miei quadricipiti che smetton di protestare e s’addormentan docili. Raggiungo la cresta, lo sguardo plana verso le creste successive del Viaz mostrando la testina verde del Sabioi e le sagome seghettate dei Pinei che precipitano urlando su Forcella Oderz. Un fruscio mi distrae dai sogni e sopra di me vedo planare suadente un aliante che fruscia come un uccello nell’aria: che spettacolo! Come non invidiare la leggerezza con cui si muove. A confronto mi sento un dinosauro. Lo seguo volteggiare leggero. Ora ai miei piedi fioriscono crocus in questa giornata di fatica e poesia e perfino la Gusela decide di mostrarsi alzando il velo di nubi con cui fino a poco fa copriva le sue bellezze. Affronto l’ultimo cocuzzolo che apre alla crestina finale dove un palo simile ad una cassetta delle poste, attende la fine delle mie fatiche. Lo tocco (q. 1794) alle 13.30 stanco ma felice su questa cima ampiamente panoramica e su cui veglia severo il fianco dirupato del Tiron con la sua cicatrice da scazzotate frequenti (alla Franck Ribery per chi sa di calcio). Divide anche la cresta del Viaz con a sinistra le Pale e a destra Sabioi Pinei e Burel. Oltre le Pale i Monti del Sole con grandiosa vista su Mont Alt, Cima Coraie e il Bus del Diaol. Poi do uno sguardo alla cimetta rischiosa salita ieri (q.1686) con Gio. Scoprirò poi da una relazione del solito insuperabile Zio Mario che era proprio la via giusta (Cresta Nord) per arrivare dove mi trovo ora da F.lla Mompiana. E’ ancora ampiamente innevata. Il Serva anticipa i monti del Friuli e oltre lo Schiara il Pelf sovrasta ma non nasconde il piccolo e terribile Sass del Mel che fra qualche giorno proverò a scalare con Sebe. Vedremo. Mi scatto qualche foto, sonnecchio brevemente, mangio qualcosina e un’ora dopo il mio arrivo plano anch’io dolcemente sui declivi d’erbe dorate seguendo la traccia del sentiero che come una serpe si snoda sui prati. Veramente bello, stile “Migogn”. Mi volto a salutare la cima che gialloneggia nel blu. Che spettacolo la vita! Ranuncoli e pietre abbracciate fra le radici di un enorme abete divelto riscaldano ancora i miei pensieri e arrivo così sulle assolate panche dei Casei a gustarmi nel silenzio l’ozio della piana di Belluno da cui non sale neanche un afflato.                                         Tutto tace e il cuore batte con l’Universo. Non me ne andrei ma Giona mi aspetta e la vita su questo pianeta è dettata dal tempo. Mi alzo e scendo. Un insolito tulipano mi saluta fra le sterpaglie, fuggito anche lui come me dal giardino in cui era stato pensato. Alle 15.45 abbraccio Giona e poi andiamo a salutare Mot e Miriam che in questo paradiso ci vivono.                                                                                                                                          Foto1    Tiron e Terne   Foto 2   Gialloblu     Foto 3    pancima</description>
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         <title>20/04/2026 - Attorno al terne (tentativo da Nord) [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13711</link>
         <description>L’impresa (perché inaspettata) di ieri sulla Spirlonga, mi ha lasciato i segni della stanchezza ma anche della soddisfazione e allora non ho obiettivi immediati per oggi. Poi però al risveglio la magnifica giornata di sole mi ricarica immediatamente le batterie e provo a convincere Gio a fare un’uscita non lunga. Alla fine delle consultazioni scartando l’ipotesi della ciaspolata su neve che sarebbe piaciuta al figlio ( si sarebbe dovuto salire molto in quota) gli propongo una facile cima a sud e per renderla un pochino più tosta, saliremo dal versante Nord ( relazione Sani-Bristot) e scenderemo dal semplice versante sud dove i grandi pendii prativi, sono solcati dalla via normale. Partiamo dunque alle 10 del 10 04 2026 da Caprile in direzione Belluno. Dopo l’immancabile foto ai Monti del sole, scattata dalla località Ronch de Buos dove si estendono a fisarmonica in tutto il loro splendore ed isolamento che tanto li rende belli e selvaggi, inizio un report fotografico sui monti del Bellunese perché il versante a sud della cresta del Viaz lo conosco meno e non so neanche quale sia la nostra montagna. Scopro così a destra del Peron, il panettone erboso della Talvena (o piccola Talvena per distinguerla dalla più grande che sta a nord) e poi il Tiron diviso dal terne dal vaico di F.lla Mompiana oltre il quale appare la cresta dello Schiara con l’inconfondibile ago della Gusela. Tisoi, Bolzano Bellunese, deviazione a dx vs il mitico Gioz ( ti ricordi Nico, quando fummo recuperati a notte fonda dopo l’avventurosa discesa della Val Medon?) e risalita su angusta stradina verso le Case di Bortot a q.ta 700 dove parcheggiamo. Alle 11.30 prendiamo l’Alta Via delle Dolomiti in direzione del Rif. Vii° Alpini salvo poi abbandonarla mezz’ora dopo scartando a sx in direzione della F.lla di Mompiana (508). La vista progressivamente si allarga vs il gruppo dello Schiara-Pelf e Giona mi chiede delle gallerie che incidono il fianco del serva, dove passai in una gite per forre del Bellunese ai tempi del Covid. Raggiungiamo il valico del Col Forongol (q.1040, h 12.15) da cui col senno di poi si vedono bene il Zimon del Terne, la quota successiva e la q.ta 1686 che poche ore dopo avremmo inconsapevolmente scalato. Ancora più a destra, anche la F.lla Mompiana e il Tiron. Una lezione di geografia. Svalichiamo ed entriamo in un bellissimo bosco di abeti dove i giochi di luce mi regalano suggestive inquadrature su Giona che sale di buon passo e sulla meraviglia nella quale siamo immersi. La pendenza è costante e ripida, senza mollare mai e i nostri passi si equivalgono fino a quando a pochi metri dal passo, il bosco cede il passo a declivi pratii dorai che annunciano l’imminente Forcella dove ci rilassiamo finalmente un poco e apriamo gli zaini per il nostro pranzetto (q. 1670, h 13.30). Scatto una bella foto a Giona che guarda dalla forcella e poi dopo mangiato ci appisoliamo brevemente al sole. Poco dopo le 14 partiamo cercando d’intuire il prcorso verso il Terne dalle poche righe della relazione. Evito il primo spuntone che sale ripido dalla forcella traversandolo da sotto e raggiungendo una selletta con strapiombo dall’altro lato. Qua si vede un camminamento e lo seguo tagliando vs sx e trovandomi sotto quella che potrebbe essere la descritta paretina mista erbe e rocce di primo grado: oltre un tronchetto tagliato emerge dalla neve un cavetto d’acciaio che disotterro e comincio a seguire. Le rocce sono innevate e bagnate e sui passaggi un poco placcosi, ringrazio la presenza del cavetto che altrimenti non ci sarei salito perché comunque l’esposizione è sufficiente a non lasciar scampo in caso di scivolata. Dico a Gio di attendermi all’inizio del cavo e continuo a salire anche dove il cavetto sparisce nella neve, finchè arrivo ad un alberello dove dovrebbe essere collegato. Mi fermo sullo spiazzetto ancorandomi con le gambe nella neve e chiedo a Giona se se la sente di salire perché dopo sembra meglio. Mi risponde che ci prova e con cautela, piano piano mi raggiunge, nonostante il cavo sia abbastanza lasso e difficile da stringere nel gelo e nel bagnato. Ci sistemiamo sul piccolo spiazzo e gli chiedo se se la sente di arrrivare nel canalino nevoso che sale un poco meno inclinato e che mi sembra fattibile. Sale un gradino erboso e poi si ferma all’inizio del canale. Lo raggiungo, gli lascio il piccozzino e risalgo aiutandomi con le mani fra neve e roccette fino ad arrivare ad un mugo cui mi aggrappo. Faccio salire Giona lungo le mie peste, e poi lo faccio assicurare afferrandosi ai rametti del mugo. Poi da sotto lo proteggo un po' per l’ultimo passo che ci consegna alla cresta liberatoria. Non vedendo oltre gli dico di fermarsi e superatolo vado oltre in cresta. Ma fatti pochi passi capisco che non siamo nel posto giusto, ma su una cima secondaria cui ne segue un’altra e il Terne enorme è ancora più in là. Il primo pensiero è di spavento per dove mi son cacciato con giona, il secondo è quello di sgomento per dover chiamare l’elicottero in un posto così assurdo. Poi ritorno da Giona e gli dico che dobbiamo scendere perché avanti non si può andare. Mi risponde tranquillo e allora riprendo coraggio e analizzo la discesa che non sarà semplice ed un poco rischiosa. Ridiscendo al mughetto e vi faccio attaccare Giona quando arriva, poi scendo con le mani nella neve il canalino nevoso e mi attacco all’alberello da cui parte il cavo. Gio scende col piccozzino e mi raggiunge. Riparto, libero tutto il cavetto dalla neve con esito non del tutto positivo perché diventa molto più lasco e avverto dell’inconveniente Giona. Poi scendo tenendolo in mano la paretina: le mani nude fanno poca presa sul cavetto sottile e scivoloso e scendo con un poco di tensione perché non son certo in caso di scivolata, di riuscire ad arrestare la caduta. Comunque arrivo alla base della paretina e mi pianto nella neve ad attendere Gio che scende con prudenza ma tranquillo, senza mai farsi prender dalla paura. Bravo! Gli faccio i complimenti e affrontiamo l’ultimo passo delicato prima di arrivare sul quasi piano nevoso, fuori dai pericoli. Sgarruppiamo su terreno scomodo ma senza più problemi fino a tornare sul bel prato di Forcella Mompiana( h 16). Pochi minuti distesi e poi consultata la carta propongo a Gio di scendere dala Val Medon per non rifare la stessa strada dell’andata e completare il giro ad anello della montagna. Accetta e iniziamo a scendere subito attratti dall’enorme antro nella bella parete rocciosa a sx dove ci sono i resti in muratura a secco di un ricovero. Una goccia cade dall’alto della volta e produce un particolarissimo suono rimbalzando su una lamiera a terra. Divalliamo rapidamente, ammirando le grandi pareti rocciose di questo versante e la selletta precipite da cui siamo poco fa passati. Scendendo si vede bene il Terne abbastanza spostato rispetto alla cimetta da noi salita. Il bosco di faggi ci porta in basso fino al greto del Medon secco (h 16.50) che seguiamo per una decina di minuti salvo poi rientrare nel bosco in sinistra orografica. Maestosi mazzi di primule richiamano la mia attenzione e più avanti colgo Gio intento a liberarsi da qualche zecca molesta. Un quarto d’ora dopo troviamo un cartello Case Bortot all’altezza delle Case Colò (Case Medon sulle carte) che seguiamo con risalita nel bel bosco di abeti. Continuiamo il nostro periplo per portarci sul versante della montagna da cui siamo partiti e arriviamo all’ultima fatica di giornata e cioè la risalita di un centinaio di metri di dislivello per guadagnare la sommità del Col de Fontana da cui planiamo al parcheggio che raggiungiamo stanchi alle h 18. Bravo Gio, buon passo!.                                                                               Foto1 Gio scende dal canalino nevoso  Foto2   Gio disarrampica la paretina con cavetto Foto3   la q.ta 1686</description>
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         <title>15/04/2026 - La Spirlonga [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13709</link>
         <description>Salita al «gendarme del Monte Coro» che separa l’imbocco della Val Ru da Molin e della Val Vescovà, e la cui forma slanciata è ben visibile a chi percorre la Val Cordevole. Sani e Bristot, nel loro libro «SCHIARA TÀMER E SPIZ DI MEZZODÌ», iniziano la relazione sulla Spirlonga con «Cima indiavolata …» – non saprei definirla meglio. Per la prima volta da quando scrivo, uso la traccia scritta di che mi ha preceduto, il mitico Zio Mario (dopo avergli chiesto il permesso), e la integrerò con la mia esperienza personale.  Mi trovo in vacanza a Caprile per tre giorni e son salito alla casetta con Giona mio figlio del 2005. Oggi lui è rimasto a casa a studiare mentre io proverò a salire verso la Spirlonga per cominciare a familiarizzare con il percorso dal difficile orientamento in modo da non perdere tempo quando con un compagno effettuerò il tentativo decisivo. Non ho obiettivi particolari( non sono del resto neanche particolarmente allenato), non ho portato la corda e ho invece con me i ramponcini da neve e un picozzino che sono suggeriti dalle varie relazioni di chi mi ha preceduto.                                                                                                                                                         Da La Stanga all’attacco del canalone sud-est che scende dalla Forcella de la Spirlónga. Parcheggio qualche decina di metri prima del punto di partenza e con la coda dell’occhio alle mie spalle vedo già che Spirlonga e Coro, alti sopra di me, ni stanno osservando, mi stanno valutando. Si sono accorti prima loro della mia presenza con il loro istinto selvatico. Imbocco il sentiero CAI 502 che parte a fianco del Ristorante Bar alla Stanga (q.430), direttamente dalla SR203, alle 10.15 del 09 02 2026 e tramide ripido tratturo arrivo facilmente in una decina di minuti, sotto un’antenna telefonica, al bivio tra i sentieri per la Val de Piero e la Val Ru da Molin. Si va a sx per la Val Ru da Molin opportunamente segnalata da un vecchio cartello in latta rosso inchiodato ad un faggio. Si sale comodamente in direzione nord con l’esposizione che aumenta verso il fondo della Val Cordevole. C’è un breve tratto che si può definire di “vera cengia” su solido camminamento “strettino” e poi si svolta a destra per entrare in Val Ru da Molin. Sotto i piedi, un baratro impensabile fino a qualche minuto prima e fanno piacere gli alberelli che fanno quasi da guard-rail. Il sentiero continua strettino e oltrepassa il fianco con i “Cógoi de le Procuratíe” (Piero Rossi, parete di rocce rossastre) e supero anche la visibile deviazione a dx del sentierino che sale verso il Colon di costa bramosa salito l’ottobre scorso. Incomprensibili segni blu hanno macchiato le rocce di questo tratto e perfino imbrattato con spruzzate dello stesso colore le erbe. Boh?? E bah!! Poi dopo aver attraversato, s’inizia a scendere per arrivare all’attraversamento del torrente di fronte a un gran covolo con muretti a secco a destra e bellissime polle di acqua verde blu smeraldina a sx (anelli di calata da canyoning).      Dall’altro lato il sentiero prende un po’ quota con uno strappetto e poi traversa fino all’imbocco del canalone che scende dalla Forcella de la Spirlónga (q.700, h 11.15) All’imbocco del canalone c’è una scritta «SPIRLONGA» in vernice rossa con freccia che indica la direzione vs l’alto.                                                                                                                        Salita alla Forcella de la Spirlónga dalla Val Ru da Molín : Dopo i primissimi metri gli ometti fanno uscire dal fondo del canalone verso sinistra (ma si può proseguire benissimo anche lungo il canalone stesso!) per salire in bosco non troppo fitto dove si trovano anche rami tagliati. Di passaggio bellissime viste sul Burel che campeggia in fondo alla valle Ru da Molin che abbiamo abbandonato svoltando a sx nel canalone.                  Si rientra nel fondo del canalone per un buon tratto facile e divertente, fino a un gran roccione nerastro dove ho visto un bollo rosso con freccia che rimanda a sinistra ancora nel fianco boschivo (h 11.50).                                                       Dopo qualche facile svolta il sentierino entra nel ripido e affronta una ripida pala erbosa che arriva su una sella con dirupo dall’altro lato. Qui si svolta a destra con il camminamento che segue la schiena della sella in piano e poi va su in decisa salita. In alto già la Cima della Spirlonga e fra i rami il canalone che sale impercorribile fino alla Forcella della Spirlonga. La vista spazia ancora verso lo spigolo Sudovest del Burel anticipato dalla gobba erbosa del Colon del Forzelon dove son salito ad ottobre. Si arriva poi ad un punto chiave, per l’orientamento, soprattutto in discesa. Il sentierino svolta a destra passando sotto un larice abbattuto con tutti i rami tagliati (tagli veri di segnalazione), e prosegue un tratto con passaggi stretti ed esposti stile viàz. Poi svolta a sinistra per risalire un crinale quasi in campo aperto, e facendosi guidare dagli ometti si scende nuovamente al fondo del canalone principale ( h 12. 15).  In breve si arriva sotto un’alta fascia di rocce nere che anticipa la serie finale non superabile di salti di fondo del canalone. All’inizio delle rocce nerastre sulla destra c’è un ometto che indica la traccia di uscita, che sale decisa per un tratto (ho visto anche un paio di bolli rossi qui) e poi piega a destra per attraversare un canale-vallone boschivo secondario. Poi ometti e rami tagliati fanno salire nel bosco in diagonale fino ad un’evidente bancata, ma non bisogna prenderla e proseguire in piano (qua sono salito smarrendo la retta via).  Bisogna seguire le segnalazioni varie che ora, in leggera discesa, portano all’imbocco di una bella cornice di cengia anticipata da un passaggino un poco esposto valutato nelle varie guide di I°+ (roccia solida comunque, leggera aderenza). Dalla bella e facile cengia bellissima la vista sul dirimpetto valico del Forzelon che si apre fra i fianchi boscosi dei Colon del Forzelon e di quello di Costa Bramosa. Oltre Pala Bassa e Alta mi salutano come si conviene fra vecchi amici. Un albero sinuoso che ondeggia piegandosi sul terreno e una bella pala erbosa, mi introducono nel bosco dell’area della Fratta del Santo, con tracce multiple di animali che un po’ confondono ed è meglio stare concentrati sugli ometti e rami tagliati per non perdere tempo. Inizio ad utilizzare le mie striscette biancorosse da cantiere perché l’orientamento non è spesso immediato e temo soprattutto il ritorno. Bella vista verso ovest in direzione dei Monti del Sole e della triade Palazza, Mont Alt, Croda Bianca, fiancheggiate dalle Stornade. A un certo punto bisogna svoltare con tornantone verso sinistra e verso l’alto per imboccare la bancata finale in direzione della Forcella de la Spirlónga. Tutte le guide segnalano una freccia rossa alla svolta, ma la freccia (un po’ … strana come forma) non è molto visibile per chi sale perché sta all’interno del tornantone e dopo un paio di ometti che già hanno dato la direzione giusta. Si trova un pioccolo antro con la scritta in vernice rossa Ave. La bancata finale inizia con un facile «vero sentiero» in rada vegetazione varia, e poi rientra in bosco più coprente dove il camminamento a terra diventa a tratti labile, con le solite «false tracce» degli animali.  Gli ometti ci sono, e anche qui bisogna stare attenti per non perdere tempo. Si arriva così al finale più tecnico e delicato: la bancata si interrompe contro una fascia rocciosa che precipita in basso sormontata da una striscia di «erbe appese». “Siccome mi sono sembrate abbastanza continue e compatte (e molto appese) ho deciso di provarci calzando i ramponcini.” Mi fermo ad osservare ciò che vedo e a calzare, fidandomi di quanto detto nella relazione, i ramponcini e a impugnare il piccozzino. Sono le 14, sono un poco stanco ma tranquillo e parto sereno, deciso a questo punto ad arrivare almeno in Forcella. Gli alberelli presenti sono troppo distanziati per un’assicurazione continua, e bisogna fare qualche piccolo cambio di livello sulla traccia che, anche se non sembra all’inizio, è continua nella sua ristrettezza ed esposizione.  La valutazione di Sani e Bristot è un I° grado superiore equivalente. La traversata non mi impegna mentalmente, gli appoggi per i piedi sono sufficienti e il picccozzino che pianto nella terra , mi restituisce la sicurezza che comunque non mi viene mai a mancare. Arrivo accanto a un grosso faggio solitario dove ho trovato un cordino con moschettone: può sembrare un «rudimentale rinvio» e se si va in gruppo è meglio attrezzarselo da soli per bene.  Seguendo un ramo tagliato si risale una roccetta (discesa delicata qui al rientro) per entrare nel bosco «rassicurante» da cui si scende in breve alla Forcella de la Spirlónga (q. 1430, h14.30). L’arrivo è ostruito da un grosso faggio abbattuto, alla cui base non ho trovato il barattolo di vetro con piccolo quaderno delle firme di via di cui parla invece Mario nella sua relazione. Dice di aver guardato solo la prima pagina, con prima firma del 2013 e seconda del 2015: non una grande frequentazione tenendo conto che non è facile accorgersi del barattolo. Il vallo è largo pochi centimetri e lungo circa un metro: forcellino mi parrebbe termine più appropriato!                                                                                                                                                                                         Salita finale alla Spirlonga dalla Forcella de la Spirlónga : Zio Mario, ammonisce che bisogna andar piano e seguire i molti rami tagliati (ometti pochi): senza mai perderli&amp;#10071; Proverò a salire un poco e poi tornerò. Alle mie spalle visioni fantastiche sugli spalti del Coro con la vista che salendo si fa spazio a nord vs lo spuntone del Zest di Vescovà e i Tamer.Dalla forcella si sale diretti nel bosco coprente raggiungendo in breve un gran roccione-gendarme che si supera alla sua dx. Poi si entra nel «territorio dei mughi» e qui bisogna avere l’occhio per  “semplicemente” seguire i rami tagliati nella ripida e contorta traccia fino ad una roccia che si lascia a dx ed una successiva fascia rocciosa dove invece si piega a dx per una diagonale meno ripida e si arriva in una allungata schiarita prativa che io trovo innevata. Ho perso più volte la traccia nel tratto sotto e più volte mi son detto…ora torno ma poi vedevo il mugo tagliato occhieggiare ed invitarmi al proseguio. Anche qua, anche ora dopo aver risalito l’erta pratova ed innevata, non so più dove andare e lotto nell’intrigo dei mughi senza vedere i tagli. Basta mi dico. Poi invece ritrovo taglio e traccia a sx del culmine prativo. Rientro dunque a sx fra i mughi dove la traccia ridiventa più visibile fin sotto la fascia rocciosa dell’anticima. È un tratto lunghetto, assai contorto con passaggi tra i mughi a volte strettini, ma si passa sempre in mezzo ai rami senza salirci sopra: in vari punti ci si tira su anche di forza! Ho pensato più volte salendoad ogni incertezza di orientamento di fermarmi, poi di provare ad arrivare fino al tratto chiave essendomi tornate le energie e quindi di rimpiangere infine di non aver portato uno spezzone di corda, che mai avrei pensato di salire così tanto. Uso molto le fascette da cantiere che appendo un poco ovunque!              Al punto di arrivo sotto la fascia rocciosa dell’anticima ho trovato un ometto e un grosso ramo tagliato spostato alla sua dx. Sono andato a dx entrando in una bella e facile conca in bosco coprente. Risalendo la conca si passa appena sotto la forcella che divide il corpo roccioso dell’anticima dal corpo roccioso della cima. Non me ne sono neanche accorto preso dalla fretta e dall’ansia del ritardo e mi son trovato sull’anticima salvo poi accorgermi della cima oltre il forcellino alle mie spalle. Fantastico comunque punto di osservazione sul tratto finale. Ho scattato una foto molto istruttiva, le rocce appaiono piuttosto verticali e severe e sono poi sceso per farmi un’idea del passaggio finale. Arrivo così sotto il passaggio chiave di questa «via normale». Sani e Bristot scrivono «fessura di una decina di metri di III inf.»; Mason scrive «2 metri di III grado»; Piero Rossi scrive «strapiombetto di un paio di metri (IV)»; ecc.  Sono le 15.30 e il cuore mi batte forte in petto perché non mi sembra nulla di impossibile e mi viene la tentazione di salire fino in cima. Effettivamente, sono una decina di metri dove, si arriva al tratto chiave di 2-3 metri con i piedi su appoggi sporchi di terra. Fattibile se ben asciutto. Ho trovato un cordino agganciato al mugo che sta in testata dell’intaglio e sono salito di slancio, equilibrandomi con questo. Salgo deciso e senza timori però con un pensiero che mi rimbalza in testa: “ma da qui poi riesco a scendere?” Da sopra l’intaglio si sta appena a sx della crestina rocciosa con percorso obbligato che passa per una mini-cengetta solida ma molto stretta e molto esposta: c’è un ometto e Sani e Bristot qui valutano un II° grado (evidentemente orizzontale). Poi si attraversa un canalino con ingresso e uscita «storti», e dopo un paio di passi di I° grado si arriva in vetta senza difficoltà(q.1600, h 15.459. Apoteosi improvvisa perché salgo ansioso e veloce e quando tutto spiana, quando non ho più l’orizzonte chiuso dalle rocce davanti al mio naso, mi prende un’emozione intesa. NE E’ VALSA LA PENA! Il mondo si apre davanti ai miei occhi che recuperano lo spazio libero che gli era stato negato nelle ultime ore. Cielo e il Celo che cattura subito la mia attenzione. So di essere in ritardo ed inizio coi selfie e con la ripresa (anche video) dell’immenso panorama. Il solco della Val Cordevole si fa largo nel suo slancio verso la Val Belluna fra le creste del Viaz dei Camorz e dei  Camorzieri a sx e i monti del Sole a dx, e poi in senso orario, il gruppo dell’Agner, le Pale di San lucano e dietro il Celo, la marmolada e il Civetta fino ad arrivare ai Tamer, alla Talvena, al vicino Coro che chiude il cerchio ripassando dallo Schiara e dal Burel che si riunisce alle creste del Viaz tramite la Forcella Oderz. Immenso. Mi fermo proprio pochi minuti perché temo il ritorno e il buio visto che ho lasciato a casa la frontale. Molto utili gli ultimi rami tagliati per imboccare la corretta direzione al momento di scendere anche se mi calo con l’ansia di sbagliare direzione perché sono salito a rotta di collo.  Mi getto in discesa quasi fossi braccato e quando arrivo sul pulpito con cresta molto ripida ed esposta davanti a me e mi giro indietro in preda ai dubbi, vedo a sx la provvidenziale fettuccia da cui cala il cordino usato per la risalita. Lo afferro, mi calo, non ho equilibrio e un appiglio per la mano dx che cerca raspando fra le rocce. Mi riattacco un poco spaventato al cordino e provo a studiare il passaggio. Trovo un approdo sicuro per la mano dx, mollo la sicurezza e con un piccolo passo d’equilbrio, scendo sotto il tratto quasi verticale. Lo guardo e lo fotografo compiaciuto. E’ fatta, sono le 16…non mi resta che scendere il più velocemente possibile! Scendo veloce, ben guidato dai miei segnalini e alle 16.30 sono alla Forcella. Ora l’ultimo tratto delicato della traversata in placca e poi le difficoltà tecniche saranno finite. Faccio un poco di fatica in più a seguire il filo nel ritorno ma cmq un quarto d’ora dopo la guardo alle mie spalle ormai risuperata. Alle 17.30 ho riattraversato il boschetto inselvatichito della Fratta del santo e recuperato il fondo del canalone. Mezz’ora dopo sono alla selletta e mi butto in discesa lungo l’inclinata pala erbosa dove non ho lasciato segnalini. Nel tratto boschivo successivo, mi perdo e dopo vari tentativi decido di scendere ad occhio verso il canalone che è sotto di me. Mi sposto vs sx per evitare di andare sul versante della Val Ru da Molin a destra del bivio con il canale stesso. E’ la scelta giusta perché dopo un poco di apprensione, atterro un centinaio di metri sopra il bivio e scendo facilmente al masso con la scritta rossa Spirlonga (q.700, h 18.30). Sono salvo e non passerò la notte nel bosco (avevo mandato messaggio a Giona di non preoccuparsi di questa eventualità) anche perché non avevo calcolato visto il recente cambio dell’ora, di avere un’ora di luce in più). Riguado il Ru da Molin e alle 19.30 questa fantastica giornata mi fa dono della parete ovest della Pala Alta illuminata d’arancione dal sole che le dà il bacio della buonanotte. Mamma mia che giornatona, che sorpresa, non avrei mai pensato di potercela fare così, quasi per caso al primo colpo. Ora torno da Gio che prepara la pasta . Slurp!!                           Foto1 la palcca erbosa    foto2  la cima dall’anticima    foto 3   cresta finale dopo il passo chiave</description>
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         <title>14/04/2026 - Passo dei Campelli e di Valsellazzo [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13708</link>
         <description>Situazioni casalinghe e mancanza di imput e compagni mi portano ad un letargo invernale e finalmente decido di porre fine alla letargia con un’uscita un poco improvvisata. Sto sentendo Sebe in questi giorni e allora decido di mettere un po’ di allenamento nelle gambe. Giovedì 26 03 26 libero e rispolvero il progetto di salire sul Telenek un po’ perché possibile da sud, un po’ perché ci avevo già pensato altri inverni e un po’ perché è una zona sconosciuta. Ho fatto notte e il giorno dopo ho dormito poco e in più una riunione che si allunga mi porta ad andare a letto all’1.00. non punto nenche la sveglia perché sono stanchissimo ed è solo alle 8 che mi sveglio e decido di onorare la fatica fatta ieri nei preparativi. Dopo aver salutato Dani m’infilo in macchina alla volta del Passo del Vivione da cui intendo scendere per percorrere la Valle del Sellero. Le previsioni davano tempo discreto in miglioramento e vento forte. Coincide solo la seconda. Trovo per strada un cartello con l’indicazione Passo Vivione Chiuso ma sembra fisso e non lo considero. Attraverso Schilpario e inizio la stradina che sale verso il Passo ma è sbarrata già ai Fondi. Mi blocco, saltano i miei piani e guardo quanto ci vuole per salire al passo dall’altra parte ma dovrei guidare per un’ora e mezza e oltretutto Maps dice che è chiusa anche da la. Mi rassegno a salire verso il Passo dei Campelli e magari dirigermi verso la Cima dei Ladrinai che più volte avevamo pensato di fare con David quando per il 29 10 gli regalavo una gita per i monti.  Parto e la strada diventa subito coperta di ghiaccio..non mi aspettavo la neve così in basso..prospettiva errata dovuta al tempo primaverile in bassa padana e al fatto che questa stradina, non viene probabilmente mai pulita non essendo di viabilità importante. Parto che sono quasi le 13 e salgo lungo l’asfalto ricoperto di ghiaccio duro e scivoloso cercando nel bosco tutte le scorciatoie possibili. Il vento è forte e so che minerà il mio entusiasmo più in alto ma cerco di non pensarci e di considerare il mio incedere come un allenamento. Passo dal bel pianoro dove è eretta la Madonnina dei Campelli ( h14) e poco oltre inizia ad esserci neve in cui affondo. Sono investito da forti raffiche e mi vien voglia di mollare. Decido invece di proseguire e con le dita gelate dal vento che turbina mi infilo le ghette e calzo le ciaspe. A fatica ma ci riesco (quanto tempo che non le mettevo… un poco per lo scialpinismo, un poco per i canali e un poco perché cercavo itinerari privi di neve…) e riparto felice. Che bella sensazione quella di galleggiare sulla neve morbida. Mi alzo di quota e la bufera spazza ogni cosa buttandomi in viso e negli occhi cristalli di neve gelata. Ma che senso ha salire ancora mi chiedo? Ma mi sorprendo a resistere per avere almeno un punto raggiunto e allora dico che fino ai Campelli non mollerò. La strada sale docile e regolare e mi abituo al disagio del vento. Arrivo al Passo ( h 15, q.1900) per buttare un’occhio verso la scura piramide dell’Adamello e l’altro in direzione del lungo traverso tante volte percorso verso il Passo di Baione: visione sconsolante perché c’è tantissima neve e non troverei neppure la traccia da seguire. Faccio qualche passo e decido di tornare anche se mi spiace terminare così presto, però almeno 700 mt. di dislivello, li ho fatti.                                  Accontentiamoci come prima uscita stagionale. Scendo, mi fermo al riparo di un masso per togliere le ciaspe e mangiar cracker. Non ho nulla da bere ma neanche sete. Riprendo a scendere e trovo un cartello con scritto Fondi che punta il bosco. Ci vado per cambiare percorso anche se troverò più neve ma scendendo dovrebbe dimunuire. Arrivo poi al bivio verso il Passo del Valsellazzo e l’indicazione Bivacco DonGiulio Corini. Nuovo, qualche anno fa non c’era  e ricordo che un volta non avevo neppure trovato il sentiero per salire o scendere al passo mentre mettevo insieme i pezzi per la grande Transcalve.                         E’ tardi per salire, rischio di scendere col buio ma rimetto le ciaspe e nonostante l’immediata reazione di fatica  per l’inversione di marcia decido di procedere. Sono stanco, il passo alto e lontano oltre un ripido nevoso ma voglio almeno arrivarci sotto. Inizio il ripido e mi rendo conto che la roccia che vedevo al Passo, è in realta la lamiera del bivacco e la sua vista attira le mie energie. Salgo, fatico, la neve è alta ma le ciaspe tengono e inesorabilmente mi avvicino fino a decidere di resistere fino alla fine. Il pendio è sui 35/40° un po’ al limite per le cispe ma la neve non così dura da esser pericolosa. Sono ormai alto quando noto uno scarponcino nella neve e viro per raggiungerlo. In realta è una pedula North Face nuova di pacca e del n° 44. La raccolgo, me la lego a fatica allo zaino e riparto per le ultime decine di metri con la pendenza che si accentua e mi obbliga a puntare le mani nella neve per aiutare la risalita. Raggiungo il bivacco ( q. 2000, h 17.15) e raffiche violentissime mi spostano facendomi perdere l’equilibrio. Cerco vanamente riparo addosso alle pareti e un accesso che non trovo. Giro i 4 lati ma non capisco e mi trovo schiacciato nel sottotetto. Fatico a respirare liberamente e la neve sbattendomi violentemente contro, mi brucia il viso scoperto. Mi spavento un poco pensando se dovesse andare avanti così per molto. Mi butto a caso senza vederci dal pendio laterale ghiacciato di una parete e atterro alla sua fine. Devo scappare via e m’impongo di non farmi prendere dal panico: con gesti controllati tolgo i guanti trattenendoli per non farmeli portar via da Eolo infuriato e riuscire a levarmi le ciaspe. Noto sorpreso e a metà tra lo spaventato e il divertito che il vento solleva le ciaspe e me le butta contro la lamiera del bivacco: incredibile! Le ripongo nello zaino, rimetto i guanti e mi preparo a scendere: le neve non era dura e dovrei riuscire con gli scarponi senza problemi ad affondare per avere un poco di sicurezza visto la pendenza della discesa. Mi butto barcollante ma senza paura…mi vengono in mente tutti i racconti sugli Inuit che sto leggendo. Scendo veloce sperando che la bufera cessi d’intensità e passo 5 minuti brutti poi decido di fare qualche foto ma il vento non si fissa nelle immagini. In compenso il panorama davanti a me riflette una strana luce e scatto un paio di foto verso le montagne che sognavo di salire oggi e su cui tornerò quando la neve se ne sarà un poco andata: Venerocolo, Colombaro e Sellero mentre non si vede il Telenek. A destra sopra il passo Campelli i noti Campione  e Campioncino mentre all’estrema sinistra una cavalcata già fatta: Tre Confini, Gleno e Strinato. Ormai il peggio è passato anche se la macchinetta fotografica s’impiastra di ghiaccio immediatamente e faccio l’ultimo scatto verso il passo dove perfino ad occhio si vede che la tempesta impazza ancora. Mi butto verso valle più sereno e alle 18 sono al bivio da cui tornerò verso i Fondi. Mi faccio un autoscatto sorridendo come un sopravissuto e solo vedendomi a casa noto la neve ghiacciata sulla barba e sulle sopracciglia. Ora per placido sentiero caracollo dolcemente verso casa traversando qualche bella radura dove la neve prendendo il colore della sera riporta la pace e l’armonia nel mio cuore. Che bello! Transito da Malga Lifretto bassa, dalle belle casette in pietra dei Fondi che riposano disabitate alla luce arancione di un lampione che dona un tono suggestivo e alle 19 sono davanti alla mia auto.                                                                                                                                     Foto1  Panorama dal Cimon della Bagozza al Passo del Valsellazzo Foto2 al riparo della bufera                                          Foto 3 foto estiva: non trovavo la porta perché era sotto la neve!</description>
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         <title>12/04/2026 - Piz Tri [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13706</link>
         <description> Approfitto del we con famiglia in campeggio a Edolo per salire su questa cima che ancora mi mancava, ovviamente a piedi. Dal campeggio mi alzo 300m di quota in auto per 10min, fino a Presamasco. Poi proseguo su tratti di sentiero alternati a strade sterrate, lungo un piacevolissimo percorso incontrando baite, aree pic nic, sculture di legno, trincee, fino al laghetto del Piz Tri, ancora ghiacciato. Proseguo su bel sentiero fino al pendio finale sul versante sud. Fin qui incontro qualche tratto ancora con neve, fortunatamente le &quot;peste&quot; mi permettono di non sfondare. Il pendio finale invece è sgombro di neve. Nonostante il cielo velato il panorama dalla vetta è stupendo. Scendo i primi 250m lungo il percorso di salita; poi devio a dx scendendo dal versante sud lungo una comoda stradina prima erbosa poi sterrata. Infine alternando sentieri a stradine, arrivo al parcheggio più alto (area pic nic) e in 10minuti al Passo di Fletta, dove mio marito, in giro con la bici, mi ha portato l'auto! Un giro solitario molto bello, per me nuovo!
Il giro si può anche compiere in senso inverso al mio, ma a mio parere così è migliore e la discesa è quasi tutta su comoda stradina erbosa e/o sterrata.
Partecipanti: sola.

FOTO 1: Poco dopo aver superato il laghetto, il tratto di sentiero che porta sui pendii finali del Piz Tri.
FOTO 2: Ultimi metri prima della croce di vetta.
FOTO 3: La discesa dal versante sud.</description>
      </item>
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         <title>11/04/2026 - Monte Baldo (Cima Valdritta ) da Avio [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13707</link>
         <description>Gita bellissima ma dallo sviluppo infinito, elementare sino alla cresta sommitale, traversi molto ripidi e delicati per raggiungere le cima , perlomeno nelle condizioni attuali ( neve poco portante ). Seguito integralmente il segnavia 652 che risale una profonda e suggestiva forra, per uscire poi in terreno più aperto con bellissime faggete e ridenti pascoli, intersecata la strada che sale da malga Novezza sale più ripido, quindi lo si abbandona al bivio ( con indicazioni per Cima Valdritta ) si inerpica poi per ripido costone sino alla cresta sommitale, da qui lungo e delicato traverso per raggiungere l'impennata che deposita sulla cima. Panorama assolutamente di primordine, con il lago di Garda 2000 sotto.
Bellissima escursione con Helene</description>
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         <title>06/04/2026 - Cima di Bani, Monte Zanetti, Monte Zulino [ Zeno ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13710</link>
         <description>È una riunione di amici ormai di vecchia data (i leù) quella che riusciamo a fare per il lunedì di Pasquetta. Decidiamo di camminare lungo la panoramicissima e selvaggia cresta che divide la Valcanale dalla Val Sanguigno. Io l’avevo frequentata più volte da entrambi i versanti ma non l’avevo mai percorsa in maniera continuativa.
Lasciamo l’auto lungo la strada della Valcanale al bivio per Bani e raggiungiamo a piedi l’ameno paesino. Da lì per bel sentiero arriviamo alla Cima di Bani dove mangiamo e ci concediamo un po’ di riposo. Mentre siamo sdraiati al sole come ruminanti arrivano Milva e suo marito che si sorprendono di vedere tanta gente così abbioccata sulla vetta. Facciamo amicizia e proseguiamo insieme per il resto del giro che passa per il Monte di Zanetti e il Monte Zulino. 
La vista è grandiosa, spiccano i monti Secco e Fop ancora innevati su cui rivediamo e ricordiamo le varie vie percorse negli anni. Dalla forcella di Zulino, ormai stanchi e contenti, scendiamo a Valcanale e quindi alle auto.

Buona Pasqua a tutti e… mòla mia, leù!</description>
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      <item>
         <title>29/03/2026 - Castell'Ermo per il sentiero dei Giganti da Cisano sul Neva [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13705</link>
         <description>Bellissima escursione a cavallo fra le valli Aroscia e Pennavaria, nel primo entroterra di Albenga, ottimi panorami sulla costa ( si vedeva in maniera nitida la Corsica) e le alpi Liguri. La variante del sentiero dei Giganti presenta un notevole interesse geologico e paesaggistico, dando quel tocco avventuroso alla gita. Partiti Conscente siamo saliti alla Rocca Livernà ( con i resti del forte ), da li abbiamo seguito fedelmente il crinale sino a scavalcare la Quota 867 dopo vari saliscendi. Dalla successiva insellatura erbosa 831m parte sulla destra versante Val Pennavaria il sentiero dei Giganti ( segnavia pallini rossi e blu ) che con esile traccia costeggia  tutto il versante Nord del Monte Nero 981m , si risale poi alla Colla di Curenna 900m. Da qui per sentiero volgendo a ds si raggiunge prima la chiesetta di San Calogero 1015m e con un'ultimo strappo la vetta del Castell'Ermo 1094. Si ritorna alla colla di Curenna e per sentiero sul crinale si raggiunge e si scavalca prima la vetta del Monte Nero 981m poi il Monte Pendjno 923m raggiungendo la sella 831m . Invece di seguire il crinale per comoda sterrata si aggira a meridione la quota 867m sino a ritornare sul crinale che si segue fino al colle sottostate la Rocca Liverà, si aggira quindi il suo versante sud per sterrata riguadagnando il ripido sentiero che scende a Conscente. Discreto anche lo sviluppo almeno 22 km. Bellissima gita con Helene.</description>
      </item>
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         <title>23/03/2026 - Magnodeno 1241m + Cresta della Giumenta [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13704</link>
         <description>Partiti dalla stazione ferroviaria di Lecco Maggianico, ( i segnavia partono sul piazzale antistante la stazione ) saliti per il sentiero 929 , molto panoramico sulla cresta nel tratto finale che precede la vetta del Magnodeno. Traversato al passo del Fò per la divertentissima e panoramica Cresta della Giumenta, quindi discesa al pizzale di partenza della funivia di Erna transitando del rifugio Stoppani. Rientro a Lecco in autostop, grazie ad una simpatica coppia di ragazzi. Bellissima escursione con Helene</description>
      </item>
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         <title>01/03/2026 - FERRATA DELLE CASCATE - NOVALESA-  [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13702</link>
         <description>Bella ferrata in ambiente super.
Attrezzatura tutta in ordine.
Qualche corto tratto bagnato nella seconda parte ma che non disturba la salita.

Torno volentieri a salirla con gli amici Stefano e Matteo che non l’avevano ancora percorsa.
Mattina grigia ma temperatura ok.
Varie relazioni in rete</description>
      </item>
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         <title>01/03/2026 - Monte Cazzola 2330m dall'Alpe Devero [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13701</link>
         <description>Oggi bella ciaspolata ( per me un'esordio ) in quel del Devero, ritorno per la seconda volta dopo 35 anni. L'Ambiente assolutamente stupendo dell'alpe Devero impreziosisce qualsiasi escursione. La salita al monte Cazzola non presente alcuna difficoltà tecnica , ma si svolge in un piacevole ambiente montano, prima per bel lariceto poi per pendii aperti si raggiunge questa piccola ma popolare cima. E da li si capisce il motivo di questo successo, un panorama mozzafiato su questo saliente delle Lepontine . Bellissima escursione con Helene e tutto il gruppo do Davide.</description>
      </item>
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         <title>14/02/2026 - Traversata del colle di La Cou 1374m [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13700</link>
         <description>Giornata dal meteo decisamente ostile, partiti da Bard 320m sulla SS26 saliti per mulattiera e strada ad Albard 650, pregevole nucleo di case in pietra posto in un luogo di grande fascino, quindi per mulattiera molto caratteristica sino al colle di La Cou , transitando per la frazione di Verale 1215m. Pioggia sino a 1000m di quota poi nevischio. Discesa sul versante opposto sino a Machaby su comoda mulattiera, poi discesa diretta sulla statale per il sentiero attrezzato che costeggia la parete della Corma di Machaby, a tratti insidioso per via della pioggia caduta il mattino. Bellissima escursione con Helene</description>
      </item>
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         <title>08/02/2026 - CORNI DI CANZO ( OCCIDENTALE ) [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13698</link>
         <description>Sempre una bella sgambata in posti a noi cari.
Saliti per la Colma e la Forcella dei Corni.
Neve solo nell’ultima parte prima della vetta, dove bisogna prestare la dovuta attenzione nella salita del canalino.
Sentieri molto fangosi per la pioggia della notte.
Scesi poi per sentiero 1 , più diretto.
Bella mattina con gli amici Stefano , Teo e Gigi.
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      </item>
      <item>
         <title>07/02/2026 - Traversata integrale Corni di Canzo [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13699</link>
         <description>Partenza da Civate , salita al Cornizzolo1240 transitando per San Pietro al Monte, traversata per cresta in successione al Monte Rai 1259m , Monte Prasanto 1244m discesa alla Colma di Canzo 1000m, risalita al Corno Occ. di Canzo 1375m, discesa alla bocchetta di Sambrosoera 1110m transitando dal Rif. SEV, indi risalita al Monte Moregallo 1276m discesa finale su Valmadrera passando per il Sasso di Preguda 647 m. Dislivello positivo complessivo 1750m sviluppo 23 km. Bellissima escursione in compagnia di Helene. </description>
      </item>
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         <title>22/01/2026 - Val Cordevole (storia di una diga quasi mai costruita) [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13697</link>
         <description>La Val Cordevole, situata in provincia di Belluno, si apre alla destra orografica della Valbelluna tra i comuni di Sospirolo e Sedico. Risalendola a partire dalla confluenza con la valle citata, si sviluppa verso nord attraverso i territori dei comuni di Rivamonte Agordino, La Valle Agordina, Agordo, Taibon Agordino, Cencenighe Agordino, San Tomaso Agordino, Alleghe e Rocca Pietore. A monte del lago di Alleghe piega gradualmente verso ovest e tocca i comuni di Colle Santa Lucia e Livinallongo del Col di Lana. L'alta val Cordevole, comprendente questi ultimi due comuni, è anche chiamata valle di Livinallongo o valle di Fodóm, ed è una delle cinque valli ladine. Termina in corrispondenza del passo Pordoi, che la mette in comunicazione con la val di Fassa. Il Cordevole nasce da una serie di ruscelli e piccole cascate che sgorgano nei pressi del Passo Pordoi, a quota 2237 metri. Fin dai suoi primi metri, la sua forza è evidente, alimentata dallo scioglimento delle nevi e dalle precipitazioni. Le sue acque, inizialmente cristalline e impetuose, scendono a valle attraverso gole strette e suggestive, scavando incessantemente la roccia dolomitica.                          La valle è molto antica, e solca la catena delle Dolomiti Bellunesi. E’ un sistema ambientale complesso, alla cui evoluzione morfologica hanno concorso i ghiacciai, i corsi d'acqua, i processi di degradazione (frane ed erosioni) e la corrosione carsica. Essa è fiancheggiata da un sistema di vallette laterali e di forre, alcune chiaramente impostate lungo importanti faglie (Val di Piero, Val Vescovà, Val Pegolera) ed è un “canale” di collegamento tra Dolomiti e Prealpi. Il modellamento glaciale, operato dall’antico ghiacciaio vallivo del Cordevole durante l’era glaciale, è riconoscibile per la forma blandamente a U del profilo trasversale (fondovalle relativamente ampio e fianchi ripidi, spesso rupestri). Particolarmente suggestivo è il segmento tra La Stanga e i Castei, che assume l’aspetto di una gola profondamente incisa nelle rocce stratificate in banchi suborizzontali della Dolomia Principale (canyon carsico). Con brevi digressioni dalla strada provinciale è possibile esplorare microambienti molto suggestivi e interessanti:                                                                (a) La cascata della Val di Piero, alto salto d’acqua in un ambiente orrido di forra. (b) Il conoide torrentizio di Agre, ampia superficie prativa costituita da un ventaglio di alluvioni ghiaiose, deposte dal T. Pegolera                      (c) La forra all’imbocco della Val Pegolera e le marmitte presenti sul fondo, “vasche” scavate sugli strati rocciosi della Dolomia Principale dai moti vorticosi dell’acqua e dei detriti trasportati durante le piene. Prima di Caprile entra nel corso principale il Torrente Fiorentina, mentre al termine del paese, vi entra la Pettorina. Pochi metri dopo risalendone il corso svolta a sinistra e s’infila in una stretta valle dai fianchi molto alti e ripidi dove negli anni 60 era iniziata la costruzione della diga di Caprile (o di Digonera) che doveva costituire l’impianto di testa del torrente Cordevole. Le acque del serbatoio sarebbero andate ad alimentare la centrale idroelettrica di Saviner, alimentata ora dalle acque che scendono dal dal Fedaia.             La sua costruzione è stata interrotta dopo la frana del Vajont (1963) quando era già stato gettato il tampone alla base e le spalle. La gente del posto, preoccupata che si potesse ripetere anche lì una tragedia analoga, si è costituita in comitato ed ha iniziato a protestare, finché il Presidente della Repubblica, ha firmato un decreto che bloccava i lavori. Tutto è rimasto nel limbo fino a pochi anni fa, quando l’Enel e la Provincia di Belluno si sono accordati definitivamente per bloccare la realizzazione dell’opera. Bisogna anche dire che su tutto il versante in dx idrografica, ovvero ciò che sarebbe stata la sponda orientale dell’invaso, è stato sfruttato per centinaia di anni per l’estrazione mineraria. Nel medioevo dalle miniere del monte Pore si estraeva ferro molto ricercato in tutta Europa per le sue qualità. Oltre alle caratteristiche meccaniche della roccia c’erano quindi anche altri problemi notevoli che sconsigliavano l’utilizzo del sito anche se la conformazione del terreno era ideale: valle stretta e profonda. Questo pezzo di valle reso impercorribile nel suo sviluppo dalla gettata di cemento della base della diga alta una decina di metri me l’aveva fatta conoscere senz’altro mio padre che là ci portava a curiosare e a bere alla fonte dell’acqua solforosa che si trovava qualche centinaio di metri prima del muro. Diventò presto nella mia preadolescenza una sorta di luogo magico (perché non vi andava che pochissima gente fino all’acqua solforosa e quasi nessuno fino alla diga) in cui isolarsi e immaginare avventure. Una sorta di parco giochi ad uso personale. Del resto c’erano ai miei occhi tantissime attrattive: l’isolamento, il fiume, le grotte, i resti dei lavori e di qualche casetta, gallerie alte sui fianchi da raggiungere. Ci andai negli anni da solo, con Greg, con la compagnia serale di Caprile quando facemmo uno scherzo cattivo a Gianluca detto “macina”, con Rossella. Con Gregorio guardavamo spesso col naso all’insù i buchi delle gallerie dei condotti di scarico che passavano a sinistra alti sulla montagna, ma, credo per fortuna non trovammo mai il tempo o l’ardire per provare a raggiungerli. Un giorno ci andai da solo e come al solito l’obiettivo era quello di provare a superare i fianchi per poi accedere all’altro lato del muro. Salii a destra e in mezzo a sfasciumi rocciosi, corde metalliche e pezzi di legno mi alzavo delicatamente verso l’alto cercando di non far partire come una valanga il cumulo di materiali che calpestavo e che scivolava per la pendenza ben accentuata sotto i miei piedi precipitando poi fragorosamente oltre il muro verticale roccioso che avevo superato per arrivare sul pendio laterale. Ad un certo punto, scivolai e iniziai la mia lenta discesa verso il basso ma prima di acquistare troppa velocità, vidi e riuscii ad afferrare con la mano sinistra un cavo metallico che per fortuna era incastrato da qualche parte e rallentò e poi frenò la mia caduta. Fermo, steso, avevo il cuore che batteva a mille e paura che il cavo a cui mi ero attaccato precipitasse a sua volta. Non successe e con calma e terrore cercai di riguadagnare la posizione eretta. Continuare vs l’alto, era fuori discussione e con molta attenzione iniziai a scendere fra gli sfasciumi e tornare a terra sano e salvo, solo un poco sgarbellato. Ma che paura! Infatti non raccontai niente a casa per evitare di preoccupare i miei o peggio che m’impedissero di andare in giro da solo come da poco avevo iniziato a fare con mia grande gioia. Ero libero. Un giorno con Gregorio ci portammo delle corde e provammo a salire sul lato sinistro che era servito anche da una scaletta cui si poteva accedere scavalcando un cancelletto: riuscimmo senza troppi problemi a salire in aderenza il pendio liscio di cemento che dal basso sembrava molto più verticale e ad accorgerci che i cordoli in cemento che scendevano verso il centro della diga non erano così distanti da rendere impossibile la traversata. Con Gregorio che mi teneva la corda, passai da uno all’altro dei pioli sopra il vuoto che incombeva sotto e raggiunsi con un urlo di gioia il colmo della diga. Ce l’avevamo fatta! Imparammo presto a non aver bisogno della corda e prendendo confidenza, raggiungevamo facilmente e senza correr pericoli il ciglio della diga che formava dall’altra parte un grande laghetto che si stendeva sotto i nostri piedi.                    Armati di fili e lenza, talvolta ci pescammo pure delle trote che abboccavano voraci ed ingenue non avendo certo mai visto dei pescatori che pure non eravamo. E quante volte mi arrampicai fino al foro della galleria di scarico per entrarci ma non riuscire mai a uscire dall’altra parte perché ad un certo punto il cordolo di passaggio terminava e la furia delle acque impediva di camminare sul fondo del grande manufatto in cemento. Poi crescendo, come non ricordare le estati passate sul greto a prendere il sole e nelle giornate più calde a farci il bagno. E poi l’agosto 1987, quando conosciuta Rossella la portai alla mia spiaggia preferita e con gli occhi che brillavano di luce e futuro, ci scambiammo il primo bacio che sapeva più di addio che di inizio. Ma quanta dolcezza e tenerezza portò fra noi che ce lo scambiammo. Lei era impegnata ed io troppo libero per essere chiuso in una relazione che sapeva più d’estate che di anni. E di quando le dissi: “domani parto” e il vento della Val Cordevole portava già lontano il sapore del suo ultimo bacio. Ci tornai sempre anche una volta cresciuto ma non più in cerca di avventure ma semplicemente come si torna in un santuario, un luogo sacro dove hai passato e speso con gioia tanti momenti della tua vita. Luoghi d’energia dove il tuo presente si riconnette al passato e legge il futuro in quell’unicum che è la tua vita.               Poi iniziai a portarci i bimbi per vedere la cascata in estate (ai tempi dei racconti precedenti l’acqua non cadeva dal colmo, ma veniva fatta uscire dalla condotta laterale…), pensata per una questione estetica e che d’inverno gelava completamente creando incredibili cavolfiori di ghiaccio dovuti agli spruzzi e ai rimbalzi dell’acqua che cadeva. In una galleria a lato li portavo sempre a vedere le stalattiti e le stalagmiti di ghiaccio che si creavano e loro impazzivano a raccoglierle per farci le spade e i denti e poi le portavano a casa dei nonni dove venivano custodite al gelo sul balcone e resistevano diversi giorni.                                                     Un giorno dell’estate 2009, il 28/07, al pomeriggio mi viene in mente di provare a trovare la strada che un tempo scendeva nella Val Cordevole partendo dalla strada che ci passa un centinaio di metri sopra, toccando Digonera. La trovo inerbata e dopo aver parcheggiato dopo le gallerie, e prima del paese, inizio a scendere con Armin e David facendoci spazio a fatica fra la vegetazione. Troviamo ribes rossi bellissimi e buonissimi poi una galleria in parte ricoperta dai franamenti dove fotografiamo un ragno enorme. Mi sembra di ricordare che però dovemmo risalire e poi scendere nuovamente attraverso un altro sentierino che stavolta ci portò sul greto. Incontrammo un rudere e poi una casa molto bella e grande costruita in pietra con ancora l’indirizzo civico 41 e proseguendo in destra orografica dopo una svolta, vedemmo le mura della diga anticipate dal laghetto verde. Guadammo il torrente per portarci sul greto più ampio di sinistra dove i bimbi si misero a giocare con acqua e sassi e io a far foto ai gamberetti di fiume molto numerosi. Tirammo sera a lanciar sassi e poi rincasammo. Il 02/01/2013 ci tornai con David e Giona di ritorno da una salita al Col de la Foia e arrivandoci dal sentiero che supera Sot Crepaz in un inverno gelidissimo e trovando enormi ghiaccioli e fioriture di ghiaccio sotto la cascata che divertirono moltissimo i bimbi. E ancora nel maggio del 2021 tornando con Zeno dalla campagna fallita al Bus del Diaol lo portai a vedere i Sassoni e la valle della mia infanzia ma il ponte che permetteva di oltrepassare il Cordevole era stato spazzato via dalla furia di una piena improvvisa e forse (essendo solo pedonale, ma ci si passava pure in auto!) non sarà neppure ricostruito consegnando il fondo della valle ad un quasi totale isolamento. Era freddo e c’era molta acqua per cui decidemmo di non guadare e gli proposi di salre a vedere dall’alto, anche per fargli intuire le proporzioni dell’immenso bacino che avrebbero voluto realizzare. Fu quasi per caso che appena oltre la galleria, attirò la mia attenzione una rete bucata. Parcheggiato appena oltre ci tornammo, passammo attraverso il foro e trovammo un sentierino che proseguiva oltre nelle erbe, superammo un ponte di tronchetti ormai marci e un poco pericolosi per approdare incredibilmente sulla  spalla alta della diga, quasi 100 metri sopra il livello del fiume che piccolo scorreva e cadeva dalla cascata laggiù. Non essendoci parapetti, avvicinarsi al bordo del manufatto, mette veramente i brividi. Un panorama e una visione grandiosa che lasciava intuire dove sarebbe arrivato il pelo dell’acqua e che affascinò sia me che Zeno attentissimo alla morfologia rocciosa e che trovò diverse stratificazioni molto interessanti. Volgendo lo sguardo ad Ovest invece la Parete delle Pareti ammiccava riempiendo il cielo oltre il Col de la Foia.  Foto1     prima della diga      Foto2 oltre la diga      Foto3  diga dall’alto</description>
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      <item>
         <title>15/01/2026 - Campioncino - Campelli [ Minali Pietro ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13696</link>
         <description>Vista la scarsità di neve alla partenza, opto per una passeggiata a piedi e lascio gli sci in macchina. La strada è scarsamente innevata, solo dal rif. Bagozza sarebbe possibile l'utilizzo degli sci. Innevamento da 10 a 30 cm. Raggiungo la dorsale del m. Campioncino fino a quota 2050 senza arrivare in vetta in quanto avvolta da fittissima nebbia /nuvole e scendo al rif. Campioncino 
Utilizzo i ramponi per evitare scivolate sulla strada ghiacciata.
F1 Ora sono grande NÏF F2 Panorama, passo e dislivello  F3 Al rifugio 
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      </item>
      <item>
         <title>11/01/2026 - MONTE BARONE  [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13695</link>
         <description>Bellissima escursione invernale.
Meteo e panorama dalla vetta TOP.
Condizioni ottime con neve portante e super traccia.
Prima del rifugio alcuni brevi tratti ghiacciati.
Alle condizioni attuali servono solo ramponcini.

Con gli amici Gigi, Teo e Stefano.
Consigliata 
Numerose le relazioni del percorso in rete.
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      </item>
      <item>
         <title>10/01/2026 - Pizzo Baciamorti (bike&amp;hike) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13694</link>
         <description>Viste le condizioni nevose, il vento previsto e le velature del cielo, oggi opto per un giro solitario con la MTB. Lasciata l'auto a Pizzino (da qui per salire a Quindicina ci sarebbe la macchinetta con pagamento di 2euro), parto con un bel -4°, anche se la salita a Quindicina mi scalda subito. Poi seguo la strada che a tratti presenta neve dura o ghiaccio, ma salgo cmq bene. Dal rif. Battisti prendo il sentiero che porta alla Bocchetta di Regadur, ma fin qui spingo quasi sempre la bici, o per i brevi tratti ripidi o per ghiaccio (al ritorno terrò i ramponcini anche con la bici). Lascio la bici alla piccola baita Regina alla bocchetta (1830m) e, messi i ramponcini, mi avvio verso l'Aralalta e il Pzo Baciamorti. Anche il cielo si apre e il sole mi scalda un po', offrendomi un bello spettacolo. Tornata alla bocchetta, un po' in sella e un po' a spinta ripercorro il sentiero fino al rif. Battisti, poi la divertente piana ben innevata che in breve mi porta al rif. Gherardi (chiuso). Veloce spuntino e poi giù per la divertentissima discesa sempre in sella, anche nei tratti un po' ghiacciati nessun problema. Poi veloce fino a Pizzino, alla macchina. Con condizioni così, soddisfazione e divertimento più che con gli sci!
Partecipanti: sola.

FOTO 1: Poco prima del rif. Battisti. In rosso, la bocchetta di Regadur dove lascerò la MTB e, tutto a dx, Aralalta e Baciamorti.
FOTO 2: Dalla vetta del Baciamorti, sguardo sul percorso di salita.
FOTO 3: Inizio della discesa in bici dalla bocchetta Regadur.</description>
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         <title>31/12/2025 - giretto di fine anno in grignetta [ giasti03 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13693</link>
         <description>ultimo giro dell'anno per muovere un pò le gambe, giretto di qualche ora
ramponi utili ma non indispensabili, per sicurezza abbiamo portato un pò di materiale che non abbiamo usato
classifico il giretto come F se qualcuno non esperto vuole farlo.
col socio Gerry
foto 1 finalmente neve
foto 2 il rosa all'orizzonte
foto 3 alla salute</description>
      </item>
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         <title>31/12/2025 - San Simone - Giro ex piste [ Minali Pietro ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13692</link>
         <description>Partiamo io e Luca con l'intenzione di salire alla cima di Lemma per consacrare il 2025 anno impegnativo nei miei confronti, ora è al termine e si spera sempre in meglio. Il ghiaccio sul sentiero, se pur senza neve, mi spinge a non proseguire, ed a cambiare itinerario. Opto per il giro delle piste. La neve ha uno spessore inaspettato, si arriva a 60 /80 centimetri in zone poco esposte, ma anche sui versanti a sud sopra i 1800 metri la neve è abbondante (parola grossa). Comunque polvere. Ispirazione per una notturna il 3 gennaio con la luna del Lupo . super luna piena. Buon anno a tutti, escursionisti e Scialpinisti. Montanari TUTTI. AUGURI buon 2026
F1 temperatura al parcheggio ore 8 F2 Io e Luca con Rotondo sullo sfondo F3 Faccione al vertice della seggiovia m.2040</description>
      </item>
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         <title>28/12/2025 - due volte vs l'Aviolo (2020) [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13690</link>
         <description>Scrivo di queste due tentativi di scalata che sono stati derubricati ad escursionismo visto che la roccia non l’abbiamo mai trovata nel primo e tastata nel secondo, ad anni di distanza nel 2025 sorprendendomi di non averne scritto niente…probabilmente per l’infruttuosità dei risultati. Poi cerco del tentativo primario fatto anni ancora prima con Nicola ma non trovo nulla e neanche le foto (cosa questa molto strana….) e allora lo contatto per sapere se lui ha qualche traccia. Di quel tentativo lontano, ricordo solo che la rischiammo nonostante il meteo che dava al brutto con temporali pomeridiani e che quando provammo a d attaccare il diedro iniziale, iniziò a piovere bagnando tutta la roccia e costringendoci al ritiro. Disfammo e mettemmo via tutto il materiale di arrampicata e Nico sfogò la sua rabbia (…e io un poco lo aiutai…) buttando giù da una zona friabile blocchi enormi di pietrame che ruzzolavano fragorosamente coprendo il rimbombo delle nostre risate a crepapelle. Quanto ridere quel giorno!                                                                                                      Dunque nell’autunno del 2020 propongo ad Armin di provare a fare questa salita che è un bel mix tra scalata ed arrampicata con difficoltà che si attestano attorno al 4° grado massimo. Partiamo da Crema il 30 09 2020 prima di arrivare ad Edolo mi fermo a fotografare la piramide della nostra montagna salire con uno spigolo a cielo direttamente dal Passo Gallinera che penso sia il punto di partenza della nostra via. Alle 9.30 fotografo Armin infreddolito e pronto a partire in direzione di Malga Stein che raggiungiamo poco più di mezz’ora dopo uscendo dal buio e dal freddo del bosco per essere accolti dalla luce di una radiosa giornata e dalla temperatura che si è alzata costringendoci a togliere un po' di coperture. La malga ci accoglie addormentata e non la svegliamo mentree si gode il tepore dei primi raggi di sole che la accarezzano e fanno brillare il prato verde sul quale è costruita. I gestori dormono e passiamo oltre scendendo di nuovo nell’ombra della bassa val Gallinera. Alle 11.15 fotografo e mostro ad Armin la parete omicida in direzione sinistra vs il Roccia Baitone che scaricò addosso a me e Nico tonnellate di neve dalle quali ci salvammo per una pura coincidenza temporale: ora è smaltata di ghiaccio e lievemente innevata, senza i clamorosi seracchi che si formeranno nella stagione invernale, pronti a scendere rovinosamente a valle durante la primavera. Si distinguono benissimo i canaloni che la solcano e che accoglieranno la neve per trattenerla e poi liberarsene improvvisamente. Noi saliamo dritti verso il Passo (e la sopra dominante Punta Gallinera) e la luce che lo illumina. Ora in pieno sole i contrafforti dell’Aviolo ci stanno proprio sopra splendenti e illuminati sotto il cielo azzurro. Poi si vede il giallo bivacco Festa e inizia la rampa erta per raggiungerlo, cosa che però noi non facciamo preferendogli il poco discosto passo dove arriviamo che son quasi le 12.30. Iniziamo a salire lungo la cresta ignorando di essere dalla parte completamente opposta della montagna. Ero convinto che lo Spigolo delle Capre fosse la cresta che partiva dal Passo Gallinera e che con andamento abbastanza retto arrivava in cima! Bello il panorama che si apre sulle tetre, gelate e buie pareti dei Baitone (Roccia e Corno) che proseguono nella cresta praticamente rettilinea verso i Corni di Valrabbia. E che contrasto col sole che si attorciglia fra i fili d’erba che invece noi calpestiamo. Non trovando, logicamente, l’attacco, ci spostiamo dalla cresta verso sinistra sperando di andare a raggiungerlo e cominciamo un difficoltoso muoversi in traverso su loppe abbastanza inclinate e quindi scomode da traversare. Progressivamente la vista offre un’ottima visuale del Bivacco appollaiato sopra la valle che poi traversammo per giungere con Nico all’attacco del seracco della Via Chiaudano e che ora è visibilissimo proprio davanti a noi. Ma basta coi ricordi e continuiamo a traversare in cerca della nostra via o di tracce che portino ad essa. Si succedono le scarpate e sappiamo ormai che la giornata ha un intento solo esplorativo, vista l’ora ormai tarda. Alle 14.45 appaiono l’ Aviolo e la sua anticima: comprendiamo appieno e ora con certezza definitiva di essere proprio sul versante opposto della montagna, totalmente fuoristrada e allora non resta che da tornare sui nostri passi. Guardo arnin perdere quota e mi dispiace soprattutto per lui di averlo fatto camminare inutilmente senza il piacere di arrampicare che era per lui la molla decisionale. Evabbè. Torniamo rapidamente al bivacco per linea retta anziché rasenti alle pareti e poco dopo le 15 ci concediamo al suo interno una piccola pausa con le finestrelle che danno sul muro verde che scendemmo in doppia notturna con Nico. Poi scendiamo, riguadagniamo il circo alto della Val Gallinera, fotografo Armin vicino ad un abete con una circonferenza enorme e alle 17 risalendo dal bosco, riguadagniamo il sole a malga Stein dove ad attenderci c’è la mamma straniera di due incredibilmente biondi e bellissimi bimbi cui chiedo il permesso di una foto ricordo. Scambiamo due chiacchere anche col compagno e ci mostrano la cucciolata di 7 cani appena nati. Mezz’ora più tardi salutiamo e scendiamo e alle 18.30 siamo all’auto dove troviamo i cartelli e il sentiero che dovremo fare la prossima volta. Evidente..e in direzione evidentemente opposta. Oggi è andata così ma la giornata è stata comunque stupenda e bellissima. Grazie Armin.   
Con Armin vista la disfatta sentieristica del precedente tentativo, cerchiamo subito di rifarci anche per anticipare l’autunno avanzato e la possibilità di nevicate che seppelliscano la nostra via e ce la riconsegnino solo per la primavera. Ma è solo tre settimane dopo che riusciamo ad organizzarci e quindi a ripartire in direzione Edolo per il 20 10 2020. Partiamo nel giorno giovane padano e c’è ancora buio alle 7.10 quando lasciamo il parcheggio sopra Edolo imbacuccati e con in testa le frontali. Poco dopo il cielo è chiaro e lattiginoso quando camminiamo su pietre circondati da larici in veste autunnale. Il bosco è uno spettacolo di larici dorati e la neve in alto ricopre le rocce. Lontano in un cielo dall’altra parte, albeggia e poco dopo oltre le punte degli abeti emerge la parte superiore della nostra montagna, clamorosamente imbiancata. Visione non proprio incoraggiante. Oltre colli bruni e ancora adombrati la luce arancione del primo sole colora le nevi della Vetta di Ron, delle Cime di Vicima e del Pizzo Painale. Noi intanto saliamo e vediamo ora che è tutta la parete della montagna ad essere spolverata di neve fino alla sua base. Pensieri pessimisti per la nostra intenzione di arrampicare. Avanziamo ora (h 8) in un grande macereto di sassi avvolti dall’ombra fredda e persistente di questo vallone da percorrere fino al nostro obiettivo, mentre alle spalle illuminato ora spunta anche il Pizzo Scalino. L’ambiente è gelido, nessun suono se non lo scricchiolare lieve dei nostri scarponi sulla neve che lentamente cresce di centimetro in centimetro fino a diventare quasi coprente. Alle 9.40, un grosso masso ci sbarra la strada e segnala l’incrocio con il sentiero che attraverso il Passo della Foppa, sale da Malga Stain. Saliamo ora più decisi verso le bastionate dell’Aviolo e alle nostre spalle ilo panorama si allarga decisamente con il solco della Valtellina che divide le Orobie a sinistra ( si distinguono bene Telenek, Recastello,Strinato, Torena, Coca Scotes e Rodes) da Ligoncio Corni Bruciati e Disgrazia che stanno a destra. Alle 10.30 raggiungiamo l’evidente diedro che segnala l’attacco della via e che è intonso di neve e fotografo Armin vicino al cordino che spunta dalla neve a indicare la prima sosta. Bisognerebbe fare la via con ramponi e piccozza evenienza per la quale non abbiamo materiale e forse neanche le capacità. Questa montagna non ci vuole dico ad Armin e intanto mi viene in mente che però potremmo provare a salirla dalla via normale. Provo a convincerlo dicendo che non dovremmo metterci tanto e che saliremmo leggeri lasciando giù gli zaini con il materiale d’arrampicata che tanto per il freddo, abbiamo già tutto addosso. Sotto di noi un bel crinale nevoso lascia intravedere erbe gialle e dorate sull’altro suo versante regalandoci un poco di luce e colore e un contrasto cromatico stupefacente. Più lontano ammicca il Pizzo Camino (preceduto dall’amico Sossino) con la cresta che degrada verso il Moren. Armin si fa convincere e alle 11 dopo aver mangiato qualcosa, esser scesi verso il canale roccioso e innevato da salire per la via normale, e depositato il materiale, cominciamo nuovamente ad alzarci. E’ ripido per cui non c’ è molta neve e saliamo abbastanza agevolmente con bellissima vista sull’erto spigolo che avremmo dovuto salire. Usciamo su un’ampia dorsale ancora scarsamente innevata un quarto d’ora dopo con la cima ora alla nostra sinistra. Pochi passi e un bel sentierino innevato ci conduce ad una curiosa bocchetta custodita da un pinnacolo roccioso e che da sul vuoto che si affaccia verso il gruppo del Disgrazia e quello del Bernina. Ancora più a Nord, Tremila Svizzeri: Piz Ot, Albris e la bella piramide del Languard. Davanti a noi la cima e l’anticima dell’Aviolo ancora lontane oltre il termine della dorsale. Prima di ripartire ci facciamo un selfie che chiameremo passato e futuro, visti i protagonisti. Tutta la catena delle Orobie davanti a noi dalla Presolana al Pizzo di Rodes e a sinistra vs la Valcamonica: Pizzo Camino, Bagozza e Concarena. Riprendiamo a salire verso le rocce seguendo la pista lasciata in discesa da un camoscio sciatore nella coltre ormai alta 10 centimetri. Alle 12.30 siamo da tempo ormai nella neve che ci arriva quasi alla vita e c’è da affrontare un traverso che considero pericoloso per la ripidità e l’esposizione e con Armin non me la sento proprio di affrontarlo. Siamo proprio sotto la cima ma avanzare senza ramponi e picche è troppo pericoloso e allora a malincuore, bagnati e abbacchiati, invertiamo la direzione e puntiamo verso la neve al sole che ci attende più in basso. Il sole ci raggiunge con il suo calore per la prima volta nella giornata e alle 13 siamo nuovamente alla bocchetta innominata. Giochi di luci ed ombre sulla cresta del Passo di Foppa e disceso il canalone, ritorniamo nella conca alla base dell’Aviolo che ora brilla illuminato in un ambiente decisamente meno tetro rispetto a qualche ora fa. Dall’alto ammiriamo meglio il grande macereto che abbiamo affrontato salendo e che ora dovremo riattraversare.  Ora con la luce i larici splendono e scatto qualche bella foto alle loro capigliature colorate che indorano le montagne. Salutiamo la grande parete dell’Aviolo che ora splende in tutta la sua maestosità e ci rinfiliamo nel bosco di larici che all’andata nell’ombra così bello non pareva. Raggiunta la bella radura Pozzuolo dove sorge l’area picnic, mezz’oretta dopo quasi alle 16 facciamo ritorno all’auto dove in bella vista posano la Scima de Saoseo e la Cima Viola. Dai Armin, vedrai che ce la faremo la prossima volta!                                                                                                                              Foto1  Armin vs Aviolo dal Passo Gallinera  Foto2    Aviolo invernale Foto3   la parete Ovest dell’Aviolo


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      </item>
      <item>
         <title>27/12/2025 - Rif.Gnutti [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13691</link>
         <description>Alle 15 siamo a ponte del guat, o meglio, a 10 min a piedi perche la strada è innevata stretta e senza protezioni, quindi pir avendo le catene defidiamo di fermarci prima.

L' innevamento è scarso fino alle scale del miller, dove inizano ad esserci 15cm. Arriviamo alla piana sopra alle scale con le ultime luci del giorno che ci permettono di ammirare il paesaggio e, soprattutto, realizzare che sui pendii in ombra c e gia parecchia neve (al contrario erba sui pendii solivi). Qui l innvevamento aumenta, sembra che tutta la neve dell'adamello sia stata riportata qui !
Con la stessa velocita realizziamo che aver lasciato a casa le ciaspole è stato un grosso errore.

Battiamo traccia alla luce delle frontali nella neve alta e farinosa affindando spesso fino al ginocchio (30cm con accumuli fino a 50) raggiungendo lninvernale dello gnutti alle 18 circa. 3 ore circa oer un tragitto che normalmente ne richiederebbe 1.40

Il programma era di cercare del misto vicino alla terzulli, ma se anche la via fosse stata in condizioni sicuramente l'avvicinamento non lo è. Stanchi e demoralizzati decidiamo di scendere.
Passiamo una fredda notte in bivacco (ben attrezzato con materassi e coperte) e verso le 5.45 di mattina ci incanminiamo verso valle.

Con Mattia 

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         <title>14/12/2025 - Colon di Costa Bramosa [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13689</link>
         <description>Giorno terzo del mio triduo alpino ( 6/12/2025) e anche oggi mi alzo indeciso sul da farsi e con motivazioni ondivaghe perturbate anche dal fatto che non vorrei tornare tardi (da programma svanito c’era una cena...) per proporre a Dani di uscire. C’ è tutta la casa da sistemare e mi oriento su un facile giro sul Peron, aggiungendogli la discesa dalla cresta nord. Poi invece mentre scendo verso valle e aver visto il sole sorgere dal Civetta un’iniezione di entusiasmo mi porta a scegliere di tornare ancora in val Ru da Molin per salire sulla cima dirimpetto a quella su cui son stato ieri. L’altro Colon, due mammelloni apparentemente innocui ma che danno risalto e dividono i profondi solchi della val del Piero e della val Ru da Molin. Parto alle 10 da Caprile e te quarti d’ora dopo salgo il solito sentierino dietro La Stanga, per virare dieci minuti dopo all’antenna a sinistra in direzione val Ru da Molin come certifica un vecchio cartellino in latta rosso inchiodato ad un abete. Ripida salita e poi la grandiosa esposta ma facile cengia sul burrone e inizio a pensare dove potrà mai essere la deviazione a destra per salire verso il Colon: ci son passato davanti diverse volte da marzo in poi e non me ne sono mai accorto! Controllo attentamente la relazione e trovo il tratto di sentiero franato, poi un secondo valloncello oltre una parete rossastra e poi vedo il costone erboso oltre il quale dovrebbe iniziare la fantomatica traccia inerbata. Lo supero e dopo 20/30 m circa eccola senza dubbio apparire a destra abbastanza evidente da farsi vedere ma non notare da un occhio disinteressato. Un tronco di larice la taglia e tocca oltrepassarlo ma soprattutto dopo circa 10 mt si nota un ometto.                        Son partito mezz’ora fa e inizio subito a salire sulla buona traccia che a tornanti affronta la pala erbosa avvicinandosi ad una grigia fascia rocciosa a sinistra. Spirlonga e Coro filtrano il loro sguardo fra i fitti rami del bosco e sembrano domandarmi dove diavolo io stia andando ad impelegarmi mentre loro attendono assolati nel cielo azzurro e caldo. Ci sono ometti e arrivo velocemente al greto secco descritto oltre il quale dopo pochi metri si torna a sx per una nuova pala erbosa e nuovi tornanti su sentiero insolitamente ampio e segnalato da parecchi ometti. Salgo quindi sicuro e mi accosto laddove il sentiero piega vs sx a degli strapiombi rocciosi che seguo fino ad un antro nella roccia, ricovero di boscaioli o cacciatori (h12). Gli ometti continuano ad indicare la via fino circa a quota 1000 e riesco a seguire le morbide curve della traccia finchè spariscono del tutto e seguo la via dritta verso il cielo che appare non appare lontano fra gli alberelli di faggio che crescono su quello che sembra una sorta di costone d’arrivo. Costruisco ometti per un poco poi abbandono l’idea perché mi rallenta troppo questa attività edile. Contemplo la meraviglia della pinna di squalo dell’Agner apparsa improvvisa oltre i boschi dei monti del Sole che uniscono le Antène al Col Pizzon: brilla di nevi al sole. Sembra proprio voler essere ammirata e mostrare la sua superiore bellezza. Alle 12.45 termino le mie fatiche e arrivo al colletto puntellato di piccoli faggi e con grande visione sull’altro versante (Val del Piero) dove spiccano la Pala Alta e la sua Cima Est. C’è sole e mi metto su un bel praticello in leggera salita per far asciugare un poco il mio gilet e mangiucchiare qualcosa in quest’oasi di piano e pace.        E la vita torna ad esser meravigliosa! Alle 13 riparto verso l’alto lasciando steso il mio gilet arancione come fosse una bandiera perché oltre non si vede nessuna traccia e la relazione dice semplicemente di salire. Attraverso il bel prato di erbe fulve e poi lungo un costoncino vedo una fascetta biancorossa su un alberello (ah quanto le ho rimpiante in questi giorni…) e spero di poter tornare a seguire una via. Ma non trovo null’altro e continuo a salire cercando di mantenermi sul profilo di destra senza andare in versante Val del Piero. Costruisco un’ometto per sicurezza e ammiro la vista che si apre verso il terzetto Palazza Mont Alt Croda Bianca e il binomio Rocheta Stornade. Vorrei essere un’aquila per riempire con le mie ali il cielo azzurro che mi separa da loro. Ma non le sento lontane…semplicemente m’insegnano l’amore che non possiede. Incrocio sulla via un bellissimo pino silvestre che con i suoi rami striati di rosso e la chioma verde solletica il cielo azzurro e io m’innamoro del momento guardando la Pala Bassa che ora si allinea a quella Alta con il suo pupillo, il Pulpito. Salgo ora nel fogliame ed erigo un nuovo ometto prima di lanciarmi un poco verso sinistra in direzione del cielo azzurro che filtra oltre i faggi del crinale sommitale che non appare molto lontano. Ci arrivo poco dopo (h 15.30) superando a sx una piccola fascia rocciosa e gli ultimi ripidi erbosi. Bah.. nn capisco bene, mi sembra di essere in cima in questo boschetto pianeggiante che non offre punti di riferimento se non quello delle montagne che mi circondano con vista istruttiva soprattutto su Coro e Spirlonga. Metto mano alla relazione che dice di andare in direzione del Burel, scendere ad una selletta e guadagnare quindi la cima principale: credo di aver sbagliato posto o che sia sbagliata la relazione perché non s’intuisce nulla di quanto sta scritto, ma mi avvio cmq nella direzione indicata. Prima infilo un ramo in un ceppo cavo a mò di segnavia perché qua è un poco tutto uguale. Salgo leggermente e poi in effetti intravedo una discesa e poi la selletta ma di cime non ce ne sono. Scendo comunque e poi risalgo un dossetto  sulla cui spianata sommitale stà in effetti eretto un grande ometto che sembra quasi un’altare tanto è ben costruito: mi sembra di essere un filo più basso rispetto al boschetto ma qui si ha certamente di più la sensazione di essere in cima!(Cima Colon di Costa Bramosa q. 1307, h 15.45). La vista è aerea ed è senza dubbio il miglior punto di osservazione sul grandioso itinerario del Viaz dei camorz e dei Camorzieri perché si è proprio al centro delle montagne sulle quali si sviluppa e non ci sono ostacoli in mezzo. Sgrano come in un rosario tutte le cime o le montagne che ho traversato partendo dalla pala Alta, dalla sua Cima Est, dalla Pala Bassa, al Sabioi, ai Pinei, la depressione di Forcella Oderz e poi i due versanti del Burel, le Pale Magre, la Costa del Castellaz e l’arrivo sul Coro fiancheggiato dal missile della Spirlonga …che forse salirò fra un poco. La giornata è fantastica e il panorama ancor di più…starei qui per sempre e ricolmo di felicità e gratitudine, mando un cuore a Daniela. Il Burel incanta con la sua parete sudovest e custodisce in grembo la macchia verde della Fratta del Moro dove bivaccarono Messner, Bee, Miotto e i polacchi che su quella roccia disegnarono leggende nella storia dell’alpinismo. E in quella macchia verde ho avuto la fortuna di passare pure io. Ricordi. Giro un po’ attorno alla cima e ai suoi vegetanti contorni per scattare bellissime foto e alle 14 lascio il mio nido d’aquila in Paradiso per tornare. Recupero il boschetto col segnavia e giù. Cerco di stare al margine sx come ho fatto salendo ma ad un certo punto la pendenza del pendio mi pare troppo accentuata fino a chè mi trovo in una zona quasi strapiombante e anche tagliare a destra non è semplice. Mi sembra di vedere il boschetto al quale devo arrivare ma non ne sono sicuro; non so perché mi spavento tanto, ma mi prende un poco di agitazione e decido di risalire, non ho punti di riferimento e tutto mi sembra indistinguibile. Cerco anche di spostarmi a sinistra finchè mi sembra di riconoscere l’indistinta  fascia rocciosa trovata salendo e mi porto ancora più a sinistra. La pendenza del terreno finalmente si attenua e mi sembra simile a quando salivo. Poi improvvisamente vedo l’ometto che avevo eretto ed esplodo di gioia, tirando un sospiro di sollievo. Ora dovrei essere a posto eppure poco dopo mi ritrovo ancora su un ripido eccessivo ma questa volta più brevemente mi riporto a sx e trovo l’altro ometto costruito che nn ricordavo. Non faccio a tempo a rallegrarmi e dirmi dai che ci siamo che vedo in fondo alla discesa la macchia arancione del mio gilet che segnala l’approdo alle terre note. Che bello.. e ora scendo velocemente dritto per dritto raggiungendo lo zainetto alle 14.40. Me lo rimetto e affronto il pendio stando più a sinistra rispetto alla linea di salita ma anche di qua non trovo segni od ometti e ne costruisco un paio. Un rumore improvviso mi segnala la presenza di un animale e inizio a cercare di fotografare un bellissimo camoscio dal pelo scuro e con la faccia bianca che si intravede sempre oltre il fitto sottobosco. Poi finalmente ritorno all’antro da dove la via è decisamente segnalata (h 15.30) e dove mi sento a casa. In discesa è meno evidente la traccia ma va bene scendere anche dritti e arrivo al greto secco, curva a destra eultima pala erbosa prima del sentiero della Val Molin. Forse in preda pensieri o distratto scarto a destra senza rendermene conto e solo qualche minuto dopo mi chiedo dove son finito. Ritorno sui miei passi e compreso l’errore proseguo verso la cengia esposta, la discesa e arrivo al Park della Stanga per le 16.15. Bene ora si torna a casa. Foto1 la partenza della traccia dal sentiero della Val Ru da Molin                              Foto2  grandioso Burel      Foto 3  da forcella Oderz alla Pala Bassa

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         <title>13/12/2025 - le misteriose Val del Piero e Val Ru da Molin con salita al colon del Forzelon [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13688</link>
         <description>Mi alzo svogliato il 5 12 2025, inedia, quasi per dovere cerco di dare un senso alla giornata e non ho un piano preciso. Mi rammarico di non aver portato il libro della Schiara ma poi guardando fra gli appunti trovo la relazione per la salita al Colon del Forzelon con la descrizione della salita dalla Val del Piero fino al valico del Forzelon. Ho deciso..tornerò sul luogo del delitto! A marzo infatti quando ero salito con giorgio e Giona, ero salito lungo la Val Ru da Molin ma avevo smarrito la traccia scendendo in Val del Piero ed ero dunque tornato (avendo appuntamento!) da dove ero salito. Mi ero ripromesso di tornare per capire e salire dalla parte opposta per rivelare l’arcano. Dunque raccolgo energie e motivazioni e mi preparo per uscire lasciando indietro i pensieri. Alle 10.45 (sigh…) sono davanti al cartello alla Stanga (q.430) che indica il sentiero che porta in Paradiso ( 502,Val di Piero ). Credo siano almeno vent’anni o più che non rientro in quello che considero probabilmente il più bel sentiero dolomitico mai fatto. Salgo dietro locanda lungo l’erto tratturo che porta immediatamente all’antennona di ricezione divenuta simbolo della divisione del sentiero che porta a sx in val Ru da molin e dritto in Vdp. A sx (ma non me nericordavo…), si scende al greto proprio sopra l’orrido nella quale precipita la grandiosa cascata che tante volte ho ammirato e fatto ammirare raggiungendola dal canyion che parte poco più sotto a valle. Invece io sono già alto sul fondovalle e il sentiero è già diventato …ino come lo ricordavo e si snoda fra il salto a dx e le parate verticali a sx: che ambiente incredibile! Un sentiero piccolo ma affidabile, certo non ci si può distrarre, un viaz facile lo definirei. Passo da una lapide, che nn ricordavo (un cinquantenne deceduto nel 2004…) posta nei pressi di un piccolo antro su cui ai lati salgono vs l’alto piante rampicanti che mi sembra strano vedere qua…segni di un clima che cambia a tutte le latitudini. E poi sotto un grande muraglione concavo bianco e nero, ormai alto sul fiume che scorre sotto. Mezz’ora dopo la partenza,  arrivo al bivio (anche questo nn ricordavo ) con il vecchio cartello che indica di salire lungo un breve saltino roccioso attrezzato con cavo mentre il sentiero prosegue dritto (lo seguo brevemente…) per scendere alle opere Enel lungo il torrente. Il sentierino prosegue medesimo solo ad un livello più alto e supero un passaggino attrezzato nel vuoto grazie a precaria passerella in legni che non so quanto durerà ancora e poi entro e salgo in una pala boscosa che a tornanti che mi lascia intravedere il bastione roccioso che fa da confine destro al valico del Forzelon (quello che poi proverò a salire confondendolo col Colon!). Fotografo la consueta salamandra e poco dopo un compagno ciccione e improvvisamente dalle nebbie di fondovalle, emerge il triangolo azzurro di F.lla Oderz a segnalare la sua grandezza e supervisione del territorio. Sul fondo del fiume altre opere Enel e sopra a destra appicchi salgono vs il cielo contenendo fra le loro pareti la grandiosa Pala Bassa, più alta e già spruzzata di neve. Dalla relazione so che devo svoltare a sx dopo il greto secco del Rio Forzelon e aguzzo gli occhi quando attraverso un rigagnolo che dubito sia quello che sto cercando. Poco dopo invece arrivo sul greto giusto e non devo neanche cercare la traccia perché parte esattamente nei pressi di un trialberello dove c’è un cartello che indica la Stanga. E’ mezzogiorno e ora comincia il bello perché son proprio curioso di capire dove ho sbagliato l’altra volta anche se un’idea me l’ero già fatta per cui scendendo dovevo virare a sinistra (unica svolta mancina nella direzione generale!). La traccia, inerbata, si segue bene e porta ad un’antro sotto delle rocce a destra dopodichè si segue un torrentello secco per pochi metri fin sotto a delle nuove rocce che non si raggiungono ma ( e qui è il tratto chiave) bisogna scartare netto a sx su ripidi pendii erbosi fino a raggiungere un marcato costone erboso che si risale dritti verso l’alto aiutandosi con degli alberelli e arrivando ad due faggi segnati entrambi (un segno visibile dall’alto e l’altro solo dal basso).                   Da qui in poi i segni sugli alberi si vedono meglio e mi ricongiungo al percorso già fatto l’altra volta. Effettivamente arrivando dall’alto non è facile intuire questa svolta improvvisa a sx e su pendii decisamente ripidi. Ma tantè. Costruisco un ometto ma ormai non dovrebbero più esserci problemi. Lo sguardo incrocia quello di Forcella Oderz che ricordo l’altra volta avevo usato come punto di riferimento e ora guardo più sereno la corona dei Pinei, Sabioi, Tiron e la Pala Bassa che segnano la seconda parte del Viaz dei Camorz e Camorzieri. Ritrovo il faggio segnato a cui l’altra volta continuavo a tornare e seguendo la traccia non evidentissima guadagno quota e traverso verso destra verso il valico ormai evidente dove immmerso nel sole arrivo alle 13(q. 1150). Mi sono convinto che il Colon del Forzelon sia la torre rocciosa che sta alla destra del valico arrivandoci e comincio a salire ma ben presto le pendenze si accentuano fino ad arrivare ad una parete rocciosa molto ampia e che non coincide con la relazione e deduco quindi che sia invece il colle boscoso che sta a sinistra per cui ritorno al valico e alle 13.30 inizio a risalire dritto per dritto e su buone pendenze il bel bosco di faggi che poco dopo in alto fa intravedere l’azzurro del cielo: ci sono segni rossi sugli alberi quasi in linea retti fatti probabilmente salendo per aiutare nella discesa e quando finiscono a ridosso di una fascia di mughi, scarto a sinistra seguendo una marcata traccia e in breve vedo il promontorio finale poco davanti a me. Lo raggiungerò poco dopo (q.1328, h 15): nel frattempo scatto un poco di foto vs Coro e Spirlonga, Burel e vs le Pale ma tutto è nascosto dalle nubi che fluttuano nell’aria vuota fra me e loro. Bastano pochi attimi e la Pala bassa con il Pulpito escono dai loro nascondigli e rubano la scena e anche Spirlonga e Coro si liberano dai loro fili di nebbia per mostrare i loro vertiginosi appicchi. Poi scendo che la strada non è certa e non è presto e mezz’ora dopo sono al valico dove mi riprometto di non tagliare vs il basso a causa degli schianti perché ricordo che avevo smarrito la traccia. A fatica cerco di non perdere la traccia coperta dai tronchi caduti, ma nonostante questo ad un certo punto succede e mi preoccupo, balenandomi l’idea di tornare per la via sicura da dove sono salito. Ma con buon intuito risalgo qualche metro e poi ancora altri fini a rinvenirla e mezz’oretta dopo sono al cartello che indica Forzelon val del Piero apposto da Loris e da cui si domina il grande masso al cento de La Crosera. Guadagno il greto e inizio a seguire i tanti ometti che ne guidano il percorso e le varie escursioni a destra e sinistra sulle sponde laterali fino a giungere al canalone che scende da Forcella Spirlonga dove c’è il masso nero con la scritta rossa “Spirlonga” (q.700, h 15.45). Si scende ancora un poco fino all’ultimo tornante che piega decisamente a sx e porta al guado del Ru Molin nei pressi di meravigliose polle verdiblu, un quarto d’ora dopo.                                   Si risale dall’altro lato della valle fino a trovarsi poco dopo al termine della salita, in vista del binomio Rocheta-Stornade con la seconda che ingloba la prima e la visione intricata del nodo del Mont Alt.                   E poi brividi sulla bella e comoda cengia ma terribilmente esposta sulla Val Ru da Molin che precipita sotto il margine erboso sx per addolcirsi poco dopo nelle visioni crepuscolari della Val cordevole che si allarga placida accarezzando i verdi prati di Agre. Infine, la discesa, l’antenna e l’ultimo tratto di sentiero che riporta al punto di partenza ( h 16.45) con visione serale sulla bella e concava parete del Monte Celo. Molto bello e incredibilmente privo di difficoltà tecniche questo percorso per vallate molto impervie dove è la ricerca dell’orientamento la preoccupazione maggiore e più impegnativa. Quanto ci si sente…fuori dal mondo..che pure pulsa a pochi passi di distanza ma celato dalle alte pareti che lo rendono lontano e invisibile.   Foto1 passaggino tipico Valpierino   Foto 2 traccia che si stacca dalla VdP per salire al valico del Forzelon Foto 3  la cima del Colon del Forzelon   


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         <title>12/12/2025 - casera Cornia dalla Val Caoram [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13687</link>
         <description>Sono arrivato a Caprile ieri sera e dopo aver provato a scaldare la casa e trasportato il materiale alpinistico e tutto il resto, vado a letto verso le 22 con le migliori intenzioni per l’indomani. Anche se sono fermo con la corsa resto dell’idea di partire verso Cima Pramper e Pramperet da raggiungere risalendo la Val Caoram per le sue forre e sentieri misteriosi. Mi alzo spontaneamente prima delle 5 e alle 6.15 del 4 12 2025, sono nella piazza del paese pronto per salire lo Staulanza e scendere fino a Mezzocanale. Bella la vista seminotturna sugli Spiz e poi sulla catena degli Sfornioi-Bosconero che prosegue con le Rocchette della Serra da cui spicca la bella ed elegante Cima Alta di Nisia entrata nell’elenco degli obiettivi futuri. Alle 8 sono in Loc. Casoni ed inizio a cercare il punto giusto d’inizio del mio sentiero che è spiegato ma non precisissimamente. Trovo in Loc. Pian della Sega il punto di partenza del sent.521 per Casera Cornia (da cui arriverò al ritorno) col bel ponte che passa sopra le forre del Maè che scorre verde in basso. Scendo dalla strada fino al ponte che attraverso per fare delle foto e poi risalgo alla ricerca del punto giusto. Non ho fretta, non sono motivatissimo e accetto che la tensione alpinistica scemi nella dimensione escursionistica e con tranquillità aspetto di trovarlo. Riconsulto un’altra relazione e individuo una stradella sterrata laterale dove posso parcheggiare e andare a vedere la sbarra metallica che ho intravisto passando. Alle 8.30 arrivo alla sbarra (q.650).                            E’ il punto giusto e inizio a scendere per il sentiero attrezzato in legno (passerelle e corrimano) perché il salto di sotto è notevole. Si vede che è opera di molto tempo fa e mi chiedo con tristezza che fine faranno tutte queste infrastrutture montane che erano costruite con mezzi solo volontari. Ora nel tempo delle burocrazie e delle certezze precostituite non si può neanche fare la pubblicità a questi luoghi….che se dovesse succedere qualcosa…apriti cielo. Adoro questi posti dove la mano dell’uomo ti aiuta ma non ti esenta da responsabilità personali concernenti la verifica di ciò che stai utilizzando. Arrivo al “piccolo” ponte perché la forra è veramente stretta…due/tre metri fra le pareti che serpeggiano sopra il fiume verde blu con colori cangianti che vanno dal rosso al marrone al verde e al grigio: notevole spettacolo cromatico. A monte la forra è più stretta ancora e le pareti quasi si serrano accarezzandosi e l’acqua nel fondo si scorge appena: veramente bello. Attraverso e vado oltre alzandomi e lasciando la forra da cui cade una bella cascata a sinistra mentre la staccionata protegge dal rischio di scivolare di sotto. Si trova subito un ponte sospeso lungo circa 50 metri (che sarebbe interdetto…) ma dalle tracce al suolo si deduce che lo usano tutti e difatti nonostante il divieto, non c’è il lucchetto. Sembra reggere e lo attraverso cauto solo perché il tavolame è molto umido e viscido e rischio di ribaltarmi. Dall’altra parte dopo breve salita nel boschetto si arriva alla stazione della teleferica con le sue casette (h9) e quindi si ridiscende al greto del Caoram dove a destra manca un pezzo di bosco franato e dove vedo purtroppo dall’altra parte del greto una traccia che seguo e che nonostante i dubbi seguo fino a che il greto esaurisce il suo percorso e cedo un cavo della teleferica salire alto vs destra. Ormai sto passando dalla modalità alpinismo a quella escursionistica e ora anche turistica…ma va bene così! Oggi non ho ambizioni… ma solo buone intenzioni per tornare a stare bene. Torno dunque nella zona frana e come all’andata non vedo la traccia salire subito dopo nel bosco.                  La trovo solo andandoci appresso perché labile si perde nella sabbia e nelle erbe ed inizio a salire traversando un ponticello abbastanza marcio a fianco di una cascatella. Mi fermo a fotografare un paio d’alberi pieni di buchi che nn capisco se siano di picchi o cervi e alle 10 arrivo al bivio (q.900) dove un vecchio cartello muschioso indica Cornia a destra. Da una relòazione che ho si dovrebbe da questo punto scendere al fiume per tracce e vedere le cascate del Pissandol del Caoram ma cerco a de sinistra infruttuosamente e poi provo a scendere lungo un cavo ma non vedo alcunchè e allora lascio perdere perché rischierei di arrivare giù ma senza trovare nulla e quindi risalgo al cartello (h 10.30). Ora davanti a me la testata della val Caoram che si chiude sugli strapiombi che scendono dai Noni mentre a sinistra vedo il fondovalle in un punto oltre il salto della cascata che sento riecheggiare al riparo della zona boschiva sotto di me. Il sentiero piega un poco a destra e mi trovo a salire come da descrizione sotto le rocce giallastre e gli strapiombi del Col de Carpenia Bassa. Trovo la mia solita amica salamandra e caso questa volta eccezionale un’altra vicina e allora le accosto per un’insolita foto di gruppo molto ben riuscita sullo sfondo delle secche e marroni foglie autunnali che sembran scelte apposte per far risaltare la brillantezza della loro muta. Salgo e dopo un periodo di fatica, ritrovo un poco di smalto e arrivo almeno in vista del Col Molinel (q.1325) che raggiungo alle 11.30 e dove mi attende la grande ruota dismessa della teleferica. Supero una cascatella e poi un bosco di faggi di cui alcuni cascati ma sostenuti dai compagni e un quarto d’ora dopo sono sotto le fasce di roccia grigiastra che segnano l’andamento della Zengia della Pieda che nonostante le millantate esposizioni della relazione, si rivela in realtà un comodo e abbastanza evidente sentiero che si mantiene costantemente sotto di 10/20 metri rispetto alla grigia bastionata rocciosa cha fa da basamento al Col dei Gai de Cornia. Ad una svolta verso destra appaiono il Nono e il Nono di Dentro già in veste invernale e seguendo il sentierino che vira sempre a destra, anche la Cima de la Cazeta e il Cadin di Cornia. Si entra in un bel boschetto di faggi e poi un bel passaggio verso delle rocce con il baratro di erbe e loppe verticali che precipitano nei meandri della val caoram molto più in basso. Ma la cengia è sempre ampia e i precipizi della catena dei Noni incutono vertigine controllabile sotto gli occhi vigili del Nono de Dentro. L’ennesima svolta a destra ci fa entrare in un boschetto innevato fino a scendere alla confluenza dei ruscelli Sagrona e Cornia che uniscono le loro acque per andare insieme a precipitare poi in Val Caoram. Qui perdo ogni riferimento perché la neve copre tutto e non s’intuisce dove finisca (sempre che ci sia) la traccia. Rimango sconcertato anche perché il nuovo Garmin non mi dà la traccia e garmin connect pare nn a vere la mappa. Rispolvero Backcountry e riesco ad intuire qualcosa perché si vede solo un pezzetto ma decido comunque di provarci e di seguire il corso del fiume a ritroso fino al punto di congiunzione con un sentiero. Insisto saltellando scomodamente a destra o a sinistra del rio e poi risalgo un promontorio boscoso con l’acqua a sinistra e finalmente arrivo ad un sentiero che scendo fino ad una pozza d’acqua dove sui sassi mi siedo a studiare la carta (h 13) e mangiucchiare dei Twix. Interpreto male e mi dirigo a sx ma perdo la traccia e ritorno per poi capire dalla relazione che devo andare a dx ed è così che su buona traccia esco dal bosco e con grande felicità approdo mezz’ora dopo in bassa Val Cornia. Che emozione quando mi rendo conto che il montagnone appuntito che domina la conca, altri non è che lo Spigolo del palon con alla sua sx il Pramper e il Pramperet le cime che avrei dovuto raggiungere secondo il progetto originario. Chiaramente per oggi è tardi e c’è anche troppa neve; spuntano le casere di cornia insieme ai ricordi estivi di mughi e le battaglie con Fil. Traverso a vista e incrocio presto l’ampia carrareccia del 521: le indicazioni verso la mia provenienza danno 573 F. Cazeta e poi Casera Megna. Ora nn mi posso più perdere e seguo l’ampio sentiero che sale leggero vs le malghe. Mi fermo a fare una foto al ruscelletto dove riparammo dopo essere usciti devastati dai mughi e la mando a Fil che riconosce immediatamente il luogo, anche se con la neve appare parecchio diverso. Intanto inizia a nevischiare e quando arrivo davanti a Casera Cornia (q. 1730, h 13.50), nevica forte e io urlo finalmente felice. Grazie Cielo che mandi i tuoi fiocchi come carezze sul mio volto che si bea del contatto. Mi emozione come sempre avviene quando la neve scende ad abbracciarmi. Ora la neve al suolo qui è di 20cm e faccio un poco di foto per render grazie della fitta nevicata. Poi mi congedo dalla magia di questa conca e inizio la risalita verso il Col dei Gai (q.1760) perché ho deciso di fare il giro ad anello e scendere per altra via. Ci arrivo alle 14.30 con bella vista sulla conca di cornia totalmente innevata e Forcella Piccola via d’uscita verso la Val Prampèr. Mi attira un capitello in legno costruto su una base di pietre e mi fa tenerezza il Cristo poggiato a terra al suo interno dopo essersi staccato e spezzato. Inizio a scendere lungo l’altro versante che non dovrebbe darmi problemi per troppa neve e mi ritrovo subito davanti la Cima Alta di Nisia che ruba la scena alla Rocchetta Alta a sx e alla cima della Serra a dx. Poi invece in un tratto di bosco aperto la neve ancora alta copre interamente la traccia e mi trovo a dover risalire dopo essere sceso dritto e aver saltato la svolta perentoria a sx. Esco dal bosco e vedo una casera che scopro essere quella di Carpenia (q.1640, h 15). Bella e molto lunga la stalla che custodisce una vecchia Luosa (slitta) costruita interamente in legno. Che reperto! Scopro che il sentiero scende davanti e non dietro ed entro in un versante piuttosto scabroso con pendii ripidi e a tratti franati che mi costringono anche per via dell’innevamento a prestare attenzione come nel successivo tratto di avvicinamento e superamento di un grande canalone che attraverso per poi lasciarlo alla mia dx, dopo aver compiuto una grande e bellissima ansa seguendo il sentiero. Ora ho gli Sfornioi proprio abbracciati davanti a me e oltre alle gobbe delle tre cime, si vedono distintamente i due gendarmi di Forcella de I Pope.                        Bello e il pensiero corre a quest’estate quando li visitammo con Giamba. Da uno strapiombo del sentiero erboso, vedo laggiù in fondo la statale che spero di raggiungere prima del buio. Ormai ci sono sopra, non si vede quasi più nulla, sento i motori poco sotto. Mi devo fermare, prendo la frontale, ritrovo il sentiero e il fascio illumina il ponte di stamattina che subito riconosco e che denomino “il ponte della salvezza”. Anche questa volta, ce l’abbiamo fatta! Grazie! Un quarto d’ora di asfalto dopo alle 17.10 sono nuovamente davanti alla mia Punto. Sommessamente felice.                                                                                                                         Foto1 la forra del Caoram                Foto 2 casera Cornia       Foto 3   Spigol del Palon innevato    

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      </item>
      <item>
         <title>27/11/2025 - Rif. Capanna 2000, con e-bike (da casa) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13686</link>
         <description>Il bisogno di sfogarmi abbinato all'idea malsana di partire da casa in e-bike per cercare di arrivare al rif. Capanna 2000 sotto l'Arera... mi fanno faticare moltissimo visto la neve troppo farinosa presente da poco sopra il rif. Saba fino al Capanna, e 7h in giro con mezzoretta di sosta al rifugio. Ma nonostante il freddo patito nei tratti in ombra e la gran fatica nello spingere la e-bike per diversi tratti, alla fine una gran bella soddisfazione, un bello sfogo e un gran senso di &quot;pace&quot;. Avevo bisogno di tutte queste cose. Ma alla fine ho fatto bene a tenere duro e arrivare con la bici fin quasi al rifugio, nonostante la fatica: in discesa, infatti, starò quasi sempre in sella salvo brevissimi tratti dove troppo farinosa. Divertente! Per info: dalla sbarra al park inizia subito la neve, anche se con qualche tratto ghiacciato o senza neve. Poi dal rif. Saba in poi ottimo innevamento per salire anche con gli sci al rifugio, a patto (in discesa) di scendere ancora lungo la stradina, altrimenti poco fondo. Ma c'erano diverse tracce di sci.
Partecipanti: sola.

FOTO 1: Dopo un faticoso tratto a spinta, riesco a tornare un po' in sella nel lungo diagonale verso sx.
FOTO 2: Troppa fatica, lascio la bici a 10min dal rifugio, che raggiungerò a piedi.
FOTO 3: Finalmente al rifugio.</description>
      </item>
      <item>
         <title>18/11/2025 - La Crona m 2324 [ RAGO ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13685</link>
         <description>Val di Jon, spettacolare l’anfiteatro di Malga Asbelz con la cresta del Castello dei Camosci bianchissima innevata ieri sopra i 2000 m. Seguiamo il sentiero fino alla spalla sopra la Sella della Colmalta. Discesa alla sella per ripido costone innevato percorso dai camosci, risalita sui ripidi pendii di zolle erbose coperte da 10 cm di neve fresca, ottima presa di ramponi e piccozza, passaggio di un canalino che apre ai pendii finali (PD ultimo tratto dalla spalla). Il panorama rende questa vetta meritevole, ancor più con la recente nevicata.
Foto 1 - Malga Asbelz e Castello dei Camosci
Foto 2 - Dalla spalla sopra la Colmalta la parete della Crona
Foto 3 - La Sella della Colmalta dai pendii finali</description>
      </item>
      <item>
         <title>09/11/2025 - ROCCA MOROSS - MONTE MARMOTTERE - MONTE CIRIUNDA anello da ALPE BIANCA [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13683</link>
         <description>Avvicinamento:
Risalita la val di Viù, dopo il paese di Viù si individua in corrispondenza di una curva in discesa a sinistra, il bivio a destra per Tornetti e Asciutti. Si segue la strada che prende quota e poi con un lungo traverso raggiunge la frazione Tornetti, alla curva prima del borgo si prosegue in salita a destra fino all'Alpe Bianca, riconoscibile dallo scheletro di un enorme edificio mai terminato di costruire. Ampie possibilità di parcheggio.

Descrizione:
Si segue la sterrata che supera L' ecomostro a sx , raggiunta una sbarra che impedisce il transito ai veicoli non autorizzati, si supera e si segue sempre la strada sterrata per il Colle Pian Fum; al fondo di un bel pianoro si incontrano diversi cartelli indicatori, proseguire dritto sulla sterrata fino al colle.
Da qui si prosegue per tracce verso dx, scendendo di qualche metro all’insellatura ad est. Il sentiero continua quasi in cresta sul lato sud fino a un torrione. Da qui attraversa sul lato nord , tenendosi sotto la cresta, incontrando poi un caratteristico colletto . Da qui sempre sul lato nord sale ripido fino a guadagnare il filo di cresta e la croce di vetta. (questo è il tratto EE)
Tornati al colle Pian Fum, si sale seguendo il sentiero di fronte , segni bianco/rosso che per cresta panoramica raggiunge prima il Monte Marmottere e poi il Monte Ciriunda, per poi scendere al Lago Viana.
Si chiude l’anello scendendo al Lago Veilet e all'Alpe Bianca.

GIUDIZIO PERSONALE:
Bellissimo anello.
Sentieri tutti in ordine e ben segnati.
Bella sgambata che con sali e scendi sviluppa circa 18 km. e 1.150 m. D+
Giornata dal meteo Top.
Con gli amici Teo, Stefano, Gigi e Fabry.
Consigliata.
Varie relazioni in rete.
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      </item>
      <item>
         <title>08/11/2025 - Traversata Marmagna Orsaro  [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13682</link>
         <description>Traversata Marmagna Orsaro oggi 8 novembre 2025. Sentiero direi EE salvo voler salire direttamente all Orsaro arrampicando  sulle roccette dalla omonima bocchetta , come ho fatto. In questo caso alcuni passaggi di I  e forse uno di II-.
Avevo infatti, troppa voglia di montagna dopo quasi due mesi di assenza, causa un problema alla schiena che mi impediva di portare peso e quindi zaino. Piacevole incontro con Adolfo Cardinale e  compagna nei pressi dell Orsaro.</description>
      </item>
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         <title>28/10/2025 - Cresta di Giardino - Valle Scarettone (Grignetta) [ AndreaINGRIGNA ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13679</link>
         <description>Giunto al Rosalba, ho proseguito in quota e sono sceso da un canale e poi da pendii mugosi sino all'impluvio della Valle Scarettone, che ho seguito in discesa sino a quota 1450m circa. Salendo in destra idrografica è presente il tracciolino che sale alla Cresta di Giardino. Seguitolo per un po', poi sono ridisceso in Valle Scarettone, risalito in destra idrografica e da lì salendo ripidi paglioni ho raggiunto la Cresta di Giardino, seguendola in direzione dello Zucco di Campione, dove volevo vedere se c'era un passaggio che tagliava in costa, ma non era fattibile. Sono poi disceso nel grosso canale che separa la Cresta di Giardino dallo Zucco di Campione, ma poi vi erano due salti, di cui il secondo non scendibile facilmente. Sono quindi risalito in cresta da un canale laterale e ridisceso in Valle Scarettone dai paglioni. Da lì ho proseguito in salita per dare un'occhiata al canale che avevo provato a scendere, ma mi sono fermato sotto il secondo saltino. Mentre gironzolavo mi è balzato all'occhio un buco, facilmente raggiungibile. Era una grotticella di una decina di metri (LOLC5938). Tornato in Valle Scarettone, dato che vi erano ancora diversi canali da girare, ho deciso di lasciare alla prossima volta il giro e ho imboccato il canale-frattura obliquo che taglia tutto il versante nord della Valle Scarettone e consente di tornare verso il Rosalba. Proprio alla testata del canale che avevo individuato l'altra volta, era presente una grotta, lunga una quindicina di metri (LOLC 5939). È una frattura in salita. Giunto in breve al Rosalba, sono poi disceso a valle.
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      </item>
      <item>
         <title>26/10/2025 - CIARM DEL PRETE anello LAGO VIANA [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13677</link>
         <description>Avvicinamento:
Risalita la val di Viù, dopo il paese di Viù si individua in corrispondenza di una curva in discesa a sinistra, il bivio a destra per Tornetti e Asciutti. Si segue la strada che prende quota e poi con un lungo traverso raggiunge la frazione Tornetti, alla curva prima del borgo si prosegue in salita a destra fino all'Alpe Bianca, riconoscibile dallo scheletro di un enorme edificio mai terminato di costruire. Ampie possibilità di parcheggio.
Descrizione:
Si segue la sterrata che supera L' ecomostro a sx , raggiunta una sbarra che impedisce il transito ai veicoli non autorizzati, si supera e si segue sempre la strada sterrata per il Colle Pian Fum; al fondo di un bel pianoro si incontrano diversi cartelli indicatori, dalla partenza circa 30 minuti.
Abbandonare la strada sterrata e prendere il sentiero di sinistra n. 130 per Ciarm del Prete che, con un paio di strappi ripidi e tratti in dolce salita, porta al Col Veilet posto a 2113 m. Giunti al colle è ben visibile sulla destra il Ciarm del Prete raggiungibile per cresta ripida. (tutto ottimamente segnato da tacche rosso/bianco)

Per la discesa, dalla cima si prosegue lungo la dorsale opposta a quella di salita per poi scendere verso il lago di Viana. (ometti) 
Si seguono poi tacche rosse/bianche che riportano al lago Veilet, chiudendo l’anello e ritornando sui passi del sentiero di andata.

GIUDIZIO PERSONALE:
Penso non si possa chiedere nulla più ad una escursione.
Meteo TOP
Sentieri ben tenuti e fino alla cima, segnati a nuovo.
Ultima parte in cresta &quot;simil vertical&quot; che scalda gambe e polmoni &amp;#128521;&amp;#128514;
Panorami bellissimi, soprattutto ora con la prima spruzzata in quota.

Bella salita mattutina con l’amico Teo.
Consigliata. 
Dopo 5 minuti dalla partenza, ci si dimentica anche dell’ ECOMOSTRO ! &amp;#129296;

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      </item>
      <item>
         <title>24/10/2025 - M. Madonnino (ebike+camminata) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13676</link>
         <description>Un Madonnino un po’ diverso dal solito, visto che abbiamo raggiunto la cima partendo direttamente da casa con le e-bike. Da Valgoglio saliamo a Bortolotti e poi lungo la bella e, all’inizio, ripida stradina sterrata fino alla Baita d’Agnone, dove leghiamo le bici (ca. 3h dalla partenza). Da qui, a piedi, raggiungiamo la cima del M. Segnale e poi quella del Madonnino, veramente contente dopo quasi 5h, con regalino a sorpresa in vetta per Lidia per il suo compleanno! Torniamo alle bici dove finalmente iniziamo la bella discesa fino in paese, davvero divertente in bici. L’avevo salita e scesa un paio di volte anche con la MTB. Quindi a ritroso lungo la strada fino a casa. 

Partecipanti: Fedora e Lidia.

FOTO 1: Verso la baita d'Agnone.
FOTO 2: Ormai sul M. Segnale con a dx il Madonnino.
FOTO 3: Discesa.</description>
      </item>
      <item>
         <title>21/10/2025 - Cima di Plator Occidentale [ AndreaINGRIGNA ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13678</link>
         <description>Passeggiata di mezza giornata partendo dalla Decauville da sotto le Torri di Fraele. In breve sono arrivato alle Bocche di Trela e da lì risalito il canale sopra, dove c'era una grotticella lunga una decina di metri (LOSO3242), particolare per la presenza di limonite al fondo. Già che ero lì ho costeggiato faticosamente i ghiaioni cercando una via per salire sulla cresta soprastante della Cima di Plator Occidentale. Non essendo mai stato su quel versante, ho provato a salire da un canale che in realtà sembrava finire contro la parete rocciosa, poi traversando a sinistra in un altro canale e poi a destra, sono riuscito a trovare sulla parete un passaggio in discesa che porta in un altro canalino. Il passaggio era un po' bruttino perché non si capiva se sotto c'era o meno un salto e il ghiaino era ghiacciato. In realtà sotto c'era solo un ripido canale, mentre verso l'alto ho raggiunto la cresta salendo sino a quota 2900m, poi la vetta era appena sopra, ma mi sono fermato lì perché diventava più brutto. Sono rapidamente sceso di corsa dai ghiaioni al Monte Trela e quindi di nuovo giù da pratoni sino alla Decauville. </description>
      </item>
      <item>
         <title>19/10/2025 - Grande Balconata del Cervino - 2gg [ mariosnow ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13674</link>
         <description>Gita suddivisa in due giornate e percorsa in senso orario seguendo fedelmente il sentiero numero 107 con partenza da Antey-Saint-Andrè passando per Torgnon, Ersa, Cortina, Rif. Barmasse, Cignana, Finestra di Cignana, Grillon, Perreres, Avouil, Cervinia il primo giorno ( circa 29 Km / 1900 mt D+ ) e da Cervinia passando per Layet, Tramail di Mande, Euillaz, Dzandzoeve, Cheneil, Col de Cheneil, Chamois, La Magdeleine ad Antey-Saint-Andrè il secondo ( circa 28 Km / 860 mt D+ ) spesso al cospetto di &quot;Sua Maestosità&quot; in un festival di colori autunnali pazzesco. 

Il tracciato è ben segnalato anche se servirebbe un &quot;rinfresco&quot; in un paio di bivi.
</description>
      </item>
      <item>
         <title>18/10/2025 - Sassopiatto (con ebike e discesa a Saltria) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13675</link>
         <description>Approfitto del week-end con famiglia ed amici a Siusi per raggiungere questa bella cima che da tanto tempo volevo salire. Anni fa, con Ivan, eravamo partiti con la MTB dal campeggio Seiser Alm, a Siusi, e saliti fino al rif. Sassopiatto. 
Anche quest’anno parto dal campeggio, con la e-bike, e salgo all’Alpe di Siusi (1850m), dove mi incontro con il resto della truppa. Poi proseguo il giro con Fabio. Seguiamo la strada che si fa poi sterrata, arrivando al rif. Molignon (2050m) e poi al Passo Duron (2200m). Da qui prendiamo la stradina a sx che poi diventa sentiero. Da qui al rif. Sassopiatto il dislivello è di soli 100m, ma il tratto è abbastanza lungo e con poca pendenza, sempre in sella tranne rarissimi punti in cui scendiamo pochi metri per via, soprattutto, di qualche punto fangoso. Legate le bici al rifugio (2300m), saliamo a piedi i ripidi e faticosi 650m finali fino in vetta. Dopo 1h tocchiamo la grande e bellissima croce di vetta: difficile descrivere la bellezza dei panorami, soprattutto grazie ad una giornata limpidissima. Tornati alle bici, anziché rientrare dal percorso di salita, optiamo per la splendida e lunga discesa verso Saltria, come feci anni fa, per una discesa più remunerativa e divertente. Scendiamo velocissimi e in 20’ siamo a Saltria, sempre su stupenda sterrata. Ultimi 200m di salita su asfalto per tornare all’Alpe di Siusi e, dopo circa 5h dalla partenza dal campeggio, ci ritroviamo tutti per il pranzo. Poi discesa finale rilassante fino al campeggio.
Partecipanti: Fedora e Fabio C.

FOTO 1: Poco dopo il Passo Duron; da qui in poi diventa sentiero fino al rif. Sassopiatto. A sx, sullo sfondo, la cima.
FOTO 2: Dalla vetta, più o meno il percorso dall'Alpe di Siusi al rifugio Sassopiatto.
FOTO 3: Scendendo verso Saltria.</description>
      </item>
      <item>
         <title>18/10/2025 - Valtrusa - Podona sud [ Minali Pietro ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13673</link>
         <description>Bel giro a semianello fra castagni, querce, betulle, noccioli e faggi. 
Dal parcheggio in centro a Lonno scendo lungo la strada fino a via Prato Fò risalendola alle spalle del gran casolare ha inizio una stradina che prosegue con sentiero fino alla vetta del Valtrusa m. 894 (panorama sulla pianura) proseguendo per cresta e poi su crinale (sentiero) si giunge al forcellino m.870 quindi proseguendo dritti (100 m di dislivello su piacevole sentiero roccioso) si sale la lunga dorsale che porta in vetta al Podona sud. Quindi discesa al forcellino e girando a dx discesa a Lonno. Ci si prepara cosi a fare un minimo di dislivello in attesa della stagione scialpinistica che fra due mesi (si spera) avrà inizio con il nuovo inverno. F1 La croce del Valtrusa F2 Prime zampate su roccia di Nïf che va verso il suo 1° anno F3 Nïf in vetta. Un saluto a tutti</description>
      </item>
      <item>
         <title>09/10/2025 - Piz del Montanel m 2735 [ RAGO ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13672</link>
         <description>Gita in ambiente maestoso solitario nei primi colori autunnali con spruzzata di neve sulle vette. Da Valpiana all’ormai paludoso Lago Venezia, si imbocca in direzione NNW il canalone erboso che porta al visibile Bochet de l’Omet (Passo di Montanel). Verso i 2350 m si obliqua progressivamente verso sinistra in direzione della cima, canali di misto roccette e zolle erbose gradinate dai camosci, costruiamo tanti ometti per un’antica abitudine, anche se abbiamo il GPS, molta attenzione per l’insidiosa erba olina che in traverso e discesa ci consiglierà di tenere i ramponi.  In ultimo presenza maggiore di solida roccia, con tratti di piacevole uso delle mani (PD-). In vetta ad una prima cuspide, discesa per canalino nevoso lato nord e risalita ad un’altra punta di pochi metri più alta, dominata dalla scura piramide della Cima Pradazzo. In discesa ci teniamo alti sotto cresta con breve risalita al Bochet, passando sotto un risalto con grande ometto, forse da questo il nome (foto). Discesa verso il Lago Piccolo, neve tra i grossi massi, poi attraverso Lago di Barco e Malga Dosso rientro in Valpiana.
Foto 1: in vetta
Foto 2: l'ometto
Foto 3: la cima vista dal Bochet</description>
      </item>
      <item>
         <title>09/10/2025 - Mont Alt e Croda Bianca [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13671</link>
         <description>Filippo non è disponibile, trovo l’accordo con Diego che però ha problemi di spostamento con l’auto, ma a sorpresa Giona, uno dei miei figli ha tempo e voglia di seguirmi e mi sembra anche bello carico. E così dopo il Civetta ci ritroviamo a preparare insieme gli zaini per una nuova avventura. L’idea è quella di partire da Passo Cibiana e poi attraverso il Viaz del Fonch arrivare a F.lla Matt e salire lo Sfornioi Sud e poi fare un pezzo di Viaz dell’Ors per raggiungere la fantomatica cengia percorsa per errore in precedenza e sfruttarla per salire in cima al Sasso di Bosconero. Mia moglie torna dalle vacanze con la cugina, vado a prenderla in aeroporto e ora che vado a dormire son le 3.30. Alle 7 mi sveglio in coma e leggo il messaggio in cui Gio mi dà forfait per il mal di gola. Aiuto mia moglie e alla fine riesco a partire solo per le 10…andrò sui monti del sole e domani salirò Prampèr e Prampèret dalla Val Grisol. Sarà la terza volta che proverò a salire vs il Mont Alt, dopo i due tentativi invernali abortiti il primo per esser partito troppo tardi e il giorno dopo per la troppa neve. Arrivo a Candaten poco prima delle 14 del 03/10/2025 e mi vien male al pensiero di dover traversare il Cordevole per poter guadagnare il sentiero che parte dall’altra parte. Fotografo il Coro che domina la scena sopra la piana alluvionale del Cordevole.  Uso i sandali, c’è più acqua e quindi devo cercare le zone più basse col risultato che il tragitto è più lungo e mi ghiaccio da brividi alla testa. Comunque alle 14.20 sono dall’altra parte e indossati gli scarponi, inizio a salire, rapido e forte dei ricordi anche se perdo la traccia parecchie volte perché le erbe sono molto alte e coprono o nascondono la traccia. Mi viene in mente di guardare la relazione per vedere il tempo che mi dà e mi sorprende vedere le 11 h complessive previste per il trio Palazza, Mont Alt, Croda Bianca. Se non sarò molto veloce non ce la farò…anzi vedo poche possibilità se non quella di tornare col buio…cmq la frontale ce l’ho. Il percorso ormai lo so a memoria e devo solo pensare a spingere, passo dal Col de la Cazeta (q. 800 alle 15) e poi da quello dei Porz alle 15.50. Non mi perdo, sono veloce, affronto la cengia e poi la lunga risalita per entrare nel vallone superiore sotto le pareti della Palazza. La stanchezza comincia ad affiorare, ho un sonno pazzesco e inizio a pensare che nn posso farcela…mi gira anche un poco la testa e mi fermo a mangiare qualcosa visto che sono quasi a digiuno dal mattino. Mi passa la vertigine ma non la stanchezza e comincio a pensare che forse è meglio fare dietrofront. Mi impongo di andare avanti più adagio ma senza arrendermi. Arrivo al solito sasso a q. 1450 che mi sono posto come obiettivo per poi prendere un’eventuale decisione. E’ troppo tardi..sono le 17..non ce la posso fare prima del buio che se mi coglie ancora troppo alto rischio di passare la notte disperso in questi boschi solcati da una quasi invisibile microtraccia. Decido di tornare e smettere di consumare energie che mi serviranno per il tentativo di domani. VOGLIO chiudere la partita con il Mont Alt. Saluto il masso cin cui ormai siamo diventati amici..e quando mi par risponda ci rimango di sasso. Scendo senza mai perder la traccia e recuperati i sandali nascosti fra le erbe..riguado il torrente. Arrivo alla casetta di caprile, non ho voglia di cucinare la pasta e mangiucchio qualcosa oltre a bermi una birra che trovo fra i liquori. Vado a letto senza il coraggio di puntare la sveglia..vedremo a che ora ci alziamo...se farò tardi, passerò in ferramenta a prendere uno spray rosso per mettere qualche bollo sul sentiero che è abbastanza poco segnalato e destinato altrimenti a breve a scomparire. Credo che i sentieri esistenti vadano curati e mantenuti, paradossalmente ancor di più in quelle zone che sono dimenticate dagli uomini e che rischiano di essere consegnate all’irraggiungibilità…e all’oblio! Mi alzo spontaneamente prima delle 6..più o meno l’orario del lavoro e mi sento fresco e riposato. Sistemo casa, lo zainetto, rapida colazione e scendo in piazza. Brrr..che freddo…attendo che passi la temperatura sul cartello luminoso della farmacia: 0°! Imbocco la strada che scende a Belluno e viro nel park di Candaten: per il guado mattutino mi son preso un paio di scarpacce da lasciare oltre la riva. Coro e Spirlonga arrossiscono timidamente vedendomi guadare, illuminati vagamente dal sole mattutino che non li colpisce direttamente. Mamma mia che gelata stamattina! Dall’altra parte, alle 7.20 mentre sto togliendo le scarpe bagnate e sto mettendomi gli scarponi, vedo due figure passare veloci sul sentiero sopra. Penso di chieder loro dove vanno ma non sentono il mio richiamo e allora con gli scarponi slacciati mi butto al loro inseguimento: magari salgono anche loro! Vanno forte e non penso di riuscire a recuperarli ma poi si fermano probabilmente un’attimo alla deviazione del sentiero vs l’alto e ansimante li raggiungo ( un bisogno corporeo…mi riveleranno poi!). Ci scambiamo due info sui nostri percorsi che coincidono totalmente e attendono che mi allacci gli scarponi per salire insieme. Parlo soprattutto con Thomas e scopriamo di avere in comune la conoscenza con Nico Bassi essendo anche lui un ex atleta e che ha probabilmente letto della nostra avventura sul Viaz dei Camorz e dei Camorzieri. Vanno forte ma riesco a reggere il passo, mi sento bene e transitiamo dal Col de la Cazeta dove prendo per errore a dx e subito il tipo con l’orologio che gli indica la traccia mi richiama per segnalare l’errore. Riprendiamo la corretta via e comincio a faticare, li saluto dicendo che non ho speranza per tenere il loro passo e comincio lentamente a staccarmi fino a quando la scoperta del camel bag che nn funziona mi costringe ad una pausa idrica e perdo quindi il contatto con le loro voci. Sono solo ma non mi dispiace..sono abituato e ora potrò salire del mio ritmo e puntare sulla resistenza. NON VOGLIO tornare qua un’altra volta..è la quarta volta che faccio stà strada! Non ho più il mio altimetro che mi dava indicazioni sulla velocità di ascesa ma il passo mi sembra decente nonostante la sfacchinata di ieri si faccia un poco sentire. Passo il Col de i Porz e mi affaccio alle 8.45 sulla cengia de le Scalète( oggi sto facendo pochissime foto visto che ne ho già a sufficienza..),guardo lungo la cengia per vedere i due…ma nn li vedo e deduco di avere un ritardo di circa 10 minuti. Attraverso senza curarmi del vuoto e dall’altra parte li risento parecchio vicino tanto che ci scambiamo la voce e nel tratto di salita di bosco sotto Campigol, addirittura li vedo una cinquantina di metri sopra di me e penso di poterli raggiungere. Poi torna il silenzio e quando alle 9.20 arrivo nei pressi del solito sasso piramidale alla Conca di Campigol (ieri ci ho messo 3 ore anziché 2!) sono contento perché il tempo impiegato è ottimo. Non so esattamente quando sarà la deviazione per andare in direzione della “clava” e allora lancio un urlo a cui rispondono non così lontani e in direzione verso l’alto. Proseguo ora su terreno semisconosciuto perché oltre qua son salito solo una volta ma iniziava la neve. Mi trovo infatti a percorrere un bel canalone che l’altra volta avevo evitato per stare nel boschetto a destra, meno innevato. Ottima e segnalata la traccia a terra e vedo i miei compari in alto..la prima volta che ho una piccola visuale sui prossimi passi. Che piacere fare quattro passi su un vero sentiero senza dover strabuzzare gli occhi per non confondere la traccia con altre del sottobosco. Venti minuti dopo sbuco nella conca mugosa descritta nella relazione e pare proprio di riconoscere il boschetto in cui infilarsi a sx verso la clava. Urlo e dalla loro risposta capisco che anche loro ci sono andati. Decido di sfruttare la loro presenza e mi metto sulle loro tracce. La traccia c’è, l’ometto anche e pure i tagli di mugo. Alle 10 raggiungo un vallo e guardando dall’altra parte la vedo: mamma mia che bella! Una vera clava rocciosa appoggiata alla parete, simile altrimenti ad una coscia di pollo stilizzata. Loro l’hanno appena raggiunta e stanno tornando!                           Gli chiedo se vale la pena di andarci ma mi confermano nell’impressione che sia più bello guardarla dal mio pulpito e decido di risparmiare energie e attendere il loro ritorno per fare ancora qualche passo insieme. Mi raggiungono subito e mi dicono di stare insieme che ora saliranno più piano…ma ho i miei dubbi. Torniamo al sasso con ometto che segnalava il punto di svolta e ci inoltriamo nella macchia mugosa in cui s’infila la nostra traccia. Gabriele, con il suo orologio davanti guida il gruppo e ricordo il momento in cui lui vira a sx mentre Thomas a destra in un più delineato pertugio tra la macchia di mughi. Lo seguo e ci ritroviamo chiusi e allora ritorniamo sui nostri passi e seguiamo il capo. Eppure questo episodio nn mi convince del fatto che sarebbe stato meglio e necessario confrontarsi più spesso con la traccia scaricata sul cell. Inizio nuovamente a far fatica a tenere il loro passo e decido di fermarmi a mangiar qualcosa per cui li saluto nuovamente. Come ieri ma meno forte..ha iniziato a girarmi nuovamente la testa e credo sia un mix tra pressione bassa e calo glicemico. Mangio bevo e riparto..quasi in ottima forma! Mi alzo veloce verso le pareti della Palazza a sx e il grande pianoro a q. 1850 che raggiunsi anche questa primavera ma molto più a sx. Riconosco perfino il grande larice che emergeva dalla neve e che mi fece da obiettivo. Fra poco arriverò a vedere cosa mi aspetta e sento nuove energie. Prima delle 11 esco dal tratto di salita e inizio a traversare verso destra allontanandomi dalla Palazza. Lancio un richiamo e sento le lorovoci lontane e sopra..comunque nella direzione del Mont Alt che quindi hanno scelto come loro primo obiettivo. Per me vale lo stesso e seguo la traccia che taglia a lungo in orizzontale, ben evidente. Dieci minuti dopo raggiungo uno spiazzo erboso con ometto circondato dai mughi che nella parte alta verso il Mont Alt hanno colonizzato tutto rendendo la salita impossibile senza i tagli da seguire. Non ricordo il momento in cui sbaglio e prendo una buona traccia che prende a salire verso l’alto. Mi fermo un attimo a fotografare e contemplare il cielo bigio che s’attarda sulla corona di cime di tutto il Viaz che parte dalla Pala Alta e termina sul Coro. Che bello, che emozione. Riprendo a salire e alle 11.10 mi affaccio su una forcelletta che da’ sul vuoto del Van del Fornel, centinaia di metri più in basso. Perché mi sembra di conoscere questo posto? E soprattutto dove prosegue il sentiero che sembra morire qua? Mughi fitti e impenetrabili sia in direzione della palazza a sx che del Mont Alt di cui vedo la cima alta a destra oltre il vuoto che ci separa. Pulpito incredibile per ammirare con deferenza le immense e precipiti pareti del Mont Alt e della sua Torre. Mi siedo, prendo la relazione che non descrive questo meraviglioso posto…mangio un cioccolato e mi viene in mente una foto del libro di Sommavilla. Bah..a casa ci guarderò e confronterò coi miei scatti. Guardo la traccia sul cell…è un poco lontana e a destra…mi immergo nei mughi per scoprire speranzoso un seppur vago collegamento. Faccio pochi metri per scoprire amaramente che la foresta è impenetrabile e soprattutto nn c’è segno alcuno di passaggio. Allora decido di scendere e stare attento ad eventuali deviazioni saltate ma quando trovo un ometto mi convingo che allora il sentiero è giusto e risalgo in forcella. Errore gravissimo e che pagherò molto caro! Decido di forzare il muro di mughi in direzione della traccia convinto di trovarla presto. Ma ahimè saranno minuti di lotta infernale e spietata in cui i mughi mi sballottano a destra e sinistra, sopra e sotto senza pietà e rispetto per un vecchietto che ha commesso lo sbaglio di sfidare il loro rigoglio. Mi batto orgogliosamente con calci e manate .. e spesso mi ritrovo addirittura ribaltato. Ma non posso alzare bandiera bianca! Mi giro indietro a guardare il punto da cui son partito…e che sembra cos’ vicino! Dopo 40 infiniti minuti la macchia cede e alcuni spiragli m’inducono alla speranza..la morsa cede e miracolosamente a mezzogiorno fotografo entusiasta la traccia ritrovata!. Sono spossato, ma mi sento rinato…ho il terrore di perdere nuovamente la traccia che s’infila fra nuovi mughi e mi obbligo ad avanzare con più attenzione e meno istinto. Dove saranno loro nel frattempo…come mai non rispondono più ai richiami? Sopra di me il mare di mughi sembra esser tornato compatto come succede al polo quando l’acqua gela e impedisce la navigazione. Trovo impossibile seguire la traccia a terra..nn va mai nella direzione dei buchi fra i mughi e continuo a sbagliare. Non voglio arrendermi ( e sbaglio!) ad utilizzare più continuamente il cellulare. Salita estenuante e logorante, poi improvvisamente li vedo alti sul crinale, forse vicini alla cima, scendono loro e salgo io vs una fascia rocciosa che provo ad aggirare verso destra. Guardo il cell: sbagliato come al solito. Ritorno a sx e sento le loro voci sopra..nn lontane ma non riusciamo ad intenderci. Poi sono più vicini..ognuno preso dai mughi suoi. Ma finalmente stabiliamo il contatto visivo e loro mi dicono traversando verso di me che da ora in poi la traccia si segue meglio. Ci salutiamo e mi dicono che sono andati prima alla Cima delle Coraie ..e di andarci che la traccia è decisamente meglio. Parlo un poco con Thomas e ci salutiamo. Sono stanco e riprendo la via vs l’alto: quanto tempo ho perso da quando arrivato sul falsopiano pensavo ormai di essere arrivato.Un falso arrivo. Ora il solco fra i mughi si vede decisamente meglio e salgo quasi in linea retta vs l’alto. Sono lento eppur mi alzo tanto che ora appare alla mia destra il profilo roccioso della Croda Bianca che sostiene la testa ricciola di mughi. Ma è comunque con enorme sorpresa che improvvisamente i mughi come nebbia al sole si dissolvono e l’occhio precipita in un vuoto che ammalia e cattura oltre che a intimidire. Sono le 13.10 e davanti a me precipita il baratro della Val dei Forti e di Covolera. Alzo lo sguardo e la vedo, la mia montagna sospesa fra le rocce e il cielo, circondata da altre bellissime cime che non hanno però ai miei occhi la sua fascinazione. Come la donna della tua vita così io ho trovato la mia montagna: il Bus del Diaol. E’ li eretto di fronte alla grande parete gialla della Croda Bianca e sembra sorridermi nella sua nuova e altera posizione. Tornata irraggiungibile come l’ho sempre sognata. Per quei pochi occhi che sanno leggere l’anima delle rocce e la voce delle pietre. E mi viene in mente Zeno e i giorni memorabili passati a corteggiarla. Oltre ci sono i Feruch, le Pale la Marmolada e i Civetta e più in basso il groviglio di roccia e di verde delle Covolere e della Montagna Brusada. Non mi attardo, muovo passi verso l’alto nell’intrigo verde che mi lascia passare e mi consegna 5 minuti dopo allo spiazzo erboso e finalmente consolante del punto più alto a 2069 m. slm. Sul mucchietto di sassi una scatola di sgombri ricorda che questo è un posto antico consegnato all’eternità del tempo, alla contemplazione dei pochi che quassù ancora arrivano alla faccia delle comodità che il mondo spaccia per felicità. Non si tocca nulla, si respira piano come in un museo che oggi hanno aperto solo per te. Guardo la lunghissima parata delle Pale di San Martino soffermandomi sui giganti che ne segnano i confini: a sx il Sass Maor salito pochi mesi fa e l’Agner a sx che tante avventure mi ha regalato. Li guardo e sono felice di averli incontrati. Poi riosservo e contemplo la mia amata. Oltre la Croda bianca assolate e chiare le rocce del Pelmo, dei Tamer, fino al Moschesin. Mi fotografo con la mia amata e la saluto e così faccio con la linea dei monti friulani in sfilata dietro il Coro e che vanno dal Duranno alle Cime Laste e dei Preti e al Cridola. Alle mie spalle corre il Viaz e starei seduto qui a lungo ma il viaggio è ancora lungo e dopo un’ultima occhiata volgo le spalle all’aria e fisso il pianoro di mughi sotto di me. Scendo in sua direzione cercando di trovare la traccia utilizzata in salita per poi deviare a sinistra verso la mia seconda meta. Non riesco a ritrovare la traccia che avevo in parte percorso salendo e mi trovo prima troppo in alto ancora fra i mughi e poi correggendo la linea troppo in basso tanto che mi trovo sul ciglio del precipizio che sovrasta la Val del Lenzuol. Risalgo allora e poi finalmente sul dorso della Croda Bianca la colonizzazione dei mughi lascia qualche spazio e si riesce in qualche modo a procedere un poco più veloce. Veleggio in orizzontale consolando lo sguardo con la vista del Viaz a destra. Quando finalmente trovo il canale che sale in cresta e vi approdo sorpreso dalla bellezza degli ultimi passi sul pendio di erbe giallastre e sassi bianchi con sfondo di cielo blu a pecorelle, è comunque passata un’altra ora da quando ho lasciato la Cima del Mot Alt. Cima delle Coraie ( o Croda Bianca) h 14.30, q. 2080. Sbuca ancora il Bus stavolta in prospettiva diversa, circondato dai Feruch di cui emerge aguzza la Cima Est e il Piz Camin. Dietro emergono più evidenti la Marmolada e il Civetta e poi il Pelno, i Tamer. Giù la vista cala a picco sulla Forcella de la Caza Grande…mamma mia che vuoto impressionante! Che posto fantastico! Sono cotto, ho finito l’acqua dopo che ho usato l’ultimo goccio per mandare giù il pastone di castagne che mi si era formato in bocca e aver tentato di rispondere vanamente alla chiamata di Calogero, nel primo momento di parziale ricezione della giornata. Me ne stò accoccolato al sole che ora scalda un poco di più tanto che resto in maniche corte. Poi mi devo alzare che la discesa sarà ancora lunga e nn è detto che non mi perderò ancora. Alle 14.45 inizio a scendere per le erbe gialle in direzione del varco che porta verso i pendii mugosi del Mont Alt. Ci metto un attimo e dopo mezz’ora sono già sull’altipiano, sulla traccia che nn ero riuscito a seguire salendo con la traccia che punta decisa verso la Palazza. Transito presso i ruderi descritti dalla relazione di Mason e che non avevo incrociato all’andata e vedo davanti a me la conca carsica e sopra il ghiaione descritti nei passaggi per salire alla Palazza. Ma sono troppo stanco e rischierei di scendere col buio per cui a malincuore resisto alla tentazione di provare a salire e continuo a scendere. Davanti a me un velo di nubi ha riempito la conca dietro le Pale Alta e Bassa e il serva e il Col Nudo splende assolato dietro le altre cime ormai adombrate. Che spettacoli regala sempre l’alpe. Scatto e scendo per infilarmi nei mughi che riempiono la Val de i Pez ma sorprendentemente ora sono teleguidato dall’istinto e dall’uso del cell. nei momenti di dubbio e non commetto più grossolani errori nella scelta del percorso. Giù per il canalone veloce e alle 16.15 sono già ai ruderi di Campigol e al famoso sasso con cui ormai ci salutiamo come fossimo vecchi amici. Ormai è fatta dico, da qui in poi non ci saranno più grandi problemi di orientamento, la so quasi a memoria! Ripasso la cengia, il Col de i Porz e quello de la cazeta e mi ritrovo più velocemente del previsto sopra il lontano eco dei motori che transitano per la statale della Val Cordevole. Fotografo l’ometto che segna l’inizio (o la fine) del sentiero per il Mont Alt che rappresenta il ritorno al mondo degli umani e mi preparo all’ennesimo guado che affronterò senza levarmi e per lavarmi gli scarponi.  Alle 18 sono immerso nelle acque gelide a ringraziare per questa ennesima giornata nel meraviglioso e selvaggio mondo dei Monti del Sole.                                                     Foto 1 Bus del Diaol e Croda Bianca dal Mont Alt                                                     Foto2  panorama dalla cima della Croda Bianca                                                              Foto 3  Palazza e Mont Alt</description>
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         <title>05/10/2025 - Capanna Sciora [ mariosnow ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13670</link>
         <description>Oggi ho avuto l'occasione di ammirare l'incredibile lavoro svolto dalla Confederazione Svizzera che con un investimento di circa 1.000.000 di Franchi Svizzeri ha completamente ridisegnato il sentiero che dopo la frana del 2017 passando sulle pendici più alte delle pareti della Val Bondasca attraversando boschi e scavalcando gole grazie all'installazione di 4 ponti &quot;Tibetani&quot;, ha ripermesso di raggiungere la Capanna Sciora.

Una gita straconsigliatissima per nulla tecnica con uno sviluppo di circa 17 Km / 1600 mt D+  che regala bellissimi scorci paesaggistici sulle Sciore, il Badile ed il Cengalo.

In questa stagione la Capanna Sciora è chiusa per la pausa post stagione estiva, il locale invernale è però accessibile contattando telefonicamente il &quot;gestore&quot; il quale fornirà il relativo codice di accesso ( numero di telefono esposto oltrepassando la prima porta di accesso allo stesso ).
Potrebbe sembrare una &quot;scemenza&quot;, ma anche questo ha la sua importanza : al parcheggio auto gratuito di Bondo vi sono presenti due WC pubblici pulitissimi, con acqua calda e riscaldati ( roba da Svizzeri che qui in Italia ci sognamo !!! )</description>
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         <title>29/09/2025 - Cima Rovaia-Cima Mattaciul, dal versante SW [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13669</link>
         <description>Speravamo di pestare più neve, ma siamo comunque soddisfatissimi per la bellissima giornata e appagati da questa semplice escursione che però offre sia panorami stupendi sui gruppi Baitone-Adamello-Presanella sia, soprattutto, il percorso della parte alta fra trincee, fortificazioni, appostamenti militari della Grande Guerra, veramente unici e spettacolari. Se pensiamo all'immenso lavoro e alla grande fatica fatta ai tempi... viene la pelle d'oca. 
Lasciata l'auto al park alto sopra Tu, saliamo la ripida ciottolata. Poi il lungo sentiero nel fitto bosco, che con numerosissimi tornanti ci porta poi in spazi più aperti e panoramici. Dalla Cima Rovaia, la Mattaciul è proprio lì davanti e notiamo che c'è davvero pochissima neve. Risaliamo senza problemi il crinale sulla sx, dapprima erboso poi con diversi tratti su blocchi granitici, che in circa 50' ci porta in vetta alla Cima Mattaciul. Il panorama su tutto il gruppo dell'Adamello è stupendo. Torniamo quindi alla Rovaia e a ritroso dal percorso di salita fino in fondo. 
Il lungo sentiero nel bosco con infiniti tornanti sembra non finire mai... Con una ebike credo che sarebbe tutto (o quasi) fattibile, con una discesa dalla vetta tutta (o quasi) in sella.
Partecipanti: Fedora, Lidia e Fabio C.

FOTO 1: In vetta alla Cima Rovaia.
FOTO 2: Dalla ex-caserma militare sotto Cima Rovaia, vista su tutto il crinale di salita verso Cima Mattaciul, da sx a dx.
FOTO 3: Lidia ormai in vetta alla Cima Mattaciul. Visibile tutto il crinale di salita con, in basso a sx, la Cima Rovaia.</description>
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         <title>26/09/2025 - Spiaggia delle Due Sorelle [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13668</link>
         <description>Non aver avuto tempo l’altro giorno durante il giro del Conero per scendere alla Spiaggia delle Due Sorelle mi ha lasciati il desiderio di raggiungerle e così decido di andare a vedere l’alba dal Belvedere Sud e poi scendeci. Verrà, stranamente, con me Jari, l’ultimo dei miei figli, solitamente poco incline alla fatica. E così nella notte del 04 09 2025 usciamo sommessamente dalla nostra casetta sulle colline di Ancona e ci dirigiamo verso il Conero. Alle 6 siamo puntuali al Belvedere Sud (q.500) per vedere l’orizzonte che si colora di luce arancione e poi il sorgere del sole dal mare mezz’ora più tardi: non ho la macchina fotografica e il mio cell. non fa delle foto degne del momento. Concluso lo scarso per la qualità dei risultati reportage fotografico, dico a Jari se mi accompagna alla spiaggia sottostante ma per lui è abbastanza così e allora prendo a scendere da solo. Non ho indicazioni chiare ma confido di trovare il sentiero che devierà verso destra dove sta la mia meta. Dieci minuti vedo già sotto di me la lingua di sabbia da raggiungere e il costone che la sovrasta indorarsi e illuminarsi di arancione: che spettacolo il confronto col freddo blu del mare! Pochi passi e si vede bene il costone roccioso del Passo del Lupo o della Croce dove dovrò arrivare per scender poi verso il mare. Oltre il costone poco dopo il mare prosegue senza più rocce verso sud. Scendo ancora un poco e fotografo nuovamente la costa che pare incendiarsi illuminata dalla luce calda del sole: sembra si sia acceso un gigantesco riflettore e il calcare bianco brilla sullo sfondo azzurro intenso del mare. Prendo l’indicazione verso la Grotta del Mortarolo che non trovo e arrivo su un sentiero più ampio che mi sembra di riconoscere. Poco dopo difatti con emozione ritrovo il masso sporgente sul vuoto dove fotografai Armin qualche anno fa e alle 7 in punto mi ritrovo al cippo eretto presso il Passo del lupo dove una targa ricorda il divieto di transito. Non posso non pensare all’icona appesa in camera che mi ritrae proprio qua con tutti e 4 i miei figli. Che bello, che ricordi! Ora inizia il tratto di sentiero ufficialmente interdetto e di cui son curioso di valutare le condizioni. Inizia subito abbastanza esposto ed attrezzato perché deve saltare giù dalla rupe e atterrare sul costone più pianeggiante e sottostante. Comunque si cammina bene, alla stregua di un viaz dolomitico facile e pochi minuti sono nelle erbe dorate del boschetto sottostante dove il sentiero è abbastanza invaso dalle erbe: si vede che non è spesso percorso. Arrivo al promontorio da dove ormai le Due Sorelle e la spiaggia sono bene in vista a sinistra ma prima di prendere la direzione mancina, scatto una stupenda foto sul baratro a destra che termina in una polla di mare blu profondissimo. I riflessi sono accecanti e perfino il mio cell. riesce a scattare foto decenti. Riprendo a scendere su terreno un poco più semplice con la spiaggia dorata e sedotta dal blu del mare sempre più in magnifica evidenza. Disarrampicato l’ultimo costone eroso e per fortuna servito da un grosso cordone stile Cervino perché ormai il salto è alto circa 5 metri, atterro sulla paradisiaca spiaggia alle 7.15. Incanto, mi sembra di essere Robinson Crusoè. Emozione ed onde di luce fasciano il cuore di calore. Il sole è ancora basso e la sabbia impazzisce d’arancione, il mare lancia pennellate di blu azzurro e spruzzi di bianco s’abbattono sul calcare che brilla dorato. Non c’ è nessuno e sembra di essere in quei posti alpini dove ti chiedi perché sei solo a contemplare tutta questa bellezza, difficile perfino da contenere. Ieri sera per le vie di Sirolo avevo letto quattro righe che mi avevano colpito e che penso a modificare per descrivere la fantastica foto che ho appena scattato e che diventerà uno dei miei stati annuali. Al mercato ogni cosa ha il suo costo e il suo posto. Quello della meraviglia è un poco più nascosto. Mi siedo su un sasso per assorbire sul viso i tiepidi raggi del primo sole e non vorrei alzarmi più. Solo il dolce sussurrare delle onde che fan l’amore con la sabbia. Ma Jari mi aspetta e mi alzo per percorrere tutto il litorale. Scrivo “grazie” sulla sabbia. Ne raggiungo il limite e salgo le bianche fasce rocciose tinte di luce per fotografare dall’alto i due scogli delle Due Sorelle e la spiaggia ad arco. Oltre l’incanto finisce in una spiaggia di grossi sassi, ci vorrebbe tempo per arrivare alla spiaggia dei Gabbiani e quindi decido di tornare. Intanto arriva una canoa con due ragazze e le fotografo mentre pagaiano nel riflesso del sole oltre le loro figure. Ripercorro la spiaggia, scrivo un messaggio per Dani e fotografo ancora la spiaggia, stavolta non immacolata ma segnata solo dalle mi eimpronte. Saluto due ragazzi arrivati nel frattempo con il Kajak e metto mano al cordone per iniziare la risalita. Provo a vedere se ce la faccio senza ma la roccia è troppo erosa e correrei il rischio di franare con essa. Dopo 5 minuti di risalita, mi volto per salutare la spiaggia e incredibilmente mi rendo conto che ammaliato dal luogo, mi son dimenticato di fare il bagno. Non ci penso nemmeno a rinunciare e rapidamente torno dalla coppia scusandomi di rompere il loro idilio ma spiegando che non è possibile non fare il bagno in queste acque così cristalline. Che meraviglia, l’acqua è fresca e inverosimilmente trasparente essendo il fondale sassoso. Sembra fluida tanto è accogliente nel contatto corporeo. Nuoto in estasi leggero e senza pensieri galleggiando come fossi in una nuvola, finchè a malincuore decido che è ora di tornare dal bimbo che mi aspetta. Risalgo al promontorio dove mi diverto ad arrampicare sulla punta più alto e un poco esposta e poi riguadagnata e traversata la costa riprendo la salita lasciando a destra le enormi scarpate bianche e precipiti che segnano l’invalicabile confine del bosco. Sono così nuovamente al Passo del Lupo(h 8). Ripercorro l’ampio sentiero a ritroso ma poco dopo non mi ritrovo e sono convinto di non averlo percorso all’andata. Ritorno sui miei passi e cerco una deviazione nel  bosco da cui sono probabilmente sceso ma non la trovo. Trovo invece una signora a cui chiedere info che mi dice di seguirla fino ad una deviazione da cui poi posso risalire al park e anche deviare se voglio verso la grotta del Mortarolo. Camminiamo circa un quarto d’ora e poi arriviamo al bivio dove la saluto e riprendo a correre in salita. Alle 8.45 mi ritrovo nuovamente al cartello dov’era indicata la Grotta del Mortarolo e dov’ero già passato stamattina. Scendo nuovamente, senza correre stavolta e mi ritrovo nuovamente sul sentiero dove arrivai stamattina. In effetti un poco visibile cumulo di sassi segna l’inizio della vaga traccia. La ripercorro in salita scrutando e trovo un impercettibile deviazione a dire il vero anche segnalata e 1 minuto dopo l’ambiente boschivo lascia trapelare un affioramento roccioso che compare del tutto inaspettato una volta che lo raggiungo tramite un sentierino appena accennato. Bello: una paretina rocciosa calcarea alta circa 4 mtri, è stata scavata per ricavarne all’interno due ampie grotte. Leggo sulla legenda che invece le spaccature sono naturali e venivano usate come romitorio per meditare o pregare e che l’intervento umano che risale a tempi pagani e successivamente anche cristiani è stato solo di allargamento e sistemazione. Scatto qualche foto e mi rimetto a correre perché mio figlio ha già chiamato per sapere dove mi sono cacciato. Risalgo con belle viste sulla costa e alle 9.15 sono di nuovo al Convento dei Camaldolesi dove ritrovo Jari. A casa a far colazione coi fichi della pianta. Slurp…che fame e che sete dopo tutte ste corse! Foto1   Sprofondo blu          Foto2   Grazie!              Foto3        incanto alla Spiaggia delle Due Sorelle</description>
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         <title>26/09/2025 - Running Conero [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13667</link>
         <description>In vacanza con Dani Jari Elisa Giulia e Rihanna in una stupenda casa prestataci da Ciro e famiglia per passare qualche giornata tra mare e collina. Posto ameno, bellissimo e tranquillo che regala favolose giornate blu e rossi tramonti sui Monti Sibillini che solcano l’orizzonte ad Ovest e da cui emerge nitida  la sagoma del Monte Sibilla mancato per poco in un’escursione di qualche anno fa. E un giardino dove cogliere direttamente uva e fichi. Dopo la mattina e il pranzo passati in spiaggia a San Michele la vista del profilo del Conero pone fine al mio desiderio di sedentarietà. Ottenuto il permesso di allontanarmi, alle 14 del 02 09 2025 saluto la combriccola e mi avvio senza le idee chiare a recuperare il pulmino e viaggiare verso la mai meta. Seguendo i cartelli stradali arrivo al parcheggio nei pressi dell’ex monastero dei Camaldolesi dove studio brevemente la mappa e sorrido del cartello che informa “ google ha sbagliato..vi ha portato qua ma non è la strada giusta per la Spiaggia delle Due Sorelle, che si può raggiungere, come da ordinanza, solovia mare”. Prima meta sarà il Belvedere Nord e il successivo Pian Grande. Inizio a correre in falsopiano alle 14.50 nel bel bosco e dopo una grandiosa vista sul litorale di Mezzavalle, arrivo 20 min dopo al Belvedere Nord e al successivo Pian Grande con fantastica vista sul lido di Portonovo dove avevo fatto il bagno ieri sera e poi ci eravamo bevuti una birra. Da quassù si vede la frana che ha generato il luogo, il lago di acqua salmastra e il piccolo promontorio che s’allunga nel mare. Una bella palina con foto spiega la genesi e la storia di questi luoghi. Riprendo a correre per completare l’anello ma un cartello mi spinge verso le Grotte Romane che in discesa, raggiungo alle 15.30. Sono datate I° sec dopo cristo e sono molto squadrate e particolari. Meritano sicuramente una visita: così nascoste nel folto del bosco, trasportano il visitatore nel passato. Sono anche servite da ricovero durante la seconda guerra mondiale. Riparto e 5 minuti dopo un sentierino quasi invisibile mi conduce in un anfratto boscoso dove emerge la parete della Cava Nascosta, ormai assediata dalla ricrescita della vegetazione. In salita ritorno alle grotte e poi di nuovo su fino al bivio per Pian di Raggetti dove fermo la mia corsa alle 16. Bellissimo questo pianoro poco significante di suo ma dove un albero divide esattamente la costa dal piano in maniera tale che da na parte si vede il mare e dall’altra le colline. Riprendo a salire per tornare al punto di partenza ma un nuovo cartello mi segnala le incisioni rupestri che in breve raggiungo dice minuti dopo ammirando questi massi incisi dagli antichi abitanti di questi luoghi. Riprendo a correre in lieve salita e poi in falsopiano fino a giungere nuovamente sulla strada di collegamento percorsa prima in auto. Seguo i cartelli escursionistici ma poi sbagliando e convinto di essere sopra al parcheggio comincio a correre in discesa fino a quando dopo più di un km mi fermo ad imprecare proprio nel momento in cui esce una signora dal bosco. Mi scuso, lei ci ride su e mi conferma si che sono sceso e avrò 2 km di strada in salita. Riparto a corsetta e alle 17 raggiungo l’ex convento dei Camaldolesi. L’errore mi costa il tentativo di scendere fino alla Spiaggia delle Due Sorelle perché mi aspettano quelli della spiaggia. Decido di correre comunque in lieve discesa fino al Belvedere Sud da dove le ammiro dall’alto dieci minuti dopo. Stop…per oggi ho corso abbastanza su e giù per il Conero. Foto1  mappa del Conero con i luoghi visitati             Foto 2  Belvedere Nord               Foto 3   Belvedere Sud</description>
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         <title>24/09/2025 - piccole gemme appenniniche [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13666</link>
         <description>I genitori di Margherita (da poco moglie di mio figlio Armin)  assieme ad altri parenti ed amici ci invitano a passare due giorni nella loro casetta spersa in un bosco dalle parti di Monghidoro nell’appennino Bolognese, molto vicino al confine con la Toscana. Che posto ameno nascosto e riparato dal bosco dove amano passare le giornate chiaccherando lavorando e riposandosi nella piccola piscina. Dopo una corsetta serale con Giona, il mattino dopo decido di farmi un giro ad esplorare il territorio circostante. Non lo conoscono molto ma riesco al fine a scoprire dell’esistenza del leggendario Sasso Nero che pare avere addirittura origini celesti. Un meteorite dicono. Il fratelo di Massimo mi dà qualche indicazione ed esco in auto. Ad un certo punto alla mia destra vedo un colle tondo con un appicco roccioso verticale al suo fianco che grazie a Maps identifico come la Rocca e il Sasso di Cavrenno. Incuriosito, seguo una stradina sterrata laterale alla provinciale e parcheggio dove fra le erbe alte inizia un sentierino che percorro in discesa. Niente da dire, è veramente un gran bel masso alto una 50 di m e con una parete che sembra veramente pensata per l’arrampicata sportiva. Intanto fra le erbe noto uno strano sasso che si rivela essere niente po po' di meno che la ghiera sulla quale veniva montata l’ogiva di una bomba. Dato il peso la nascondo per recuperarla al ritorno. Del resto queste sono le terre un poco abbandonate, traversate ora dalla linea dei treni ad alta velocità e un tempo dalla famigerata Linea Gotica cantata anche dal buon Lindo che queste terre ancora le vive e le abita. Ad un bivio del sentiero scendo verso la base della parete e a conferma dei miei sospetti trovo la placchetta di partenza di due vie: quella delo spigolo è un 6a. Seguo il sentierino che scende contornando le basi della struttura rocciosa e dall’altra parte su vie più facili trovo una famiglia che arrampica. Una fascia erbosa m’induce a provare la salita e con qualche trazione rocciosa e l’aiuto di corde pensate per la discesa, riesco a salire fin sotto l’appicco finale che richiederebbe però qualche passo di arrampicata troppo esposto per prendere seriamente in considerazione l’ipotesi. Scendo nuovamente alla base e vedo una placca appoggiata ma anche questa mi sembra troppo liscia per salirci senza rischi e allora abbandono l’idea di provare ad arrivare sul cocuzzolo finale. Non c’è che dire, una via facile per la vetta non c’è, il Sasso di Cavrenno si difende bene da ogni lato! Trovo un sentierino inerbato che svolta verso la Rocca e questo mi permette di vedere bene la forma rettangolare del sasso da questo lato con la spaccatura che la incide e la placca appoggiata che sale fino in cima, molto esposta. Ci sarebbe senz’altro da divertirsi con corda e scarpette, cosa che mi dirà poi Armin, lui ha già fatto. Fra sterpi ed erbe d’oro colorate dal sole dell’estate, punto la colma finale dalla quale ad un certo punto spinta la croce di vetta che fotografo col sole dietro l’incrocio delle sue sbarre. Scendo, recupero il pezzo di bomba che più tardi sparirà misteriosamente dopo averlo caricato sul pulmino e mi rimetto in strada verso la seconda meta del mio piccolo tour esplorativo. Venti minuti dopo al Sasso Nero di San Zenobi, un masso di origine ofiolitica, ovvero una roccia che proviene da antichi fondali marini. La sua colorazione scura e le striature verdastre e violacee lo rendono un elemento distintivo nel paesaggio. Molto suggestivo, in effetti sembra piantato lì per caso. Faccio due chiacchere con un motociclista di Dueville lì presente e mi avvio per scalarlo. Trovo una targa a memoria posta per evitare ulteriori incidenti : pensavo ci fosse un sentiero ma in realtà si sale sulla parte destra con qualche leggero passo di arrampicata fra risalti e cengette. Nulla di chè ma sembra un posto fatto per farsi male senza quelle protezioni che ormai purtroppo sono un poco ovunque in questi luoghi che attirano molte persone e quindi fanno salire statisticamente le possibilità di incidente. Quando dopo due minuti sono in cima resto ulteriormente sorpreso dallo strapiombo che si trova dall’altra parte! Molto bello il dolce panorama che si apre sulle colline e i prati circostanti. Scendo di corsa perché non vorrei far tardi per il pranzo e visto che ho anche il compito di recuperare dell’acqua e del caffè. Rifaccio due parole coi tipi della moto e gli dico di fare attenzione se voglion salire. Li saluto, cerco inutilmente di arrivare al laghetto Bello e poi inverto la marcia verso il Passo di Raticosa e scendo a Pietramala dove faccio gli acquisti e trovata deserta la stanza del punto informazioni, “recupero “ una cartina del posto. Bella l’Italia, ovunque vai trovi sempre luoghi da esplorare e suggestioni che incantano. Manca solo il tempo per vedere tutto quello che il Creato, mette a disposizione. Ritorno in tempo, i preparativi per il pranzo sono ancora in corso e finisco in piscina a sorseggiare del bianco frizzante e fresco. Che vita..ma non ci riesco proprio a fermarmi a godermela! Ho sempre bisogno di esplorare! E scherziamo di questo con gli altri in piscina.   Foto1 la Rocca e il Sasso di Cavrenno    Foto2 la parete     Foto3 Sasso Nero di San Zenobio</description>
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         <title>21/09/2025 - Croce di Fai sul Monte Fausior  [ Guru ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13664</link>
         <description>Partiti da un parcheggio sulla destra prima di entrare in paese,dove ci sono le indicazioni per raggiungere l'attacco della ferrata. Raggiunto l'attacco in circa 30 minuti.Questa ferrata è stata fatta nel 2024,il percorso è in buona parte verticale ma è agevolato con numerose staffe e buoni appoggi su roccia.Raggiunta la Vetta scesi dal sentiero che porta sulla strada forestale e con indicazioni raggiunto il parcheggio.Noi oggi abbiamo scelto questa ferrata perchè il giorno prima(sabato)abbiamo fatto la ferrata Hoachwool a Naturno(Bolzano) che é più impegnativa.Quinta uscita del corso Ferrate della Scuola di ALPINISMO VALLESERIANA.Partecipanti 14 tra Allievi e Istruttori.Complimenti A TUTTI.</description>
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         <title>19/09/2025 - Spigolo del Palon [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13663</link>
         <description>Quando per qualche motivo devo rinunciare a completare una traversata, cerco sempre di rimediare in un secondo momento. Quando mio padre mi implora di riportarlo a Caprile e non essendoci alternative a disposizione, resto incastrato nella situazione che prediligo. Essere costretto ad andare in montagna! Stavolta devo tornare la sera stessa e memore del sonno che mi aveva preso a portarlo dopo la fine del turno pomeridiano ( escursione al Sorapiss!) e del penoso risveglio la mattina dopo, decido di passare a prenderlo alle 5 del mattino dopo e partire per la mia scalata dopo averlo salutato. E così faccio lasciandolo nella casetta a Caprile e partendo subito alla volta dell’ormai ultimamente abituale parcheggio di Pia de la Fopa. Voglio completare la scalata e la traversata degli Spiz ( finita!) e della successiva cresta di cui mi mancano lo Spigolo del Palon, il Prampèr e il Prampereèt (ho poco tempo per cui lk’obiettivo è la prima cima, poi vedremo..). Passato il Passo Staulanza, e sceso nella Valle di Zoldo mi fermo a fotografare l’incredibile serie di torri e torrette che caratterizzano gli Spiz: visti in controluce creano un effetto castello incredibile. Parcheggio, parto, mi ricordo che non ho pagato il parcheggio, ritorno e grazie all’aiuto di una ragazza che mi cambia i soldi, regolarizzo la mia posizione e finalmente alle 11 (q. 1200) del 24/08/2025, un poco infuriato per i 20 minuti persi inizio nuovamente a salire. Uno spettacolo gli Spiz che ormai ho imparato a conoscere benissimo  e i due denti del Piccolo e Grande Dente de la Fopa, aguzzi verso il cielo come tutto qua del resto. Ammiro interessato le sagome rovescie del Palon e del Prampèr che asumono le forme di due piramidi egizie e mi rilasso la mente nel grande e soleggiato spiazzo erboso del Pian de I Palui raggiungendo poi Malga Prampèr invasa dai bikers e dai turisti trasportati fin quassù dalle jeep navetta, tutti intenti a far andare le mascelle attorno ai tavoli imbanditi. Ormai mangiare è diventata la cosa più importante, il panorama chissà mai se lo guardano. Mi faccio coraggio, cammino fra la folla e cerco il gestore per chiedere info sulla possibilità di salire direttamente da questo lato. Non ne sa nulla..e come potrebbe se tutti non fanno che chiedergli cosa si può mangiare? Lo ringrazio e proseguo vs il Rif. Sommariva (q. 1850) che raggiungo alle 12. 20. Entro per chiedere info..dalla cucina esce musica metal..chiedo se non disturbo vista l’ora del pranzo. Esce un metallaro gentile che ha evidentemente più voglia di parlare con me che di sfornellare e gentilissimo mi dice tutto quello che volevo sapere. Mi dice che si può salire allo spigolo del Palon anche da F.lla Palon ma è più difficile, meglio farla da F.lla segretta, che si raggiunge traversando sottoparete e che scendere da F.lla Palon al Pian del a Fopa è sconsigliabile. Riparto subito e fotografo dall’alto il bellissimo pascolo di CASERA Pramperet dove arrivai qualche inverno fa in un ambiente innevato e dall’aspetto patagonico. Davanti a me lottano con le nubi le Balanzole e la Cima di Zita Nord. Traversando sotto i pinnacoli del Pramperet, sono proprio sul solco profondo della Val Costa de i Nass, una vera e propria incisione verde, spettacolare da vedere da quassù. Alle 12.50 dopo aver perso quota ed essere risalito approdo ai 1840 mt della Forcella Piccola che m’introduce nella Valle di Cornia e mi presenta gli spalti rocciosi dello Spigolo del Palon e del Coro coperti in alto dalle nubi. Sotto è tutto verde di prati e mughi che risalgono verso le rocce in molti punti lambendole. Cerco e trovo subito a sinistra il sentierino che si stacca dal principale che scende verso le malghe, segnalato da un dubbio ometto ed inizio a percorrerlo in falsopiano traversando in quota a semicerchio sopra la valle. Comunque resta evidente nelle erbe e segnato da molti ometti nelle zone sassose, soprattutto nel grande macereto centrale dove la traccia a terra è praticamente assente. Palon e Coro si avvicinano mentre traverso sotto le rocce del Prampèr invisibile nella sua parte alta. Appare F.lla Palone quando ci sono più o meno sotto naabbandono la risalita in favore del traversamento sotto la parete del Palon perché la risalita dalla forcella stessa mi sembra ad occhio troppo alpinistica e incerta da individuare. Dopo sgarruppamenti, trovo sotto parete una sorta di viaz che prendo con più facilità a seguire. Felice perché temevo i mughi o ravanamenti eccessivi. La traccia scorre lieta alla base delle rocce fino a quando risalgo un pendio franoso e mi trovo alla base di un canalone dirupato che sale vs l’alto. Sono indeciso sul da farsi, ma alla fine opto per la risalita (h 14). Non è chiaro se è giusto ma potrebbe esserlo e allora supero un muretto di II° grado che mi darà qualche problema in discesa e poi risalgo il fondo del canalone fra massi di diverse dimensioni e raggiungre a destra una franosa spalletta. Di fronte a me l’immensa parete del Coro, sono sopra la Val Segretta, non mi resta che trovare la maniera per scendere. Scendo la scarpata e infilo un diedro lastronato che disarrampico con un poco di attenzione e raggiungo il fondo della valle da cui riprendo a salire verso il Dente della Segretta messo tra la Forcella omonima e il Coro. Proprio di fronte a me sta la parete solcata da un grosso canalone precipite che con Filippo avevamo provato a scendere per tentare un passaggio diretto dal Coro senza fare tutto il giro della montagna. Era ed è evidentemente impossibile ma comincio a guardare interessato a sinistra dove il pendio sembra più appoggiato e magari si potrebbe riuscire…chissà se ci tornerò. Sarebbe bello riuscirci una volta in velocità senza il tempo perso in vari tentativi. Un concatenamento da sogno e quindi sognato. Vedo bene il colletto dove trovammo un ometto e iniziammo con Fil a scendere per il canalone franoso che poi precipitava verso il basso. Chissà a sinistra? Ora traverso verso il solco della valletta e dopo traversi rocciosi ne raggiungo l’alveo erboso e comincio la ripida risalita verso il vallo della forcella segnato da una caratteristica roccia a fiamma che muta ad ogni metro che faccio nella sua direzione. Alle 14.30 tiro il fiato sul vallo di Forcella Segretta: guardo vs il PdF, sembra facile l’inizio ma poi non si sa mai. Lascio lo zainetto che recupererò in discesa e inizio a salire per cengette e roccette sul fianco dx. Fotografo un bel fiore di Campanula, saluto finalmente gli Spiz che in una parziale schiarita si degnano di farsi vedere e velocemente risalto dopo risalto arrivo a vedere la parte superiore della montagna contraddistinta da un bellissimo prato che si fonde con una lastronata rocciosa e dietro alla quale appare il castello sommitale. Vista molto bella e particolare. Salgo il prato e quando arrivo al bordo della lastronata rocciosa che poi precipita verso il basso, mi attende la sorpresa di un enorme torre poggiata a gendarme della cupola finale. Sorprendente. Mi sposto al termine sx del ripiano dove un sentierino scende a sx del gendarme e porta ad una cengia che lanbisce il fianco sx del blocco di cima. Lo risalgo, salto la deviazione che sale a dx e di fronte al vuoto inverto la marcia e per blocchetti rocciosi alle 15.10 mi siedo nella nebbia accanto al mucchietto di sassi eretto in cima allo Spigolo del Palon (q. 2315). Non si vede proprio nulla. Mi faccio un selfie e guardando il moto delle nuvole attendo qualche minuto. Una provvidenziale schiarita mi concede la possibilità di fare una bellissima foto alla grande parete circolare che sorregge il prato che ho appena risalito. Veramente un’incanto, a volte la montagna ha una fantasia incredibile. Scendo contento e fotografo mazzi a non finire di Genziana Campestre: così tante non ne avevo mai vista! Contemplo ancora la grande torre che presi dia la cima e poi scendo verso il grande pratone a grandi passi e mezz’ora dopo sono in forcella dove m’attende l’amico zainetto. Mangio bevo e scendo ancora indeciso se tentare o meno il Prampèr. Osservo una parete dove climber forti hanno lasciato una corda per futuri tentativi. Sembra lì da molto tempo…Risalgo il diedro fino alla spalletta, scendo il canalone, non ritrovo più il viaz perché devo prima scendere il pendio franoso a destra che non riconosco immediatamente ma poi finalmente metto i piedi sul sentierino ed esco dal labirinto. Traverso in direzione opposta a quella di qualche ora fa e quando sono sotto la F.lla del Palon decido di salirci e provare anche a salire il Prampèr. Ci arrivo alle 17 investito da raffiche di vento, dalle nebbie e da copiose gocciolone di pioggia che inziano a rimbalzare sui massi. Non ha senso infilarsi nelle nubi, bagnarsi per poi non sapere neanche dove si è e mi butto verso il basso. Di piovere smette quasi subito ma non ho rimpianti perché le nubi non si alzano di un centimetro coprendo praticamente tutte le montagne. Senza storia torno a F.lla Piccola (17.45), al Sommariva, alla malga Prampèr e poi infine alle 19.40 sempre sotto un cielo bigio e nuvoloso all’auto in un parcheggio ormai abbondonato da tutti. Bella giornata comunque, su una cima dimenticata ma sorprendentemente bella. E già progetto come terminare la salita a Prampèr e Pramperèt da un percorso nuovo. Inguaribilmente ottimista ed entusiasta, sto bene con me. Grazie montagna. Ora battaglia col sonno nel viaggio di ritorno ma con bombi e coca ce la posso fare..come sempre!                                                                                                              Foto1 Spigolo del Palon e Coro da F.lla Piccola   Foto2  cima e prato sommitale    Foto3 il gendarme e la cima</description>
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         <title>14/09/2025 - PUNTA BASEI [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13662</link>
         <description>La perturbazione di sabato ci ha regalato una magica salita imbiancata.
Carpe Diem.
Posto sempre bellissimo e sentieri ben segnati.
Innumerevoli relazioni in rete.
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         <title>13/09/2025 - Giorno 3 dal Bivacco Corti al Resnati e ritorno [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13661</link>
         <description>Ci svegliamo con calma al Bivacco Corti verso le 8 del 20/08/2025, nebbia..le previsioni per oggi non son buone e ricaccio indietro il pensiero di chiedere a Zeno se ha voglia di risalire al Porola e poi fare lo Scais. Facciamo colazione calda e alle 9.30 dopo aver riassettato e pulito alla fonte stoviglie e posate siamo pronti a scendere. Blocco Zeno e gli dico “Fermo!” perché uno stambecco è apparso alle sue spalle. Non ci teme e si lascia fotografare da poca distanza, poi saluta con agile balzo. Volgo lo sguardo a valle e rimango incantato: le bianche nubi si sono strappate e la roccia fuma bagnata con chiazze di verde brillante che dipingono un quadro che mi piacerebbe saper realizzare. Scatto una foto. Magari un giorno….ad un certo punto vediamo degli stambecchi e devo riprendere la macchinetta. Il maschio davanti, il cucciolo in mezzo e la mamma dietro allineati controcielo su un crinale verde. Che spettacolo e che dono vederli felice nel loro ambiente e praticamente in posa. Seguiamo le loro evoluzioni mentre perdiamo quota. Il sentiero non è evidentissimo e ad un certo punto lo abbandoniamo perché sembra virare a sx. Io questo tratto l’ho già percorso e sto davanti. Ci fermiamo a mangiar mirtilli, Zeno si attarda e io vado avanti a vista in traverso verso la grande placca rocciosa da cui precipita l’acqua che scende dalla Vedretta del Lupo. Mi trovo ad un certo punto sopra un salto impraticabile e l’unica opzione sembra il canalone erboso che scende alla nostra destra. Ci s’infila Zeno mentre io esploro inutilmente più a sinistra. Lo raggiungo, la pendenza è considerevole, l’erba bagnata, scivoli qui e non ti fermi più. Fortuna che l’abbondanza di mughi permette un minimo di sicurezza. Non è facile e passiamo un brutto quarto d’ora in cui perfino il mio zaino abituato a mille battaglie ha un attimo di cedimento..sento lo strappo che mi trattiene e poi lancia via dalla presa del mugo! Atterriamo finalmente poco sopra la zona tranquilla ma mi impegna ancora il costone bagnato sul quale mi sembra che i miei scarponi non riescon a fare aderenza. Zeno è già salvo e lo invidio. Qualche minuto dopo respiro forte anche io. Traversiamo il grande fronte roccioso e quando mi giro a vedere da dove siam scesi, capisco le mie incertezze sul percorso! Anni fa con Nadir scendemmo subito nel vallone  a destra del bivacco, quello sottostante la vedretta mentre questa volta seguendo il sentiero ci siam portati a sinistra e il vallone mugoso percorso era l’unica possibilità di riportarcisi: bravi anche stavolta! Per più semplici ma sempre discontinui pendii erbosi e rocciosi puntiamo alla macchia rossa posta sotto al grande masso e la raggiungiamo alle 11.30( Bivacco Resnati, q. 1950). Una grande e ondeggiante vallata verde si apre in discesa sotto di noi e lascia intravedere Ponte in Valtellina. Ci fermiamo a riassettare anche qua e mangiamo pane salame e formaggio. Faccio due passi verso il canalone nordovest che da qua parte e sono sorpreso dal nitido ricordo della notte in cui percorremmo con Nadir alla luce delle frontali questo breve tratto fra le rocce per fermarci poi arrivati al canalone a mettere i ramponi e iniziare la nostra avventura. Ora non c’è neve..solo i ricordi di una giornata memorabile passata in montagna e dell’accidente occorsomi in discesa dal canalone ovest del coca dove per la rottura del rampone, rischiai di precipitare. Sorrido…e mi sembra ancora di sentire la gamba penzolante tremare convulsamente. Torno da Zeno e scendiamo tre quarti d’ora dopo il nostro arrivo. Bellissima la cscata che come un filo d’acqua precipita da quello che una volta era il fronte del ghiacciaio di cui è rimasto solo il frutto del lavoro sulla pietra lisciata per bene. Mentre mangiamo nuovamente mirtilli una vipera attraversa vicino agli scarponi di Zeno e cerco vanamente di fotografarla. Soffia solo dal buco in cui si riparata, nascosta dalle felci. Scendiamo mangiando mirtilli, tranquilli come se inconsciamente assaporassimo oltre ai frutti del bosco, di cui apprezziamo anche la variante rossa, anche la bellezza del passeggiare tranquillamente dopo le tensioni della giornata di ieri. E mi ritorna sempre in mente Max e la sua perfetta distinzione fra l’aspetto materno e quello paterno della montagna. Perché non vieni più sui monti, amico mio? Zeno mi fa notare che crescono quasi sempre vicine due varietà di mirtilli di cui la più buona è decisamente quella con le foglie verdi e più brillanti: ha come al solito perfettamente ragione. Zeno vede cose che noi umani…. Ora siamo alti sul fondo della valle e ci volgiamo a salutare la sua testata dove ancora minuscolo fa capolino la macchietta rossa del bivacco. La cascata divide perfettamente in due la rupe da cui precipita e si guadagna foto e zoom…come il dente di Coca che buca le nebbie e appare galleggiante sopra di esse. Un’amanita muscaria che ha un’incredibile fogliolina poggiata sul suo cappello e che senbra messa per ornamento mi scatena dolci pensieri di porcini che non trovo mai. Parlando e parlando arriviamo al primo od ultimo insediamento della valle, le Case Michelini (q. 1500, h 13.45). Zeno traversa un prato verdissimo e lo ritraggo da dietro camminare verso il suo futuro di pace interiore. Che persona incredibile ho conosciuto per caso..o meglio ha deciso di conoscermi, scrivendomi un giorno! Grazie! Nelle nebbie appare nascosto il Biorco e lo salutiamo velocemente prima che ne sia nuovamente inghiottito.  Davo per scontato ripassare a salutare la famiglia che avevamo incontrato la sera prima di avventurarci nel bosco e quando Zeno esplicita il suo desiderio..gli rispondo semplicemente che ci avevo già pensato e lo davo per scontato e doveroso. Rivediamo alta a sinistra sopra di noi la traccia del sentiero piano sul quale l’altra notte avevamo posto felici i nostri piedi dopo la cruenta risalita del bosco. Sembra un’altra vita..era solo l’altro ieri! Transitiamo dalle Case Pradasc, da altre casette in pietra isolate e dall’ultima magnifica a cui chiedo inutilmente alle donne sedute sulle sdraio in un bellissimo e rasato prato se hanno per caso bisogno di un giardiniere. Siamo a posto rispondono ridendo. Arriviamo al bivio in località forni: dovremmo seguire la rotabile a destra ma deviamo a sinistra per passare dalla coppia. Zeno mi dice che si è un poco sentito trattato come un bambino quella sera…guarda Zeno che quell’uomo era veramente preoccupato, aveva paura di quello che andavamo a fare e quindi ci ha trattato come un padre. Fotografo Zeno che appare spossato col suo bastone recuperato al resnati e poi il ponte sull’acqua verde del fiume. Scendiamo leggeri, nessun movimento, fotografo la bella aiuola di gerani intanto Zeno mi dice che forse non c’è nessuno. Bè prova a bussare dai. Cigola la porta in vetro e legno e appare Massimo. Ha un ‘espressione come vedesse due fantasmi poi con gli occhi lucidi ci dice che son due notti che non dorme pensando a noi, che ha cercato informazioni, che è sceso a vedere le macchine parcheggiate e che alla fine ha pensato che potessimo esser saliti come fanno molti con due auto e che quindi saremmo ritornati da un’altra parte. Parla a dirotto, tutto d’un fiato e quando sussulta..lo abbraccio commosso per tanta bellezza. Sua moglie è apparsa e trattiene a stento la felicità in un viso allagato dal sorriso. Sono entusiasti e ci obbligano ad entrare. Che bella saletta in legno e sul divano la piccola Margherita, loro nipote. Tirano fuori salami, formaggi e quando gli dico che bè una birretta….il tavolo si riempie. Parliamo di tutto della gita, della valtellina dove spesso veniamo per arrampicare, degli amici che entrambi abbiamo in zona, della Wine Trail per cui ci dicono di passare a ritrovarli. Anche di Arnaldo, e allora si fanno scuri..e dicono che sì è proprio un tipaccio..per favore non salutatecelo, concludono addirittura. Poi la sintonia profonda ci apre a parlare della vita mia, della scelta di Zeno. Sono persone eccezionali, belle, quelle con cui è dono confidarsi. Ci offre grappe indimenticabili che produce lui stesso…eccezionale quella col carè, erba che chiaramente Zeno conosce. Quando ci scattiamo una foto ricordo, ci accorgiamo di esserci trattenuti per più di un’ora. Chiediamo scusa e solo ora che scrivo mi viene in mente che devo mandargliela. Il solito grrrr….bè sarà l’occasione per risentirli!. Salutiamo e Massimo ci obbliga ad accettare il passaggio in auto fino alla nostra. Prendiamo commiato, gli dico se può buttarmi il bastoncino che s’è rotto e sorridendo mi dice che lo appenderà come cimelio. Saliamo in auto e facciamo subito una piccola deviazione per visitare l’abbandonata anni fa chiesetta di san matteo come ci racconta una signora unica abitante del borgo lì accanto. Sul campanile ci sono nidi d’uccello, la chiesa non ha più il tetto e la canonica è precipite. Ci avventuriamo all’esplorazione chiaramente vietata fra le rbe alte. Sembra di entrare nel passato fra archi in pietra che reggono incredibilmente il peso del tempo. Quanta sapienza in chi li costruì. Foto e raccolgo reperti. E ora basta pensare al divertimento..tocca andare all’indesiderato appuntamento con l’Arialdo Furioso. Zeno ci devi pensare tu….no dai fallo tu che sei più capace mi risponde. Ok …se arrivo e me la sento faccio io…altrimenti vai tu! Stipulato l’accordo, risaliamo vs Briotti, salutiamo la bellissima madonnina lignea cui chiediamo protezione per il nostro incontro. Arialdo ci attende sulla panca in marmo…sembra un padrino prima dell’incontro…stile tre uomini e una gamba..gli manca solo il fucile! Avanziamo verso di lui…ci scruta..il mio sguardo severo si scioglie e lo ringrazio per il capolavoro che ha costruito e gli racconto della gioia che ci ha dato aprire la porticina la sera e accesa la luce vedere la meraviglia di quel posto. Entriamo in confidenza..arriva anche Amerino, suo fratello che c’incanta coi suoi racconti di aquile e passiamo così un’ora a parlare della loro vita di costruttori e della vita in montagna.                    Ci salutiamo che sembriamo vecchi amici e ci invita a tornare. Zeno è incredulo e stupefatto…mi prende in giro dicendo che San Francesco ha ammansito il lupo di Gubbio ma io addirittura quello di Briotti. Ridiamo felici di tutto il bene che ci ha avvolto in questi giorni. Scendiamo verso la valle ma le sorprese non sono finite: dico a Zeno che dopo tutte queste emozioni, mi fumerei volentieri una sigaretta. Ad un certo punto ad una svolta della strada, mi indica un locale e inchiodo. Non c’è la T di tabacchi ma ormai siamo fermi ed entro per chiedere di un tabaccaio. Non c’è nessuno e quando esco dalla cucina dove stavano lavorando la barista mi chiede cosa stavo cercando. Gli rispondo e lei sorridendomi mi dice che qua siamo ricchi…estrae una stecca di Marlboro e me ne regala un pacchetto. Senza parole ringrazio ed esco per raccontare a Zeno l’ennesima bella cosa. Mi coglie un flash assurdo…Zenooo ma ti ho mai raccontato la storia di Maurizia Paradiso? Rientro dalla simpatica barista e le chiedo conferma….si a volte passa di qua..mi dice ridendo. Raccolto a lei e a Zeno l’incredibile aneddoto che coinvolse me e Nadir fra risate a crepapelle. E finalmente all’alba o meglio al tramonto delle 18.30 riusciamo finalmente ad abbondonare col cuore gonfio di gioia ed emozioni la Valle. Celebriamo la fine della giornata in un anonimo barettino dove recupero la mia auto dividendoci coi pochi euro rimastici una porzione di patatine. Poi ci abbracciamo augurandoci rispettivamente buona vita. Buon cammino Zeno, le mie preghiere sono con te.                                                               P.s.       “ Caro Oscar, ho cercato i primi messaggi che ci eravamo scambiati su on-ice ma non li ho più. Ho cercato allora le mail che ci scambiavano: ci sono ancora e mi colpiscono molto... avevo diciott'anni quando ci eravamo conosciuti la prima volta ed ora ne ho ventisette. Su certe cose ero forse più forte, vivo e libero allora; su altre sono cresciuto. Nella grazia di comprensione della vita che si ha quando si pensa al tempo (&quot;Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla saggezza del cuore&quot;), mi rendo conto della traccia di bene e bello che hai lasciato e lasci nella mia vita.  Caro Oscar, ti voglio proprio bene. Dobbiamo credere per fede che ogni fratello è un dono di Dio ma se penso a te non serve la fede: non ne ho dubbi!                          Grazie di cuore, Zeno. “                                                                                                                                                                                 Zeno, devo trovare parole che valgano un poco il confronto con la bellezza delle tue..grazie amico..figlio...compagno e grazie alla vita che ha tramato il nostro incontro!
Foto1 la sacra famiglia di stambecchi    Foto 2 tracciato percorso dal Corti al resnati                                            Foto3 foto ricordo da Massimo e Laura


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         <title>13/09/2025 - Giorno1 salita notturna al Rifugio Donati [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13660</link>
         <description>Progetto da tempo sognato,e realizzato in quest’estate magica in cui sono riuscito a ultimare progetti che giacevano da tempo nell’elenco dei desiderata. Dopo la cavalcata sulle Cime degli Spiz e quella sui Viaz degli Sfornioi aggiungo un’altra perla alla mia collana alpina. Iniziata nel luglio 2021 con Billy quando ne compimmo il primo tratto dalla prima propaggine valtellinese (e cioè il Dosso Billi) fino al Pizzo Rodes e proseguita leggermente con Zeno nel novembre 2023 quando salimmo in condizioni invernali il Pizzo Biorco. Ora manca il tratto più alpinistico della cresta e nuovamente con Zeno in procinto di partire per il viaggio della sua vita ci accordiamo in anticipo per i giorni attorno al 20 Agosto. Le previsioni meteo sono un filo incerte e cogliamo la possibilità di anticipare la partenza per il 18/08/2025 dopo il mio turno di lavoro. Vorrà dire arrivare probabilmente con il buio al Biv. Donati, ma la cosa nn ci turba. Tornato a casa visto che cmq ero di strada, saluto Dani e parto. Ho sonno e quasi mi addormento per strada…sbaglio strada e incredibilmente il garmin mi conduce su un’assurda strada sterrata per campi che per fortuna cmq mi porta al posto giusto o quasi. Con un poco di ritardo arrivo al supermercato di Mapello e dopo aver scoperto che il parcheggio coperto chiude la notte, ritorniamo per spostare la macchina. Finalmente riusciamo a partire per la Valtellina con l’auto di Zeno. Durante il viaggio mi parla della telefonata fatta al gestore delle chiavi del Rif. Donati che avevamo letto sul Web andavano prelevate. Nella mia precedente volta non ricordavo neppure della presenza del rifugio, avendo pernottato nel bivacco invernale adiacente e sempre aperto. Mi dice Zeno che si è molto arrabbiato e tranquillizzato dopo che lui gli ha dato diverse rassicurazioni. Provo a chiamarlo io e nonostante la scarsa ricezione mi sembra di parlare con un pazzo…inveisce, accusa, ce l’ ha con il mondo, diventa matto quando gli dico del bivacco o dei laghetti di Reguzzo (perché in realtà è uno solo…). Mantengo la calma e lo saluto, ringraziandolo (ironicamente..) per la disponibilità. Tutto il viaggio diventa un parlarne e scherzarci sopra. Zeno vorrebbe cmq passarci, io no per non averne più a che fare. Alla fine a Zeno spiacerebbe non passare, gli sembrerebbe dì esser scortese e io mi accodo al suo sentire…però ci parli tu..io nn ne voglio sapere! Sono qui per divertirmi! Dopo un poco di giri per le stradelle laterali alla statale principale, imbocchiamo tra passaggi a pelo fra i muri con l’auto la stradina che sale a Briotti. Chiediamo della casa dell’arialdo..e la gente ci fa gli auguri…viene chiamato sindaco o sceriffo. Bah!!! Saliamo fra bellissime casette in legno stile Svizzera e prati ben rasati. Che bel posto.! Troviamo alla fine del paese una sorta di piazzetta con fontana e decorazioni floreali stupende. La casa del nostro uomo è bellissima, grande e Zeno va a suonare mentre io inizio ad ordinare il materiale, sono le 18.30! Non c’è e arriva in bici dieci minuti dopo e inizia a trattare con Zeno. Non invidio zeno e la pz che deve avere per reggere il personaggio. Alla fine mi avvicino per salutare e vedo che mi guarda meno sprezzante, forse perché ho trent’anni più di Zeno e non gli sembro un ragazzino da poter insultare liberamente. Lo guardo torvo e ame non dice nulla. Chiede 40 euro invece delle 30 pattuite e zeno gli lascia 50 perché non ha resto. Ci salutiamo e prova a dissuaderci dalla nostra intenzione di salire da Armisa, più breve ma difficile. Ci ragioniamo sopra ma Zeno decide che è meglio Armisa anche perché saremo più vicini anche per il ritorno. Via in auto, troviamo al stradina e la percorriamo fino al parcheggio posto proprio nei pressi della grande centrale idroelettrica (q. 1000). Facciamo la cernita del materiale da portarci e decidiamo di lasciare i ramponi. Portiamo solo il mio piccolo terzo attrezzo per eventuali inconvenienti glaciali. Pronti, finalmente alle 19.30 imbocchiamo la sterrata. In fondo alla valle nei vapori ovattati serali domina la scena la Vetta di Ron, baluardo della Valtellina. Cartelli indicano 4h al Bivacco Corti, ma non la nostra meta. Superiamo il bivio verso le baite Michelini e il successivo Resnati e proseguiamo in discesa con la vista che si apre sulla testata della valle dominata dal massiccio del Coca e dal suo grandioso ma ora vuoto di neve canalone Nordovest. Siamo poco sopra l’alveo e notiamo le opere idriche che incanalano il Torrente Armisa che alimenta l’omonima Centrale in Valle Arigna. Un ponte sull’ampio greto sembra indicare il nostro punto di non ritorno. Nessuna indicazione e volgendo lo sguardo verso il gruppetto di case erette sul laghetto  che si forma poco a valle scorgo un movimento umano (Loc. I Forni, q.ta 1390). Facciamo un salto a chiedere dico a Zeno, che preferirebbe invece evitare. Insisto che non si sa mai, verrà buio..magari ci danno qualche info utile. Ci avviamo allora e nei pressi di una bella fontana con scritto acqua non potabile dove troviamo l’uomo che avevo intravisto. Chiedo il permesso di poter bere e mi conferma solo che è acqua nn controllata. Ride quando gli dico che bevo l’acqua in Pianura padana e che quindi questa è sicuramente meglio. Sbianca e si preoccupa quando gli dichiariamo le nostre intenzioni. Ma è tardi, viene buio e il sentiero è abbandonato e tutto da cercare. Stai tranquillo gli dico, mal che vada dormiremo nel bosco, siamo abituati a farlo. Ci dà delle indicazioni di massima…che sarà dura ad arrivare al piano, poi il sentiero migliora. La moglie che si è affacciata mentre stiamo già salutando ci dice di fermarci pure a dormire e salire l’indomani…le grido il nostro ringraziamento. Traversiamo il ponte..una roccia imbrattata con la scritta generica Rifugio, non è un segnale incoraggiante ma tantè. Dobbiamo ancora entrare nel bosco che il sentiero si smarrisce fra le erbe. Un viaz lo definirei, sono le 20.20 e si vede già poco. Nel bosco è già quasi scuro e seguire la traccia diventa un impresa. Zeno spinge forte e fatico a seguirlo ma come un segugio è in punta e fiuta i segnali che la traccia ha lasciato fra erbe e piante. In pochi tratti è ben evidente. Sbagliamo spesso e dobbiamo frequentemente tornare sui nostri passi ma senza lunghi smarrimenti. Ci sono i segni, il sentiero praticamente no. E’ una giungla e ci muoviamo fra erbe alte e fastidiose con frequenti trazioni per alzarsi su pendenze molto ripide e ramoscelli e foglie che si attaccano ovunque. Sudo copiosamente per l’andatura forsennata e per la mancanza d’aria nel fitto del sottobosco, ma dobbiamo fare più strada possibile prima del buio totale che ci coglie attorno alle 21. Ora possiamo rilassarci, correre nn serve più e il nostro motto diventa LS (Lenti ma Sicuri). Sembra sempre che il bosco possa finire ma riprende ogni volta togliendoci l’illusione di una visione più ottimale. Comunque i segni alla fine li ritroviamo sempre e a volte sono io a correggere da dietro la direzione quando zeno mi avvisa di essere dubbioso. Un rivolo d’acqua ci spinge a cercarne la fonte vs sx e ci perdiamo. Come al solito ci dividiamo ma nessuno ritrova la via. Ritorniamo per livelli diversi alla fonte e scopriamo il segno   che devia vs dx. Stavolta abbiamo perso 15 minuti e ci rimproveriamo che quando ci mettiamo a parlare, caliamo l’attenzione e ci distraiamo. Per poco cala fra noi il silenzio della concentrazione. Zeno si offre di portare la mia corda e glielo concedo visto l’energia con la quale sta salendo. Sudiamo ancora salendo e finalmente alle 22 zeno mi dice di aver trovato l’autostrada. Lo raggiungo…è quasi incredibile illuminare con la frontale il sentiero ben costruito e assolutamente in piano. Restiamo sbigottiti quando troviamo addirittura delle transenne e poi ci infiliamo in una galleria scavata dalle rocce. Tratto probabilmente servito un tempo da qualche binario per deucaville. Ci sembra di camminare in Paradiso, illuminati dalla luna e in comodissimo falsopiano. Poco dopo ci abbeveriamo copiosamente ad una fontana e alle 22.30 raggiungiamo le Baite Quai a circa 2000 mt. di quota. Il sentiero nn prosegue oltre il torrente come pensavamo e allora dico a Zeno che avevo visto una traccia salire un poco prima e tornati poco indietro la imbocchiamo, abbandonando il sentiero in piano. Sembra proseguire e ogni dubbio sparisce quando poco doppio troviamo un cartellino metallico che indica Rif. Donati. Fotografo due tulipani alpini illuminati dal cono della frontale che li toglie dal riposo notturno. Ora il sentiero è buono e continua a salire. Sento la fatica e quando alle 23.20 arriviamo ad un nuovo bivio segnalato, mi prende lo sconforto. Indica Corti da una parte e Donati ad 1.40 h dall’altra. Pensavo di esser più vicino…sono stanco, è da stamattina alle 5 che nn mi fermo, ho sonno, son sudato e inizio a sentire il freddo della notte pungere. Mi gira un poco la testa e Zeno mi rincuora. Riprendiamo di buon lena anche perché l’altimetro dice che siamo a q.ta 2250 per cui dislivello nn ne manca molto. Abbastanza rapidamente usciamo dai prati ed entriamo in una zona rocciosa che mi fa pensare di essere molto vicini alla meta. Fra l’altro la visibilità notturna mi permette cmq di capire che siamo prossimi. Poi comincia la zona delle grandi placconate montonate che ricordo bene costituiscono la base dove è costruito il rifugio. Ho trovato nuova linfa e vagando ormai a piacere per il pianoro roccioso, illuminiamo il lago Reguzzo e tornando poco indietro le due triangolari costruzioni in pietra. Bivacco e Rifugio Donati. Apriamo la porta in ferro (q.2500 h 0.20) e restiamo sbalorditi. Una reggia in legno in cui spiccano i materassi e i cuscini rossi. Rimaniamo esterrefatti e il primo sentimento è di comprendere tutti i timori di Arialdo e di perdonarlo per tutte le menate assurde e fuori luogo che ci ha fatto. Non c’è che dire…ha costruito un piccolo capolavoro. Ci rilassiamo come quando si esce da una situazione pericolosa ed entriamo nel comfort e nella pace del luogo. Zeno si attrezza e da buon scout armeggia attorno a gas e fornelli preparando tè e tisane per una rigenerante e calda colazione notturna con brioche e biscotti. Fotografiamo la nostra felicità e ci prepariamo per la notte che si prospetta sontuosa in materassi con lenzuola. E’ già passata l’una, è tardi e cadiamo velocemente in un sonno profondo decidendo per un meritato riposo per recuperare bene per la giornata dell’indomani che sarà quella della grande corsa.                                                                                                      Foto1 momento di poesia notturno    Foto 2 l’arrivo al rifugio Donati    Foto3  io e Zeno felici</description>
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         <title>06/09/2025 - Fiume Po, alto corso (canoa) [ Zeno ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13665</link>
         <description>Questo report esula un po’ dal tema della montagna anche se a ben pensare l’acqua dei fiumi ed i sedimenti che costituiscono la pianura sono prodotti montani in viaggio verso il mare. Navigare sui fiumi per più giorni in canoa è un’avventura bellissima, pochissimo praticata in Italia e quindi ci tengo a mettere questo resoconto sperando di incuriosire qualcuno. Io ho scoperto questa attività tramite i miei genitori e poi tramite gli scout. Proprio con gli amici scout scendiamo quasi ogni estate un fiume insieme. 
Quest’anno ci siamo imbarcati sul Po, padre dei fiumi italiani. Nella sue parte alta (ovvero fino alla confluenza con il Ticino) questo fiume è molto naturale: la corrente è vivace, le rive ghiaiose sono selvagge e le Alpi occidentali visibili in lontananza completano la bellezza dell’ambiente. In tre giorni e mezzo abbiamo percorso circa 140 km di fiume cominciando la navigazione a Settimo Torinese (a valle di Torino) ed arrivando al Ponte della Becca (confluenza con il Ticino). Da lì con autostop e treno Ale ed io siamo tornati a recuperare le auto.
I fiumi come i monti sono per me un posto speciale dove assaporare la bellezza della vita… un regalo grande insomma!

Discesa effettuata con Michele, Francesca, Ale, Riccardo, Sara. 
Livelli idrometrici di  0.26 m a Torino Murazzi e -2.05 m a Casale Monferrato.</description>
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         <title>06/09/2025 - Monte Cassa del Ferro [ AndreaINGRIGNA ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13659</link>
         <description>Sabato 6 settembre 2025 siamo stati ai Laghi di Cancano e sono salito per vedere le zone sommitali del Monte Cassa del Ferro salendo dalla Valle Bruna, mentre Felicita stava in fondovalle. La Cassa del Ferro è uno dei massicci montuosi principali sopra Livigno, con un’altezza di 3140m e ci ha da sempre affascinato per la totale assenza di sentieri su tutto il gruppo montuoso, fatta eccezione per il Dosso della Miniera ubicato sul lato sud. Felicita ed io avevamo già provato a salire in vetta, una volta dal lato di Livigno, una dalla Bocchetta di Valle Bruna provenendo dalla Val Alpisella e una dalla Val Bruna. Nel primo caso eravamo arrivati a 2900m, mentre nel secondo avevamo solo raggiunto la bocchetta e nella terza uscita avevamo girato i pianori alla testata della Valle Bruna. Questa volta risalgo ancora dalla Valle Bruna, perché le scarse informazioni reperite in rete citano come la prima salita a fine ottocento sia avvenuta da una cengia su questo lato, e la discesa da un’altra cengia in zona. La cengia più alta l’avevamo vista l&amp;#146;altra volta, ma non ci era piaciuta molto. Ora volevo guardare la cengia più bassa. Risalgo rapidamente la Val Bruna e imbocco il canale principale, che non viene citato nelle relazioni precedenti, ma avevo già visto l’altra volta che sembrava fattibile e in effetti lo era, permettendo di tagliare un giro piuttosto lungo. Giunto a metà del canale, mi viene il sospetto di essermi perso la cengia giusta, anche perché le informazioni in rete sono scarse e mi ero persino dimenticato di rileggerle, quindi mi restavano dei vaghi ricordi dell’anno prima… Nel dubbio, per evitare dislivello inutile, decido di visionare una cengia in discesa, pensando che potrebbe essere quella giusta. Il posto è un po’ esposto e quindi vado avanti con ramponcini e mi affaccio su un salto piuttosto alto, ma qui vi è un altro canalino a sinistra che sale. Provo a togliermi il dubbio che la via sia quella. Saliti alcuni saltini, proseguo su un bel po’ di altri saltini convincendomi che non sia la via giusta perché di cengia ha ben poco… Alla fine, dopo circa 150m di dislivello giungo a intravedere la possibile cengia giusta, solo che c’è un passaggio su sfasciumi molto ripido ed esposto, quindi cerco alternative e con la piccozza riesco a scavare qualche gradino per traversare in discesa un canalino e raggiungere un altro crestino meno ripido, che mi consente in breve di raggiungere il percorso giusto, ormai nel tratto finale. In breve sono alla bocchetta sotto la Cima di Prà Grata (2680m s.l.m.). Qui il paesaggio cambia e ci sono ampi pianori e tre canali che salgono verso la vetta della Cassa del Ferro. Ho dei ricordi che bisognava salire il canale di destra, allora proseguo da lì sul crestino, dove trovo anche il primo buco da visionare, un pozzetto in frattura, che però non ha proprio nulla di interessante… Procedendo in cresta, si raggiunge il passaggino esposto in parete che bisogna fare a cavalcioni sulla cresta, poi in breve si giunge alla vetta, dove si può ammirare un bellissimo panorama che spazia da Livigno al Cancano. Sto su pochi minuti, anche perché in realtà il mio obiettivo è girare il più possibile la zona sommitale, quindi, dopo il passaggio esposto, scendo dal crestino più a destra, così riesco anche a entrare negli altri due canaloni che solcano la parte alta. La zona è di un certo interesse dal punto di vista speleologico, perché a tratti bella carsificata. Nella smania di girare tutto, risalgo ghiaioni a caso per visionare buchi che sembrano ben poco validi da lontano. In realtà poi mi ritrovo davanti ad una bella galleria tondeggiante che dopo una decina di metri porta ad un camino alto 14m che sbuca nella parete soprastante. Il primo fenomeno della parte alta (LOSO3237) mi desta stupore, sembra quasi un’antica sorgente, ma è a 2940m di quota. A breve distanza visiono altri buchi e un’altra breve galleria in salita (LOSO3238). Proseguo il giro tra infiniti ghiaioni e paretine e quindi vado a vedere la grossa depressione, lunga circa 200m e larga un centinaio ubicata nella zona della bocchetta. Già che sono lì, ne approfitto per fare una corsa anche alla vetta della Cima di Prà Grata (2792m s.l.m.), che vista da sotto sembra difficile, invece è banale da salire. 
È giunta l’ora di scendere anche perché voglio avere tempo per trovare la cengia giusta per tornare indietro, evitando la serie di canali malefici da cui sono salito. Il tracciolino presente è poco evidente, ma in compenso si intuisce facilmente la cengia che, seppure esposta e ripida, consente in breve di uscire dalle pareti sotto Prà Grata (in rosso la via di salita, in blu la discesa). Mi attende poi una lunga, ma veloce discesa nel canale risalito al mattino fino alla Val Bruna.
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         <title>31/08/2025 - VIDEO * - Val SANGUIGNO ( Rif. Gianpace ) - Visita a GROM [ Giulilov ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13658</link>
         <description>Partenza dal parcheggio delle miniere di Novazza fino al Rif. Gian Pace. Appena accanto al rifugio ho preso un sentiero che sale sulla sinistra della valle fino a giungere ad un ponte che riporta sul classico sentiero di destra della valle. Bagnetto e ritorno dallo stesso sentiero.
VIDEO
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         <title>22/08/2025 - PASSO CACCIABELLA SUD dalla VAL BONDASCA [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13656</link>
         <description>Note:
Chiuso per otto anni a causa della frana del Piz Cengalo del 2017, nel 2025 è stato inaugurato il nuovo sentiero che conduce alla Capanna Sciora e costruito il nuovo tratto attrezzato/ferrata che giunge al Passo Cacciabella.

Avvicinamento:
Da Chiavenna salire per Saint Moritz e passato il confine , dopo pochi Km, si giunge a Bondo.
Da Bondo seguire per Val Bondasca - Rifugio Sciora, la strada sterrata è aperta al traffico motorizzato da inizio luglio con pagamento obbligatorio.
La validità del biglietto è limitata ad un'andata e un ritorno.
Il numero dei posteggi è limitato e il Comune non può garantire dei posti liberi.
Tassa CHF 10.00 / € 10.00
Il permesso può essere pagato presso il distributore automatico che si trova dopo aver percorso circa 500 m. di sterrata in prossimità dell'ultimo park libero. (non rilascia scontrino)
Salire tutta la strada sterrata in ottimo stato fino al Park 1 altezza circa m. 1200. (da qui divieto di transito)

Descrizione:
Dal P1, il percorso si dirama a sinistra dalla strada, (segni nuovi bianco/rossi) sale e costeggia la fascia rocciosa che si estende per circa 1400 m nella valle. A circa 1600 m vi aspetta il primo ponte sospeso. Il percorso prosegue lungo i ripidi pendii sotto I Mot e Piz Grand, con continui saliscendi ad un’altitudine compresa tra i 1700 e i 1800 m circa. Ogni volta che il bosco si apre, si gode di una magnifica vista sul Pizzo Badile, il Cengalo,  sul Gruppo Sciora, sul rifugio Sasc Furä e sui ghiaioni della frana del 2017.
All’altezza di Naravedar si raggiunge il vecchio sentiero della capanna e lo si percorre per gli ultimi 300 metri di dislivello fino alla Capanna di Sciora.
Dalla Sciora, seguendo i segnavia che diventano bianco/blu , prima per ripidi prati , poi per morene e pietraie si raggiunge l’inizio del nuovissimo tratto attrezzato che porta alla stretta breccia del Passo Cacciabella.

GIUDIZIO PERSONALE:
Strada in auto su sterrata ottima.
La colonnina per pagamento accetta solo moneta.
NB.
Se la strada sterrata fosse chiusa , sono circa 400m. dislivello + dall'ultimo park gratuito sopra Bondo.

Bellissima salita con panorami tra i più belli delle Alpi Centrali.
Sentiero nuovissimo con una prima parte che sale ripida nel bosco , una parte centrale sali/scendi con 4 ponti sospesi che offrono panorami indimenticabili ed un ultima parte (vecchio sentiero) che sale ripida alla Capanna Sciora.
Gran lavoro per mettere in sicurezza la parte finale per il Passo Cacciabella con una mini ferrata molto estetica e divertente.
Una sgambata da non perdere.
Merita il giro, anche solo arrivare alla Capanna Sciora.
Gentilezza e cortesia dei nuovi giovani gestori.
Bellissima giornata con l'amico Teo.

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         <title>28/07/2025 - Groppo di Gora e Monte Lama [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13655</link>
         <description>Armin mi chiede la disponibilità per portare un giorno a far qualche esperienza alpina ai ragazzi della comunità terapeutica. Scelta una meta escursionistica e non la falesia della Pennula, mi reco il 14 luglio dopo il turno del mattino in quel di Mangiarosto piccolissimo abitato del Piacentino cui arrivo dopo esser transitato da Ponte sull’Olio e Farini. Ieri che era la giornata prevista per la gita ha piovuto tutto il giorno e così abbiamo rimandato ad oggi. Defezioni dell’ultima ora riducono le partecipazioni e alla fine siamo solo io, Fabio responsabile della struttura, un ragazzo in programma, Max vecchio (50anni) e un altro  max giovene (17 anni). Pochi ma buoni, come si suol dire. La mattina al lavoro riesco a cercare qualche info sul percorso e alla fine trovo una soluzione migliore di quella pensata originariamente. Riesco ad uscire un’ora prima e  a presentarmi vs le 14.30. Organizzata la giornata di tutti, chi viene e chi resta, chiediamo ad Armin il favore di portarci al punto di partenza. Partiamo insieme ed io lascio la mia auto al Passo di Linguadà dove torneremo con la nostra mini traversata appenninica. Salgo con loro ed Armin ci porta fino al Passo di Pelizzone, in provincia di Parma. Cartelli sulla sede stradale indicano e approfondiscono le possibilità escursionistiche della zona. Partiamo alle 16 da q.ta 1000 e prendiamo la bella strada forestale che s’insinua nel fitto bosco di faggi che ci copre dalla calura e dall’irradiazione diretta del sole comunque mitigata da un gregge di pecorelle che si rincorrono in cielo. Da uno strappo di cielo fra le fronde si vede il profilo acuto della nostra cima. Dai vari cartelli che incontriamo, deduciamo che il rapporto fra i tempi indicati e il nostro passo, è buono e che quindi non rischiamo di fare tardi, vista l’ora della partenza un poco tarda. Improvvisamente il sentiero s’impenna e dopo tanto passeggiare in piano finalmente si sale: siamo evidentemente alle pendici del Groppo di Gora i cui prati e rocce sommitali infatti appaiono poco dopo.                  Che bel paesaggio, mi ricorda le Higlands scozzesi e i fantastici momenti vissuti con Dani in quelle terre di confine fra il cielo e il mare. Mi metto a correre vs la vetta in un impeto d’entusiasmo e per consumare un poco di energie accumulate dal passo troppo tranquillo. Il panorama si amplia vs il Lama e il Menegosa e le placide vallate parmensi. Alle 17.20 siamo al palo di cima del Groppo di Gora a q.ta 1300. Pausa di riposo e contemplazione e allora esploro il bordo del Groppo che incredibilmente precipita sul versante sud con quasi un centinaio di metri di parete. Cerco vanamente spit o anelli di calata e mi chiedo se sia la qualità della roccia ad aver dissuaso i climber dall’aprir delle vie o semplicemente che nessuno ci ha mai pensato. Potrei venirci io ad aprire la prima via? La balconata prosegue per oltre cinquanta metri fino a degradare sull’altro versante dove una fila di alberelli assume l’aspetto di una piccola oasi di verde che contrasta col colore scuro e ferroso delle rocce precipiti. Selfie, merendina, bella foto a due centaure che hanno scelto un ottimo posto dove crescere e al cielo azzurro appoggiato al verde del prato sommitale, e poi scendiamo lungo i segnavia con la montagna che assume sull’altro lato un caratteristico e singolare aspetto da “Ayers Rock”. Rientriamo nel bosco, siamo vicini al Colle del Castellaccio (q.1300) che raggiungiamo poco dopo alle 17.50. Altro luogo ameno e mentre loro si fermano al valico, faccio una corsetta fino in cima da dove si gode una bella vista anche sul successivo tratto di percorso e la seguente bella piana da cavalli che anticipa la dolce risalita ai prati e boschetti del panettone verde del Lama. Faccio foto dal mio pulpito panoramico e scendo a raggiungerli. Immortalo Max vecchio con le nubi, un bello scatto. Oggi ho più tempo per dedicarmi a qualche foto pensata. Riprendiamo la traversata che lungamente e dolcemente con lievi saliscendi, tra spianate,radure e boschetti ci porta sul grandissimo prato al centro del quale è piantata la grande croce a segnalare il punto forse più alto. Monte Lama, q.ta 1345, h18.30. La sera è quieta e ci sediamo a respirarla ognuno preso dal seguire il corso dei propri pensieri che salgono in cielo o corrono fra i fili d’erba. Vaghiamo senza meta e poi prendiamo la via del ritorno. Finisco con Max vecchio, che è del mio paese, a parlare (siamo praticamente coetanei) di tutti i “personaggi storici” che entrambi abbiamo frequentato o conosciuto. Tante vite perse o spezzate nei buchi neri delle droghe pesanti. Alle 19 transitiamo dalla Costa della Strinata e alle 20 puntuali dopo una foto ricordo siamo al Passo di Linguadà. Felici. Una giornata tranquilla, agreste, di spazi aperti e vasti orizzonti da percorrere con i piedi e sulle ali dei propri pensieri.
Foto1  selfie al Groppo     Foto2   trio in cima al Groppo     Foto 3 parete e balconata del Groppo
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         <title>27/07/2025 - Cima Vallumbrina  [ Guru ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13654</link>
         <description>Partiti dal Rifugio Berni,dopo il passo Gavia, dove abbiamo parcheggiato. Seguito il sentiero n.25 fino al ponte dell' Amicizia. Poco prima del ponte deviati a destra e risalito il ghiaione su sentiero segnato con bolli Cai e omini di pietra fino a raggiungere il bivacco Ortles e da qui raggiunta la Vetta. discesa dallo stesso itinerario.Bella gita con 24 partecipanti del Cai Nembro e Cai Albino.Complimenti a TUTTI.</description>
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         <title>23/07/2025 - Viaz de l' Ors ( dal Rif. Bosconero al Passo cibiana ) [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13653</link>
         <description>La notte passa in un baleno e come spesso accade il sonno pesante porta in dono il riposo e ci alziamo belli pimpanti alle 5 del mattino del 22/06/2025. Bella giornata come da previsioni. Riassestiamo i giacigli e andiano a fare l’abbondante colazione cercando di mangiare il più possibile fra le prelibatezze preparateci dal gentile gestore. Alle 6 siamo fuori ed entriamo nel mondo che conta: quello delle emozioni che la Natura sa regalare a chi ha il cuore ancora leggero e puro quel tanto che basta a coglierne la voce.                        Colori leggeri dipinti dall’artista celeste trasformano il mondo in un quadro dalle tinte pastello e noi ci muoviamo galleggiandoci dentro. Non fan rumore i nostri passi, nessun suono rompe l’incanto del silenzio e solo un battito leggero e lontano nel nostro petto ci ricorda che siamo vivi. Gli Spiz sono rosa d’emozione e mi sembra abbian gli occhi lucidi. Vi ricordate di me?..ci siam visti settimana scorsa…ammiccano. E poi la luce sul Civetta a ricordarmi di una promessa lontana nel tempo e fatta a mio figlio Giona ma che probabilmente ad Agosto riuscirò a saldare. Partiamo alle 7 seguendo la traccia nel bosco fino a quando il nostro sguardo è rapito in alto dove svetta possente ed immensa l’enorme e triangolare mole della Rocchetta Alta. Dall’altra parte della valle lo Sfornioi Nord e le due bellissime torri dei Gendarmi a presidiarlo. Il Sasso di Bosconero la stella polare che seguiamo uscendo sui ghiaioni fino a che un ramo del biscione sassoso devia a dx vs il canale che porta a Forcella Toanella la nostra prima meta di giornata. Saliamo per tracce diverse ognuno in compagnia del proprio silenzio fino a ricongiungerci nel vallone che sale alla depressione dominata dal grande parallelepipedo del Sasso di Toanella che si sta facendo un bagno di sole mentre le rocce mediane e basali sono ancora in ombra. Saliamo per ghiaie su comodo sentiero in ambiente maestoso fino a quando seguendo tre ragazzi che stiamo recuperando ci portiamo a sx sotto parete su pendii troppo friabili che ci costringono a qualche numero d’equilibrio e ad un successivo divertente traverso sulla neve che è rimasta a ridosso della parete. Siamo proprio sotto l’immenso Sasso e tra sabbie e glacionevati continuiamo la difficoltosa risalita fino a quando il valico si presenta ancora un poco lontano ma ormai indifeso. Un bellissimo mazzolino di Noccarea ha colonizzato le pietre e ci dà il benvenuto. Poco dopo alle 8 siamo accolti nel bellissimo praticello del valico di Forcella Toanella( 2150 m).  Dalla forcella scatto bellissime foto verso il Pelmo incorniciato fra le quinte rocciose e a tutte le torri e torrette che adornano il Sasso di Toanella ( diti di Toanella) da questo versante l’opposto dell’altro da cui siam saliti e che si presentava come un unico blocco. Curiosa anche una torretta in bilico che sembra in procinto di cadere. Di facile individuazione la partenza del nostro Viaz, con la traccia che marca in maniera netta ed orizzontale il grande catino ghiaioso che scende dal Bosconero, dirigendosi verso il Coston dei Noni alle cui spalle stanno Palazza, monte Borgà e il Col Nudo. Mangiucchiamo qualcosa, faccio un altro scatto in direzione del Pelmo e delle Tofane e alle 8.30 iniziamo a percorrere il Viaz de l’ Ors. Giamba è già a metà del ghiaione e lo fotografo mentre incede diventando sempre più piccolo. Alle mie spalle salutano Pelf e Schiara mentre davanti campeggiano le Cime de la Serra traversate dal Viaz de le ponte dove prima o poi andrò a metter gli scarponi. Viriamo oltre il Coston e iniziamo a costeggiare per cengia il bordo delle rupi sempre a sx fino a quando si presenta l’incredibile spettacolo visivo della nostra cengia che percorre sospesa una svolta della montagna a sx per poi riapparire oltre il vuoto dalla’altra parte. Ci vorrebbe un drone per suggellare la bellezza di questo passaggio. Punto spettacolare. Giamba si preoccupa ma gli dico che nn sarà niente a confronto di dove siam passati ieri. Lo lascio davanti a dettare il passo. Entriamo nelle viscere della montagna fino a dove un rivolo d’acqua ci permette di dissetarsi cercando con le labbra fra le pietre e la parete vira a destra portandoci sul secondo tratto di cengia. Siamo sul vuoto della Val Larga. Oltrepassiamo un basso ma lungo antro usato come bivacco notturno: me lo immagino ad alzarsi un poco addormentati e ruzzolare immediatamente giù oltre il ciglio…un risveglio precipitoso!! Poi altra svolta ed entriamo nel verde e nei mughi con la vista che porta ad incrociare il dente del Duranno e le Cime Laste e Preti e addirittura il lontano e sfumato Cridola. Ora la vista sulle tre cime di Serra, Vant e Nisia è spettacolare e istruttiva. Dietro sempre sorvegliano lo Schiara e il Pelf: sembrano genitori apprensivi verso i tre cuccioli. Ora viriamo verso il Versante orientale di Campestrin e appare lo Sfornioi Sud con la cengia basale e magnifica che dovremo percorrere. Giamba si preoccupa nuovamente ma gli spiego che la visione frontale appiattisce la prospettiva e la cengia sembra minuscola…ma vedrai che passiamo bene. Il sassolungo di Cibiana interviene a confermare: tutto ok dice..vi guardo io. Spettacolare anche questo tratto e penso che questo sia uno dei Viaz più scenografici che ho percorso. Superiamo l’ennesima torretta improbabile che termina più larga della base che la sostiene e per grandiosa e semplice cengia ci avviciniamo alla sua conclusione verso un canalone racchiuso fra due pareti rocciose. Sopra l’ennesimo spettacolo roccioso messo in scena da questa zona che ne è ricchissima: due torri chiamate l’uomo e la donna, veramente capaci di esprimere la loro somiglianza e unicità al tempo stesso. Le fotografo e invio. Alle 9.10 Giamba è alla loro base e le fotografo da sotto anche se sono magnifiche viste dalla giusta distanza esprimendo così la loro unione e direzione comune, come se insieme stessero passeggiando o guardando il futuro. Proseguiamo per la cengia che sempre in orizzontale punta ad un’altra svolta( la relazione segnala che si potrebbe anche salire per il canalone alle nostre spalle..) che ci proietta in piena Val campestrin superando un piccolo restringimento della cengia che torna subito dopo ad esser larga invitante e verdeggiante. Passiamo sotto l’ennesimo pinnacolo che sale in cielo come una candela accesa da chissà chi e scatto belle foto a Giamba che si è allontanato e pare disperso nell’immensità della montagna. L’ambiente è sempre incredibile, la traccia a volte si restringe per aumentare la suggestione e arriviamo ad un tratto un poco esposto del quale approfitto per farmi fare dal compagno qualche foto. Si può passare carponi oppure esterni (esposto ma non problematico..). Ringrazio..perchè dei miei giri ho raramente foto..mie. poi un bel prato con fantastica visione retro del tratto esposto appena percorso. Belvedere. Poi nuove verdi e ampie bancate sull’assolato versante Est del Bosconero e l’arrivo ad un piccolo pianoro che sembra stare sul vuoto. In realtà una cengetta permette la prosecuzione e la successiva calata verticale dove questa s’interrompe. Studio il passaggio dall’alto, dove c’è un buon chiodo di calata. Sembra più psicolocico che difficile ma alla fine passiamo la corda nell’anello e tenendola in mano ci caliamo per i 4/5 m necessari a mettere i piedi nuovamente a terra. In effetti è solo il primo passo che rende ostica la decisione, ma è solo esposto, non difficile. Alle 10 fotografo la selletta, la successiva cengetta e il punto di calata e poi Giamba già avanti che stà alto sulla bancata saltando il punto in cui saremmo dovuti scendere. Quando un quarto d’ora dopo lo raggiungo dopo aver cercato (non trovandola ) un’altra possibile direzione (insospettito dal fatto di non vedere più ometti), una foto che gli faccio mostra impietosamente alle sue spalle la traccia a destra che avremmo dovuto seguire. Ad un certo punto lui me lo segnala anche quel sentiero che si vede ma io non lo considero ( convinto si debba proseguire verso sx e poi non avendo visto pur avendola cercata un’altra direzione). Proseguiamo quindi a percorrere l’ampia cengia costruendo anche un enorme ometto per segnalarla! Poi passo davanti e di svolta in svolta ci alziamo quasi senza accorgercene, fino ad affrontare un passo un poco delicato che ne interrompe la continuità. La cengia però prosegue oltre e superiamo un tratto un poco esposto e friabile nel quale scatto a giamba delle foto che per la visione frontale esaltano in modo spettacolare il suo incedere precario. Ancora svolte. Lo Sfornioi Sud ormai frontale e la certezza di essere altissimi sopra il Vallone del Matt mi persuadono dell’errore di cui aspettavo solo conferma certa. Me lo grida anche Giamba, fermo alla svolta precedente. Sono le 10.40, la cengia prosegue imperterrita, la quota circa 2250m…dobbiamo tornare! Purtroppo penso fra me perché questa cengia mi stava incuriosendo(…dove andrà mai a finire?, mi chiedo mentre prendo a scendere.)   Alle 11 siamo nuovamente (dopo aver setacciato la zona dal bollo rosso precedente ) per l’ennesima volta  nei pressi di un curioso pinnacolo alto un paio di metri e bollato appunto di rosso. VEDO con soddisfazione (e anche rabbia, per non averlo visto prima) un ometto discosto a destra non nel verde ma su rocce dello stesso chiaro colore e quindi nn proprio visibilissimo…grr … e porta chiaramente alle tracce che avevamo visto dall’alto. Sulla mia relazione non era spiegata questa perentoria svolta a dx…ma tantè era solo spiegato che bisognava scendere. Altra oretta persa ma ora veleggiamo sicuri sulla traccia quasi ampia che con due svolte a destra e un successivo ripido canalino da disarrampicare cui segue una breve cengetta, ci fa perdere quota e approdare alle banche erbose e coperte di mughi ora da assecondare verso la consueta direzione sinistra, verso il vallone del Matt. Il panorama si è ora aperto sulle slanciate sagome degli Sfornioi Sud e di Mezzo e del Sassolungo di Cibiana. Disarrampichiamo una breve paretina e poi torniamo nell’erba tra i mughi in tempo per vedere la fuga virtuosa di due camoscini dal pelo fulvo. Prima scorgiamo dall’alto e poi incontriamo il masso che indica la svolta verso casera Valbona e poi per banche sempre più erbose approdiamo a quello che sembra l’ultimo traverso su erbetta stile Wimbledon. Oltre la quinta rocciosa, appare come un miraggio, finalmente a portata di mano, il fantomatico ormai Vallone del Matt che termina arrampicandosi verso il cielo azzurro alla forcella omonima. Sul balconcino erboso, ci abbracciamo felici e ci facciamo un selfie. E’ fatta! Ancora per bella e lineare cengia traversiamo fino a raggiungere il sentiero. Non c’è un ometto e lo costruiamo, una piccola freccia rossa su un sasso indica la direzione di discesa. E’ mezzogiorno, iniziamo a scendere il vallone del Matt dal versante opposto rispetto a dove siam scesi ieri sera, in direzione del Bivacco Campestrin. La prima parte è rocciosa e venti minuti dopo incrociamo la deviazione da cui siamo arrivati ieri per il Viaz del Fonch. Ora inizia un inteminabile ghiaione che percorro per lunghi tratti di corsa lasciandomi scivolare sulla fiumana di pietrisco che accompagna la mia discesa.               Un quarto d’ora dopo entriamo in un bellissimo e inaspettato boschetto che oltre a ripararci dalla calura, ci allieta con la bellezza dei colori del sottobosco. Lo percorriamo lungamente con qualche saliscendi fino ad atterrare in un tratto piano da cui fanno capolino, oltre le cime degli abeti, le rocce frastagliate degli Sfornioi Sud e Mezzo. Poi alle 13 quando il calore torna a farsi sentire, sbuchiamo improvvisamente nella piccola radura dove è allocata la costruzione in pietra del bivacco. Una compagnia allegra chiacchera al tavolo e inizio a scherzare con un tipo simpatico col codino che mi paragona a suo fratello tossico e scroccone. Vari aneddoti della mia vita che confermano le sue impressioni fanno sguaiare tutti dalle risate. Inrtanto che racconto mi dfaccio il bagno alla fontana e mi sento rinascere. Ci offrono il caffè che stanno preparando e quando chiedo loro da dove arrivano che hanno un accento veneto ma strano, mi rispondono che sono di Jesolo. Mi ricordo immediatamente del Carabiniere incontrato una settimana prima nel prato sotto il Pramper e che era costretto a scendere fono a Jesolo per divertirsi. Mi vien da ridere. Bah…la vita. Impressiona da qui vedere l’immobilità di Forcella Dantre Sfornioi. Par che dorma, fra le braccia dei due giganti di pietra che la custodiscono, innocua come una bimba. Come sembra lontano ieri mentre rischiavamo la pelle per raggiungerla. La compagnia se ne va, restiamo soli nel silenzio a cercar di riposare sotto un sole troppo caldo per essere piacevole. Ci rinfreschiamo bene alla fontana, ci rivestiamo e rimessi gli zaini in spalla alle 14.30 lasciamo quest’angolo di Paradiso per iniziare l’ultima salita del nostro periplo vs Forcella Bella. Saliamo fra i mughi e sembra di entrare in un onda di calore. Noto sulla destra una grande grotta mai notata in precedenza. Poi mi dico…certo qui nn ci sei mai stato e penso a che giochi scherza il caldo…Mi volto a guardare commosso il Bosconero e gli Sfornioi che fra poco spariranno alla vista e resteranno incisi sul cuore dei ricordi. Le vele del Bopsconero sono spiegate, i Gendarmi si sono affacciati per salutare oltre il dirupo orientale e altre decine di pinnacoli pungono il cielo qua e là tanto che li raduno in una foto di gruppo. Un poco di zig zag su ghiaione e poi su prato ci portano sotto al valico e alle 15.15 concludiamo la salita ai 2100 m. di Forcella Bella. Maestosa la srada che passando sotto le torri di Campestrin scende per il grande ghiaione in traverso per infilarsi poi nel bosco e riportarci al Passo.                      Scatto una bella foto ai Tre Sfornioi che da qua si vedono per la prima volta insieme. Caracolliamo verso valle, ci infiliamo nel bosco e ne usciamo sui prati dove ieri mattina guardavamo il Sassolungo albeggiare. Ora splende diafano nella luce del meriggio: il verde chairo del prato, la linea verde scura degli abeti, il calore della pallida roccia imbevuta di sole e il cielo azzurro macchiato di bianche e piccole nubi. Grazie.         Alle 16.40 io e Giamba felici ci abbracciamo davanti allo splendore delle cime alle nostre spalle. Poco prima aveva insistito per andare a festeggiare infilandosi in un bar. L’ho fermato dicendogli: andiamo, prima alla macchina ci liberiamo dagli zaini e torniamo tranquilli. Ridendo mi ha guardato serio e mi ha detto: “ in due giorni è la prima cosa giusta che ti sento dire”. Non si è amici per caso..e ognuno ha gli amici che si merita! Grazie Giamba due giorni indimenticabili in cui hai dimostrato anche la tua forza mentale. Sperando tu abbia voglia di altre avventure simili. Il wilderness ci attende. Mezzi ubriachi saliamo in auto per il rientro dove abbiamo ancora la forza di affrontare come di consuetudine discorsi seri sulle nostre vite.                                  Foto1 ambiente straordinario vs l’om e la dona  Foto2 passo esterno sopra la Val Campestrin                                Foto3  calata assistita dal chiodo



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         <title>23/07/2025 - Sfornioi e Viaz del Fonch [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13652</link>
         <description>A distanza di un paio d’anni dalle precedenti e di 40 dalla prima e unica altra volta, torno in montagna con Giamba. Ha il weekend libero dalle bimbe e io completo questa incredibile e irripetibile settimana di ferie che libera da altri appuntamenti familiari mi ha permesso di trascorrere con Fil lo scorso week sugli Spiz e di arrampicare ieri con Noemi sul Garda. Giamba lavora fino a tardi e solo vs le 18.30 del 20/06 2025 che ci muoviamo dal calore della Piana Padana cercando refrigerio vs Nord. Arriviamo vs le 22.30 a Caprile e c’infiliamo rapidamente sotto le coperte, fallito il tentativo di contattare Rachele e Thomas. Sveglia alle 4… e via vs il Passo di Cibiana 1500 m in Cadore, da dove inizierà la nostra lunga traversata. Albeggia sulle rocce del sassolungo di Cibiana e arancione son già le crode dell’appuntito Sfornioi nord, l’unico dei tre che si concede alla vista. Partiamo alle 6 in direzione di F. Ciavazole incontrando i cartelli della Dolomiti Extreme Trail di cui mi aveva parlato la signora incontrata alla Casera Cornia. Passiamo il bivio per F. Bella e il BIv. Campestrin ma poi essendo vicini come partenza, seguo Giamba sul sentiero vs il Rif. Bosconero.                 10 min dopo proseguendo sempre vs dx, m’insospettisco e recuperiamo tornando indietro e prendendo la via giusta nel bosco e potendo ammirare le belle rocce rossastre dello Spiz de Copada che già altre volte avevano catturato la mia ammirazione. Proseguiamo ancora in salita e progressivamente il cielo si copre e la nebbia ci circonda. Così, non vedendo niente, arriviamo alle 7.10 ai 2000 mt di Forcella Ciavazole. Mi spiace dico a Giamba perché fra un poco quando raggiungiamo la cresta, la vista sulla triade Bosconero sasso di Toanella e Rocchetta Alta sarebbe stata fantastica. Piccola sosta e mezz’oretta dopo siamo alla grande Croce dei Giovani della Montagna. Relazioni alla mano inizio a cercare l’inizio del Viaz del Fonch che dovrebbe iniziare poco dopo. Si vede pochissimo, nn son certo le condizioni ideali ma dopo un poco di avanti e indietro credo d’individuare il divallamento giusto e lasciamo gli zaini nascosti in un anfratto. Proseguiamo così scarichi dal loro peso vs lo Sfornioi Nord e le tappe successive, prima di tornare per riprenderli e scendere sulle tracce del Viaz. Uno sprazzo di luce nel grigiore delle nebbie e un’altra mezz’ora dopo siamo alla base della paretina bollata di rosso che segna l’attacco della via normale allo SN. Passi principalmente di I° grado permettono una divertente salita e poi una facile cengia su bancata scivolando sotto le pareti a dx danno accesso a due camini, uno frontale che risaliamo salvo poi accorgerci che quello giusto è quello a dx segnalato da ometti che nel grigiore tornato non si vedono tanto. Risaliamo il facile camino con passi di II° e dopo un’altra cengia un filo più esposta e con passaggio un filo delicato, sbuchiamo dopo altre facili roccette sul pianoro sommitale dove un piccolo ometto di sassi e un’ancor più piccola e rudimentale croce lignea fatta cin due rami d’abete, segnala il termine della salita (q.2410, h 8.30).                        Bene, ridiamo felici, la prima è andata e senza dover usare la corda, peccato che potremmo essere ovunque.. nn si vede nulla tranne noi. Niente panorama. Rapidamente allora ridiscendiamo fino al punto d’attacco della paretina, dove avevamo lasciato gli zainetti e dove interpretando male la relazione, penso sia il sentierino che si stacca in discesa per arrivare alla Forcella dei Due Gendarmi. Lo seguo finchè mi vengono parecchi dubbi per il terreno friabile, non segnato e la traccia che diventa quasi invisibile. Torno da Giamba e gli dico che provo ad abbassarmi per vedere se passa sotto ma anche qua il terreno è friabile e indecente e la scarsa visibilità non mi permette di stabilire meglio l’orientamento. Risalgo ad una forcella solo per constatare un nuovo errore e quindi alle 9.30 ritorno dall’amico. Abbiam perso circa 45 m! Incrociamo una ragazza slovena in giro da sola ma che non accetta il nostro invito per unirsi a noi e provare a salire sull SM. Rileggo la relazione e capisco che il sentierino in discesa era quello che partiva nei pressi dei due camini dove siam passati prima per salire sullo SN. Risaliamo la paretina e imboccato il sentierino cengia giusto un quarto d’ora dopo siamo ai due bei gendarmi la cui mole slanciata appare fra le nebbie. Luogo davvero meritevole di belle foto che spero di scattare un’altra volta. Ripartiamo ora alla volta dell SM ma anche qua non affrontiamo subito la paretina d’attacco ma gli preferiamo un’ampia cengia che parte a sx anche segnata da una strana croce rossa in partenza e messa sulla parete dopo pochi metri. Iniziamo a girare intorno alla montagna su cenge friabili ma abbastanza comode tranne qualche passo un poco esposto dove dico a Giamba che così impara ad entrare nel mondo dei Viaz. Alle 10 è evidente il nuovo errore quando mi affaccio sul vuoto riempito di nebbie della Forcella Dantre Sfornioi che divide lo Sfornioi di Mezzo le cui rocce si alzano alle nostre spalle da quelle dello Sfornioi Sud che iniziano dall’altra parte. Dietrofront, ancora le cenge esposte che con questa nebbia rendono il paesaggio e il passaggio ancor più severo permettendomi un report fotografico del buon giamba impegnato ad imparare a destreggiarsi su questi terreni cui non è cero abituato ma sui quali si muove bene con un poco di apprensione, ma senza costringermi alla preoccupazione. Grande Giamba! Un quarto d’ora dopo siam tornati alla paretina che attacchiamo subito (anche qua abbiam perso quasi mezz’oretta!) superando bene senza corda il tratto chiave di II° rappresentato da un camino quasi verticale ma ben appigliato. Alle 10.30 il socio mi raggiunge sulla spianata di vetta frastagliata e segnalata nel suo punto più alto da un semplice ometto di sassi. Anche qua si percepisce il vuoto tutt’attorno senza vederlo perché riempito dalle nubi. Disarrampicata veloce, nuovo passaggio ai gendarmi con nuove foto fatte da tre signore giunte alla loro meta e poi tornati sotto lo SN, riappare la luce e con essa la meraviglia di questa zona ricca di spettacolari formazioni rocciose. Vediamo la sagoma dello SN e poi scendendo dalla cresta vs il punto dove abbiam lasciato gli zaini, notiamo che già si sarebbero potuti vedere i gendarmi che fra l’altro emergono spettacolari oltre il basamento della montagna. Alle 11.30 siamo agli zaini, pronti per scendere alla ricerca del Viaz del Fonch. C’è nuovamente nebbia e mangiamo qualcosa aspettando magari una piccola schiarita che ci aiuti, le nubi vanno (poco) e vengono (molto). Venti minuti dopo G inizia a scendere lungo l’esile traccia che ci garantisce una visibilità di 5/10 m, decisamente troppo pochi per un Viaz, ma tant’è! Iniziamo a virare vs sx e poco dopo disarrampichiamo un citato saltello di II° che ci certifica la correttezza del percorso. Non vediamo però la roccia a forma di Fonch ( fungo, che dà il nome al percorso), che dovrebbe essere la nostra stella polare. Appare poco dopo, ci passiamo praticamente sopra intravedendolo nella foschia e poi scendiamo dall’altra parte arrivando ad un erto camino che precipita molto sotto. Ne scendiamo disarrampicando un poco esposti un paio di metri e poi lo abbandoniamo assecondando la cengia che prosegue a sx.                                  Passaggio più impegnativo psicologicamente perché dall’alto si vede il salto fino in fondo e quando guardi in mezzo ai piedi per vedere dove poggiarli. Giamba lo scende per primo dando ancora prova di notevole sangue freddo e capacità arrampicatorie. Grande Giamba! Scendiamo ancora fino alla banca sottostante che è poi quella da cui nasce il Fonch che ora possiamo ammirare in tutta la sua bellezza e anche con discreta visibilità. Proseguiamo traversando vs sx, salutiamo il Fonch che sparisce dietro la parete, traversiamo sempre in piano un grande ghiaione e arriviamo in vista di un’altra incredibile torre con la vita più snella delle ampie spalle che si allargano a punta verso l’esterno. Veramente singolare e spettacolare per la forma che cambia a seconda del punto di osservazione. Continuando sulla cengia in piano che diventa grande bancata, ce la lasciamo alle spalle, passiamo chinandoci, sotto degli anfratti adattati a bivacchi e poi svoltiamo nuovamente in una zona ampia di terrazzamenti, poi sotto parete con le nebbie che tornano dense e dopo un’ora e un quaro dalla partenza avvistiamo una lingua di neve e il probabile canalone che dovremmo risalire per arrivare all’agognata Forcella Dantre Sfornioi. Passiamo un canalone che dovrebbe chiamarsi Occidentale di Sfornioi e alle 13.00 (dopo aver percorso ed esser tornati da una falsa cengia che abbiamo voluto verificare perché c’era un ometto che la segnava una cinquantina di metri oltre) siamo alla base del poco invitante canalone da risalire. NON abbiamo indicazioni sulla risalita e sembra tutto un poco uguale. In realtà non si vede bene il canale giusto che seppur friabile sta all’estrema dx ed è decisamente meglio del percorso che io scelgo.. alcune relazioni lo dicono, altre sbagliando dicono di salire a sx). Dunque inizio a salire seguito da Giamba terreno duro, molto inclinato e sdrucciolevole…si tratta di stare in piedi su questa pista senza perdere aderenza e franare sconvenientemente all’inizio. Raggiungo le rocce felice..ma è come cadere dalla padella alla brace..rimane in mano tutto, è pericoloso e faccio cadere sassi in testa a Giamba cui chiedo di spostarsi. Salgo con cautela, il grado non è impegnativo, saremo sul II° ma mi sento come fossi sul IV° tanto è faticoso alzarsi senza sgretolare tutto. Mi giro e chiedo a Giamba se se la sente. Sono preoccupato perché mi sembra strano che si debba salire di qua e ho paura di cacciarmi in una trappola e poi penso che ai primi passi Giamba sbotterà mi manderà a cagare chiedendomi dove cazzo stiamo andando. Invece sale veloce, lo vedo tranquillo, come se tornare non fosse un’alternativa valida( …e in effetti la vedrei molto dura…). Un passo oltre il II° segna il punto di non ritorno e spero vivamente di arrivare in Forcella. Aspetto Giamba ma passa meglio di me. Ora sembra meglio e con qualche altro più facile passaggio su roccia arrivo in altra. Praticamente corro oltre gli spuntoni rocciosi dall’altra parte della forcella per vedere se il sentiero prosegue ( come dovrebbe..) sull’altro versante della montagna. Che sollievo quando lo vedo e lo grido a Giamba: Salvi!!. E che rabbia quando guardo il canale che scnde da dove siamo saliti, impervio ma decisamente meglio del nostro approccio. Evabbè..la prossima volta losò. Luogo oscuro fra foschie e pareti ombrose che si alzano ovunque. Con sollievo e leggeri ci buttiamo sulla piccola ma incredibilmente confortevole traccia che scende nel versante di Campestrin, quello orientale, e segna l’abbandono di quello del Bosconero. Sono le 13.30 e ci lasciamo finalmente alle spalle una brutta mezz’ora. Mi attardo qualche attimo in forcella per respirare la solitudine essenziale del luogo e poi seguo il rumore dei sassi che Giamba smuove scendendo. Improvvisamente una schiarita allarga l’orizzonte sul baratro che si apre sulla sottostante Val Campestrin ma noi svoltiamo a dx dove risalito un breve tratto andremo a prendere la lunga cengia/bancata che inizia a traversare vs la lontana F.lla Matt. Ora le bancate sono più ampie e sarebbero anche solari se non ci fosse sempre la nebbia che dà comunque un aspetto più severo ai continui ghirigori che compiamo dentro e attorno la montagna. Su e giù dentro e fuori guidati dagli ometti che cerchiamo come fari i naviganti. Alla deriva orientata in un mare di rocce. Ambiente spettacolare. Alle 14.10 facciamo pausa pranzo….Giamba si stende letteralmente sulle rocce, sdraiato come stesse dormendo e io mangio adagio per non disturbarlo. Gli ho chiesto tanto, ho pensato, ma è stato forte,veramente meglio del previsto, tanto che finora, non abbiamo mai usato la corda.                        Dieci minuti dopo il guerriero si rialza e riprendiamo il cammino. Passiamo sotto una grandiosa e verticale parete giallastra e rasentandola continuiamo a traversare con un percorso fatto di divertenti montagne russe ma sempre con passaggi semplici. Poi ad un certo punto lo spazio aperto si apre alla nostra sx mostrando ( lo sò ora mentre scrivo) l’ardito torrione dello Spiz di Col Alto e alla sua sx appena intuibile il piccolo valico della Forcelletta di Col Alto. Noi continuiamo invece rasenti la gialla parete andando ad infilare una bellissima piccola ma marcata cengia che corre tra la parete e il salto sottostante e il cui attraversamento richiede talvolta di abbassarsi sotto il tetto che non permette la stazione eretta.                             La percorro e mi fermo all’uscita per documentare fotograficamente il passaggio di Giamba, e poi scendo alla base del canalone franoso che permette il raggiungimento della forcelletta. Inizio a salire, non vedo segno od ometti e allora ad un certo punto mi volto a sx e vedo un ometto. Dico a Giamba di non seguirmi, che ho visto l’ometto e che traverserò. Mi sposto a sx raggiungo la cresta erbosa ma anche qua nn vedo segni o tracce. Mi sposto ancora più a sx pensando che la vaga traccia che sto seguendo aggiri il torrione roccioso e poi ritorni a dx dove è logico che dobbiamo andare. Niente di tutto ciò e anche Giamba che risale ad un forcellino a dx del torrione, non rinviene nulla. Ritorniamo allora al primo punto di cresta raggiunto sopra l’ometto evidente e dico a Giamba che la via è per forza verso la montagna e comincio a traversare tra prato e mughi verso dx fino a quando mi sembra di vedere in basso in un canalone che scende dall’altra parte della forcelletta non raggiunta, un ometto. Scendo un poco e urlo a Giamba che abbiamo ritrovato la retta via. Anche qua abbiamo perso una buona ventina di minuti, ma scendiamo fino a recuperare la traccia che scende dalla Forcelletta di Col Alto, ormai alta sopra di noi. Un piacere ritrovare la compagnia degli ometti e seguendoli scendiamo fra grandi banche ricoperte dalla crescita dei mughi fino a quando la vista si apre sul dirupato vallone del Matt e sulla lieve traccia che come una righetta bianca traversa per prati fino a raggiungerlo. Ce l’abbiamo fatta Gian! Il bel sentierino ci fa approdare alle 15.30 al  sentiero che dal Bivacco Campestrin sale vs la Forcella Matt per poi scendere dall’altra parte al Rif. Bosconero. Siamo niente popò di meno che su un sentiero CAI. Ritorno alla civiltà, attendo l’arrivo di Giamba e prendiamo a risalire il caotico ammasso di massi dove il sentiero non esiste praticamente più e si sale a vista seguendo l’intuito o qualche bollo rosso che resiste al rotolamento vs il basso. Che faticaccia dopo una giornata del genere risalire saltando di masso in masso oppure scivolando sulle ghiaie più fini ma alla fine alle 16 raggiungiamo ansimanti i 2060 mt. di Forcella del Matt. Giamba si sdraia sul bel praticello, forse è il primo posto tranquillo della giornata e sembra collassato. Mi informa che non ha nessuna intenzione di salire lo Sfornioi Sud che sarebbe la nostra prossima meta ed insolitamente, non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di provare ad insistere. Oggi mi ha veramente stupito per la grinta con cui ha superato tutte le difficoltà di una giornata passata un poco sempre sul filo del rasoio e del vuoto e spesso nell’incertezza del tracciato. Lo guardo steso, penso inizierà a russare fra poco e mi fa tenerezza. Io mangiucchio qualcosa, leggo la relazione e mi preparo per la partenza. Salpo alle 16.20, leggero senza corda e zaino e muovo verso l’architettura un poco complessa di questa cima di cui nn è facilmente intuibile la struttura. Vedo solo venti minuti dopo quello che dovrebbe essere il castello sommitale alla cui destra altri torri come paggi scendono verso la forcella da cui son partito. Continuo a traversare verso sx salvo poi trovarmi sul vuoto e tornare indietro per assecondare una cresta cosparsa di genzianelle e che sale verso sx fino a portarmi alla base delle mura di cinta della parte superiore. La relazione le descrive come un muro alto una ventina di metri che protegge con continuità la parte superiore del monte. Alle mie spalle ora domina la linda e chiara mole del sasso di Bosconero. Le sue vele rocciose sembrano le pieghe dell’abito di una sposa e assorbono la luce tenue del sole che ha già speso le energie migliori. Uno spettacolo che mi toglie il fiato e che mi fa pensare come spesso in queste occasioni..che tutto questo è gratis. Dietro spunta appena il Sasso di Toanella e la piccola, da questa prospettiva, Rocchetta Alta. Mi fermo respiro l’infinito, lo faccio entrare in me e assaporo il momento perché mi restituisca la forza quando ne avrò bisogno. Vedo, senza riconoscerla, la cengia che percorreremo per errore l’indomani. Sto bene, ma la condanna dell’alpinista che deve andare oltre mi fa staccare le suole dal terreno e dirigerle verso l’alto. Un alto solo fisico ma che rappresenta per me ben più della quota che si alza. Mi porto alla base del muro e cerco d’interpretare (non riuscendoci) dalla relazione dove sia l’approccio diretto o la cengia descritta che dovrebbe aggirare un poco le difficoltà. Trovo un punto debole segnato da un mucchietto di sassi alla base e supero un primo muretto. Ora sono alla base di un camino alto almeno 15 metri e piuttosto verticale. Ben appigliato, ho la tentazione di provarci ma poi due dubbi mi fanno desistere: nn son certo che sia la via giusta e ho dei dubbi sulla discesa senza corda doppia. Penso a Giamba e non mi va di lasciarlo in pensiero o senza socio. Scendo. Torno alla vase del muro, lo percorre a destra e sinistra ma non trovo traccia della cengia citata nella relazione ( l’unica trovata per questa cima negletta!). Torneremo. A corse ritorno alla forcella dove Giamba si è ridestato. Breve discussione sulla decisione da prendere fra le due opzioni che abbiamo. A sx si scende al Bivacco Campestrin, spartano, da notte brada come piace a me. A dx si vs le comodità del Rif. Bosconero con cena e notte nel letto. Lascio scegliere a Giamba e alle 18 iniziamo a rotolare insieme ai massi verso l’ancor più disastroso versante occidentale di Forcella Matt in direzione del rifugio. Macereti di massi enormi, si alternano a tratti di ghiaioni e lo scendere fa pensare alla dannazione di un eventuale risalita. Ormai questi valichi sono fuori moda, poco percorsi e ancor meno mantenuti per cui vanno incontro all’oblio.                            Davanti a noi nella foschia serale le sagome degli Spiz percorsi settimana scorsa con Fil e poi una volta usciti dal canalone a sx si apre l’incredibile e grandiosa parete triangolare della Rocchetta Alta che diventa più imponente e alta ad ogni passo che facciamo verso il basso. Che montagna incredibile! Continuando a scendere viene affiancata dalla sagoma più svelta ma altrettanto seducente del Sasso di Toanella e poco dopo anche dal valico su cui incombe, l’omonima forcella, dove probabilmente decideremo di risalire l’indomani. Che ambiente incredibile, ora torniamo a vedere pure i Due Gendarmi che salutano dalla cresta alla base dello SM. Alle 19 le suole stanche e impolverate dei nostri scarponi vengono accolte dalla morbida radura pratosa dove è eretto il Rif. Casera di Bosconero a q.ta 1450 m. Ci sediamo abbastanza cotti sulle panche di legno e non ci sembra vero di poter ordinare birra e Radler medie. Trovo un tipo simpaticissimo ( Giamba dice che sembra mio nonno anche se ha solo due anni di più..) che mi offre diverse sigarette quando gliene chiedo una. Pranziamo subito dopo e il cibo preparato pare come spesso in questi casi nettare divino. Dopo qualche chiacchera ed esserci goduti la discesa della sera ci rifugiamo nella bella baita dove in bassa stagione avevo dormito gratis la volta degli Spiz. Che bello entrare in un letto pulito e morbido cosa che non son abituato a concedermi quando vado per monti. Sono le 21.30 e ci addormentiamo subito che la fatica è stata tanta e sarà dura anche domani, a partire dall’alzarsi alle 5.
Foto1 io e il Fonch    Foto2 il canalone x Forcella Dantre Sfornioi   Foto3  i Tre Sfornioi dai pressi di F. Bella
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         <title>20/07/2025 - GIRO DEI 3 RIFUGI - BIGNAMI-MARINELLI E CARATE [ garaca ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13651</link>
         <description>Bellissimo giro ad anello, che chiaramente si può fare anche in senso inverso.
Per la discesa dalla Bocchetta di Caspoggio verso la Marinelli, alle condizioni attuali, necessita di ramponi.
Prima del rif. Carate, deviazione x visita al Mausoleo degli Alpini.
Per il giro completo, a passo buono, calcolare dalle 7/8 ore brevi soste comprese.
Il dislivello con i vari sali e scendi, compreso deviazione al Mausoleo, è di circa 1350 m. e 20 km. di sviluppo.
Bella giornata con gli amici Teo, Gigi, Stefano e Fabry.
Purtroppo oggi nuvole basse che hanno coperto il panorama altrimenti fantastico.
Varie relazioni in rete.
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         <title>19/07/2025 - Passo degli omini  [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13650</link>
         <description>.</description>
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         <title>09/07/2025 - Hubshorn  [ CLACRE ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13648</link>
         <description>Saliti dal passo si imbocca subito un sentiero ripido che raggiunge gli alpeggi a 2200 m poi si piega progressivamente verso EST seguendo una immensa pietraia ( ometti presenti).
Io mi sono fermato a quota 3050 mentre i soci di Borgomanero hanno raggiunto la cima in 3h 30'  senza problemi, Discesa molto stancante per evitare pietre mobili.
Buon allenamento ma poco divertente,

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         <title>03/07/2025 - le tre cime oltre gli Spiz ...e i mughi [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=2&amp;id=13647</link>
         <description>Dopo la bella serata passata con gli amici nel bivacco, ci svegliamo tutti di buonumore e abbastanza riposati. E’ il 15/06/2025 e i nostri programmi parzialmente coincidono perché noi sogniamo di fare tutta la cresta di cime che collegano il Dente della Fopa al Venier al Coro allo Spigolo del Palon e infine Prampèr e Pramperet ( c’era in programma anche tutto il gruppo del Moschesin fino a Gardesana e Forzelete ma è chiaro che il ritardo accumulato farà saltare il programma completo..). Loro hanno in programma solo il dente e ci sembra scortese non farlo insieme dopo che ci hanno dissetato, alimentato e accolto con estrema gentilezza. Dopo frugale colazione usciamo alle 5 dal bivacco e ci accoglie lo spettacolo della luna che saluta e va a riposare oltre il piatto crestone della montagna che dovremo salire. Arriviamo poco sotto alla zona dello stillicidio e mi sdraio per bere ad un rivolo che scende da sotto due ricce: è ancora troppo vivo il ricordo della terribile sete patita ieri, nonostante avessi usato gli integratori, e bevo più che posso. Chiacchieriamo tranquillamente, oggi per ora non c’è fretta e imbocchiamo il canalone che separa il Piccolo Dente dal Dente della Fopa, tenendo sempre il ramo di destra. Superiamo un paio di massi con brevi passi vicino al II° grado e poi altri li circumnavighiamo fino ad arrivare alle 6 ad una forcelletta precipite dall’altra parte che oltre ad essere spettacolare segna il punto in cui obbligatoriamente dobbiamo virare a dx per salire la bella immensa ed appoggiata placconata che sale verso il punto più alto. Fil scappa avanti e noi seguiamo a piacere questo mare calmo poco increspato che sale verso l’alto. Si usano le mani per via dell’inclinazione, non della difficoltà. Nel gioco di luci soffuse del mattino, la Cima alta di Nisia si sovrappone al dente del Duranno creando un immagine seducente. Due camosci saltano in discesa fuggendo la nostra presenza e la prontezza di Diego ci regalerà immagini fantastiche ed irripetibili sui loro balzi ed atterraggi. Complimentissimi!...e grazie. Dieci minuti dopo la bianca luna buca il cielo azzurro intenso appena oltre la cresta e planiamo felici sull’ampio salotto sommitale dove ritroviamo Fil. Che spettacolo e che calore: sono le 6.15 del mattino e me ne giro a torso nudo a q.ta 2160 mt. C’è tantissimo spazio e la parete precipita sul Giaron de la Fopa. Affacciarsi sul bordo mette i brividi: un balzo netto e verticale di centinaia di metri, e poi i mughi con i riccioli dorati dal sole nascente che fa le mash a tutte le cime. Ad est il Friuli di re Duranno, e della piramide del Col Nudo e poi in frittura Moschesin, Tamer, Agner, Moiazze, Civetta e Pelmo. Mangiamo insieme ancora qualcosa, Diego ci fa un autoscatto memorabile e con un poco di tristezza alle 7 prendiamo commiato.. che la nostra giornata sarà ancora lunga ed impegnativa. Scherzando dico ad alta voce (per farmi sentire da tutti!) che finora abbiamo parlato..ora dobbiamo inziare a fare sul serio. Davanti a noi la cresta che scende e poi risale al Venier e poi il Coro il Palon e là, in fondo il turrito pinnacolo di Cima Pramper a segnare la fine delle nostre fatiche. Scendiamo per elementare cresta e poi lato sx fino a d arrivare ad una piccola forcelletta da cui riprendiamo a salire sempre facilmente e poi a sx per virare attorno ai roccioni sommitali e arrivare velocemente all’ometto di vetta. (Cima Venier, q.ta 2237, h 7.30). Il sole batte a picco il caldo è già insopportabile e la sete torna a farsi sentire terribilmente nonostante le sacche siano piene: ma si beve e non ci si disseta, stranissima e brutta sensazione. Ora un bel prato diigrada davanti a noi ed è bello poggiarvi i piedi che affondano nella morbida erba e cullano la discesa poi a dx in direzione di Forcella Sagrona che raggiungiamo venti minuti dopo. Propongo a Fil di salire brevemente all’incredibile caverna che permette l’uscita dal Viaz Sora la Fopa e che per tanto tempo avevo cercato. Che posto pazzesco che permette un passaggio altrimenti molto più lungo e complesso. $ bei fiori di Pulsatilla Alpina mi ricordano i figli ed iniziamo la salita lunga e tortuosa vs la Cima del Coro stando bassi sotto il filo di cresta che resta sopra di noi a dx: le rocce bianche che riflettono di luce, il cielo blu senza un filo d’aria, le macchie di verde rare e qualche mugo, raccontano di un paesaggio mediterraneo più che alpino. Bellissime le viste retro verso Venier Dente e gli Spiz che, enormi con i loro castelli, chiudono l’orizzonte verso nord. Raggiungiamo un’anticima e dopo breve discesa il culmine. ( Cima del Coro, q.ta 2325, h 8.45). Lontane nell’afa che rende opaca l’aria del mattino oltre l’immensa mole del sorapiss, le punte del Cristallo, Cristallino e Popena. Provo ad interpretare la relazione che parla di discesa dalla via normale e che pensavo di trovare bella ed evidente sul versante di Cornia ( in realtà sale da F.lla Sagrona esattamente da dove siamo arrivati!). Mi sembra senza senso tornare a fare un giro così lungo e provo l’avventura scendendo per cresta e immaginando un collegamento diretto con la forcella di Segretta bassissima alla nostra dx. Un ometto ben costruito all’inizio di un dirupato e poco promettente canalone mi fa sperare e propongo a Fil di rischiarla. Scendiamo per 10 minuti fino ad un immenso salto e quindi risaliamo e prendiamo la linea in discesa verso la sottostante valle di Cornia. Fil scende lungo un altro canale più ampio e semplice ma ad un certo punto lo trovo fermo davanti ad un salto. Risalgo il bordo a sx, raggiungo una zona prativa e da lì scendiamo fino a raggiungere la piana dove inizia il sentiero che risale a F. Sagrona (h 10.45). Il sentiero è ben evidente ma metto in guardia Fil perché mi ricordo che la volta precedente ero naufragato fra i mughi. Eppur si avanza, che abbiano risistemato la traccia? Poi in vista della Casera di Cornia che giace lontana come un miraggio in fondo alla valle, la traccia sparisce improvvisamente e in due non riusciamo più a scovarla. Fil è stanco, ha perso motivazione: gli dico che scendere alla casera non è comunque semplice e che se proseguiamo dovremmo prima o poi intercettare il sentiero che arriva da Forcella Piccola e che lontano vediamo correre orizzontale vs l’imbocco della valle che conduce a F.lla Segretta. Decide di seguirmi ma poco dopo cambia idea e vuole scendere. Siamo già nel folto dei mughi e non me la sento di lasciarlo da solo in condizioni di disagio. Gli dico di stare con me, che doveva pensarci prima se voleva scendere e che comunque non sarebbe stato facile come pensa. Proseguo più o meno traversando e probabilmente commetto l’errore di alzarmi piano piano per stare alto sopra il fitto dei mughi. Ma procedere diventa sempre più difficoltoso ed è chiaro che ormai siamo fuori dalla traccia. Cerco varchi fra i mughi ma diventa sempre più difficile trovarne. Finisco in un vicolo cieco: siamo prigionieri dei mughi e con tranquilla determinazione cerco di galleggiare sui rami ma è una fatica improba e il caldo diventa asfissiante. Filippo inveisce e mi accusa di non averlo lasciato libero di scegliere. Rispondo che almeno in cima la Palon, io ci voglio arrivare, poi lui mi aspetterà sul sentiero.Insisto fissandomi alcuni punti sulla cresta da cui poter gettare lo sguardo in Val Segretta e sperare di trovare un varco in questo verde mare in burrasca. Siamo in balia delle onde. Ordino a Fil di aspettare e salgo all’ennesimo punto di osservazione: quello che vedo è un infinito e compatto mare di verdi mughi! Forse da solo arrischierei l’avventura impossibile ma ora devo pensare al plurale. Dico Fil che scenderemo in linea diretta verso la salvezza. Non apprezza un granchè e si arrabbia continuamente: siamo perennemente presi a sberle e ramate dai mughi che non vogliono esser disturbati e si irritano per le nostre continue violazioni alla loro privacy. Siamo almeno in discesa ma nessuna voglia di gioirne. Brasati, asfissiati,martoriati, sanguinanti perdiamo quota illudendoci che ogni piccola apertura segni la fine della nostra condanna ma è sempre un ‘illusione sebbene il fondovalle diventi sempre più vicino. Questa cazzo di mugheta non finisce mai penso…ma poi improvvisamente usciamo su un praticello e urlo rabbioso la mia gioia perché siamo a pochi metri da un bel torrente. Yeahhhh, ci spogliamo io al settimo cielo, Fil ancora rabbioso ed entriamo in acqua addirittura troppo gelata per essere piacevole e cominciamo a rinfrescarci e a bere, bere, bere.                      Non so per quanti minuti lo faccio prima di sentirmi dissetato e rinfrescato ma vivo momenti di vera gratitudine e sollievo. Fil abbozza qualche sorriso alle mie battute ma è veramente provato. Non facciamo parola, ma è chiaro che il giro per cime finisce qui. Entriamo ed usciamo continuamente unico rimedio all’arsura che ci ha consumato in questi due giorni. Dico a Fil che vorrei dormire mezz’oretta e lui se ne va a vedere la Casera, dopo poco ritorna per dire che gli hanno offerto un bicchiere di vino e di andarci pure io. Amici di Venturino de Bona del Torriani ci fanno sedere al tavolo con loro e via di polenta costine e Pastin, il tutto annaffiato con vinello ottimo. Sembra di stare in un sogno..se poi penso che un’ora fa affogavamo fra i flutti dei mughi. Poi sono molto accoglienti: Djokovic il cacciatore/pescatore, sua moglie che mi ha già visto e vuole che mi iscriva alla Extreme Dolomiti e che la porti sul Civetta, il capo che mi spiega dei sentieri che ci sono e non ci sono e sua moglie infermiera anche lei. Facciamo fatica ad alzarci, a salutare e così arriva anche il tempo della grappa e del caffè. Con vergogna prendiamo commiato fra le risate generali..Un’oasi nel deserto. Sono le 14.30 e pochi attimi dopo siamo nuovamente soli, nuovamente accaldati. Guardo un poco stizzito il profilo dello Spigolo del Palon, così vicino e così lontano dal Coro da cui è diviso dal solco della Val Segretta. Alla nostre spalle Sfornioi e Bosconero sfumano nella calura del meriggio e vorrebbero nuvolette per ripararsi ma non ce ne sono. Fotografo la mugheta impossibile in cui si vedono delle tracce…ma son contento di non essere ancora là. Fatichiamo di nuovo mentre risaliamo verso F. Piccola dove sbuchiamo mezz’oretta di sudore dopo. Ora giù e poi nuovamente su verso il Rif. Sommariva( h 15.30)  che aprirà stranamente settimana prossima. Nei bei pianori prativi poco sotto incrociamo Andrea giovane e simpatico carabiniere che ci racconta che per trovare un poco di vita la sera, ieri è stato costretto ad andare addirittura fino a Jesolo (…pensa un po’). Fea fioriture e maggiociondoli scendiamo fino a Malga Pramper, poi i prati in festa del Pian de i Palui, gli Spiz che salutano dall’alto e alle 17 la nostra due giorni di fuoco, si conclude al Pian de la Fopa. Grazie Fil. Giovane,forte,maturo.                                                            Foto1  Noi 5 al Dente de la Fopa         Foto2  io e Fil, viandanti         Foto3   vs Dente Venier e Spiz di Mezzodì</description>
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