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      <title>On-Ice Ultimi Report di On Ice</title>
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      <link>http://www.on-ice.it/onice_reports.php?type=0&amp;format=rss</link>
      <item>
         <title>17/09/2026 - I Tre laghetti del Cardeto [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13752</link>
         <description>L'escursione ai Laghi di Cardeto è una splendida e tranquilla gita nelle Orobie Bergamasche, in Val Seriana.  Arriviamo al parcheggio sulla strada intorno alle 10 dopo essere passati da Stefano in pasticceria x la colazione. Siamo io, David, Giona, Mich, Giulia e Nana la bimbetta che non ha ancora due anni. Di venire quassù l’ha scelto e proposto Alessio impareggiabile conoscitore dei gioielli orobici a cui avevo chiesto consiglio dopo che Giulia mi aveva manifestato la voglia di fare un giro per monti non troppo impegnativo vista la presenza della piccola. Il sentiero parte dalla chiesetta di Ripa Bassa di Gromo (859 m), dove si può parcheggiare. In direzione nord, su strada forestale e mulattiera, si attraversa una zona ricca di baite e prati fino a quota 1200 m circa dove si entra nel fitto bosco. La salita inizia subito in modo brusco e non accenna a diminuire di pendenza tanto che sudiamo tutti copiosamente perché all’ombra del bosco non c’è fresco ma un’afa incredibile. Io salgo con sulle spalle 15 kg che sono il peso della bimba (dopo pochi passi in autonomia, ha preferito sedersi nello zainetto) e dello zaino da trasporto. Dopo 45 minuti di salita sbarello, mi gira la testa e ho bisogno di rinfrescarmi. Non voglio dir niente perché sono un poco il capogita e provvidenziale troviamo un ruscelletto dove bevo e mi bagno completamente. Dopo rimane la fatica ma almeno sto meglio e il peggio è passato. Ora il bosco è un poco più fresco e bagnato fradicio, sento l’aria rinfrescarmi. Poco più di un’ora dopo la partenza passiamo sotto una casa e nana comincia a dare segni di insofferenza e vuole scendere dallo zainetto per andare in braccio a mamma Giulia. Andiamo avanti un poco ma la salita è ancora troppo ripida e Giulia non ce la fa con in braccio super Nana. Prima di uscire completamente dal boschetto e di un tratto più pianeggiante decidiamo che Giulia e Nana si riposino un poco all’ombra in attesa di decidere se proseguire o meno. Sono le 11.30, gli lascio il poco cibo che ho e parto a razzo per raggiungere il resto della compagnia più avanti per rimandare indietro acqua e altro cibo. Raggiungo David e Mich e li rispedisco indietro per rifornire le donne nel bosco. Poco dopo traverso in piano verso una valle verdeggiante che si intuisce attendere oltre il piccolo promontorio che ne ostruisce la vista. Raggiungo anche Giona e continuando a traversare in un bellissimo falsopiano tra il verde che mi ricorda le Higland scozzesi, raggiungiamo un bivio (h 12.25) che indica le direzioni verso la Baita Rodigari ( o di Monte Cardeto Alta), Passo Portula e Grabiasca da una parte e per i nostri tre laghetti dall’altra. Raggiungiamo velocemente il bel Lago Basso (1708 m, h 12.30), dove facciamo immediatamente il bagno e attendendo l’arrivo di Alessio e i suoi amici, che avevamo appena superato. L’acqua nonostante la quota non è affatto fredda. Mentre mi rivesto, chiedo a Giona se vuole salire con me di a vedere gli altri due laghetti e saluto Alessio che farà il giro ad anello passando dalla baita Alta. Gio preferisce starsene a mollo e relazionarsi con i pesciolini che ci fanno fish pedicure. Non ho tempo per via deklla bimba e allora gli dico che faccio una corsetta fino all’ultimo laghetto e poi scenderò da Giulia. Questo primo laghetto è posto in una conca idilliaca che si apre a sinistra in una bellissima prateria di prati verdi nel cui mezzo è incastonata la Baita Bassa di Cardeto. Luogo bellissimo e assolutamente particolare per il verde rigoglioso che colora tutto. Venti minuti dopo sono al Lago di Mezzo (q.1800), incantevole con un emissario che esce sotto forma di ruscelletto e dona un tocco di poesia ulteriore a questo ambiente veramente ameno. Anche qua le tonalità del verde sono dominanti sul colle circostante, sulle rive e nell’acqua che ne riflette le tonalità. Forse questo è il lago più bello con i tappetini di erba che entrano direttamente in acqua e creano suggestive piccole penisole. Altro bagno con l’acqua ancora incredibilmente tiepida e poi fuori per correre verso l’ultimo e più alto dei tre laghetti. Saluto Alessio che nel frattempo sta arrivando e riparto. Cinque minuti dopo mi tuffo nel Lago Alto di Cardeto, il più piccolo e meno spettacolare perché immerso in un ambiente più pietroso e meno verde (q.1862 m, h 13.15). Alessio sta arrivando, lo aspetto e ci facciamo una foto insieme a ricordo della bella giornata. Lui prosegue per la Baita Alta e si ricongiungerà più in basso (al bivio) col sentiero che abbiamo fatto per salire. Io corro giù al laghetto Basso per poi proseguire verso Giulia e la bimba. Quando vi arrivo, trovo David e Mich stesi nell’erba e chiedo di Giulia e la bimba e mi dicono che le hanno lasciato cibo e acqua e poi sono saliti ma anche che hanno incontrato Gio che stava scendendo da loro. Allora mi stendo un poco al sole dopo l’ennesimo tuffo rinfrescante, perché le ultime corse in salita, mi hanno spompato ed è da stamattina che non mi fermo. Poco dopo sentiamo delle voci avvicinarsi e quando mi alzo quasi mi emoziono perché vedo Gio che si sta avvicinando con lo zaino e la bimba. Esplodo di gioia perché sono felicissimo di vederle qua e mi sarebbe spiaciuto non potessero vedere questo incanto di posto. E così festeggiamo mangiando insieme e poi trastullandoci tra la riva e l’acquetta dove Nana non apprezza il lavoro di “scrub” dei pesciolini. Ci e giochiamo un po' al sole che va e che viene fino a quando viene il momento di tornare. Nana inizia a stare nello zainetto con Gio e poi la prendo di nuovo io. Per ingannarla e non farla stufare giochiamo a scappare dalla mamma che poi ci raggiunge e ci da una nuova spinta…e ripartiamo velocissimi. Poi anche questo gioco non basta più e allora m’invento la storia del cane da raggiungere che è sempre dietro l’angolo…e che non vedendolo mai…diventa il cane che non c’è, leggenda che si tramanda fino ai giorni nostri. Arriviamo alle 16.15 con che Nana è cotta e vuole andare in braccio alla mamma. Ci ritroviamo con Alessio e terminiamo la giornata in birreria allegramente. Foto 1   il lago basso    Foto2  lago basso dall’alto  Foto 3  il lago di Mezzo

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         <title>06/09/2026 - Pizzo dei Nibbi, via CAI vedrano e Mary [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7296</link>
         <description>Breve parete su cui corrono diverse vie dal carattere sportivo. La roccia è senpre eccezionale, calcare bianco dall' ottimo grip.
Purtroppo la via cai vedrano è stata sovra chiodata, forse peggio che in falesia. Mi chiedo quale sia il senso di avere spit a 1m e mezzo, pur su una via sportiva.
Bello il passaggio di 6a du questa via .

Piu interessante la via Mary, non solo per le difficoltà più continue ma anche per la spittatura piu ragionevole seppur plasir.</description>
      </item>
      <item>
         <title>13/09/2026 - Torri del Vajolet/Torre Stabler , Via diedro Fermhan [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7295</link>
         <description>Bella via dall'avvicinamento piuttosto lungo se fatta in giornata.
Noi abbiamo fatto solo questa via perche siamo arrivati tardi all attacco essendo partiti da casa, in più abbiamo trovato un po di traffico sia in strada che in via.

La roccia è generalmente buona.

Sapevamo anche che l indomani ci avrebbe atteso una giornata lunga, quindi fopo le calate siamo scesi al rifugio, abbiamo montato la nostra tendina e ci diamo goduti una birra prima di cena.</description>
      </item>
      <item>
         <title>15/09/2026 - Monte Due Mani [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13751</link>
         <description>L’1 di agosto del 2026, saliamo da Greg che si trova con i suoi genitori in vacanza nell’appartamento di maggio di Cremeno dove l’abbiamo incontrato altre volte. E’ sempre una gioia ed un emozione incredibile rincontrare questo bimbo con cui abbiamo condiviso tanto tempo. Progetto di farmi una scampagnata, se possibile, sul monte Due Mani che sta più o meno sopra al paese. Quando ne parlo con Davide, si dimostra entusiasta ed alla fine decide di accompagnarmi. Partiamo da casa (q. 800), in abbigliamento leggero da trail e grazie alle stradine che conosce, ci troviamo in una valletta seguendo il corso di un bel torrente che crea qualche pozza dove la gente si rinfresca dalla calura. Troviamo al guado verso sinistra, prima di entrare nel bosco cartelli che indicano il Monte Due mani a 2h 15. Saliamo con un gran passo e mi stupisco Davide sia così allenato anche se ha corso una mezza e mi dice di allenarsi 2/3 volte a settimana. Faccio fatica a stargli dietro e gli dico che se facessi io il passo non andrei di più. Un quarto d’ora e duecento metri di dislivello dopo, siamo alla Cascina Rizzolo a q.ta 1050 e abbiamo qualche dubbio sul percorso. Ad un certo punto capiamo di aver sbagliato e ritorniamo indietro alla cascina, dove avremmo dovuto virare a destra anziché proseguire oltre il casolare. Ricominciamo a pestare nel bosco e arriviamo nei pressi delle baite di Desio da dove vediamo a destra il profilo del Due Mani e poco oltre dei cartelli che indicano la Bocchetta di desio a 10 minuti. La raggiungiamo alle 17 (q.ta 1340) e Davide sente casa decidendo di tornare a dare una mano per la preparazione della festa di stasera e non ricevendo l’invito a proseguire pure l’escursione. Ci salutiamo con una foto ricordo e inizio a spingere forte per metterci il minor tempo possibile, ma non ho grandi margini e devo rallentare talvolta o fermarmi per riprendere fiato. Venti minuti dopo sono comunque sotto la cresta finale e dieci minuti dopo la croce spunta oltre la linea di cresta proprio con il sole che brilla dietro. Non salgo in cima direttamente ma vado a sx su un’elevazione laterale dove trovo un cartello con divieto d’accesso alla Ferrata Contessa. Salgo un breve ripido sentierino con vista verso il Resegone e una bella valletta verdeggiante sottostante che scende verso il Lago di lecco e sbuco sul piccolo pianoro sommitale dove un cumulo di sassi pitturati fa da ometto di vetta. Bella la vista verso la Cima del Due Mani con la grande croce di vetta, l’igloo del bivacco e le grigne sullo sfondo.                     Cinque minuti dopo alle 17.40 sono sulla più accogliente vetta del Due Mani (q.ta 1665) dove mi faccio scattare una foto davanti al bivacco Locatelli da tre ragazze che vi dormiranno per la notte. Entro e le invidio un poco perché l’interno è nuovo e accogliente con tante belle finestrelle che come oblò danno sul mare delle vallate e vette circostanti. Non ci sono i lettini e quindi bisogna portare il materassino da casa…forse viste le condizioni in cui versano tanti bivacchi old style può essere una scelta per il futuro…anche per scoraggiare utilizzi impropri. Come dire…chi vuole più comodità…se le porti da casa. Nubi nere non molto vicine minacciano il possibile temporale, auguro loro di passare una buona notte e mi lancio correndo sul filo di cresta che scende leggermente verso lo Zucco di Desio, una decina di metri più basso. Mi giro un attimo a riguardare il bel traverso erboso percorso e a salutare la vetta che sta proprio davanti al Resegone e poi riprendo a correre affrontando con il fiatone l’ultimo strappo prima del poggio di vetta che raggiungo dopo 10 minuti. Un ultimo sguardo al Due Mani che da qua copre quasi tutto il redsegone e mi butto in discesa nel bel bosco fermandomi solo per provare a fotografare dei camosci che spariscono prima di lasciarmene il tempo. Poi atterro su una bella radura erbosa dove un grosso branco di cavalli bradi sta tranquillamente brucando incurante del mio passaggio. Scatto belle foto ad alcuni esemplari possenti, a qualche puledrino e al branco in questo bucolico ambiente di media montagna. Sono le 18.20 e riprendo a correre vs il basso cercando di capire dove sarà il Monte Tabor. Un quarto d’ora dopo esco dal bosco, la vista si apre verso valle e trovo una bella casetta nel prato. Sono riarso dalla sete e la gentile famiglia mi fa entrare in cucina e riempio e svuoto in continuazione le mie borraccette da mezzo litro. Mi scuso per la sete che non si placa e loro ridendo mi chiedono da dove arrivo così trafelato. Ah..fanno quando glielo spiego. Ci salutiamo, e mi ributto a capofitto per la strada carrabile. Dieci minuti dopo sono in paese senza aver scoperto quando sono passato dal Monte Tabor visto che non ho trovato nessun cartello o punto particolarmente evidente: girandomi indietro vedo solo due vaghe prominenze che si elevano leggermente dal bosco. Il Monte Due Mani, è indicato a 2h.40 h: ero lassù 1 ora fa! In discesa sono ancora veloce…e sorrido della battuta. Il Tabor misterioso invece a mezz’ora. Per asfalto corro ormai abbastanza sfinito e con qualche saliscendi risalgo fino alla casa da dove son partito 3 ore fa e la raggiungo esattamente alle 19…giusto in tempo per la doccia e la sontuosa cena serale. Che bella giornata fra emozioni, corse e fraternità.                                                  Foto1 io e davide alla Bocchetta di Desio  Foto2 vista sul Monte due Mani  Foto 3  io al bivacco

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         <title>06/09/2026 - Via Cai Vedano + via Mary-Pizzo dei Nibbi (Grigna) [ merenderos ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7294</link>
         <description>Bella paretina di ottimo calcare, che ospita diverse vie divertenti. La via Cai vedano è ottimamente protetta a fix, mentre la Mary ha protezioni miste. Qualche friends può essere utile per integrare le protezioni. Soste ottime su entrambe le vie.
Da Cainallo si sale, e si seguono le indicazioni per il rifugio Bietti, fino al famoso arco della bocca di Prada. La si sorpassa, e poco dopo si arriva ad un selletta erbosa. La parete è sulla sinistra poco oltre la selletta (40 min)
Via CAI VEDANO
E' la prima a destra sulla parete con targhetta metallica.
L1: Salire le placchette erbose fino ad una fessura verticale. La si risale, e poi per placche inizialmente lisce, si arriva alla catena di sosta (30m, 5a)
L2: Lungo traverso verso destra in orizzontale, con passi delicati, fino alla sosta poco visibile, oltre lo spigolo (20m, 5c)
L3: Salire in verticale e con passo non facile si sale sul compatto pilastrino. Si supera poi un piccolo strapiombino, e poi placca a buchi via via più semplice verso sinistra fino alla sosta (30m, 6a)
L4:Salire in verticale seguendo un canalino fino alla sosta (20m, 4c)
L5: Superare un pilastrino, e poi proseguire sul filo fino ad uscire su una placca inclinata sul versante opposto che porta alla sosta.

DISCESA: Dalla sosta sulla placca inclinata fare una calata sul versante opposto che porta ai prati sottostanti. Da qui si scende fino a raggiungere il sentiero sottostante che riporta alla parete.
Possibile scendere in doppia anche lungo la parete usando le soste della via libertà. La prima sosta di calata è ben visibile sulla sinistra mentre si percorre la cresta finale dell'ultimo tiro della via

Via MARY:
la via attacca a sinistra della via Cai Vedano (targhetta) e della via libertà (fettuccia scolorita alla basea)
All'attacco si vede il primo spit abbastanza alto. Più sotto c' è un chiodo molto nascosto
L1:Salire le placche, andando verso destra nella parte alta fino alla sosta (40m, 6a se si sfruttano i buchi, più duro se si sta solo in placca
L2: Salire la placca nera (primo chiodo con anello fuoriesce a mano, necessario martello per ribatterlo. Possibilità di cordino su piccola clessidra più a sinistra). Superare il tettino fessurato sulla destra e poi placca a lame da testare, fino alla sosta verso destra (30m, 6a)
L3: Salire sulla placca lavorata fino al tetto con cordino. Con passo duro verso sinistra si supera, (più facile evitando il tettino sulla sinistra) e si prosegue per placche fino alla sosta su cengetta (40m, 6a)
L4: Superare lo strapiombino sulla sinistra e poi il successivo pilastrino fino alla sosta finale (25m, 5c)

DISCESA: in doppia lungo la via sfruttando le soste collegate con cordino e maglia rapida

Foto1: L2 cai vedano
Foto2: L2 Mary
Foto3: L3 Mary
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      </item>
      <item>
         <title>14/09/2026 - Catinaccio/parete sudest, Via Diretta Steger [ Orobicando ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7293</link>
         <description>Via davvero eccezionale, soprattutto pensando al periodo storico in cui è stata aperta.

Noi abbiamo seguito la relazione di orme verticali, davvero ottima salvo che non abbiamo trovato una sosta, quindi propongo il percorso da noi seguito, nell' itinerario associato trovate la descrizione dettagliata dei tiri.

I gradi originali non riflettono le difficoltà effettive, il tiro chiave di VI- è piu vicino a un 6a+ (senza contare che se non si aggira la prima sezione si fanno almeno 6/7m sopra alla sosta semza proteggersi).

Non siamo stati velocissimi perche abbiamo avuto dubbi sul percorso un paio di volte, l'abbiamo portata a casa in 9 ore totali dall attacco alla cima.
Comunque gran soddisfazione!!!

Bravo Mirco che essendo piu in pompa si è fatto i passaggi piu duri.</description>
      </item>
      <item>
         <title>12/09/2026 - Tofana di Rozes, Sperone SO 2900 m, via Tridentina ( Bonatti ) [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7292</link>
         <description>Non so se è più la passione o la follia, che ci spinge a fare un'altra vasca in Dolomiti, l'unica cosa certa è che entrambe non ci fanno difetto, quindi via per un altro giro di giostra !
Sicuramente la meno percorsa delle classiche di questo immenso versante, se resisterete a i primi tre tiri, veramente bruttini, per la qualità della roccia, il seguito lo abbiamo trovato veramente meritevole, su roccia buona a tratti ottima, chiodatura non abbondante ma sicura comprese le soste (Protezioni mobili assolutamente indispensabili), sempre in grande esposizione, alcune lunghezze entusiasmanti, come in particolare il diedro finale, che abbiamo percorso in un'unica grande lunghezza ( 55m ) , soluzione sicuramente preferibile a quelle relazionate, che impongono una scomodissima sosta appesa. Molto bella anche la discesa che segue un' esposta cengia ad anello che percorre tutto il versante O e N della montagna,  non offre reali difficoltà tecniche, ma richiede sempre una certa concentrazione, con colpi d'occhio veramente ragguardevoli. Bellissima escursione con Ivana in un week end da incorniciare</description>
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         <title>11/09/2026 - Traversata, Monte Rena 1141m, Monte Poieto 1360m, Cornagera 1312 m [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13750</link>
         <description>Bella traversata nella bassa Val Seriana, un classico della zona, purtroppo oggi le nuvole basse non hanno permesso grandi visuali. Salito al Rena con il segnavia 520, poi Poieto per il 522, sceso per il sentiero 537 passando per la Cornagera. Bellissima escursione con ... me stesso !</description>
      </item>
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         <title>05/09/2026 - TRAVERSATA DIAVOLINO- DIAVOLO [ CLACRE ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7291</link>
         <description>Premessa: Si tratta di gista sociale del G.A.M. Milano con n. 14 partecipanti + n.1 capogita ( lo scrivente).
Partiti da Carona e con l'ausilio dei fuoristrada abbiamo raggiunto la base della diga di Fragalbolgia e da li raggiunto il rifugio Calvi in 20 minuti.
Quindi seguendon il sentiero n.225 in 2h c.a. abbiamo raggiunto il colle Valsecca alla base della cresta SE del Diavolino.
Indossato il casco e imbragati abbiamo risalito prima la ripida dorsale erbosaa quindi abbiamo iniziato ad affrontare la parte alpinistica ( bel camino iniziale di 30 m. II ) e dopo alcuni passaggi interessanti con roccia ben appigliata abbiamo raggiunto la cima del Diavolino in 1h. dal colle.
Dalla cima del Diavolino la discesa è risultata per i primi 50 m abbastanza delicata per le cenge con qualche sasso sbriciolato poi dopo il tratto orizzaontale si deve disarrampicare una placca abbastanza liscia di c.a. 10 m dove un paio di partecipanti hanno mostrato una certa titubanza. Montata una corda fissa tramite moschettone e marchand sono prudentemente scesi fino alla forcella con il Diavolo.
La salita successiva è risultataa più agevole e alle h. 14:15 eravamo tutti in vetta. Dalla diga in totale 5h 15 '. Discesa lungo la via normale ( passaggi di I e II) fino alla bocchetta di Podavit e da li discesa tramite sentiero segnato al Calvi e al punto di ritrovo dove co aspettavano i fuoristrada.
In totale  lungo giro di 9 h.
Un grazie sentito per la collaborazione fornita da Mattia e da Piero.
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      </item>
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         <title>12/08/2026 - Ricci-Tagliabue [ merenderos ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7290</link>
         <description>Via dalle difficoltà e chiodatura classica. Ambiente solitario e selvaggio. Necessari dadi e friends ed eventualmente martello e chiodi. In via poche protezioni, ma la roccia è ben proteggibile (a parte la placca dell'ultimo tiro)
Da Pont del guat raggiungere il rifugio Miller. Proseguire lungo il sentiero oltre il rifugio e poco oltre il lago prendere il sentiero verso sinistra che attraversa la piana e porta a salire in direzione del ben visibile passo del Miller (1.45h). La cresta attacca a sinistra dal passo (viso a monte)
L1: Salire per facili roccette e poi superare una fessura verticale sulla sinistra che porta in cresta. Sostare sopra su spuntone (IV+)
L2: Traversare a sinistra e poi scendere la placca fessurato fino alla forcella dove si sosta(cordino per eventuale moulinette) (IV)
L3: Superare un muretto a scaglie e poi la successiva placchetta fino a sostare sulla sommità del gendarme (III+)
L4: Disarrampicare fino alla sottostante depressione (III)
L5: Traversare alcuni metri e salire il successivo salto (IV) fino alla sommità della cresta, traversare in Dülfer a destra e sempre in traverso su roccia rossastra a blocchi (III+) raggiungere la sommità del gendarme. La sosta si trova sul lato opposto del gendarme, per la calata successiva
L6: Calarsi una decina di metri fino alla forcella sottostante
L7: Salire sopra la sosta e poi obliquare leggermente verso destra per vincere la placca. Continuare su blaze più semplici fino ad un grosso tetto sulla sinistra della cresta dove si sosta comodamente su frinds (V-)
L8: Traversare a destra e poi salire stando almeno una decina di metri sotto il filo della cresta su balze un po' erbose ad un grosso canale. Scendere la placca fino ad arrivare dentro il canale, dove si trova una sosta su masso (che si utilizzerà per calarsi al rientro nel canale). Se si sta sul filo di cresta si arriva ad un cordino blu dal quale è possibile fare una calata ed arrivare alla sosta dentro al canale (IV)
L9: Salire la placca successiva (improteggibile se non con chiodi), fino al suo termine. Da qui a sinistra per erba si arriva ad una sosta su pilastrino che segna il termine della via (IV)

Da qui per cresta si può arrivare fino alla vetta della cima Prudenzini (soluzione non verificata)

DISCESA: dalla sosta calarsi nuovamente nel canale fino alla sosta su cordoni e maglia rapida. Da qui calarsi direttamente nel canale fino ai pendii erbosi della val Salarno (60m - possibile sosta intermedia)
Da qui in 10 minuti verso destra (faccia a valle) si risale al Passo Miller

Foto1: la cresta
Foto2: la calata di L6
Foto3: L7
 
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      </item>
      <item>
         <title>08/08/2026 - Il sale della terra - Monte Freghera [ merenderos ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7289</link>
         <description>Vietta breve ma su ottimo granito in ambiente appartato. La via è protetta, ma qualche friend può risultare utile. Ottime le soste.
Si arriva all'albergo sopra la cascata del Toce, e si parcheggia nel grande parcheggio. Il sentiero parte sul tornate verso destra, appena passata la cascata. Seguire le indicazioni per la bocchetta del gallo.
Salire per ripida traccia su pendio erboso, fino a raggiungere una vecchia strada. Seguire la strada verso sinistra fino a dei ruderi, dove si rirende a salire verso destra. Si supera sulla sinistra un grosso cratere, e da qui il sentiero fa un lungo taglio a mezzacosta verso sinistra, che porta all'alpe freghera di sopra. Si arriva così ad una grande piana erbosa. Qui si deve subito andare a sinistra, e risalire la costola erbosa sulla sinistra (seguendo qualche ometto). Ora si sale seguendo la costola in direzione della parete, ora ben visibile. Per raggiungerla si scende a sinistra, fino al ripido prato sottostante, che porta alla base della parete. La via si trova all'estreme destra (cordino bianco sbiadito alla bese e fix ad una decina di metri 1.30 h)
L1: Salire con passo deciso sulla placca soprastante. Arrivati al primo spit piegare verso destra su placca lavorata fino alla sosta (20m, 5a)
L2: Salire sopra la sosta sfruttando lo spigolo di destra per vincere la placca. Si prosegue sempre su placca delicata fino ad un tettino, dove si traversa per qualche metro verso sinistra. Si sale poi ancora in verticale su terreno via via più facile, fino alla sosta (30m, 6a)
L3:Proseguire sullo spigolo, e poi belle placca verso sinistra (30m, 5c)
L4:Fessura verso destra. Si prosegue su placca e poi arriva a sostare su una cengetta verso sinistra (30m, 5c)
L5:Salire in verticale, superando la parete aggettante su buone prese, fino alla sosta finale poco prima della vetta (50m, 5b)

Discesa: in doppia sulla via

Foto1: L2



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      <item>
         <title>12/09/2026 - Lastron Scarperi, Punta Lavina Bianca e la Cengia della Caccia [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13749</link>
         <description>La Cengia della Caccia mi è entrata dentro da quando ne ho sentito parlare come della probabilmente più bella di tutte le Dolomiti, e avendone percorse già diverse e a mio parere molto belle, la definizione, mi ha incuriosito. Le relazioni incontrate promuovono un bel giro ad anello che include la salita al Lastron dei Scarperi, cui una aggiunge la Punta Lavina Bianca e a cui io aggiungo la discesa/traversata fino alla misteriosa Forcella di Lavina Bianca e la risalita successiva alla Punta Piccola dei Tre Scarperi. Dico misteriosa perché non è descritta in alcun testo che sfoglio nella spasmodica ricerca, se non nelle quattro scarne e succinte righe del Berti. Ho telefonato già l’anno scorso ad un paio di guide alpine della zona, ma che non erano mai state da quelle parti. Mi rivolgo allora all’AI ma le informazioni che raccolgo, pur dettagliate, non mi convincono e alla fine scopro essere sbagliate. Consultandomi con Luca che si dichiara entusiasta del progetto, riesco ad avere una relazione della salita a Forcella Bianca dal Cadin della Caccia, contenuta in una edizione aggiornata dei 3000 Dolomiti. Bene, che se ci arriviamo la utilizzeremo per la discesa. Qualche giorno prima del fatidico 19 agosto che ara il giorno che Luca mi aveva dato come disponibile, mi chiama per dirmi che si è fatto male al ginocchio e che non riuscirà ad esser della partita. Ci rimango un poco male perché gli avevo dato due date precedenti e sapevo che puntare tutto su una sarebbe stato rischioso. Era il mio progetto principale per questa estate! Comunque sono solo e allora provo a coinvolgere Diego e anche Marco che in quei giorni è in giro con un certo Alex. Nonostante la disponibilità che do’ a livello organizzativo, nessuno se la sente e anche mio figlio Giona rinuncia. Va bè…andremo a vedere…leggeri senza corda! Lunedì sono stato sul Bosconero, martedì 19 08, mi riposo e poi preparato tutto anche per dormire con la tendina, parto per San Candido, il paese di Sinner. Parto da Caprile alle 19.30 e salendo sulla stradina verso Selva di Cadore un bellissimo arcobaleno che disegna il suo arco sopra il Piz Corvo, mi augura buon viaggio. Raggiunta la statale che porta al Passo Staulanza, mi fermo ad ammirare il tramonto sul Pelmo: un plunkake arancione che rivela le striature enormi delle tante frane che in questi giorni lo stanno devastando. Uno spettacolo comunque. Poi l’Averau, la Marmolada e la vista verso l’Agner e le Pale di san Martino: Dolomiti in gran parata questa sera, sembran quasi dirmi ma dove vai che le più belle siam sempre noi? Al Passo Giau l’overtourism segnalato da Alex Honnold mi sorprende: mai viste tante auto, parcheggiate ovunque! Solo alzando gli occhi al cielo ritrovi la purezza della Ra Gusela, dei Lastion de Formin, delle Tofane. Scendo verso Cortina e quando l’attraverso sono attirato dalle tante belle ragazze che popolano l’esterno dei bar del centro. Ma lo sanno dove sono? Sappranno mai così truccate ed avvenenti che sono in uno dei posti più belli del mondo? Solo che il bello è fuori città, oltre il marciapiede sul quale aspirano voluttuosamente le loro sigarette. Attraverso questa orgia di colori e luci e poco dopo sono nel buio e nel mio nulla, finalmente solo al cospetto di muraglie nere che rubano spazio al cielo solo un poco meno scuro. Che emozione che mi prende…che gioia per il contatto ritrovato con la bellezza e il silenzio della Natura selvaggia. Divago nei miei pensieri seguendo il fascio di luce dei miei fari seguire il nastro asfaltato. Mi fermo solo davanti al cartello Innichen (S. Candido) per mandare una foto a David grande fan di Yannick e poi svolto verso la Val Campo di Dentro. Incredibilmente l’accesso al parcheggio Alto (Antoniussestein) q. 1500 m., è libero la notte e a pagamento di giorno perché la stradina di salita è percorsa dalle navette di servizio. Salgo in auto fra boschi folti e grandi tronchi di abete e arrivo al park qualche attimo prima delle 22. Cerco un bel posticino per piazzare la tenda (sarebbe vietato…) e lo trovo nascosto a pochi passi dall’auto…tanto alle 3 me ne vado…chi mi vede? L’erba è bagnata e una pioggerellina fine inizia a cadere. Decido di dormire più scomodo in auto ma così sarò all’asciutto e risparmio tempo col montaggio. Dormo abbastanza bene ascoltando saltuariamente qualche scroscio di pioggia e alle 3 sono sveglio e mi preparo per la partenza. Alle 3.15 inizio a muovermi e imbocco la nera striscia d’asfalto che conduce al Rif. Tre Scarperi (Dreischusterhutte) (q.1635) dove arrivo 30 min dopo. Ci giro un poco intorno e poi approdo al prato antistante dove imbocco una traccia indicata dal cartello Rif. Locatelli 105. Dal bosco entro in una sorta di piana alluvionale e la seguo iniziando ad un certo punto a chiedermi come mai non ci siano segni. Dopo mezz’ora mi risveglio dal torpore e capisco di aver sbagliato. Arrabbiato inverto il senso di marcia e mi sposto verso sinistra…e miracolosamente trovo immediatamente un sentiero che col cuore in gola seguo fino a quando trovo i cartelli lignei tipici di queste zone dell’Alto Adige, che mi rassicurano: è quello giusto!. Temevo di dover tornare al Rifugio e perdere mezz’ora! Un ponte in legno mi permette di guadare un torrentello e dall’altra parte il sentiero finalmente inizia a salire servito da innumerevoli gradini fatti con bei tronchi: che lavori che fanno da queste parti! Quanto legname, ma che bel lavoro che han fatto. Alle 5.20 vedo le prime forme nere stagliarsi nel cielo, da una parte l’ammasso che dal Lastron prosegue e si fonde nel resto dei tre Scarperi, dall’altra la forma inconfondibile della Torre dei Scarperi, così simile a certe architetture rocciose dei deserti americani. Dietro una scia di luce illuminata, appena alle spalle della sagoma scura della Rocca dei Baranci. Entro in una sorta di canale forra che poi oltrepasso grazie ad un ponticello in legno ed improvvisamente alle 5.40 il cielo rischiara e nitide mentre mi trovo su una sorta di altipiano carsico si stagliano nel cielo azzurro la Torre dei Scarperi e dietro la Croda dei Rondoi e le Cime Bulla. La luce mi mostra il luogo fantastico dove mi trovo e dalla linea di cresta che mi sovrasta, emerge la slanciata punta del Paterno e poco dopo quella della dirimpetta Croda Passaporto. Dietro ora vedo oltre alla Rocca anche la Croda dei Baranci; forme di pietra fantastiche circondano il mio campo visivo e arrivo al bivio per il Rif. Locatelli. Il sentiero ora sale oltre l’altipiano vs la cresta sostenuto da tronchi sdraiati sul terreno e poi affronto un canale franoso un poco ripido oltre il quale emerge un  nuovo dardo roccioso: l’austera Torre Toblin che ad ogni mio passo si alza sempre più in cielo nel suo irresistibile slancio verso l’alto. Raggiungo un nuovo pianoro e oltre la torre ne emerge un’altra: fa capolino il testone della Croda dei Toni. Alla sua sinistra invece le frastagliate creste della Croda Rossa di Sesto e delle Cime Undici. Che spettacolo grandioso: sembra di essere un museo con tutte le teche allestite nei vari angoli, solo che qui ci sono le montagne. L’ammasso di rocce verso gli Scarperi ora lascia intuire la forma del Lastron e quella del Crodon di S. Candido, che si stacca a sinistra. Punto ora la Torre di Toblin mentre il Paterno mostra tutte le sue guglie : sembra la schiena di uno Stegosauro. Apoteosi di punte. Trovo una caverna di guerra e poco dopo il momento è catartico perché all’appello mancavano solo loro e con un colpo inaspettato rubano immediatamente la scena apparendo improvvisamente: signori e signore, le tre Cime di Lavaredo. Sono in estasi alpina. Non ci sto dentro a tanta bellezza. A malincuore dopo tante foto mi muovo sul sentiero che pianeggia verso la Torre di Toblin e raggiungo la Forcella di San Candido (q.ta 2380, h 6), incredulo dalla meraviglia. Lo dedurrò poi di essere qua perché a dispetto delle relazioni, non ci sono indicazioni verso il Lastron ma solo verso il Rif. Locatelli e verso da dove arrivo, e non c’è un cartello che la nomina. Dal palo con i cartelli, dipartono tre sentieri senza alcuna indicazione: una vira a destra sotto la Torre di Toblin, uno scende a sinistra e uno sale verso la torre. Nel dubbio, scelgo quest’ultimo che mi sembra poi la lasci a destra. Albeggia dietro le tre Cime e il Cristallo occupa il resto dell’orizzonte, ma fa proprio da sfondo perché le prime occupano il centro dell’attenzione così sublimi sul loro piedistallo da vip. Salgo praticamente fino alla base della torre e poi inizio a traversare nella giusta direzione e a capire che il sentiero giusto dei tre era quello che scendeva per poi traversare in direzione Scarperi. E vabbè, ci arriverò dall’alto. Improvvisamente è come se qualcuno avesse pigiato su un interruttore e il mondo si accende: alle mie spalle la Torre di Toblin si accende e arrossisce come una donna dolce quando le fai un complimento. Oltre un laghetto palustre le creste del Paterno e il testone della Croda dei Toni, attendono in silenzio il loro turno, attendono la Redenzione di un nuovo sole che sorge. E improvvisamente eccolo alle 6.20 esplodere alla base del Crodon di S. candido e riversare tonnellate di luce sui monti che lo attendevano. I suoi raggi benefici non toccano le fredde rocce delle Crode Fiscaline, della Cima Una, della Croda Rossa di Sesto e di Cima Undici che come me assistono attonite al risveglio del mondo. La Torre di Toblin si incendia e tu pensi che dono grande è essere qua ad osservare la pietra rianimarsi nell’ora dell’incanto. La magia vola nell’aria e come una bacchetta di Harry Potter disegna prodigi nel cielo illuminato. Oltre la torre dei Scarperi e il fianco del Monte Rudo si è acceso il Piz Counturines e la Rocca dei Baranci arde con le sue infinite puntine trasformate in fiaccole. Perdo leggermente quota e arrivo ad una depressione proprio in fronte ad un picco che sta davanti al Lastron con il sentiero ben evidente che lo aggira per dirigersi in leggera salita verso la Selletta Bassa. Ma io non riesco a distogliere gli occhi dalla scena alle mie spalle con il sole che cola dalle cime e illumina a fasce il territorio. Magia allo stato puro. Ora la luce ha acceso anche le punte delle Tre Cime e piano scende fino a far brillare anche il Rif. Locatelli che col  suo laghetto sembra una casetta delle fiabe. Io mi godo lo spettacolo immerso nella quiete dell’ombra e piano piano raggiungo la Selletta segnalata anch’essa da un semplice ometto (q.2465, h 6.40). Ormai oltre i rifugi la segnaletica tende a sparire aumentando il senso di wild dell’alta montagna. Da qui si vede nuovamente la Val Campo di Dentro da dove arrivo e lancio uno sguardo alle grandi praterie verdi baciate dal sole nuovo che mi lascio alle spalle e con un po' di dispiacere mi butto nella ripida e sgarruppata discesa dell’altro versante ombroso. Quanto devo ancora traversare per arrivare alla base del Lastrom. Supero dei resti bellici pestando sdrucciolevoli ghiaioni mentre il sole prende a carezzare le cime della Torre dei Scarperi, del Monte Rudo, della Croda dei Rondoi e delle Cime Bulla. E’ l’unica striscia già illuminata e brilla sopra le creste e il silenzio delle valli che ancora sono immerse nel sonno. E’ uno spettacolo continuo di nuove punte e visioni che cambiano di visione in visione ad ogni mio spostamento. Credo proprio sia una delle zone più belle delle Dolomiti perché il paesaggio è sempre molto aperto e i panorami si aprono all’infinito. Di foto in foto una ventina di minuti dopo, arrivo sotto le pareti del Lastron e salgo ora diretto vs la montagna entrando nel Cadin di S. Candido. Il vallone che ho risalito è ancora in ombra e oltre la linea scura ormai in pieno giorno si prendono il sole tutte allineate le Tre Cime, la Torre di Toblin, il Cristallo e la Torre dei Scarperi. Comincio a cercare la Cengia della Caccia che più o meno qua dovrebbe iniziare o finire a seconda del verso in cui la si vuol percorrere. Trovo ometti e una paretina rocciosa descritta nella relazione ma che intuisco devo lasciare alla mia sinistra per dirigermi in traversata verso il centro del Cadin anche se significa perdere leggermente quota, ma lontano vedo meglio definita la traccia del sentiero. Mi allontano dalla parete e sono sopraffatto da ciò che vedo: riesco a zoomare sulla Torre di Toblin con dietro la Nordovest del Civetta di lato e l’altopiano della Fradusta. Incredibili e insolite sovrapposizioni. E poi a lato il grande altipiano carsico traversato nel buio della notte e che dà sul Cristallo, le Tofane e la Torre dei Scarperi. Salgo sempre nell’ombra verso il centro del Cadin e poi il sentiero piega a sinistra riprendendo a salire deciso in direzione delle Punte di Sassovecchio un poco schiacciate nei loro slanci da questa visuale. Dietro troneggiano le Drei Zinnen e il sole raggiunge sopra di me le creste del Lastron. Raggiungo un paletto di legno al centro del Cadin sostenuto da un ometto nel quale è inserito, proprio di fronte alla Forcella di Sassovecchio (h 8). Ora il sentiero piega a sx e si vede bene la Cengia della Caccia dividere in due la montagna, oltre la paretina che ho abbandonato. Zoomo sugli ometti che segnano il passaggio da uno spigolo della Cengia e poco oltre ne vedo il precipitare verso le basi dei roccioni che la sostengono. A dopo. Salgo ripido con un panorama immenso alle spalle e la mia traccia che va a chiudersi invece verso le prieghe della montagna. Perfino il placido (così pensavo…) Crodon di S. Candido, ha ora assunto un aspetto arcigno e belligerante per non esser da meno in questa gara infinita di torri lanciate verso gli spazi del cielo. Traverso una zona in sabbiosa salita e poi mi infilo in uno sgretolante canalino che impegna per questioni di equilibrio anche i miei arti superiori. Dal suo culmine l'Antelao saluta oltre le Tre Cime e la Croda dei Toni oltre il Crodon. Continue visioni, continui incanti. Ora mi attende un canalino stretto e friabile che termina in una forcelletta di cielo che più azzurro non si può: che contrasti di colore fra le pallide e assolate rocce e il cielo così intenso. Alla forcelletta (15 m. dopo), faccio il mio primo bagno di sole: sono sotto il castello del lastron, o perlomeno così mi sembra, ma soprattutto appaiono magnifiche dipinte nel cielo la Punta Lavina Bianca, La Punta Piccola dei Tre Scarperi e la Cima Principale. Incredibile, quanta pietrificata belllezza. Sono estasiato, le Punte di Sassovecchio eppure affascinano, meno eleganti e decisamente più burbere. Ora il sentiero gira dolcemente a sinistra per aggirare la parete superiore e si apre verso la mansueta zona sommitale. Pare proprio strana questa cima rotonda e piatta inserita in questa gara di missili terra aria. Il mondo si apre alle mie spalle e salgo leggero ma non insensibile a tutto ciò che si apre all’orizzonte e che continuo a fotografare. Non riesco a smettere. Parate di rocce e incroci di cime ovunque. Raggiungo la calotta sommitale e mi pare di stare sulla luna e poi su Marte perché il terreno diventa tutto rossiccio. Mai visto nulla di simile. Rimbalzo morbido su questo strano suolo e mi avvicino al punto sommitale che ora vedo a sinistra marcato da ometti e dalla croce posta su quello più alto. Pochi passi morbidi in sfilata fra gli ometti e sono in cima al Lastron dei Tre Scarperi (q.2957, h 8.30). Davanti a me oltre il vuoto che ci separa la triade di punte della Lavina Bianca e delle Due Cime degli Scarperi. Poco dietro la Rocca dei Baranci. Non riesco a togliere lo sguardo dalla Punta Piccola e dai Tre Scarperi. Sono in cielo. Mi sembra incredibile essere stato lassù anni fa con Nico. Ma anche dall’altra parte  che panorama incredibile si apre oltre le Tre Cime e il Paterno: il Duranno, le Marmarole, l’Antelao e poi Sorapiss Civetta, Pale di San Martino, Cristallo e Marmolada. Oltre la cresta formata dalle Punte di Sassovecchio e dal Crodon di S. Candido, si elevano invece la Croda Rossa di Sesto, la Cima Undici, il Popera eil Giralba e infine la gigantesca Croda dei Toni. E anche la Croda Rossa non è voluta mancare sbucando sopra la Croda dei Rondoi, con le sue rocce ferrose e arancioni. Che panorama infinito: zoomo sul Civetta sugli Scarperi e sul prossimo obiettivo della Punta Lavina Bianca. Sembra di stare su un campo da tennis in terra battuta e c’è perfino un ricovero basso in pietra dove gli amanti dell’alba e del tramonto possono ripararsi dalle intemperie notturne in attesa di regalarsi scatti memorabili. Mi viene in mente Diego. Forse fra qualche anno se avrò più tempo anche io magari inizierò a fare traversate dormendo in quota…chissà! I dieci minuti dio ricreazione sono finiti e inizio a scendere sulla agevole ma non larga cresta che scende verso la sottostante doppia insellatura della Forcella del Lastron. E’ impressionante il dedalo di creste e torrette che mi circondano ma un quarto d’ora dopo mi affaccio dalla forcella sul versante Campo di Dentro. Devo scendere alleghiaie che costeggiano la parete friabile a destra e poi risalire verso la cima che bifida torreggia lassù in alto dove il cielo è più blu. Un canale sabbioso e friabile è la via verso l’alto che termina in una forcelletta, poi si riprende a salire per rocce rotte e mi trovo ben presto ai piedi della paretina finale di pochi metri ma che cerca di opporre strenua resistenza alla sua conquista( brevi passi di II°). Improvvisamente il vuoto e un cordino attorno ad un masso  mi segnalano la precarietà della mia posizione: oltre solo cielo!. Mi isso per cercare di sedermi sulla punta della Punta Lavina Bianca ( q.2987m., h 9.15). Mancano 3 m alla soglia dei 3000 m, mi alzo in piedi a fatica..ma non li raggiungo. E qui saltare non si può perché si atterrerebbe molto più in basso. Sono proprio a cavallo del vuoto e mi fa sorridere il panettone del Lastro così grosso in mezzo a tante punte. Cosa faccio ora? In equilibrio provo a muovere qualche incerto passo su questa crestina così precaria che non mi sorprenderebbe se dovesse precipitare con me. Il vuoto è assoluto da entrambe le parti e ad un certo punto mi fermo perché non mi sembra molto disarrampicabile la cresta dal punto della sua fine. Concludo che è assurdo rischiare senza corda e ritorno al punto di partenza. Ci riprovo poco dopo ma il ragionamento e le conclusioni sono le medesime. Qui vien giù tutto e rischio poi di cacciarmi in un punto senza ritorno. Prima di rassegnarmi alla discesa, fotografo la zona sommitale…solo alzarsi per fare una foto è II° grado! Il dedalo di punte delle due sorelle Scarperi che s’incrociano è impressionante..e quanto vuoto! Mi volto, pensieri che ronzano perché sognavo proprio di andare avanti! Ho la testa altrove e mi imbrano a disarrampicare la paretina…mi fermo a mettere il casco e poi mi trovo alla base della paretina a cercare una soluzione alternativa per proseguire. Aggiro verso il versante Fiscalino la torretta finale e trovo due ometti…qua sembra più fattibile e dovrei affrontare una placchetta sporchissima di detrito ma che sembra vagamente appigliata. Anche se qua scivolare non sarebbe la fine certa rischio comunque di farmi male seriamente. Accenno il movimento di partenza…ma ancora mi viene il pensiero di infilarmi in casini successivi. Riguardo i due ometti e a malincuore mi arrendo…non ho certezze su cosa troveri dopo. Faccio qualche foto della paretina da disarrampicare ma mi sembra veramente troppo rischioso da fare in libera: verticale e friabile. Decido che ci tornerò con la corda perché la traversata verso Forcella Lavina Bianca, la descrive solo il Berti e potrebbe avere diverse incognite anche per via del terreno inverosimilmente franoso. Convinto di aver fatto la scelta giusta mezz’ora dopo aver raggiunto la vetta, scendo il canale friabile e guadagno la parte alta del Cadin sottostante dove si vede benissimo l’incisione della traccia che ho percorso e che scende dalla Forcella del Lastron che mi sta proprio di fronte. Solo che io dovrei trovare la linea di discesa verso il Cadin della Caccia. Una vaga traccia scende il ghiaione e si mescola con linee di scolo. Guardo la relazione e ne deduco lo scorrere quasi orizzontale sotto le rocce. Viaggio attento alla direzione nel timore di sbagliare, ma raggiungo subito una prima insellatura da cui poi se ne vede una seconda: sono giusto. Ora s’inizia a scendere più decisamente proprio di fronte alla Rocca dei Baranci che troneggia irsuta come un istrice. Raggiungo la terza selletta e mi sento a casa, il grande bacino alluvionale del Cadin della Caccia sta in basso ad attendermi oltre il canalone ghiaioso che dovrò facilmente scendere. Si vede benissimo la piccola e solitaria Torre della Caccia e la più grande Torre dei Viennesi che come Colonne d’Ercole sono piantate ai margini del Passaggio della Caccia oltre il quale la Lavina dei Scarperi scende sinusa e ghiaiosa fino all’omonimo rifugio. Mi rilasso guardando il panorama sempre aperto verso le Lavaredo, il Popera e il Cristallo che giganteggia dietro all’onnipresente e sempre magnifica Torre dei Scarperi. Ma anche la Croda Rossa che tinteggia dietro quella dei Rondoi, per chiudere poi il cerchio con le Cime Bulla e la Rocca dei Baranci. Mi butto a capofitto saltando felice interrompendo la corsa solo quando un branco di camosci sale in fila le ghiaie della Torre della Caccia…così rapidi che sfuggono al mio tentativo di fotografarli. In un quarto d’ora raggiungo il piano del Cadin della Caccia (q. 2570, h 10.45), quasi emozionato.                                 E’ veramente un luogo leggendario dove riesci ad immaginarti i cacciatori correre ed inseguire le loro prede. E stupisce questo piano sassoso che si è fatto spazio tra tanta verticalità. Un posto da tenda, peccato solo che l’acqua sia già stata tutta assorbita dal terreno e ne rimanga solo qualche zona umida a ricordo. Che incredibile belvedere verso le montagne già descritte, con la Torre Gioppi che si prova a coprire con le sue forme, quelle delle Lavaredo. Mi fermo beato sotto il sole caldo a mangiare ed intanto comodamebte seduto su una larga pietra, osservo la vaga traccia che sale un dolce pendio e che porta probabilmente alla partenza della Cengia della Caccia. Poi guardando l’indistinta cresta che corre da punta Lavina bianca alla Punta Piccola dei Tre Scarperi per cercare dove potrebbe nascondersi la Forcella di Lavina Bianca, mi sale improvviso un pensiero. Ma porca miseria, la parete che ho di fronte è quella che è descritta sulla nuova edizione dei 3000 delle Dolomiti (che non ho..) e dove corre la linea di salita che dal Cadin dove mi trovo raggiunge la misteriosa Forcella. Se ci pensavo prima avrei potuto stare più alto e provare ad arrivarci da lì. Mi viene il pensiero di provarci ugualmente ma sono troppo stanco per risalire ancora e il sole che picchia mi fa passare la voglia. Probabilmente farei anche molto tardi…anche se in effetti son solo le 11. Poi penso che comunque sarebbe bello tornarci con qualcuno e e percorrere la cresta. Individuo comunque il canale d’accesso fotografato anche sul libro (non ci sono più i residui nevosi…) e la successiva cengia ascendente verso sinistra che mi conferma che c’è una bella distanza tra la Punta e la Forcella di lavina Bianca. Tratto misterioso e che dal basso, non è possibile decifrare. Faccio diverse foto e poi zoomo sulla Torre di Scarperi dietro la quale si eleva il dente del Popera. Alle 11.15 mi alzo e dopo aver bevuto vado all’attacco della Cengia. Comincio a scorrere facilmente lungo il fianco della montagna nonostante la cengia sia piena di detrito e spesso più simile ad una banca ghiaiosa, poi si entra nel cuore della parete e il passaggio diventa più suggestivo con lo sfondo sempre riempito dalle Tre Cime. Non ci sono punti particolari e più che la cengia è senz’altro unico il panorama con la Torre dei Scarperi costantemente in vista a mostrare le sue straordinarie fattezze e il Monte Mattina che finalmente rivela la sua presenza. Raccolgo per Dani delle pietre rosse da una sorta di ferita nel cuore delle rocce attorno, invece biancastre e continuo a scorrere fino ad avere davanti delle punte rocciose che s’intrecciano con le retrostanti Tre Cime andando a creare un quadro particolarmente pittoresco. Ora la cengia sale sopra una parete precipite e mentre guardo in alto la sua linea quasi non mi accorgo che arrivo al passaggio chiave. E’ passata mezz’ora dall’inizio della cengia. Mi permetto di dissentire da altre relazioni che suggeriscono due diverse soluzioni perché alzarsi è più scomodo e anche più difficile mentre passare direttamente è decisamente banale. Per intenderci, se si ha difficoltà a fare un passaggio del genere è meglio non andar per cenge. Memore di aver promesso a Diego di mandargli qualche foto gliene mando un paio mentre fotografo il vuoto sotto i miei scarponi e me ne sto a cavallo del punto più esposto. Semplicemente con un piede da una parte e l’altro dall’altra della piccola interruzione nella continuità della cengia. Con anche lo zainetto sulle spalle che non mi sbilancia verso il burrone. Salto dall’altra parte e inizio a salire credo sotto le pareti verticali della Punta Lavina Bianca incontrando dei bassi e caratteristici antri. La cengia ora si allarga mentre scorro sotto strapiombanti giallonere pareti che s’alzano nel blu. Un promontorio segnalato da un ometto è la prossima direzione ed è l’unico punto in cui prestare attenzione perché le tracce portano a proseguire in traversata e non è evidentissimo lo scartamento a sinistra per affrontare facili roccette che alzano a raggiungere il promontorio prima osservato. E’ quasi passata un’ora dalla partenza della cengia ma non se ne vede ancora il termine anzi si alza ancora e continua a girare tanto che ora credo di stare sotto la cima del Lastron. La cengia si allarga a banca e ricompare il Crodon di S.Candido e il Rif. Locatelli con i suoi due occhietti verdi. Proseguo sulla banca che ora scorre adiacente una verticale parete giallastra e una volta superata, vedo e poi raggiungo in salita il punto più alto della cengia, splendido balcone sul sottostante e ampissimo Cadin di S. Candido (q. 2780, rilevata con l’altimetro, h 12.30). Ritorno a casa. Ora la cengia sempre abbastanza larga scende, traversa oltre un canalone che precipita e ridiscende successivamente. Poi traversa ancora in orizzontale fino ad essere proprio sotto l’aguzzo e dominante Crodon e poco dopo, ormai sopra il Cadin e in vista delle punte e della Forcella di Sassovecchio, si arriva sotto il conclusivo e ripido discesone finale. Che tenerezza in questo mondo di pietre e sassi vedere due papaveri alpini rompere con il loro giallo idilio la severità e la sterilità circostante. Proprio vero che l’amore è la forza più tenera ma potente che ci sia. Mi sporgo per valutare la pendenza..qui bisogna sciare e un attimo dopo alle 12.45 atterro in corrispondenza di un grande masso bianco di riferimento che segna proprio il punto di attacco o di arrivo della Cengia della Caccia a quota 2.730. Ci ho impiegato un’ra e mezza da quando mi sono alzato dalla pietra sulla quale mi ero riposato. Pensavo meno, ma foto permettendo non mi è sembrato di prendermela comoda. Il Crodon torreggia sopra di me e scendendo un poco si vedono le grandi placconate nerogiallastre che sostengono la cengia e ne diventano il riferimento per raggiungerla. Dal basso, vista impressionante che per fortuna, non si ha dall’alto. Ora come fatto questa mattina traverso sotto la paretina placcosa e ni dirigo verso il centro del Cadin dove m’attende a braccia aperte e un poco preoccupata la traccia che mi riporterà a valle e che avevo già percorso qualche ora fa. Mi allontano dal Lastron e mi giro ogni tanto a salutarlo e ringraziarlo come si fa con un amico a cui vogliamo bene. Ora devo solo concentrarmi per trovare la traccia  che abbandona il sentiero verso la nota Selletta Bassa per andare ad infilarsi nell’Innichengraben, percorso avventuroso e alternativo per la discesa. Mezz’ora dopo ho davanti agli occhi la Torre di Toblin e quella degli Scarperi. Nello spazio contenuto sotto di loro scende evidente l’avvvallamento che conduce alla forra. Scendo per vaghe tracce e qualche ometto che si estinguono immediatamente ma punto un pendio erboso segnalato nella relazione e l’evidente svolta a destra che fa presagire il canyon. Scendo veloce in direzione obbligata e a fianco del bel prato affronto il ghiaione che scende alla sua sinistra e che quando raggiungo mostra la bellezza della gola di pietra nel quale s’infila. Suggestivo. Le torri della Torre Scarperi e del Monte Rudo s’affacciano oltre la linea di cresta dalla quale sono appena sceso e fra sabbie, detriti e massi entro fra le pareti della forra. Ne esco velocemente passeggiando dolcemente su una grande fiumana che mi ricorda un ambiente visto più volte nelle piane alluvionali del Sud e poi scarto (in ritardo) verso sinistra prendendo un sentierino che orizzontale, evita il precipizio della forra che appare ora bassa e lontana verticalmente sotto le mi escarpe che s’affacciano per scorgere la profondità dell’orrido. Si vede dell’acqua che ancora non è stata inghiottita e la vista si apre verso la valle di campo di dentro dove tutto ebbe inizio. Ora devo affrontare un canale roccioso in discesa dove non trovo un caratteristico passaggio di II° grado descritto nella relazione ma disarrampicando più facili rocce raggiungo di nuovo il piano. La vista retro evidenzia la zona scoscesa da dove sono sceso e alla sua sinistra la parte di forra saltata. Ancora massi verso i boschi del fondovalle e una bella vista sulle piccole ma apuntite e slanciate Torri dei Baranci che quasi non noti nella grandiosità del paesaggio circostante e poi improvvisamente, fra queste pietre bianche riarse dal sole, ti riaccoglie il verde del bosco ed è bello sentirne l’impatto morbido sotto le suole rigide degli scarponi. Sbuco immediatamente nei pressi di una bella panchina in legno segnalata nella relazione e che stanotte non avevo visto (q. 2050, h 14.30) ritrovandomi così sul sentiero 105. Fa capolino fra le erbe un bel mazzo di genziane e la vista si apre sulla fiumana che porta al rifugio ormai a portata di mano. Atterro con il gruppo dei tre Scarperi davanti, il Monte Mattina a lato e la croda dei Rondoi dietro. Percorro il sentiero in falsopiano che scende ai prati e poi al DreiSchusterhutte (h 15.20). incantato dalla mutevole vista sui tre Scarperi e le Torri che lo circondano e acui si aggiungono i Campanili dei Sassi e le Cime di sesto, scendo per asfalto vs il park dove mi attende l’auto. Continuo il reportage fotografico fino a riuscire ad infilare una foto molto istruttiva in cui si vedono da ribaltata prospettiva, la Cima Tre Scarperi, la Punta Piccola, la Torre dei Viennesi che dà sul Passaggio della Caccia, la Torre della caccia e la Lavina dei Scarperi che serpeggiando unisce il Rifugio Tre Scarperi al Cadin della Caccia. Fotografo estasiato le torrette sommitali della Cima Principale accorgendomi di un distacco che ha lasciato una grande macchia chiara sulla parete e alle 16 sono al parcheggio scoprendo felice che non devo attendere le 18 per scendere ma semplicemente attendere il via libero del semaforo che diventa verde dopo il passaggio in discesa del Bus navetta. Ora, come spesso succede, inizia la parte più pericolosa e avventurosa della gita: il viaggio in auto. Parto e un assurdo rumore di freni sibila nel relativo silenzio della Val Campo di Dentro. I freni urlano come quelli vecchi delle biciclette in discesa. Un fracasso assurdo e penso alla pioggia e all’umidità della notte. Finalmente entro, purtroppo in coda sulla statale a San Candido e mi accorgo che non sono i freni ma la frizione che stride ogni volta che la premo. Così non posso andare avanti e sento Marco Pagani che mi dice che è il cuscinetto della frizione e che posso rischiare di andare avanti usandola il meno possibile. Poco dopo il cambio non entra più e creo un ingorgo pazzesco con gente che suona da tutte le parti. Sono fermo con la coda dietro e il caos per superarmi perché c’è coda anche nel senso opposto. Scende un ragazzo tedesco per offrirmi aiuto ma compreso il problema, mi dice che non può farci nulla. Accosto quanto riesco l’auto...che poi miracolosamente riparte! Durante la coda è assurdo ma poi quando si scioglie, verso Cortina, metto in quarta e cerco di non cambiare mai, e la cosa pare funzionare. Purtroppo nella capitale olimpica imballata dal traffico mi ritrovo in coda a far girar la testa a tutti quanti. Nei tratti in discesa spengo l’auto e scendo in folle alzando il piede dal freno. Il giochino funziona fino a quando salta la batteria e mi blocco in pieno centro. Altro caos, clacson impazziti da tutte le parti, e tre ragazzi che scendono da un pulmino. Penso che corrano verso di me per menarmi poi mi rassereno quando sento i loro accenti spagnoli e in men che non si dica, abbiamo parcheggiato l’auto sul marciapiede. Non ho neanche il tempo di ringraziarli, che sono già spariti nel fiume d’auto. Ora per fortuna do fastidio solo ai pedoni che lo testimoniano più volte e allora decido di mettere il triangolo…per far capire che non era mia intenzione parcheggiare proprio lì. Rido per non piangere e chiamo il carratrezzi col numero che non funziona. Dopo più tentativi infruttuosi finalmente l’AI mi sentenzia che il carro attrezzi arriverà. L’auto viene portata a Tai di Cadore e mio fratello viene a riprendermi per le 20. Torno a casa quasi felice.               Dani è arrabiatissima perché l’indomani pomeriggio sarei dovuto essere a casa per aiutarla a preparare il tutto per le nostre ferie al Conero. In più ho io il bancomat che mi son scordato di renderle dopo la spesa. Mi sentenzia di stare su finchè non riparano la macchina e poi di raggiungerla nelle Marche. Traffici telefonici intensissimi tra soccorritore e officine chiuse per ferie oberate di lavoro portano al venerdì verso le 10 alla conclusione che l’officina trovata, farà il lavoro per fine settimana prossima. Sono abbacchiato, oltre che bloccato. Richiamo il titolare del soccorritore molto preso ma gentile, solo per avere alcune info sul preventivo e quando gli dico dei tempi…si arrabbia come una bestia perché a lui era stato detto diversamente. Mi dice che fra un’ora mi fa sapere qualcosa. Spero ma non so in cosa. Mi richiama dicendomi che ha chiesto disponibilità ad un suo operaio di saltare un’ora di pausa pranzo per farmi l’auto in serata. Non so come ringraziarlo, sono commosso, è veramente una persona come non se ne trovano più. Ci accordiamo per la consegna verso fine mattinata del sabato successivo quando mio fratello mi porterà da lui tornando dalla fine delle ferie. Coincide tutto quando il bene entra in azione. Gli consegno una bottiglia di vino e un bel pezzo di formaggio che gli dono con tutta la mia stima. Persona straordinaria, giovane che accetterà il pagamento posticipato senza batter ciglio. Io sono uno che si fida, mi dice e a me luccicano gli occhi. Salgo in auto per tornare a casa felice e commosso ringraziando ogni volta che premo il pedale della frizione. Nessun frastuono o urla indiavolate…. solo silenziosa e accorata preghiera. Grazie Tre Scarperi, grazie Antonio.                                                                                                    Foto 1 la Triade             Foto 2 Punta Lavina Bianca                     Foto 3 la Cengia della Caccia


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         <title>11/09/2026 - Periplo del monte misma [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13748</link>
         <description>Bel giro ad anello classico abbastanza lungo e vario. </description>
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         <title>08/09/2026 - EBIKE Rif. M. Alben (+ Cima Croce a piedi) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=518</link>
         <description>Ieri festeggiamo il mio compleanno con un lungo e impegnativo giro in EBIKE di mezza giornata, partendo da casa (Alzano L.). 
Saliamo a Selvino e Aviatico, scendiamo a Cornalba e poi iniziamo la ripida e faticosa salita in bici su quello che credevamo un sentiero per lo più ciclabile ma che invece si è rivelato con una ciclabilità di circa il 75-80%. Avevo visto la relazione sul sito MTB Bergamo, che parlava di 10min totali a spinta e difficoltà S1, max S2.
A nostro parere non è tanto la difficoltà della discesa (bella e divertente) ma la poca pedalabilità in salita, e avevamo una ebike...
Per quasi 1/3 di salita, infatti, l'abbiamo spinta. Soprattutto i primi 10min molto duri e ripidi, fino al cartello di legno &quot;Sentiero panoramico&quot;.
Dopo circa 50' siamo fuori dal bosco, su un prato (a sx vediamo la Casina Bianca). Il sentiero ora migliora e si fa più pianeggiante. Raggiungiamo la malga &quot;Baita Sura&quot; e in breve arriviamo al rifugio M. Alben. Breve sosta e risaliamo a piedi i 300m fino a Cima Croce, dove facciamo il brindisi con anche la torta per me! 
Ritorno al rifugio e iniziamo la discesa: pensavamo molto peggio, invece quasi sempre in sella tranne ovviamente dove roccette lo impediscono. Spesso i tornanti sono stretti, ma con un piede appoggiato si riesce quasi sempre a stare sulla bici. Alla fine è stata molto bella e divertente la discesa, la salita molto meno =D
Arrivati a Cornalba risaliamo ad Aviatico (ancora 400m di salita), gelato e poi ritorno a casa.
65 km e 2500m di dislivello A/R.
Partecipanti: Fedora, Lidia e Fabio C.

FOTO 1: In vetta con i soci
FOTO 2: La discesa dal rifugio verso la malga
FOTO 3: Scendendo dal &quot;Sentiero panoramico&quot; in un tratto con stretti tornanti ravvicinati</description>
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         <title>08/09/2026 - Bosconero per la Via della cengia [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7288</link>
         <description>Nell’estate del 2025 con Giamba fecimo un magnifico giro per i Viaz de l’Ors e del Fonch e tornando da forcella Toanella per il primo ci perdemmo momentaneamente ma a lungo seguendo una cengia così bella che prima ci ingannò e poi mi sedusse con le sue svolte sinuose lungo i fianchi del Bosconero. La seguii più a lungo del dovuto (era ormai evidente fossimo fuori traccia) ma non tanto da arrivarne alla conclusione. E così il pensiero di dove andasse mai a finire una cengia così lunga ed evidente mi rimase dentro come un tarlo tanto che una volta a casa, mi misi a cercare sulle mitiche guide del Berti. E probabilmente la trovai! Si narra infatti di una grande cengia che termina poi nei pressi di una gola che conduce senza difficoltà alla cima. Pare sia stata la seconda salita alpinistica al Bosconero, realizzata nel 1882! Storia!                  Ci tornai allora ad inizio luglio dell’estate successiva con Marco, conosciuto e con cui condivisi, l’avventura della traversata de Le Stornade solo che, trovata la parete di risalita dopo molte cenge errate, lui non se la sentì di affrontarla alla cieca essendo anche pomeriggio un poco inoltrato e rimandai ancora la sfida.                                                                                               Un mese e mezzo dopo (17 08 2026) sono con mio figlio Giona pronto all’assalto decisivo. Marco, cui avevo promesso che ci sarei tornato con lui, non ha voluto esser della partita. Ho uno spezzone di corda e un poco di materiale d’assicurazione, che non si sa mai. Siamo arrivati ieri sera dalla folle calura padana di questa torrida estate e dopo poche ore di sonno ci alziamo nel cuore della notte a Caprile per arrivare, valicato il Passo Staulanza, a Pontesei (q. 800) dove alle 4.15 imbocchiamo la stradina che nel bosco sale in direzione del Rif. Bosconero. Il buio del bosco ci inghiotte ma il sentiero è ampio e salgo veloce senza problemi. Perdo subito Giona e penso che si sia fermato, ci sono molti cartelli e mezz’oretta dopo siamo al Pian de Mugon e subito dopo ad un raccordo con la rotabile che lasciamo subito per rientrare nel folto degli abeti. Attendo Gio finchè vedo riapparire la luce tremula della sua frontale. Sale lento, non si è fermato. Alle 5.45 le sagome scure delle Rocchette occupano il cielo che si è liberato sopra la foresta e poco dopo l’ultimo tratto di bel bosco lascia spazio alla fantastica radura dove fu costruita la ex Baita Bosconero ora trasformata in rifugio                            (h 6, q.ta 1455). Aspetto per un quarto d’ora Gio che mi ha detto di non stare bene, che sente la testa strana e che avendomi già chiesto le chiavi dell’auto, mi urla dal bosco di salire pure. Lui tornerà al parcheggio. Mi spiace, prima gli ho restituito il poco materiale che avevo nello zaino. Ma sono anche sollevato perché non avrò il pensiero e la preoccupazione di gestire la sua scarsa preparazione. Nelle situazioni pericolose, un figlio mette ansia. Riparto di slancio cercando di accelerare che finora mi è sembrato di salire col freno a mano tirato. Ma non ho chissà quale margine e sento immediatamente il cuore accelerare. Ma è anche il bello di poter spingere, anche se come quasi sempre nelle mie uscite, si tratta di resistere più che esprimere potenza. Il chiaro mi aspettava fuori dal bosco e oltre le finestre fiorite del rifugio, Bosconero, Rocchetta Alta e Bassa attendono contemplative il mio avvicinarsi. Giro attorno alle mura e alla cucina per vedere se incontro Raffaella o suo figlio Riccardo che gestiscono questo luogo bucolico ma c’è silenzio e il meritato riposo. Inizio a salire e poi traversare verso il canalone che sale alla Forcella del Matt e attira la mia attenzione quello a destra fra le due Rocchette e che dovrò percorrere un’altra volta per salire alla Bassa. Poi incrocio e vedo da sotto la lunga scia franosa che sale fra Bosconero e Rocchetta Alta e che porta al valico di Forcella Toanella. Alzando gli occhi al cielo per il ringraziamento del mattino, lo vedo nuvoloso e occupato dalle meravigliose punte delle montagne che mi sovrastano: come missili salgono la Rocchetta Alta e il Sasso di Toanella. E’ passata mezz’ora dal passaggio al rifugio, ho terminato la traversata fra i mughi e sopra di me si apre il grande canalone franoso e sassoso che porta al mio valico. Inizio a salire ripidamente circondato dalla bellezza di tante torri che mi guardano dalle loro altezze. Il sentierino sfugge fra i massi o si nasconde nel terreno franoso a sx ma è decentemente indicato e sopravvive alla precarietà di questo terreno assolutamente instabile. Osservo a destra le grandi fessure o canaloni che tagliano la parete del Bosconero e che dalla base delle rocce s’alzano alla sommità, come fossero pieghe di un’enorme vela. So che forse una la incrocerò al momento giusto e mi indicherà la via della cima. Raggiungo e mi siedo nel piccolo praticello di Forcella del Matt (q.2060) alle 7.15, tre ore esatte dopo la partenza. Bene, ora viene il bello. Mi sento a casa, adoro questo luogo ameno chiuso fra le montagne e sospeso in bilico fra due versanti: quello di Bosconero e quello di Campestrin. Si fa fatica ad arrivarci da entrambi i lati ma poi una chiazza di verde sembra dirti: siediti, riprenditi, rilassati, benvenuto a te! E poi poco sotto dall’altra parte (già si vede…) dal sentiero si stacca la traccia del Viaz de l’Ors che corre lieve ed orizzontale per sparire in un poggio verde protetto dalle rocce e dove sogno un giorno di poter dormire: so che succederà. Dalla parte opposta del poggio sta una bellissima torre gialla che non mi sembrava di aver notato fino all’anno scorso quando per la prima volta la fotografai. Del resto lo sguardo tende a perdersi nell’infinito delle creste furlane dove la parte del leone, la ruggisce l’appuntito Duranno e la dirimpetta enorme Cima Preti, alle prese con le luci dorate dell’alba che le carezzano la cresta. Dieci minuti dopo muovo passi nuovi, addirittura una piccola freccia rossa indica il momento di lasciare la via nota ed entrare nell’ambiente più impervio e selvaggio del Viaz. Respiro l’aria pura della solitudine e sono felice di quella carezza lieve della tensione che immediatamente sale perché devi iniziare a concentrarti sul percorso da seguire e sul terreno accidentato. Calco l’erba tenera e morbida del poggiolo e faccio sogni di sonno. La torre gialla è inclusa nella parete del Sassolungo di Cibiana, li ammiro entrambi riconoscente. Rocce e guglie nuove incantano la vista: questo Viaz è veramente spettacolare. Risalgo la prima paretina da arrampicchiare e poi evito la prima bancata verde che corre verso le due cime a cielo degli Sfornioi Sud e di Mezzo. Mi innervosisco un poco perché smarrisco per due volte la traccia e volevo avere un’idea precisa del tempo da Forcella Matt alla pietra magica. Continuo a traversare per lieve traccia dove in realtà pallidi segni rossi ormai quasi invisibili guidano a destra su una paretina proprio all’altezza della bancata verde prima vista da sotto. Svolto a sinistra mentre l’Antelao sbuca oltre la Torre di Campestrin racchiusi nell’abbraccio fra gli Sfornioi a sx e il Sassolungo di Cibiana a dx. Poi un falso ometto mi porta in orizzontale e perdo la rampa che poi risalirò. Imbocco poi la svolta a sx che mi porta dritto verso la pietra magica che segna il mio orientamento e dove devo abbandonare il Viaz che scarta vs l’alto e verso sx. Ci arrivo con un quarto d’ora di ritardo rispetto all’oretta che ci vorrebbe senza commettere errori di percorso. La vedo da lontano, mi accorgo che rispetto ad un mese fa con Marco, non ho visto la seconda cengia errata, ma poco m’importa. Il terreno non concede sconti alla difficoltà di orientamento! Cammino andando incontro agli Sfornioi e alle 8.50 sono alla q.2140 della pietra magica cui batto una mano sulla spalla come fossimo vecchi amici. La supero rifaccio gli ometti, che questo è un tratto chiave. Saluto un poco commosso il Viaz de l’Ors che sale nel suo mondo spettacolare e selvaggio fatto di paretine e serpentine e cammino sereno verso la mia cengia che ora bancata, si trasformerà dietro le prime quinte rocciose.                       Non faccio ometti e continuo a percorrerla sempre sufficientemente larga, sempre decisamente esposta, ma mai difficile. Arrivo alla caratteristica torretta che sta sopra un ammasso di massi ( sassi in tutte le salse…Marco dixit..) che si para proprio davanti al gigantesco Sfornioi Sud, venti minuti dopo e qui la cengia diventa veramente spettacolare perché traversa la parete inclinata ma affacciata sul vuoto della sottostante Forcella Matt. Comincio a veder paretine che mi sembran tutte buone da risalire e non ho memoria precisa di quella che iniziai a scalare un mese fa con Marco. Dopo mezz’ora sono alla base di quella che mi sembra giusta e per averne ulteriore conferma proseguo come l’altra volta fino alla fine della cengia superando la partenza in diedro di una via alpinistica dove recuperai un moschettino lasciato nei due chiodi Cassin martellati nella roccia ad imperitura memoria di tempi antichi. La cengia muore pochi passi dopo e ti devi sporgere quasi pericolosamente per riuscire a fotografare sopra lo strapiombo le pareti vertiginose del Sasso di Toanella e della Rocchetta Alta che provano a nascondersi dietro la quinta della montagna. Ritorno rassicurato verso la paretina che avevo ritenuto fosse quella giusta e non posso non notare l’incredibile ultimo tratto di cengia percorso per arrivarci. La volta precedente scattai un incredibile foto a Marco la cui presenza minuscola dava un pazzesco senso di esposizione allo scatto. Ma anche solitaria è uno spettacolo da vedere: un’incisione in discesa, una ferita aperta sulla parete del monte. Alla paretina faccio foto ovunque per memorizzare il punto d’attacco e mi metto a sorridere quando così facendo rivedo i due ometti che avevo costruito la volta prima e di cui mi ero chiaramente dimenticato. Bene, non mi resta che mangiucchiare qualcosa, mettere il casco ed iniziare a scalare sperando in bene. Alle 10 sono pronto a partire. Salgo a lato della gola con dei massi incastrati, a sinistra tenendo come riferimento una forcella leggermente a sinistra più in alto. Cerco la via più semplice fra le piccole paretine e le cenge di collegamento. Faccio zig-zag su difficoltà contenute nell’ordine del secondo grado ma continue. La parete è appoggiata ma non spiana e comincio a pensare che se dovessi scenderla, non sarebbe il massimo. Arrivo alla forcellina in una ventina di minuti e mi sposto leggermente a sinistra: faccio qualche passetto più complicato, sale un po' d’incertezza, non vorrei trovarmi in un vicolo cieco e l’ambiente è molto severo. Poi capisco che arriverò senza problemi sotto le placche terminali che di bella roccia solida fessurata mi sembrano opporre difficoltà troppo elevate per tentarne la salita in libera e allora devo decidere se puntare alla cresta verso sinistra o traversare vs destra. Sembra più semplice traversare ma poi vado a sx che ormai ci sono già e raggiungo un curioso pinnacolo e subito dopo la facile cresta sfasciumata che in pochi minuti fra gli enormi massi, percorro fino al suo punto più alto costellato di ometti. Mi rilasso felice fra i massi (Cima Bosconero q. 2470, h 10.40) e mi abbandono alla vista del panorama che improvvisamente si è aperto davanti agli occhi che per mezz’ora abbondante han visto solo la roccia davanti a sé. Seguo a sx la processione di ometti fino a quello leggermente più im alto dove mi siedo a contemplare. Oltre le grandi pietre del Sasso di Toanella e della Rocchetta Alta che ho di fronte alla stessa quota, si estendono il Serva, le Cime della Serra, Pelf e Schiara, e poi Talvena, e l’incredibile accrocchio di cime dei gruppi del Prampèr, del Moschesin e degli Spiz di Mezzodì. Poi l’Agner, il Civetta e il Pelmo fino alle Tofane. Altrove oltre il proscenio degli Sfornioi e delle loro tre torrette, s’alzano verso il cielo, il Sorapiss, l’Antelao che fa da chioccia alle Marmarole e la piana di Cortina . Più lontani il Sass de Mura e le Pale di San Martino. Poi a Est il Friuli si fa rappresentare dal sempre presente dente del Duranno ma anche dalle frastagliate creste del Cridola, del Crodon del Giaf e del Monfalcon di Montanaia. Più vicini i monti di Mauro: Crep e Col Nudo e poi Citta, Borgà, Palazza. Mi fermo in cima tranquillo ad osservare il cielo che non minaccia il previsto temporale, pranzo, mi faccio na foto e alle 11.30 due bei bolli rossi segnano il mio ritorno alla civiltà dei sentieri Cai. Davanti a me il sasso di Toanella e la Rocchetta Alta cambiano continuamente posa come modelle davanti al fotografo e io assecondo la loro esibizione. Una pernice distoglie l’attenzione dalle loro cime e scatto bellissime pose. Bellissima la linea di trucco rossa sopra gli occhi grandi. Torri e torrette ovunque riempiono di meraviglia l’osservare e a mezzogiorno atterro a Forcella Toanella. Osservo estasiato il missile roccioso che si alza sopra di me torcendo il collo all’indietro e poi a salti mi butto sulle ghiaie che come un fiume scorrono verso il basso. Mi fermo a guardare il canale che sutura la base del Sasso di Toanella alla Rocchetta Alta, la via d’accesso per salire quest’ultima e poi riprendo a saltare verso il basso, quasi sciando. Saluto e osservo anche il canale che alla stessa maniera unisce La Rocchetta Alta alla Rocchetta Bassa, anche questo punto d’accesso per la cima minore. Poi saluto Riccardo del Rif. Bosconero cui racconto della mia via e scendo distratto trovandomi su un sentiero diverso da quello percorso in salita e che mi porta a visitare la pozza del Laghetto delle Streghe che raccoglie l’acqua cristallina di una bella e limpida cascatella. Non fa così caldo da pensare ad un bagno rinfrescante e quindi mi limito a dei begli scatti. Riprendo a scendere con altri bei scorci d’acque e alle 14 arrivo puntuale da Giona che è tornato a prendermi in auto.  Che dire? Una salita storica abbandonata non certo per le elevate difficoltà ma probabilmente oper l’esposizione eccessiva che la rende poco in linea con l’evoluzione dell’alpinismo. Ma quanta soddisfazione ambientale!                                Foto1 l’inizio della cengia              Foto2 ultimo tratto della cengia                  Foto3 l’attacco della parete
 
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         <title>07/09/2026 - Tour monte suchello  [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13747</link>
         <description>Salita 591a discesa591c molto panoramica </description>
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         <title>06/09/2026 - Piramide M. Armani 2420m, via Saturno [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7287</link>
         <description>Su proposta di Michele ci buttiamo in quella che per noi è una vera avventura piena di incognite, che alla fine ci riserverà una giornata indimenticabile . Itinerario superbo collocato in un ambiente superlativo, roccia calcarea a buchi di ottima qualità, una chiodatura ingaggiosa ( chiodi normali e cordoni in clessidre ) , ma non pericolosa ( comunque R3 ), soste sicure rinforzate con 1 fix ed anello, tutti gli ingredienti riuniti in solo splendido Cocktail. Arrampicata molto tecnica e mai scontata, dove occorre anche avere occhio per individuare il percorso. Ancora un doveroso grazie alla banda Grill e ad Ivo Rabanser per questa chicca. Bellissima escursione con Michele.</description>
      </item>
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         <title>05/09/2026 - Pizzo Coca [ panurge ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13746</link>
         <description>Dopo parecchi anni torniamo in vetta al Coca.
E' sempre un gran giro. 
Vale e Giorgio.</description>
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         <title>05/09/2026 - Sassolungo di Cibiana  [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7286</link>
         <description>Itinerario lungo ed abbastanza faticoso. La roccia è abbastanza buona e si arrampica bene. In discesa abbiamo preferito fare la variante che, sebbene tecnicamente priva di difficoltà, è risultata molto più infida e faticosa, terreno instabile e molto sfasciumoso. 
Con Michele. </description>
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         <title>20/08/2026 - Gran via delle Orobie (GVO) [ Zeno ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13745</link>
         <description>La GVO (acronimo per &quot;Gran Via delle Orobie&quot;) mi ha sempre incuriosito per quell'alone di selvaggio ed incustodito che caratterizza il versante orobico valtellinese. Insieme ad alcuni miei compagni di seminario nasce l'idea di percorrerne il tratto centrale. A ridosso della partenza ci accorgiamo che è prevista una perturbazione significativa ma non abbiamo modo di trovare altri giorni quindi decidiamo di partire comunque.
Iniziamo a camminare da Foppolo con il papà di Raffa che ci accompagna gentilmente in auto fin là. In poco tempo siamo in cima al Corno Stella in mezzo a tanti altri escursionisti che approfittano della bella giornata. Dalla vetta scendiamo sul versante est verso la val del Livrio e siamo immediatamente catapultati nell'isolamento austero del versante abduano. Non c'è traccia ma la via è evidente, confermata da qualche ometto. Arriviamo al lago di Publino e risaliamo ripidamente verso il passo dello Scoltador. Raffa inizia a sentirsi molto debole ed è in dubbio sul continuare. Con un po' d'apprensione scendiamo in val Venina dove decide di tornare a valle insieme a suo fratello. Un po' tristi lo salutiamo e riprendiamo la marcia. Siamo rimasti in tre: Gando, don Federico ed io. Superate le ex miniere di ferro saliamo al passo Brandà da cui caliamo in val d'Ambria nell'ombra della sera. La meta è la Baita Cigola, recentemente adibita a bivacco e dedicata al poeta Gianmario Lucini. La troviamo abbastanza sporca e malmessa ma c'è comunque tutto quello che serve per stare bene compreso gas e pentole con cui prepariamo un ottimo risotto allo spinacio selvatico (Chenopodium bonus-henricus). Abbiamo la fortuna di avere con noi Fede, novello sacerdote, e quindi celebriamo la messa appena fuori dalla baita. Nella notte si scatena l'atteso temporale che non accenna ad allontanarsi neanche al mattino: è un continuo di tuoni, lampi e scrosci d'acqua. Aspettiamo il pranzo per deciderci a partire. Dopo neanche un'ora ecco un altro temporale: preoccupati per i fulmini ci ripariamo sotto una parete aggettante in attesa che spiova. Preghiamo il rosario contemplando la Val d'Ambria che si riempie di torrenti; ogni impluvio è un nastro argentato a comporre una scena spettacolare. Finiamo di pregare e smette di piovere così riusciamo a passare serenamente il passo del Forcellino ed immetterci in Val Vedello. Mentre perdiamo quota si scatena un altro acquazzone ma ancora una volta troviamo riparo nell'Alpe Zocca, aperta ma abbandonata. Facciamo un po' di fuoco per scaldarci ed attendere un miglioramento meteo che però non accenna ad arrivare. Verso le 17 ci rimettiamo in marcia scendendo al Lago di Scais. Siamo subito nuovamente fradici anche perché il sentiero è diventato un torrente ed altrettanti torrenti vanno guadati con acqua che arriva alle ginocchia. Il piano è di chiedere alla diga di Scais le chiavi del rifugio Mambretti per dormire al caldo ed asciugarci un po'. Attraversiamo su di un ponticello il torrente Vedello (alquanto mugghiante) ma quando arriviamo al torrente Caronno vediamo che il ponte non c'è più. E' una scena epica, spaventosa ed affascinante al contempo: l'acqua marrone, densissima di trasporto solido, scende con una forza devastatrice. Non ci resta che tornare indietro ed aggirare il lago da sotto fino a giungere alla casa del custode che però non ne vuol sapere di darci la chiave della Mambretti; dice che serve un bonifico previo fatto al CAI di Sondrio. Sul momento ci rimaniamo un po' male ma in realtà la cosa si rivelerà buona (saremmo dovuti altrimenti scendere a riportare le chiavi la mattina seguente). Costeggiamo il lago mentre sta facendo buio e la pioggia continua incessante a scendere. Alle case di Scais vediamo una luce accesa e, preso coraggio, bussiamo chiedendo accoglienza. La famiglia ci accoglie gentilmente e possiamo così ristorarci al caldo della stufa ed asciugarci un po'. Mentre chiacchieriamo intuiamo però che non sono intenzionati a tenerci lì per la notte così ormai al buio ci rimettiamo in marcia per la Mambretti. Dopo altri guadi avventurosi verso le 22.30 siamo finalmente nel locale invernale dove ci sistemiamo per dormire.
La mattina seguente non piove ma il tempo è ancora bigio. Siamo comunque fiduciosi sapendo che il meteo dovrà migliorare. Saliamo il ripido versante &quot;degli Uomini&quot; fin sotto al Pizzo Biorco. Avevamo in mente di valicare la bocchetta di Scotes e scendere al bivacco Corti ma, seguendo i segnavia, ci troviamo sulla traccia che porta al Donati attraverso il passo tra il Pizzo Biorco ed il Pizzo di Rodes. Visto che sta cominciando ancora a piovere decidiamo di continuare per di lì puntando a ripararci nell'invernale del Donati. Lo raggiungiamo mentre la pioggia cresce di intensità e scopriamo con grande gioia che c'è la stufa. In un attimo la graziosa stanzetta si trasforma in una asciugatrice con panni appesi dappertutto. Ci gustiamo il tepore e prepariamo un altro risotto per il pranzo mentre racconto ai miei compagni dell'avventura dell'anno scorso vissuta con Oscar a partire da questo rifugio. Al pomeriggio ripartiamo ancora sotto l'acqua traversando la testata di Arigna. La nostra ottima relazione (paesidivaltellina.eu) indica questo tratto di sentiero come scorbutico per via degli ontani ma in realtà lo troviamo ottimamente segnato, ripulito ed attrezzato. Le difficoltà sono date dai guadi da fare: la portata dell'acqua è calata rispetto al giorno prima ma i torrenti sono usciti dai greti lasciando delle ampie fasce ripide di detrito sciolto. Restano alcuni rami di ontano interamente scorticati a cui ci si riesce ad attaccare. Arriviamo al ramo principale del torrente Armisa che è ancora molto in piena. Lo risaliamo per un tratto fino a trovare un punto adatto al guado: c'è una strettoia superabile con un buon salto. Decidiamo di legarci perché la forza dell'acqua mette una certa paura. Ritroviamo il sentiero oltre il torrente e, con altri guadi ingaggiosi, giungiamo finalmente alle Baite Michelini. 
Si fa sera e siamo abbastanza provati ma mentre ci prepariamo a ripartire ecco che le nubi si diradano ed appare il sole dietro al Pizzo di Rodes. Dopo tanta acqua non ci sembra vero. La luce calda ci riempie di gioia e ci infonde nuove forze. Galvanizzati risaliamo lo splendido versante contemplando tutto. Gando è davanti e tira mentre Fede ed io facciamo un po' più di pause per fare scorpacciata di mirtilli. Arriviamo al rifugio Pesciola e con grande sorpresa troviamo due persone ed un cane che mette un certo timore. Si tratta di Claudio, bergamasco che vaga da parecchi giorni per la val Malgina con il cane spostandosi tra una baita e l'altra e Kasha, polacca di 67 anni che sta attraversando da sola le Alpi dal Bianco fino a Trieste. Iniziamo a far conoscenza, stupendoci reciprocamente nell'ascolto delle avventure di ciascuno. Pensiamo che i nostri nuovi amici siano un po' particolari ma anche loro devono pensare lo stesso, in particolare quando scoprono che siamo seminaristi e che Fede è un prete. Il rifugio è straordinario: c'è persino la doccia con il boiler per l'acqua calda. Ceniamo insieme e poi chiediamo a Kasha e a Claudio se vogliono partecipare alla messa. Claudio si ferma con noi ed è proprio un bel momento.
Nella giornata successiva ci attende la Val Malgina: sono curiosissimo perché si tratta del tratto più ostico della GVO che nel suo percorso ufficiale evita la traversata diretta della valle abbassandosi parecchio. Grazie ai buoni consigli di Luca (che era passato anni fa) e di Ivan (responsabile della Baita Pesciola), decidiamo di seguire la traversata alta: un tracciato individuato nel 2008 da Guido Combi e Giuseppe Miotti che traversa al di sopra del limite della vegetazione ma sotto le vedrette dei Cagamei. E' un tratto di sentiero spettacolare dal punto di visto paesaggistico, glaciologico ed anche geologico (un bellissimo filone andesitico intruso nel basamento metamorfico traversa tutta la testata della valle). Il punto più alto è la caratteristica bocchetta, localmente chiamata con il nome di &quot;Li furchetì&quot; (2423 m) che permette di superare elegantemente i contrafforti della Cima della Foppa. Pur richiedendo un po' di pratica di montagna, il percorso è agevole e verso mezzogiorno ci ritroviamo nel canalone della Malgina contentissimi per la buona riuscita della traversata. Risaliamo con fatica fin quasi sotto il Passo della Malgina deviando poi sulla cresta est dell'omonimo pizzo. Sono io che per primo sbuco in cresta e, come se si aprisse il sipario di un teatro, mi trovo davanti le familiari cime dell'alta val Seriana. Ricompaiono anche alcuni escursionisti che scendono dalla vetta del Diavolo. Raggiungiamo la croce e &quot;diamo fondo al barile&quot; mangiando tutto il cibo che ci è rimasto. Decidiamo poi di celebrare la messa ricordando vivi e defunti e ringraziando per tutta la bellezza vista e vissuta. 
Dopo un ultimo sguardo verso la val Malgina, ci tuffiamo lungo gli sfasciumi della Valmorta: è un angolo orobico che mi piace tanto e son contento di mostrarlo a Gando e Fede. Gando vorrebbe risalire al Pizzo Coca ma Fede ed io siamo belli stanchi quindi decidiamo di scendere direttamente verso valle. Ci fermiamo un attimo al Curò dove la musica diffusa da un altoparlante ci riporta alla civiltà che ci sembra di aver abbandonato da più tempo di quello che in realtà è passato.
Scendiamo a Valbondione dove il papà di Fede viene a raccattarci e terminiamo la nostra avventura in un risto-pub di Albino dove Fede, da bravo presbitero, ci offre la cena. Appena prima di entrare nel locale ricordiamo Gianni, leggendario factotum del seminario che va in pensione quest'anno, ed incredibilmente lo troviamo dentro. Spazzoliamo il cibo mentre vediamo pian piano spopolarsi i tavoli intorno a noi a causa dell'odore di selvatico che abbiamo addosso. Ci ridiamo su, grati di questi giorni di amicizia nelle Orobie severe.

Mola mia, leù!</description>
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         <title>01/09/2026 - pizzo Coca Cresta Nord [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7285</link>
         <description>Sono anni che con Ste non andiamo più in montagna: è vero che lui ha sempre prediletto l’arrampicata sportiva però si uscuva comunque spesso in ambiente. L’ultima nostra grande avventura risale ormai a qualche anno fa quando insieme alle mogli volammo in Sardegna e mentre loro si godevano le bellezze delle spiagge e del mare, noi sudavamo a cercare le vie infinite e misteriose del Selvaggio Blu. Un giorno che ci sentiamo, mi butta lì l’idea di fare insieme la Cresta Est del Coca e accende immediatamente il mio entusiasmo. Quasi subito lo metto in difficoltà perché pochi giorni dopo gli propongo di salire invece dalla cresta Nord, un poco più difficile e scendere dalla Est un poco più facile. Tenta di resistere ma alla fine arriviamo al compromesso di salire da Nord e vedere poi arrivati in cima da dove scendere. I nostri impegni di lavoro, ci portano a concordare in anticipo per il 6 agosto la data del tentativo. Per puro caso essendo billy in preparazione atletica per il trofeo kima (ultimamente anche lui si è un po' disaffezionato all’alpinismo…) gli propongo la sgambata come allenamento. Accetta quasi subito solo che salirà in giornata, mentre noi secondo desiderio di Ste, spezzeremo la salita con il pernotto al Curò. Nel pomeriggio del 05 08 2026, parcheggio la mia Punto sotto gli alberi di Casnigo e attendo l’arrivo di ste che scenderà dal paese dove abita più sopra. Che bello ritrovarsi, caricare gli zaini e cominciare a sparar cazzate come se avessimo ancora vent’anni. Ma forse lo spirito di un alpinista e i suoi sogni, non invecchiano mai. Ripartiamo direzione Valbondione dove ci procuriamo il Pass x il parcheggio (cambiano i tempi…) e sotto il bel sole troppo caldo di questa torrida estate, alle 17.25 siamo pronti a partire. Mentre scherziamo un poco eccitati, mi scatta una foto al quadricipite che ci farà ridere per giorni. Partiamo di buona lena dal parcheggio superiore di Grumetti  sudando copiosamente, attendendo i ruscelli per rinfrescarci e chiaccherando con tutte le persone che conosce e che incontra. Ste sceglie il panoramico e accelera sensibilmente, io fotografo il Coca che mostra le sue creste scendere dal cielo verso la Valmorta. Si vede la Est che nasconde però la Nord. Alle 19 arriviamo nel bacino del Barbellino ed entrambi siamo colpiti dal livello molto basso del lago artificiale. Preludi di crisi idriche che il futuro regalerà agli abitanti di questo pianeta incapaci di vedere oltre il loro naso e intenti consapevolmente a brutalizzare questo meraviglioso mondo che ci è stato donato per l’affitto di una vita e che invece consideriamo proprietà come potessimo esserne gli eterni padroni. Entriamo, ci registriamo, saliamo in camera e scendiamo veloci per la cena che è già servita. Pastasciutta al ragù e bresaola di carne equina con cipolla: ormai i rifugi trasformati in alberghi d’alta quota! Non più in punti di partenza per spiriti liberi che puntano le vette ma in punti d’arrivo per persone oppresse che cercano nel riempirsi lo stomaco insoddisfazioni più facili da realizzare. Segni dei tempi. Comunque passiamo un bel momento a scherzare e ridere con Ste che manifesta come al solito le sue preoccupazioni e tensioni mentre io son tranquillo come al solito anche perché ben preparato dalle mie ultime uscite piuttosto ingaggiose. Il gestore plaude e apprezza la mia idea di scendere dalla Est, e ci dà la sua benedizione. Saliamo nella stanza da 8, arriverano altri ragazzi ci dicono. Tentiamo di dormire dopo una veloce capatina in bagno ma la gente parla e fa festa: nessuno più deve alzarsi al mattino presto per iniziare la rincorsa verso l’alto. l’alpinista una specie rara ormai in via d’estinzione e il rifugio il suo zoo chiassoso dove il pubblico ti guarda come una scimmia quando tintinna la tua attrezzatura. Ho sempre preferito evitare i rifugi per una questione economica e perché amante delle notti sotto il cielo ma anche perché la cena pagata è sempre abbondante e buona e poi al mattino salti la colazione che sarebbe importante per iniziare la giornata con lo sprint giusto. Ma il sonno sereno arriva e nessuno entra in stanza a disturbare per cui la sveglia delle 4.00 non ci coglie impreparati. Ci prepariamo e scendiamo a vedere la colazione preparata per tutti: abbiamo a disposizione ogni ben di dio e cominciamo a rimpinzarci aspettando Billy che dovrebbe arrivare. Ci ha detto che sarà da un amico, salirà in auto, dormirà un’oretta e poi sparerà su al rifugio. E’ un poco in ritardo e gli scendo incontro: ci ha detto che sta arrivando! La sua luce serpeggia nel buio e presto ci abbracciamo: lo invitiamo al banchetto e poi usciamo per partire. Una foto suggella alle 5 il momento in cui partiamo sul sentiero che costeggia il lago e ci porta all’altezza della diga. Scavalco il cancello di protezione ma Billy non riesce e preferisce desistere: Ste lo segue e mi ritrovo già solo nel buio. Loro scenderanno alla base della diga per poi dover risalire. Mi vien da ridere a pensar che ho quasi sessantanni e non ho ancor smesso di scavalcar cancelli! Ora traverso fra le pietre in orizzontale sopra le loro luci che danzan a valle. Dietro, il profilo scuro del Recastello impresso sul cielo un poco più chiaro. Proseguo tranquillo, mi raggiungeranno più su. Ormai albeggia e spengo la frontale affrontando i piccoli passaggi attrezzati con la cresta est che mostra la sua linea elegante mentre alle spalle, Strinato Costone e Trobio provano, facendosi vedere, ad attirare la mia attenzione. Alto sul torrente che scorre un centinaio di metri più sotto e danza le preghiere del mattino salgo verso la linea di montagna che vorrei poi scendere. Improvvisamente scompare il muro di rocce davanti, e appare la grande piana di Valmorta dove ha scelto di annidarsi il Lago inferiore (q.2150, h6) colorando con il suo specchio blu i verdi prati che accolgono festosi e quieti chi qui si affaccia. Inizio a traversare il morbido tappeto d’erba con gli occhi che ammirano la grande cresta di Valmorta che anni fa percorsi interamente toccando tutte le 7 cime che la compongono: Cantolongo, Druet, Cima del Vag, Cagamei, creste di Valmorta, Diavolo di Malgina, e poi Cavrel e Cappuccello. Arrivo al grande masso centrale sfregiato in bianco dalle indicazioni per il Diavolo. Assecondo la direzione mancina: a sx il Passo, a dx il Pizzo. Lontani e piccoli i miei amici sbucano all’ingresso della grande prateria ma sono ancora troppo distanti per fermarmi ad aspettarli, penso, mentre guardo con tenerezza il riparo in pietra dove passai una notte insonne frustato dal vento gelido in un estivo tentativo alle creste prima citate. La cima e la parete Est, come da posizione geografica iniziano a colorarsi di rosa tenue mentre la cresta Nord, dietro ancora in ombra, appare. Dalla vetta l’onda arancione cola verso il basso e accentua la carica del suo colore e quasi inciampo nella carcassa ormai priva di protezione di un camoscio che ha scelto questi spazi infiniti per dire addio alla sua vita. Al termine del grande piano inizio a salire verso sinistra seguendo la scarpata e il corso d’acqua che scorre allegro. Radi ometti segnalano la via a conforto di quel senso di smarrimento che opprime talvolta nei grandi spazi selvaggi dove si entra in simbiosi con l’ambiente ma allo stesso tempo lo si teme. Cascatelle allietano la salita che s’interrompe nel secondo grande ripiano dove ti accoglie impassibile il freddo Lago di Mezzo (q. 2350, h7) che concede comunque al pizzo Coca di riflettersi nelle sue acque immote. Oltre la linea d’ombra della montagna l’acqua regala uno spicchio d’azzurro e la parete arancione galleggia placida. Riflessi di quella felicità così vicina ma a volte irraggiungibile. Un lembo di neve rimasto sul lato opposto mette tristezza per questi ambienti alpini che non hanno più la forza per trattenere il freddo loro necessario per custodire e proteggere i fiocchi caduti. Un grande pietrame conduce verso l’alto e l’ormai visibile Cima di Valsena che divide il passo omonimo a destra dal nostro obiettivo: il Passo del Diavolo. Nell’ombra sbuca Ste e nello stesso istante il primo fascio di luce scende dalla cresta del Diavolo di Malgina e come una carezza ci scioglie dal buio della notte. Pochi attimi e la luce esplode come qualcuno avesse pigiato sull’interruttore e siamo abbracciati dal calore dei raggi del sole che ci medicano dall’isolamento notturno. Insieme raggiungiamo l’ultimo spiazzo ghiaioso preceduto da una bella e grande roccia errante su cui scritte bianche segnano Diavolo a sinistra e Valsena a destra. Tranquillo, venti minuti dopo ci accoglie l’ultimo e più piccolo dei laghetti (q.2450) che ci mostra in bella evidenza il Passo, l’inizio della cresta e l’imponenza della q.ta 2827, la prima che dovremo salire che come una piramide s’arrampica nel cielo azzurro di una giornata magnifica e ruba la scena tuffandosi fra le acque. Oltre l’altra sponda che abbiamo raggiunto, il sole emerge deciso dalle creste del Diavolo di Malgina che l’avevano nuovamente nascosto e ci regala incredibili giochi di luce e fotografie che è bello scattare per rendere eterni alcuni momenti di estasi. Ste ci segnala un’incredibile intrusione di roccia bianca che sale solida come una trincea fra il pietrame alla destra del passo. La attraversiamo e con dispiacere lasciamo, puntando la depressione della cresta dove terminerà la nostra escursione ed inizierà la scalata della cresta Nord. La raggiungiamo (Passo del Diavolo, q.ta 2600) alle 7.45 e la vista sul versante valtellinese è impressionante: l’enorme cuneo roccioso del dente di Coca troneggia sulla lunga e tormentata cresta che dall’invisibile punta di Scais scende verso la quiete della Valle Tellina, passando per la Cima del Lupo, le cime di Caronno, il Pizzo Scotes e degli Uccelli fino agli ultimi presidi di Rodes e S. Stefano. Mi luccicano gli occhi pensando a Zeno con cui l’ho percorsa integralmente. 
Sto bene, ho voglia di muovermi e scoprire, e inizio a salire mentre  Billy si isola per privacy fisiologiche e Ste s’imbraga. Salgo solo e felice lanciando occhiatacce ai miei soci che si son scelti la parte migliore e chiaccherano tranquilli al Passo. Nuoto sulle facili rocce che oppongono scarsa resistenza cercando qualche passo di primo grado mentre l’enorme cresta di Valmorta si dispiega oltre il vuoto che ci separa. I miei soci son partiti e li fotografo minuscoli nell’immensità rocciosa del crestone che li avvolge. Oltre la quinta rocciosa appaiono le dentellate creste di Arigna e poco dopo la lontana cima Nord del Coca a segnare quasi il termine delle nostre aspirazioni. Mi fermo ad osservare e studiare la linea migliore sotto la torre finale: lieto d’ essere in montagna con due fra i miei migliori amici. Raggiungo la cresta di sinistra e prendo facilmente a seguirla in direzione del suo punto più alto. Mi sorprende la presenza di una bellissima Margherita Alpina che solitaria come me, sottolinea l’aspetto materno della montagna in mezzo a tanta severità ambientale.                               Alle 8.15 raggiungo l’ometto di cima della quota 2827 primo punto orografico di questa lunga cresta e ne osservo il proseguio in tutte le sue punte: tante! Non vedo gli amici e poi eccoli emergere tra gli spuntoni e inizio a fotografarli. Li aspetto in cima e poi via a scendere dall’altra parte in versante Valmorta con i primi due laghi che fanno capolino nel deserto roccioso.                     Sono davanti e scelgo una linea intermedia fra la cresta che mi sembra particolarmente accidentata e l’attenzione a non perdere troppo quota. Diciamo che tento di seguire la linea più facile in mezzo agli sfasciumi che traversiamo cercando i raccordi erbosi dove lo scarpone poggia un poco meno instabile. Sono i miei  terreni, dove il camoscio che mi ha partorito in forma umana esprime il meglio delle sue doti alpine. Ste e billy restano indietro e li immagino lamentarsi del percorso che scelgo. Raggiungo la cresta e poi disarrampichiamo fino ad un intaglio dove fotografo e seguo con un poco di apprensione la loro discesa. Ancora studio la situazione e ancora scelgo una linea mediana, toccando una sorta di passetto ai piedi di un torrione. Il terreno è facile ma sgarruppato e un poco esposto e Billy manifesta disappunto perché non rispettiamo la linea di cresta. Davanti a noi la breccia che dobbiamo raggiungere e la Punta Centrale che dovremo risalire attraverso il primo punto chiave dell’ascesa. Visualizzo la linea di raccordo ma conscio delle lamentele di chi mi segue la abbandono perché l’attraversamento delle placche un poco troppo insidiose che ci attendono solleverebbero troppe rimostranze. Retrocedo, recupero un piccolo poggio erboso dal quale mi ero abbassato e salgo più facilmente fino a raggiungere nuovamente la linea di cresta. Siamo esposti su entrambi i versanti e mettiamo mano alle diverse relazioni: come sempre su questo tipo di terreno linee diverse complicano la scelta anziché suggerirla in modo univoco. Un passo esposto sul crinale e una difficile risalita alla torre che ci si para innanzi è la linea più diretta e scendere ai ghiaioni basali per poi risalire alla breccia l’opzione ormai tardiva. Scegliamo di scendere la parete abbastanza precipite a sinistra del rotto canalino che con seguente breve traverso a destra, va poi ad imboccare il canalino franoso che risale infine facilmente al punto che dobbiamo raggiungere. Disarrampichiamo con attenzione la roccia di pessima qualità che ci regala il mondo Orobico e che ormai ho imparato ad amare dopo averla tanto accarezzata. Si scala con dolcezza, come nel fare l’amore, evitando movimenti. troppo bruschi o violenti. Fotografo gli amici da sotto: non cè che dire, è bello verticale ma per fortuna generosamente appigliato con passaggi abbastanza costanti attorno al II° grado. Atterrano sani e salvi e ci portiamo risalendo scomodi sfasciumi  alla base della bella placca liscia che dobbiamo affrontare: il lasciapassare obbligatorio per accedere alle sommità della montagna. Sono le 9.30 e tutto va bene. E’ un posto fantastico, porto di mare tranquillo tra cime tempestose che come onde di burrasca s’alzano pietrificate ovunque, sopra e attorno a noi. Scatto foto a memoria: la scura placca sopra di noi, il dirupo accidentato che scende fino alle ghiaie sottostanti, la cresta di Valmorta che si stende nel cielo con la sua suadente e irresistibile orizzontalità, la torre dalla parte opposta e su cui saremmo potuti salire, servita a metà da un cordone arancione attorno ad un sasso e dal quale ci saremmo calati dove siamo ora.                           I miei amici mi investono dell’onore di provare la placca e decido di provarci senza stare a calzare le scarpette che per precauzione ho messo nello zaino. Il primo passo per alzarsi, protetto, è duro e per non perder tempo mi isso tirando il rinvio posizionato nel chiodo; mi alzo puntando lo scarpone su un piccolo intaglio e sono al passo decisivo per uscire dalla placca. Studio il passaggio per alzarmi direttamente ma manco di decisione e propulsione ritornando al piccolo intaglio.                          Ste mi suggerisce di spostarmi a destra ma l’esposizione mi frena, poi vedo un chiodo e la certezza della scelta rende tutto più facile e dopo essermi assicurato esco velocemnte salendo su terreno più semplice fino alla descritta cengia da dove, attrezzata la sosta su spuntone, recupero fra i complimenti i soci che mi raggiungono. Seguiamo la cengia verso destra e siamo alla base di una bella parete che sale decisa verso l’alto. Supero un masso sul quale è avvolto un cordone del color del cielo e che può servire per superare la placca in discesa o come sosta per assicurare la scalata. Ste da sotto mi scatta un paio di foto bellissime dove il mio corpicino sparisce nell’immensità della montagna. Salgo libero su difficoltà di II°, la roccia  ottima e mi sposto vs la cresta a sinistra ma le difficoltà arrivano al terzo: placche bellissime ma che non concederebbero errori. Ste è dietro di me, concordiamo per traversare a destra e con qualche passetto un pochino più teso recuperiamo la frattura nella roccia che sale più facilmente verso la fine delle difficoltà. Billy rimasto un poco indietro si trova pericolosamente a sinistra  e dopo averlo invitato a correggere la rotta, riprendo a salire per non guardare. Alle 10.30 con sollievo, li vedo sbucare entrambi sulla cresta sommitale che aerea ma facile sale discontinua oltre la Cima della Torre Centrale (q.2885). Li riprendo avvicinarsi e cimentarsi nei continui spostamenti lungo il filo che la cresta richiede per mantenere il fragile equilibrio sopra l’abisso. Mi attende una verticale discesa ma vedo appigli e disarrampico su terreno quasi verticale ma per fortuna generoso di appoggi. Qualche minuto più tardi un nuovo torrione sale davanti ai miei occhi e lo raggiungo 15 minuti dopo. Vedo dall’altimetro che siamo già a quota 3000 ed esulto inconsapevolmente perché credo che siamo già in cima ma poi Redorta Scais e tutta la loro immensa muraglia rapiscono la mia attenzione con il Dente di Coca che esce dall’allineamento e converge verso di noi attraverso le creste di Arigna. Davanti torrioni indefiniti lasciano scorgere comunque la non lontana Cima Nord di Coca. Improvvisamente mi giro e vedo emergere Ste in cima alla torre che ho poco fa disarrampicato. Prospettiva meravigliosa, sembra stare in cielo con le rocce che precipitano ai suoi fianchi e gli ordino di fermarsi proprio sulla cresta superiore per aumentare l’effetto aereo. Poi arriva Billy e li fotografo insieme stagliati contro il cielo. Gli urlo che gli appigli ci sono e li guido nell’impegnativa discesa di cui fisso i passaggi più spettacolari. Scatto foto spettacolari della loro impegnativa disarrampicata e dieci minuti dopo (superato anche aggirandolo a sinistra un grande masso sulla cresta) mi raggiungono sul poggio che scende leggermente verso un’anello di calata. Oltre appare un vuoto che sembrava non ci fosse.Se ne vede uno anche poco più sotto su un’altra vicina torretta e un’altro ancora laterale sulla cima di una torre a sinistra. Cordini ovunque per una situazione difficile da decifrare. Comunque sono pronto e alle 11.15 inizio a calarmi dalla torretta che precipita decisa ad un intaglio di cresta dal quale poi un quarto d’ora dopo, recuperata la corda,risaliamo insieme e velocemente al secondo e molto ingegnoso sistema di calata, realizzato con due cordini uniti e che lavorano insieme, una volta caricati, per mettere in sicurezza la calata. Mi viene in mente Zeno e verifichiamo come fossimo esperti il funzionamento sincrono del sistema. Entrambi i cordini si possono sfilare dalle pietre attorno alle quali sono fatti girare. Guardo oltre e non riesco a capire perché ci si debba calare e poi apparentemente risalire la torretta sulla quale sta il terzo cordino. Le relazioni non sono chiarissime e ci lasciano i nostri interrogativi. Perdo sicurezza anche perché non vedo dove arriva la seconda calata e non capisco perché non possa arrivare direttamente a terra. Chiedo a Ste più esperto nelle manovre di corda se se la sente di scendere lui per primo e mi risponde affermativamente deciso. Lo guardo curioso calarsi nell’anfratto di cui non vediamo il punto di arrivo. Poco dopo ci rassicura gridando terra e che ha davanti una fessurina che coincide con quanto affermava la relazione.   Lo raggiungo poco dopo e tutto diventa lampante. Siamo in una sorta di canalino fra le due torrette e scendere direttamente da qui non si può perché la scarpata sottostante scende molto decisamente e un lastrone roccioso cosparso di detrito e molto inclinato, creerebbe molti problemi per la sua risalita e oltretutto servirebbe una corda più lunga per la calata. Arrampicare la torretta successiva invece permette di spostarsi verso sinistra e potersi calare più brevemente e vicini alla breccia che dobbiamo raggiungere e soprattutto su terreno più semplice. Cercare di tenersi in questa calata un poco a destra per non atterrare troppo bassi nel canalone detritico, eventualmente facendosi aiutare dal compagno già arrivato. Ste nel frattempo sta davanti alla fessurina descritta di 4° nella relazione, e ha già deciso che l’affronterà e sta provando a piazzare un friend. Ste è tornato e ne sono contento!  A mezzogiorno l’amico è ben assestato nella fessura e come un gatto Ste la risale avvisandoci immediatamente dopo che possiamo seguirlo entrambi legati alla stessa cordina. Fotografo Billy risalire svelto la fessura e poi mi cimento a mia volta: più semplice del previsto, non oppone difficolta che secondo me stanno sul III°+. Bel movimento tecnico con le dita saldamente nella fessura e i piedi che fanno aderenza e appoggio sulla placca circostante. Dall’ultima calata, si lancia Billy con la corda che arriva sugli sfasciumi sottostanti. Dice di aver rischiato la vita dopo essersi liberato dalla corda e scendo un poco preoccupato: forse la tensione  e l’impervietà del terreno, gli han giocato un brutto scherzo e lo raggiungo facilmente risalendo alla breccia dove sta consultando la relazione. Alle 12.30 parto di slancio su per il canalone sfasciumato che punta verso il cielo e la cima. Ho ancora forze ed entusiasmo e salgo velocemente affrontando gli ennesimi su e giù della cresta ora soltanto scomodi ma non più difficili od esposti. Sulla soglia della cima attendo i miei amici e insieme facciamo gli ultimi passi verso quella croce (q.3052, Pizzo Coca, h 12.45) raggiunta tante altre volte ma mai da questa direzione. Uno sguardo ammirato e una sommessa preghiera alla scogliera di Scais vera cattedrale per noi devoti e praticanti il culto della montagna e poi gli occhi prendono a seguire l’infinita cresta che abbiamo percorso e che ora si staglia contro il cielo come un’arabesco sapientemente realizzato e che si snoda fra le innumerevoli torre e torrette che abbiamo dovuto salire e scendere. Grazie. Dopo gli abbracci e i complimenti, riparte immediata la discussione mai accantonata sul versante da cui scendere: io in fissa con la cresta Est, loro che ne hanno abbastanza, propensi a scendere dalla normale. Sono sereno e chiedo loro se non hanno problemi a che io scenda da solo con la corda. Facci pure, mi rspondono. Il concitato confronto, è rotto da uno strano crepitio di cui non capiamo l’origine: quando poi ci troviamo tutti e tre a fissare la croce, l’arcano è svelato. C’è un forte campo elettrico e il metallo della croce “canta”: sembra stia friggendo. Ci spostiamo un poco per mangiare qualche dolciume e intanto io scendo a vedere la partenza della cresta Est rinvenendo subito entusiasta un grosso ometto. I peli del braccio però mi si rizzano e quando mi appoggio alle rocce con le mani, percepisco uno strano sfrigolio. Torno dagli amici e anche loro mi raccontano delle stese sensazioni. Il pensiero vola veloce attraverso il tempo e lo spazio e mi ritrovo sul ghiacciaio del Castore nel bel mezzo del bombardamento sonoro e luminoso cui fui e fummo sottoposti in quel giorno di paura. Mi sembra un poco di andare a cercarmela pensando di fare una cresta esposta con queste condizioni climatiche e allora decido di desistere dal mio progetto. Ci fermiamo in vetta solo un quarto d’ora ed iniziamo fra i camosci che appaiono un poco ovunque a scendere verso la Bocchetta che non a caso porta il loro nome. Disarrampichiamo i saltelli della via normale e poi giro un sequel ad una mamma camoscio che indisturbata bruca l’erba allungando il collo proprio sotto di me e che mostra nascosto dietro due rocce solo il capo con cui ogni tanto si nutre e talvolta mi fissa con uno sguardo tipo: “mai viso un camoscio mangiare”?          I suoi occhi color ambra fissano i miei. Sguardi. Incontri. Ci si riconosce. Senza parole. Accanto, il suo cucciolino pare essersi incrodato e non saper più cosa fare...sembra chiedermi aiuto mentre mi avvicino a fissare il suo sguardo smarrito, poi con un balzo verticale scende il metro verticale e si riassesta tranquillo poco più sotto come avesse solo respirato. Alla bocchetta (q.2720, h 14) altri camosci, oltre ai due appena osservati, giocano fra loro e litigano incuranti del nostro arrivo. Incontriamp più sotto un grande vecchio maschio dalle corna lunghe e poi sotto di noi la macchia verde del laghetto di Coca che raggiungiamo poco dopo le 15 sotto un acquazzone che si è scatenato insieme ai tuoni che rombano lontani oltre il muro di Scais. Scherzo con due ragazze incontrate a salire sotto la pioggia, con la prima che sbianca quando le chiedo se sta andando al lago a meditare e mi risponde “ ma tu come fai a saperlo”? Entrambe in ora d’aria dal lavoro al Rifugio sottostante dove bagnati come pulcini entriamo mezz’ora dopo soffermandoci per quasi n’ora a scherzare con altre due ragazze. Quando ci invitano al tavolo per giocare a carte, è il momento per cortesemente rifiutare e prendere sotto un aleggera pioggerellina la via della valle. Sale il calore e la pausa nella pozza del Serio da miraggio diventa realtà alle 17.30 quando in mutande mi immergo completamente nelle acque fredde e rigeneranti. Successive immersioni abbassano la temperatura salita pericolosamente a livelli di guardia. Che pace, che bellezza, anche se le temperature elevate hanno trasformato questo luogo da sempre idilliaco e isolato in un lido quasi affollato. Segno dei tempi e del termometro.                                                                                          Foto1 elevazioni della cresta nord Foto 2  ste e billy sulla torre  Foto 3 trio di vetta
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      </item>
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         <title>31/08/2026 - Traversata dal Passo Pila al Gleno [ Federico ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7284</link>
         <description>Tratto dal Libro delle MONTAGNE PROLETARI di Giacomo Rovida
INTRODUZIONE
Superba traversata su alcune delle montagne che fanno da corona alla conca del Barbellino. L’ambiente è selvaggio e impervio e, tolto il Monte Gleno, pressoché poco o per nulla frequentato, soprattutto dal versante Valtellinese. Un itinerario imperdibile dove muoversi per ore e ore su creste esposte e dove stare attenti con un panorama di prim’ordine sui “giganti” delle Orobie.
PUNTO DI PARTENZA
Dal Passo dell’Aprica scendere in Valtellina e  seguire la strada che scende e porta in località Ponte Ganda 915 mt, dove una strada si inoltra in Val Belviso e raggiunge il parcheggio di Ponte Frera 1373 mt passando per diverse località.
AVVICINAMENTO
Dal parcheggio si segue la strada che in breve porta ai bordi del lago di Belviso e lo si circonda tutto fino a reperire il sentiero verso l’omonimo passo che parte proprio in fondo alla valle. Fino a qui è possibile giungere in MTB dimezzando i tempi di percorrenza. Superato il primo balzo roccioso della valle ci troviamo a Malga Pila 2010 mt dove abbandoniamo il sentiero principale e continuiamo per sentiero più rado verso destra fino a trovare una traccia che si inerpica su un ripido pendio erboso e che conduce, con percorso faticoso e poco tracciato, al Passo di Pila 2513 mt

DESCRIZIONE DELL’ITINERARIO
Dal passo si sale per un ripido pendio erboso portandosi sulla cresta Est del Pizzo Strinato. Nonostante le difficoltà siano contenute la cresta è sempre esposta e necessita una certa dimestichezza per essere percorsa in tranquillità. Una paretina di III+ è il tratto più impegnativo, poi si continua cavalcando la dorsale un po’ versante Belviso, un po’ versante Barbellino.
Raggiunta la cima del Pizzo Strinato 2833 mt, si scende facilmente e si punta al Monte Costone che si raggiunge per cresta rotta e sfasciumi senza particolari difficoltà 2834 mt. Riprende il viaggio e scendiamo per la normale (segnalata) del Monte Costone fino a portarci al colletto col Monte Trobio dove riprendiamo a salire per cresta rocciosa e lunghe placche di roccia adagiata divertentissime.
Siamo in cima al Trobio 2865 mt e ci aspetta uno dei punti più delicati della traversata. Dobbiamo scendere l’impegnativa cresta Sud, molto esposta, cercando i passaggi più semplici e tenendoci sempre lungo il versante valtellinese. Man mano che si scende la cresta si fa più facile fino a diventare elementare incrociando la normale che sale al Monte Gleno 2883 mt, la cui cima si raggiunge senza nessuna difficoltà.
Tornati a ritroso verso la selletta tra Gleno e Glenino (volendo raggiungibile in maniera elementare) ci portiamo lungo la cresta Sud Est che degrada verso il Passo di Belviso e la Valle del Gleno. Questa cresta è molto panoramica e divertente, offre passaggi di disarrampicata e tanti tratti camminabili, tutte le difficoltà si superano sul versante valtellinese fino a giungere al Passo di Belviso 2578 mt.
DISCESA
Dal passo ci abbassiamo seguendo le indicazioni per la diga di Belviso lungo tracce di sentiero su ghiaioni e, in breve, ci colleghiamo al sentiero che dal Rifugio Taglieferri porta verso Malga Pila. Non ci resta altro da fare che ripercorrere il sentiero a ritroso fino al parcheggio. ( dal passo Belviso)

IN PIU AGGIUNGO: - AVVICINAMENTO CON BICI (12 KM TRA ANDATA E RITORNO
-	 ABBIAMO LASCIATO CORDONE PER DOPPIA (15 M) IN DISCESA DAL TROBIO.
Partecipanti: Stefano ed io
Sviluppo: 25 Km (di cui 12 con bici) 
 Foto 1. L’itinerario da Google Earth
Foto 2. La cresta percorsa
Foto 3. Il tratto di cresta più difficile affrontato in discesa dal Monte Trobio
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      </item>
      <item>
         <title>26/08/2026 - Aiguille Pierre André ( Alta valle Ubaye ) via Les marmottes Givrée  [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7283</link>
         <description>Bellissimo e solare ( quando resta ) itinerario, su ottima quarzite, molto verticale , ma ottimamente appigliata. Difficoltà omogenee, ma con un tiro chiave non banale anche per la conformazione della roccia. Chiodatura ottima ed abbastanza ravvicinata. Grandissima classica della regione, che si trova in un vallone paesaggisticamente stupendo. Bellissima escursione con Ivana.</description>
      </item>
      <item>
         <title>30/08/2026 - Traversata Pizzo del Becco 2507 - Corno di Sardegnana 2450 - Monte Torretta 2543 [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7282</link>
         <description>Itinerario difficilmente classificabile tra escursionismo &quot;estremo&quot; e alpinismo facile, percorrendo integralmente il filo di cresta e la ferrata del Becco senza utilizzo di catene, vi sono bei tratti di arrampicata di 2° grado e qua e la qualche passagino di 3°, sempre su roccia ottima. Il Corno di Sardegnana l'ho salito per la placca e disceso per il buco ( molto suggestivo ), delicato il canalino che riporta sulla cresta del Torretta. Quest'ultima attenendosi scrupolosamente al filo di cresta presenta ancora dei tratti di arrampicata interessanti. Bellissimo giro ad anello.</description>
      </item>
      <item>
         <title>29/08/2026 - Pizzo Diavolo di Tenda 2912 m , cresta Baroni [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7281</link>
         <description>L'obbiettivo della giornata era la Punta Osvaldo Esposito, ma i nubifragi della notte ci spingono al piano B. Giornata bella intensa , avvicinamento dal Calvi, salita della cresta Baroni, ancora bella umida e rientro dal rifugio Longo, 2100 m di dislivello complessivo e non meno di 25 km di sviluppo. La cresta è discontinua ma divertente su roccia che richiede un minimo di attenzione , difficoltà costanti di 2° grado qualche passaggio di 3° e un bel camino di 4° con 2 ch. ( purtroppo oltre le difficoltà ). Una classica orobica. Bellissima escursione con Marco </description>
      </item>
      <item>
         <title>29/08/2026 - VIDEO * - Galleria Taveronola - Villa Faccanoni  [ Giulilov ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13744</link>
         <description>NUOTO ACQUE LIBERE - 1650 mt
Si parte a piedi nei pressi dell’ingresso della galleria dopo l’abitato di Tavernola. Una volta terminata la galleria ho proseguito per altri 800 metri a fianco dei bellissimi taxodi (forse) che crescono direttamente nell’acqua del lago. Giunto poco prima della Villa Faccanoni (Bortolotti) mi sistemo e torno a nuoto.
Video
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      </item>
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         <title>30/08/2026 - Punta Ellen via spigolo Brunet [ vice72 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7280</link>
         <description>Ambiente spettacolare intorno al Bivacco Minazio 
Noi siamo saliti bei carichi con acqua e cibo. arrivare al bivacco presto perché è molto frequentato 
La vista spazia tra Cima Lastei Cima del Coro e cima del Conte e proprio dietro al bivacco si vede punta Ellen raggiungibile in 40 Min.
Salita di stampo alpinistico zero chiodi sui tiri e si integra bene con clessidre e Friends. Le difficoltà sono sempre costanti e la roccia quasi sempre buona.
In internet si trova molto poco forse non è  spesso ripetuta per il poco materiale in loco . Allego tra le foto la relazione di versante sud.
Gli ultimi 3 tiri li abbiamo evitati uscendo sulla via Franceschini mantenendo il grado della parte inferiore uscendo girando lo spigolo verso destra andando alla base di un diedro nero .Bella avventura ottima per chi vuole fare allenamento nel piazzare protezioni mobili.
Accesso dal bivacco in 40 Min
Via fatta con il Raffa (che mi ha traghettato) in 7 h
Discesa in 2 ore al bivacco seguendo dalla cima gli evidenti ometti che portano sul versante opposto alla salita a reperire una calata di 50 metri che deposita nel canale da seguire facendo altre 2/3 doppie da 30 metri

più altre 2 ore alla macchina
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      </item>
      <item>
         <title>25/08/2026 - Lauze Roberte, via Les rides à Roberte [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7279</link>
         <description>Struttura di placche non particolarmente imponente vista da sotto, l'interesse principale dell'escursione è la qualità eccezionale della roccia ( calcare iper compatto a rigole ) e l'ambiente in cui è incastonata. La via è molto facile ma estremamente divertente ideale per l'iniziazione alle vie lunghe. La vegetazione presente in parete non disturba affatto la progressione. Altra bellissima escursione, con Ivana dopo una notte non del tutto riposante ( Temporale che ha inondato la tenda, costringendoci a rifugiarci in macchina ). La via ha uno sviluppo di circa 350 m x 8 Lunghezze.</description>
      </item>
      <item>
         <title>23/08/2026 - Triangolo della Caprera 2743m , via Angelo Gaido [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7278</link>
         <description>Trasferta agli antipodi, nella sempre bellissima Val Varaita. Scegliamo la via classica per antonomasia del Triangolo della Caprera, una delle strutture rocciose più significative della zona Monviso. L'itinerari si svolge seguendo una sottile linea di fessure che incide questo spettacolare scudo di placche. Roccia ottima, lunghezze sempre interessanti e chiodatura abbondante sono gli ingredienti del suo successo ( meritato per altro ), soste a fix predisposte per le calate ed un veloce rientro. Sviluppo della via 11L x 400 m.  Avvicinamento non breve, ma estremamente bucolico nel vallone di Vallanta. 
bellissima escursione con Ivana.</description>
      </item>
      <item>
         <title>05/07/2026 - GIUBIN 2776 mt Val Tremola SAN GOTTARDO (VIDEO) [ MONTAGNAVERA ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=517</link>
         <description>Finalmente finito il caldo , ho ritrovato la voglia di mettermi dietro al PC a sistemare VIDEO e FOTO 
BEL GIRO facilmente raggiungibile in auto adatto a tutte le MTB fino a circa 2500mt più difficile fino in vetta -Primo weekend rovente di luglio, bisogna salire,  il sabato è la giornata perfetta ma ci sono impegni inderogabili , allora ok Domenica bello il mattino ma c'è un nuovo impegno fino a metà mattina e  cumuli nel pomeriggio, ma non importa la MTB è affascinante anche con qualche nuvolone, non come lo Scialpinismo dove la luminosità è essenziale. Abbiamo poco tempo ed allora visto che sono stato al Vicino Posmeda un paio di settimane prima punto su quella zona perchè c'è poco tempo. Arriviamo a circa mezzogiorno ma non vogliamo rinunciare agli spettacolari tornanti della TREMOLA, è vero fa caldo ma li l'aria fresca da nord non ti fa sudare, più caldo verso i 2300mt del lago Sella. sembra tutto semplice ed arrivabile ma a differenza del Posmeda di soli 150mt di dislivello lo sviluppo è importante verso Est. Arrviamo comunque in cima con un totale di 80/20 pedali spinta.
Bel Panorama a 360 solo il Pizzo Centrale 2999mt inibisce la vista a Nord per il resto vedi bene anche il Grignone.
Discesa al 95% in sella mai troppo difficile e mai troppo esposta, e così torniamo nella frescura della Val Tremola con le spettacolari nubi che scivolano verso Sw.
Periodo migliore da metà luglio fino alle nevicate di fine autunno

FOTO:
1) Lago Sella 2250mt e la mulattiera che porta verso il Posmeda e Giubin
2) bel tratto verso i 2450mt
3) traccia parte dal passo da Swisstopo 

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      </item>
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         <title>25/08/2026 - rifugio san fermo [ riccio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=516</link>
         <description>bell itinerario passando dal passo del giovetto di paline, da Borno la slita su sterrato e cementone con pendenze toste l ultimo km. prima del rifugio ghiaia poco battuta.

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      </item>
      <item>
         <title>19/08/2026 - Punta die Larsei 2900 m, via Leviti/Nemela [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7277</link>
         <description>Vista la bella giornata e l'affollamento imperversante, optiamo per questa meta più appartata. Bellissimo itinerario di stampo prettamente alpinistico, con percorso abbastanza contorto ( molti traversi esposti, penso che Ivana confermi ), ma tutto sommato molto logico, che si insinua a cercare i punti deboli della parete. Chiodatura buona alle soste, dove è quasi sempre presente almeno uno spit. Sui tiri a volte corretta altre più rarefatta. La roccia l'abbiamo trovata in generale buona con alcuni brevi tratti ottima, che richiede comunque di essere sempre verificata, un po' di detriti sulle cenge a cui bisogna prestare attenzione. Come accennavamo un'itinerario dal sapore assolutamente alpinistico, molto consigliabile e da non sottovalutare. In compagnia di Ivana, oggi in grande spolvero, che ha tirato fuori la grinta, sui numerosi e non facili traversi. </description>
      </item>
      <item>
         <title>18/08/2026 - Sasso Pordoi 2952 m, via Gross [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7276</link>
         <description>Si parte per la campagna dolomitica, che purtroppo sarà di breve durata. Percorriamo questa bella super classica ( segni del tempo ben presenti ) sul Sasso Pordoi, che regala un arrampicata molto divertente varia e su roccia da buona ad ottima, chiodatura a grossi fittoni alle soste, ben più rarefatta sui tiri, dove è d'obbligo sapersi proteggere con friends e dadi.
Unico neo, se vogliamo definirlo tale è la presenza della funivia , ci si sente molto in vetrina ed il grande affollamento sui sentieri di discesa. Giornata freddina a dispetto del periodo, praticamente sempre coperto con una discreta brezzolina.
Comunque una bellissima escursione in compagnia di Ivana.</description>
      </item>
      <item>
         <title>27/07/2026 - Via Cassin al Cimon della Bagozza [ Drago di lago ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7275</link>
         <description>Salita decisamente alpinistica, bella nella sua interezza, non eccezionale per la qualità dei tiri, ma avventurosa in un ambiente da favola, e di sicura soddisfazione...un gran bel viaggio, anche nella storia (è stata aperta in 15 ore nel 1934!), che ti resta dentro! Grazie Cassin!!

Per la relazione tecnica si prenda a riferimento i siti di gulliver.it (nostro riferimento), guidodellatorre.it, sassbaloss.com.

Mi permetto di aggiungere le seguenti indicazioni:
1) il primo tiro della Bramani si può salire stando slegati, facendo attenzione (III).
2) legarsi dove c'è il masso incastrato con clessidra, e salire le cengette detritiche diritti puntando alla parete e poi verso sinistra, nel camino.
3) L9 supera dapprima un camino, con uscita (prima dello strapiombo che lo chiude) a destra su placca con risalti, poi costeggia la parete sulla destra (chiodo con grosso anello da sotto non visibile) e si arriva qualche metro dopo ad un altro chiodo  rosso dove noi abbiamo integrato (preferibilmente con chiodi e martello) per poter attrezzare una sosta che sembrerebbe essere mancante, a meno che si prosegua ancora fino a doppiare lo spigolo e si prova ad attrezzarne una lì, posizione forse migliore per far sicura sul tiro non banale successivo ed evitare gli attriti delle corde. (da verificare)
4) L10 è meno protetto del tiro chiave e comunque bello pepato...al termine delle difficoltà puntare a sinistra, non a destra dove si vede in lontananza un chiodo sviante!
5) L12 altra lunghezza poco protetta ma continua e impegnativa!

Io consiglio di portarsi un solo zainetto in via da condividere e di lasciare gli zaini alla base del pilastro nel canale ghiaioso, facilmente recuperabili poi facendo una deviazione scendendo dal sentiero normale.

Calcolare 6-7 ore di salita considerando le protezioni presenti da integrare e le soste da attrezzare in modo che siano sicure, il terreno spesso delicato su cui passa la via (non ci puoi correre), la ricerca del percorso corretto, anche se praticamente sempre molto logico, e il grado (un VI del 1934 non è paragonabile a quello di altre vie aperte in anni recenti)

Grazie immenso a Simo per la grandiosa giornata!! Hai fatto sì che si avverasse un Sogno!!!


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      </item>
      <item>
         <title>18/08/2026 - Punta Clarì - via a 2 pieds d'Ibarus [ Drago di lago ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7273</link>
         <description>Via di buono sviluppo, un po' discontinua, ottimamente chiodata a fix con distanza quasi da falesia, con tre lunghezze davvero meritevoli (6-7-8) su rocia fantastica, e altre meno interessanti e su roccia non sempre solida (attenzione in particolare al 10° tiro), ma comunque in ambiente sempre severo, nonostante lo scarso avvicinamento, e spesso su cresta aerea. Una perfetta introduzione alla Punta Clarì, nell'insieme decisamente più abbordabile della più gettonata (e più bella) Supercalcaire. 

Parcheggiare allo spiazzo del Ponte Piccola Dora.
Da qui prendere il sentiero che fiancheggia il fiume e dopo circa 25 metri dall'ultimo tavolo in legno da picnic prendere una traccia sulla sinistra che sale lungo il bosco segnalata da un ometto, cercando di puntare sempre leggermente a destra faccia a monte. In qualche minuto si perviene ad un largo canale ghiaioso da attraversare poco sopra in un punto accessibile. Rimontare faticosamene il versante fiancheggiando il canale fino a pervenire alla parete. Da qui, poco più sotto, si nota una traccia che costeggia in orizzontale sulla destra la parete e in pochi minuti, superando altre vie, si giunge all'attacco segnalato da una placchetta sulla roccia. 40 minuti circa dalla macchina.

La relazione dei singoli tiri si può consultare su Gulliver.it.
Mi riservo di dare qualche dritta alla relazione:
1) riguarda la sosta al termine di L5 da fare su albero (non sono presenti cordoni), che si potrebbe invece attrezzare andando direttamente alla base del diedro della lunghezza successiva che si trova costeggiando a sinistra la roccia, ove c'è un solo fix ma che è facilmente integrabile facendo una clessidra nella fessura con sasso incastrato alla sua destra. 
2) occhio che L6 finisce al termine della rampa/diedro, dove c'è un albero su cui bisogna attrezzare la sosta (sarebbe stato a mio parere più corretto aggiungere un secondo fix all'inizio della parete successiva che è a 3 metri dall'albero)
3) il boulder su L9 con cordone è bello secco (6a+)
4) L10 è molto estetico ma su roccia a scaglioni molto delicata...dopo i primi 2/3 fix della linea originale (che sta a sinistra) si vede un tassello senza piastrina: non preoccuparsi perchè salendo alla sua altezza, se si guarda a sinistra un po' nascosto dietro la roccia c'è uno spit! Non ho seguito la linea alternativa di destra che comunque si ricongiunge dopo qualche metro a quella di sinistra, ma probabilmente è su roccia migliore. 

Sulle soste non ci sono anelli di calata per le doppie, quindi una volta che si decide di intraprendere la via è necessario salirla fino al suo termine.

Tempo di salita della via 5-6 ore

Discesa.
Dalla cima seguire un sentierino che porta a breve ad un cartello che indica la direzione di discesa, risalendo verso i ruderi della trincea di guerra e scendendo verso il pratone con gli impianti di risalita da sci. Da qui si segue la carrozzabile a sinistra del laghetto artificiale che sale dal paese fino a prendere una traccia che scende per il pratone finale a destra del quale, in fondo, si giunge al sentiero scalinato che scende nella stupenda gola di S.Gervasio con il ponte tibetano più lungo d'europa. Dal fondo del Canyon si segue il bel percorso lungo il fiume che riporta alla maccchina (50 min. dall'uscita della via alla macchina). </description>
      </item>
      <item>
         <title>19/08/2026 - Punta Clarì - via Supercalcaire [ Drago di lago ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7272</link>
         <description>Bellissima via del Michelin del 1996, attrezzata con piastrine artigianali (nel buco non ci stanno 2 moschettoni) ma con tasselli ancora in ottimo stato. La distanza tra le protezioni richiede un buon ingaggio, ma è (personalmente) quasi sempre corretta e sempre sicura. Sono presenti delle frecce blu che aiutano a trovare facilmente la via sia per l'avvicinamento che lungo lo svolgimento dell'arrampicata. La roccia è magnifica, ma fare sempre attenzione nei punti in cui risulta essere meno compatta. Fare attenzione a non smuovere sassolini dalle cenge su cui quasi sempre si fa sosta.

Parcheggiare allo spiazzo del Ponte Piccola Dora.

Opzione d'avvicinamento 1) Da qui seguire la strada sterrata che diventa sentiero da cui si raggiunge in una decina di minuti l'attacco della ferrata. Salire l'estetica e divertente ferrata e proseguire lungo il sentiero di raccordo che porta alla seconda parte, fino a raggiungere un canale ghiaioso che si risale sulla destra (freccetta blu) giungendo alla targhetta con l'attacco della via. (50 min.)

Opzione 2) Seguire la strada sterrata che diventa sentiero e prendere un bivio a sinistra segnalato da una freccia blu su un sasso, evitando la ferrata. Questo sentiero si ricongiunge a quello che raccorda la fine della prima parte di ferrata alla seconda. Da qui, come prima, proseguire fino ad un canale ghiaioso che si risale sulla destra (freccetta blu) giungendo alla targhetta con l'attacco della via. (50 min.)

La via è sempre ben indicata, impossibile sbagliarsi. Sui passaggi più duri bisogna essere decisi, non si può azzerare, ma a parte lo strapiombino del terzo tiro dove serve un po' di forza, il resto della via richiede una buona tecnica di movimento senza bisogno di forzare di braccia e c'è sempre tutto quel che serve per risolvere i passaggi. Il carattere della via lo si capisce sin dal primo tiro, Michelin è una garanzia!
Tempo di salita della via 5-6 ore

Discesa
(consigliata) La via porta agevolmente in cima alla Punta Clarì dove termina anche la ferrata che segue costantemente sulla sinistra il percorso d'arrampicata (gli ultimi 20 metri in uscita si fanno sulla ferrata). Dalla cima seguire un sentierino che porta a breve ad un cartello che indica la direzione di discesa, risalendo verso i ruderi della trincea di guerra e scendendo verso il pratone con gli impianti di risalita da sci. Da qui si segue la carrozzabile a sinistra del laghetto artificiale che sale dal paese fino a prendere una traccia che scende per il pratone finale a destra del quale, in fondo, si giunge al sentiero scalinato che scende nella stupenda gola di S.Gervasio con il ponte tibetano più lungo d'europa. Dal fondo del Canyon si segue il bel percorso lungo il fiume che riporta alla maccchina (50 min. dall'uscita della via alla macchina).
Possibilità di calarsi in doppia dalla via (in caso di necessità), facendo molta attenzione a non smuovere sassi.


Consiglio di consultare il sito Altox.it per l'ottima relazione grafica, e Gulliver.it per le tante relazioni presenti e per eventuali ultime novità.</description>
      </item>
      <item>
         <title>19/08/2026 - ORIZZONTI LIBERI [ RAGO ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13743</link>
         <description>Traversata Val d’Arnò - Val del Vescovo attraverso il Passo Boldone e le Porte di Danerba
Anni fa una salita alla Cima Uzza mi aveva fatto scoprire l’inizio del sentiero “Orizzonti liberi” in memoria del primo conflitto mondiale, che ripercorre camminamenti militari e si sviluppa dal Passo del Frate alla Bocchetta del Cop di Casa (Porte di Trivena). Itinerario per sè molto lungo e con dislivello (v. Wikiloc e altri); che comporterebbe inoltre una prima salita al Passo del Frate m 2250 dalla Malga d’Arnò e un’interminabile discesa verso Val Breguzzo o altro. Per assaggiare il percorso e una possibile via d’uscita che non comportasse dislivelli eccessivi ho voluto percorrere in faticosa salita l’itinerario fatto in discesa con gli sci -beati!- dal Corno di Arnò nell’omonima valle. Sulle carte si trova traccia di sentiero che passa dai Laghi Neri presso il passo e la traccia scialpinistica. Il sentiero è ora segnato bianco-rosso fino ad un grande caratteristico roccione dove termina la salita più ripida attorno ai 2400 m, poi segnato con bolli rossi ben visibili traversa decisamente verso W passando dai Laghi Neri e con tortuosa salita tra grandi massi arriva al Passo Boldone. Si incontra il sentiero Orizzonti, viene segnalato 2 h 20 alla Cima Uzza per cui una delle possibilità è proprio di interrompere la traversata proveniendo dal Passo del Frate in questo punto per un semplice percorso ad anello che riporti a Malga d’Arnò (sul sito Visitrentino sembra che si passi da Cima Valbona ma il sentiero in realtà passa ben al di sotto, è corretta la cartina). Noi siamo andati alle Porte di Danerba e scesi dalla Val del Vescovo, anche qui con tratti faticosi tra i massi, che altra cosa con gli sci! Da Malga Trivena ci sarebbe un sentiero che lungamente riporta alla Malga d’Arnò, ma sperando in un passaggio scendiamo al park dove una simpatica gentile coppia di milanesi ci riporta in auto alla malga.</description>
      </item>
      <item>
         <title>14/08/2026 - VIDEO - Piedi - NUOTO - Galleria Parzanica - Riva di Solto [ Giulilov ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13742</link>
         <description>NUOTO ACQUE LIBERE e camminata
Parcheggio a Riva di Solto (sopra il campeggio). Da li si cammina con direzione Sarnico lungo il ciglio della SP 469 (Strada Provinciale Sebina Occidentale)  passando per la Loc. Zu e giungendo fino all'imbocco della galleria cd. &quot;Tavernola&quot; che dovrebbe essere in comune di Parzanica. Da li si può camminare circa 150 - 200 mt sulla vecchia rivierasca a fianco della galleria. Partenza da una spiaggetta e rientro a nuoto a Riva di Solto.
&lt;iframe width=&quot;975&quot; height=&quot;549&quot; src=&quot;https://www.youtube.com/embed/fo4AUprwtZI&quot; title=&quot;Nuoto Acque Libere - 3,8 km - Parzanica Galleria - Riva di Solto - 14 agosto 2026&quot; frameborder=&quot;0&quot; allow=&quot;accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share&quot; referrerpolicy=&quot;strict-origin-when-cross-origin&quot; allowfullscreen&gt;&lt;/iframe&gt;
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      </item>
      <item>
         <title>18/08/2026 - Baite redorta [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13741</link>
         <description>Con tutti gli escursionisti pariti alla conquista dei blasonati rifugi, riesco a farmi un giro tranquillo col mio cane. </description>
      </item>
      <item>
         <title>14/08/2026 - Undertalerstock 2800 m, parete Est [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7271</link>
         <description>Piccola ma slanciata struttura che si trova sopra la strada per il Sustenpass ( salendo versante bernese ). La via molto carina è purtroppo assai breve ( 5 tiri ), ma il contesto circostante, di una bellezza impagabile la rende un'escursione da non perdere. Si sale con un'avvicinamento di circa 1ora e 30 e si arrampica al cospetto dei ghiacciai del Sustenhorn, una volta arrivati in cime la vista si apre improvvisamente sui giganti calcarei della catena Wenden - Titilis , un contrasto forte tra due mondi opposti. Al solito il dislivello indicato si riferisce all'intera gita, la via ha uno sviluppo di circa 200 m. Roccia ottima e tiri tutti interessanti , chiodatura a fix distanziata, soste con anello di calata. Discesa facile sulla cresta O e tre corde doppie da 25 m sul versante di salita. Bellissima escursione con Bob &quot; Fido &quot; Bottarga</description>
      </item>
      <item>
         <title>12/08/2026 - Gross Diamantstock 3162 m , cresta Est [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7270</link>
         <description>Una grande classica di cresta dell'Oberland, non smentisce la sua fama malgrado una certa discontinuità, presenta alcune lunghezze molto belle e dei tratti molto esposti in cresta, non mancano alcune discese non banali. La roccia è generalmente buona a tratti ottima. Discesa da non sottovalutare ed abbastanza esposta consiglio corda da 60m singola per le doppie, per rimanere più sereni. Salita effettuata in 2 gg pernottando al rifugio. Bella anche la valle che si risale per arrivare al rifugio. Panorama stupendo dalla cima sui giganti dell'Oberland Bernese.
Bellissima escursione con Bob &quot; Fido &quot; Bottarga
Il dislivello indicato si riferisce alla somma dei 2 gg, la via ha un dislivello di 400 m , ma uno sviluppo ben maggiore.</description>
      </item>
      <item>
         <title>14/08/2026 - Monte Miaron [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7269</link>
         <description>analone veramente in pessime condizioni. Viene giù tutto.Cresta bella esposta ma divertente.Paretina finale abbastanza delicata da disarrampicare.Panorama superbo. Incontrata una coppia locale in vetta.</description>
      </item>
      <item>
         <title>13/08/2026 - Falesie di Avostanis [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7268</link>
         <description>Salite le vie Pocahontas 5a,Jojo 4c, e Zeno Putrello 5a.
Si perviene alla Falesia tramite strada sterrata che conduce al lago di Avostanis appena di fianco del passo del Pramosio che scende in Austria.
Nonostante il caldo , l a brezza proveniente da lago aiuta molto.
Ovviamente dopo le 14.00 diventa abbastanza problematica.
Il conseguente bagno nel lago corrobora la discesa alla malga dove una ottima Augustiner sancisce la perfetta riuscita di una bella giornata in montagna, lontano dalle mete classiche.</description>
      </item>
      <item>
         <title>12/08/2026 - Cima di Terrarossa [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7267</link>
         <description>Discreta ascensione, giornata molto calda.</description>
      </item>
      <item>
         <title>11/08/2026 - Monte Canin [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7266</link>
         <description>Buone condizioni mediamente. Terreno abbastanza sdrucciolevole .passaggi di II</description>
      </item>
      <item>
         <title>10/08/2026 - Falesie passo monte Croce Carnico [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7265</link>
         <description>Fatte vie Bergdohlen Wenn die mule Wolgen Schneesturm tutte di 25 m. E difficoltà 4c 5a</description>
      </item>
      <item>
         <title>14/08/2026 - Monte Verme e laghetti Valcerviera [ panurge ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13740</link>
         <description>Avevamo in mente un giro ad anello con ritorno passando per Crostaro e Pomnolo ma, dopo aver raggiunto i laghetti, avendo perso un po' di tempo ravanando sulle pendici del Verme (si sale tra balze erbose e rocce, qualche ometto) abbiamo poi ridimensionato tornando sui nostri passi. 
Comunque bel giretto dentro la valcerviera con le sue belle cascatelle e laghetti.
Giorgio e Vale.</description>
      </item>
      <item>
         <title>13/08/2026 - Pizzo Camino - normale da Schilpario [ pangma ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13739</link>
         <description>Ci troviamo Lorenzo (il giovane), Matteo (il vecchio ) ed io, giovedì 13 in quel di Schilpario: giorni prima ci sentiamo per concordare su quale cima portare il giovane fortissimo (così dice lui) triatleta: io e Matteo proponiamo il pizzo Camino, con l'intento segreto di segargli le atletiche gambine (...tentativo vano&amp;#128530;).
Io parto da km zero, Matteo from val Seriana, Lorenzo from rovente Val Padana.
Partiamo spediti su dolcissima (per finta) salita in direzione della malga bassa di Voia prima, del passo di corna Busa poi, dove arriveremo dopo 1 ora e 20 min in cui, inutilmente, Matteo ed io tentiamo di seminare il triatleta.
Dal passo, in lieve discesa a sx (dx orografica), ci dirigiamo verso il dolomitico vallone di risalita del Camino, camminando prima su semplice sentiero, poi su enormi lastroni, e poi ancora ( e per un'interminabile ora!) per infame ghiaione, in direzione del canalino adducente la cima-
Al vedere gli immani sfaciumi ed all'avvicinarsi del canalino da rimontare, il sorriso di Lorenzo si fa tirato (ma vuoi vedere che finalmente tentenna ??? ....macchè).
Vabbè arriviamo all'imbocco del canale..sbagliato, che io risalgo per una ventina di mt per poi fare dietrofront e riprendere quello corretto (il II° a dx, non il primo).
Lorenzo ed io tiriamo fuori il caschetto dallo zaino, mentre Matteo estrae dal suo una bandana che, lui dice essere in carbonio ed in grado ti attutire l'impatto di un masso da 150kg cadente da un'altezza di 200mt (grossomodo la lunghezza del canalino).
Saliamo incollati l'uno all'altro per non lapidarci, fortunatamente senza nessuno sopra la testa: dopo 20 min +/- siamo al colletto e da lì, in 5 min scarsi, in cima.
Il sorriso di Lorenzo non è più tirato, strafelice estrae dallo zaino un aggeggio che vola e fa uno strano rumore, come di zanzara da 1/2 kg: UN DRONE &amp;#128522;.
Come due preistorici Matteo ed io ammiriamo le evoluzioni dello strano oggetto, vedendolo persin smarrirsi nella ionosfera, ritrovandoci persin fotografati dall'alto dove, per incanto, anche noi due sembriamo belli (da lontano).
Dopo 20 min partiamo, arriviamo al colletto per discendere con prudenza ( e col sedere) il canalino, per arrivare poi alla nuovamente infame pietraia che in 1 ora, di sfiancante ravanamento, ci porterà al passo di Corna Buca.
Da lì decisiamo di salire, decisi e spediti con la speranza di seminare Lorenzo, alla corna Buca (niente da fare).
Arrivati vediamo Matteo che continua nel cammino, sull'esile sentiero che diparte dopo l'anfratto: lo seguiamo curiosi per qualche minuto, finchè gli urlo: dove cacchio stai andando ?  cercava la Croce della corna Buca, non essendosi accorto che era proprio sopra di essa.
Ritorniamo sui ns passi e scendiamo a Schilpario stanchini per farci una bevuta tutti assieme felici, congratulandoci nuovamente con Lorenzo per la tenuta di fisico e di testa.
L'indomani accade l'impensabile: Lorenzo mi invia un messaggio dove scrive di avere dolori così forti alle gambe da far persin fatica a salire le scale &amp;#128514; LA RIVINCITA DEI BOOMERS !!!
foto 1 nel canalino
foto 2 Matteo e Lorenzo in cima
foto 3 rimirando il Camino dalla Corna Busa


</description>
      </item>
      <item>
         <title>10/08/2026 - Monte Legnone (con Ebike) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=515</link>
         <description>La bellezza di questo itinerario è che da ca. q. 800m si svolge tutto su strada sterrata, fino a q. 2400m dove si lascia la bici per salire in vetta a piedi. Ma ancor di più lo è per il fatto che, grazie ai lavori di sistemazione nel 2024, ora è possibile percorrere tutta la salita in sella fino alla bocchetta a q. 2400m, lungo un lunghissimo serpentone di 44 tornanti! Si tratta dell’antica “Strada militare del Legnone”, veramente spettacolare!
Parcheggiata l’auto a Introzzo, saliamo lungo la strada per circa 10km, con qualche saliscendi e arrivati in loc. Teruola (ca. 800m) imbocchiamo a sx la strada agro-silvo pastorale (indicaz. per M. Legnone). Poco dopo raggiungiamo l’Alpe Gallino e continuiamo ìlungamente lungo la forestale (tutti i tornanti sono numerati!); il fondo a tratti è piuttosto sassoso, ma le pendenze non sono mai ripide. Arrivamo all’Alpe Campo (1648m) e poco dopo al rif. Griera (1734m).
Ora risaliamo l’antica Strada militare, più stretta ma è sempre percorribile in sella, anche se diventa sempre più impegnativa e faticosa per il fondo più o meno sconnesso. Alzando lo sguardo si possono notare gli infiniti tornanti che salgono il versante SW del M. Legnone! Tutti i tornanti sono molto stretti e vanno saliti con attenzione. La pendenza mai troppo ripida fortunatamente aiuta. Si giunge così sulla larga cresta, al punto denominato “Matoc del Petòo” (2299m). Ora si passa sul versante SE e il sentiero diventa sempre più stretto ed esposto. In qualche punto meglio appoggiare i piedi… 
Arriviamo alla Bocchetta alta di Legnone, in località Gallerie (2395m), dove leghiamo le bici. Ora a piedi, risaliamo la cresta SE (sentiero e roccette) e in circa 20-25’ a piedi arriviamo alla croce di vetta, dove una ventina di simpaticissime caprette ci accolgono!!
Tornati alle bici, ripercorriamo lo stesso percorso della salita. Il primo traverso con maggiore attenzione per l'esposizione e il sentiero piuttosto stretto all'inizio. Poi giù superando gli infiniti tornanti, soprattutto quelli fino al rifugio quasi sempre con un piede giù. Spuntino al rifugio e poi giù per la forestale con altrettanti tornanti! Gli ultimi 10 km su asfalto per la strettissima strada fino alla macchina, dopo quasi 5h effettive di tour.
Partecipanti: Fedora e Fabio C.

FOTO 1: Il rif. Griera a q. 1700m; da qui si vede gran parte della spettacolare stradina militare che arriva fino al Matoc del Petòo,  q. 2300m.
FOTO 2: Vista dall'alto, e se ne vede solo una piccola parte...
FOTO 3: Da q. 2300, il traverso fino alla bocchetta alta di Legnone (2400m). Questo è sicuramente il tratto più tecnico, anche se la primissima parte era abbastanza tranquilla, ma poi fondo più sconnesso e sentiero sempre più stretto.</description>
      </item>
      <item>
         <title>09/08/2026 - dal Ferrante al Pizzo di Petto [ pangma ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13738</link>
         <description>Con mio nipote Ludo ed il suo Papà decidiamo di fare un lungo giro intorno alla val Conchetta, un giro alto che ci consenta di concatenare qualche bella cima in un contesto dolomitico.
Con queste intenzioni si parte...e con gioia e soddisfazione si ritornerà dopo 5 ore e quasi 12 km di sviluppo (+700 mt di disl positivo).
Prendiamo la prima benna alle 9:00, cambiando il tram a Malga Polzone (da ovovia a seggiovia), arrivando a Cima Bianca dopo circa 20 min.
Partiamo decisi in direz del sentiero 401 che, in senso orario, ci farà ridiscendere, a termine gita, a Malga Polzone.
Ci sono nuvole di vapore basse che ci precludono un pochino la vista inizialmente, ma giunti sotto il Ferrante il nipote atleta mi propone di salire al Ferrante (fatto assieme 2 anni fa) per portarci su il vecchio e deambulante papà &amp;#128521;.
Giunti alla base di questa enorme pinna di squalo saliamo in meno di 10 in in cima dove, magicamente, le nuvole si aprono per farci godere dello spettacolo della val Sedornia. 
Dopo 5 min sprono la ciurma a muovere le chiappe e, ritornando sui ns passi, arriviamo nuovamente sul sent 401 in direzione dei passi di Fontanamora (prima) e del Pizzo di Petto (alla fine).
Con gioia fotografiamo un paio di marmotte ed un bel branco di camosci.
Dopo circa mezz'ora, dalla ripresa del sent 401, passiamo sotto la mole della cima di Valmora (che io credevo essere il monte Vigna Vaga....e la cosa mi causerà una presa per il cuelo per buona parte della gita da parte di padre e figlio &amp;#128530;), per poi risalirvi in 5 min dal lato nord est (+/-). 
Ridiscesi puntiamo alla modesta elevazione successiva, sempre prossima al sentiero, che credo essere la cima di Valscura (..qui ci azzecco !). Risaliamo la cimetta, un paio di foto e giù di nuovo sul 401 per riprendere il giro: qui il 401 piega direzione sul versante opposto, in direz del passo di Fontanamora: è proprio su questo tratto che incontriamo un simpatico escursionista che mi dice che la cima fatta (quella di Fontanamora) NON è il Vigna Vaga (e da lì inizia il dileggio degli screanzati padre e figlio) ma che questi è il monte che troveremo sopra il passo di Fontanamora.
Vabbè riprendiamo loro ridendo io mogio mogio per arrivare, dopo mezz'ora, a sto passo di Valmora proprio sotto ste benedetto monte Vigna Vaga, che risaliamo in 20 min circa, sino ad arrivare alla piccola croce di vetta: arrivati mio nipote appoggia la mano sulla croce e ..... scopre che era stata appena verniciata (giustizia  Divina, così impari a dileggiar l'amato zio&amp;#129315;).
Bello l'incontro col simpatico pittore ancora presente in cima, col quale facciamo due parole ammirando la dedizione e la cura nei confronti di questo manufatto Sacro, posto in cima qualche anno fa da lui stesso e da altri amici.
Lo salutiamo e discendiamo nuovamente al passo di Fontanamora per riprendere il ns viaggio in direz del Pizzo di Petto, dove arriviamo circa alle 13:00.
Ridiscesi dal Pizzo di Petto ritorniamo sui ns passi, quindi ritornando al passo del Pizzo di Petto dove inizia, a dx, la breve salita che porta alla cima principale, per ritornare - in 15 in circa - al passo di Fontanamora dove iniziamo la discesa nella val Conchetta in direz di Malga Polzone, dove vi arriveremo dopo circa 1h e 30 in cui mio nipote mi parla ininterrottamente di Owen Cooper, di Shiva, di Sfera ebbasta (...si sciverà così ?), del sistema IOS di iphone ...polverizzandomi orecchie (e non solo) sino all'arrivo della funivia.
Ludo ti voglio bene lo stesso (al tuo papi un pò di meno).
Foto 1: Padre, Figlio e a dx..... sul Ferrante,
Foto 2: Ludo che cerca di scalare il Ferrante dalla parete sud-est
Foto 3: dalla cima di Fontanamora il Pizzo di Petto (a sx la cima principale)</description>
      </item>
      <item>
         <title>09/08/2026 - Cresta Segantini + Traversata Alta Grignone 2409 m A/R [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7264</link>
         <description>Partenza Resinelli ( Soldanella 1340m ) in successione colle Valsecchi , Cresta Segantini , Grignetta 2184 m , Traversata Alta  (A/R , acronimo dai molteplici significati ) Grignone 2409 . 
Per un totale di 2000 m D+ tondi tondi. Bellissima escursione con me stesso.</description>
      </item>
      <item>
         <title>05/08/2026 - Cascades de Narreyroux (o quel che ne resta) [ DANKO5432A ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13737</link>
         <description>Ambiente molto secco e di quelle che erano le spettacolari cascate ne restano solo un paio assai magre. Riflessioni banali e impossibili da non fare. Cio nonostante abbiamo apprezzato il bellissimo bosco attraversato e i panorami sempre belli anche se sempre piu secchi (non volendo dire desertici)</description>
      </item>
      <item>
         <title>06/08/2026 - Presolana Occ. 2521 m , via Bosio [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7263</link>
         <description>Uno dei grandi classici della parete N della Presolana Occ. arrampicata rude e faticosa per diedri e fessure di roccia spesso molto compatta e lisciata, se si escludono i due tiri di arrampicata mista, su roccia gialla bellissima e molto lavorata. La difficoltà massima è intesa in libera, noi siamo passati in parte in artificiale sui gialli. Chiodatura mista abbondante ma spesso da verificare e ormai molto datata, fortunatamente qualche anima illuminata ha rinforzato le soste con 1 fix ed anello e posizionato qualche raro fix sui 2 tiri dei gialli. Nel complesso una via impegnativa e di carattere alpinistico, Discesa per il cengione Bendotti, molto esposta e delicata, fortunatamente anche qui sono stati aggiunti delle soste con anello e dei chiodi che consentono una progressione più sicura, senza banalizzare il tutto. Bellissima escursione con Michele. </description>
      </item>
      <item>
         <title>04/08/2026 - Grignetta, Giro del Fungo insolito [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7262</link>
         <description>Nuova versione, perlomeno per noi del classico giro del Fungo. Nella fattispecie via Corti alla Torre, con 2 calate da 35 m dalla cima, verso la Boga al Fungo si raggiunge l'attacco della via Pilloni, dirimpettaio allo spigolo Boga. Con tre lunghezze si raggiunge nuovamente la cima della Torre. Da qui con 2 doppie da 25m versante N ( come indicato in foto ) si arriva all'attacco della normale al Fungo, con una lunghezza di 30 m si raggiunge la forcella Fungo-Lancia, ove presente la sosta di partenza della via Accademici. Da li ci si cala versante N con una doppia da 60 m, badando bene di fare oltrepassare al nodo di calata in bordo della cengetta, in caso contrario con tutta probabilità si pagherà pegno, come successo a noi ( ossia una bella risalita di 60 m in parte nel vuoto, sui Prusik ).
Risalita del Fungo per la via Erika, doppia da 30 m alla forcella Lancia-Fungo, indi via degli Accademici per raggiungere la Lancia. Poi 2 doppie finali da 20m ci depositano al sentiero alla forcella Lancia-Campalinetto. Giro magnifico, su vie bellissime e roccia superlativa ben chiodate e sempre in costante esposizione. Bellissima escursione e cena finale al 2188 dei Resinelli con Ivana. Vedi meno</description>
      </item>
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         <title>05/08/2026 - Travers. Malga Cornetto-Malga Presolana, dal Pas dal Soc (Via del Latte) [ Fedora ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=514</link>
         <description>Parto dal Passo della Presolana con la MTB e salgo verso la Baita Cornetto. Primo pezzo su comoda sterrata, poi più sassoso e faticoso. Dalla Baita salgo sulla stradina a sx e poi discesa fino alla Malga Cornetto Alta, dove incontro un bellissimo branco di caprioli. Passo dietro la baita e seguo la poco evidente traccia di sentiero (qualche segno bianco-rosso, sent. 29). Da qui sono almeno 20' a spinta e/o bici in spalla. Spesso il sentiero sembra perdersi via... ma arrivo ad una ripida selletta. I cartelli indicatori sembrano indicare di scendere, invece continuo a salire a dx e su sentiero più ripido arrivo finalmente al Pas dal Soc. Panorama splendido sulla Presolana e sul percorso che poi farò passando dalla Malga Presolana. Il primissimo tratto di discesa è molto ripido e ancora giù dalla bici, poi tanti su e giù dalla sella, ma almeno non è in salita! Arrivo così ai pascoli e alla sterrata che in breve mi porta alla Malga Presolana e poi tutta in piano fino alla Malga Campo. Ora è tutta discesa su ripida cementata e sterrata fino alla baita Pozzetto e quindi giù fino a Rusio e Castione. Ultima salita (quasi 400m) fino alla macchina, al Passo della Presolana. Bel giro diverso dal solito, con tanti tratti a spinta ma a mio parere decisamente meritevole. Non adatto per e-bike!
NB: Ovviamente si può anche partire da Castione e salire al Passo della Presolana, e poi chiudere con la discesa a Castione. 
Partecipanti: sola.

FOTO 1: Alla baita Cornetto.
FOTO 2: Alla malga Cornetto Alta, dove già si vede il Pas dal Soc fin dove occorre spingere la MTB.
FOTO 3: Dal Pas dal Soc la splendida vista sulla Presolana e su parte del pcrso che passa da Malga Presolana.</description>
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         <title>05/08/2026 - resegup 2026 [ oscarrampica ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=13736</link>
         <description>Il percorso della ResegUp 06 06 2026, è il classico e iconico tracciato ad anello che unisce il centro cittadino di Lecco alla vetta del Monte Resegone. L'itinerario prevede una distanza totale di 24 chilometri con un dislivello positivo e negativo di circa 1.800 metri. E’ Giamba a lanciare l’imput questa volta e io e billy ci accodiamo volentieri. Da parte mia nessuna preparazione specifica ma solo il tentativo di correre ogni tanto, anche se in questo periodo, sono stato spesso in montagna, per i miei parametri. Partiamo da Crema e ritirati i pettorali mangiamo qualche pezzo di pizza su una panchina in attesa del via fissato alle 14.30.                 Poi ci portiamo nella zona di partenza e facciamo qualche allunghetto sul lungo lago e faccio unj siparietto con la ragazza e poi il ragazzo che mi intervistano a proposito di auto di cui dovranno fare pubblicità. Consegno loro la mitica frase di Freak Antoni quando mi chiedono se sono pronto alle novità. Guardate che io sono così avanti…che non riesco a raggiungermi. Ci intruffoliamo poi nella calca degli atleti divisi in fasce a seconda dei tempi realizzati. Lo sparo delle 14.30 dalla centralissima Piazza Garibaldi a Lecco, a pochissima distanza dalle sponde del lago, fra urla e musica sparata a palla è sempre una scossa di adrenalina che toglie ogni stanchezza dalle gambe e dal fisico. Ma la testa spesso inganna. Comunque il serpentone si snoda fra le vie del centro per poi raggiungere il Lungolago. Zigzago fra la folla di gambe cercando di stare per un poco insieme a Billy che è partito come al solito abbastanza a manetta e Giamba che cerca di stargli dietro. Quando la strada inizia a salire, mollo l’inseguimento ed inizio a salire del mio passo. Mi incolonno a quelli che salgono al passo e transitiamo per la grande scalinata dove è posta una colonnina alla Madonna di lourdes dopo di chè usciamo dalla citta e transitiamo dal bellissimo villaggio di Costa (Q.750) di cui traversino le viuzze strette chiuse nell’abbraccio delle pareti in pietra. Nei prati successivi, ci aspetta invece quello più caloroso della gente che affolla i bordi del sentiero col suo vociare variopinto. Mamma mia che tifo: pare di essere al Tour de France! Bellissimo e quasi emozionante. Quindi ci si lancia sul sentiero che sale sui fianchi del Resegone fra nebbie che vanno e vengono e creano un paesaggio misterioso e affascinante. La fatica inizia a farsi sentire ma è anche vero che si sale velocemente e la cima non sarà poi lontanissima. Mi fermo a bere ad un ruscelletto che crea una bellissima cascatella e supero diverse persone nei tratti u poco rocciosi dove salgo a lato del sentiero. Ora siamo in montagna e il terreno è diventato decisamente più tecnico. Per un lungo traverso il sentiero scorre verso l’alto e verso destra poi gira a sinistra per affrontare il ripido finale verso il cielo. Attraversiamo anche una bella cengia in pietra attrezzata con catena e strisce di sicurezza sui lati e poi entriamo nel tratto più bello del percorso con il sentiero che fra crestine e pinnacoli rocciosi corre nel verde e fra le rocce in un susseguirsi entusiasmante di cvolte verso l’alto. Coi crampi ai quadricipiti arrivo ai gradini in cemento che portano alla Capanna Azzoni (q. 1875, posta appena sotto la vetta del Monte Resegone) in poco più di 2 ore. Anche qua è un tripudio di folla che ti stringe ti incita e ti da il cinque lungo la rampa finale a scalini. Sei quasi trascinato alla fine della salita, un poco di piano e poi per incanto ti trovi davanti la strada che scende e alle tue gambe non sembra vero di procedere quasi per inezia. Ma il terreno è tecnico e bisognerebbe essere molto più elastici ed abituati a correre su pendenze simili, per potersela godere appieno. Ma comunque via, che è sempre meglio che in salita! Il t6erreno è roccioso e molto tecnico per cui dopo i veloci primi passi devo continuamente frenare perché non ho più la dimestichezza con la velocità e temo seriamente di potermi fare male..mi superano in tanti nonostante mi impegni ad essere dinamico. Si scende sul versante che si affaccia verso il comune di Morterone e poi attraverso un traverso nel sottobosco si risale leggermente verso il Pass del Giuf. Il terreno è bagnato e vedo molta gente capicollare e scivolare e non voglio certo fare la loro fine mettendo a rischio la mia salita alle stornade del weekend prossimo. Una bella strada dove si può lasciarsi andare liberamente porta al ristoro nella bella conca dei Piani d’Erna presidiato da tanti tifosi urlanti. Dai Piani d'Erna inizia l'ultima picchiata tecnica in un bosco fangoso e col sentiero spesso veramente molto bagnato. Mi nuovo più veloce che posso ma sempre prudente: molta gente scivola e si ferma dolorante. Transitiamo nuovamente nei pressi del Rifugio Stoppani e quindi passiamo nuovamente da Costa per poi fiondarci nei quartieri alti di Lecco dove il terreno torna confortevole ma le gambe tendono a non rispondere più e rimbalzano rigide e poco elastiche alle dure sollecitazioni del fondo pietroso o asfaltato. L’ultima decina di km, la corro con una ragazza in blu con cui ci superiamo più volte fino a fare coppia fissa: lei davanti nei tratti tecnici e io in quelli stradali dato che dopo un poco mi ritornano le energie e faccio il finale in crescendo. Facciamo gli ultimi km insieme e arriviamo così anche al traguardo finale posizionato ancora in Piazza Garibaldi, dove ci complimentiamo a vicenda. Sono abbastanza fresco perché non ho voluto spremermi inutilmente, non avendo ambizioni particolari vista la scarsa preparazione. E dopo poco mi chiamano Billy e Giamba che mi indicano dove fare la doccia. Per la cronaca, la gara la vince Del Pero in 2h.15 min, dando 5 minuti al secondo e terzo classificato. Manuel arriva 32° in 2.46, Billy 230 in 3.27, Giamba 350 in 3.41, io 850 in 4.40. La sera la passiamo all’oratorio dove mangiamo la pasta in un ambiente un poco mesto ben lontano dal tripudio della Wine Trail.                                                                                                        Foto1 il mio pettorale   Foto2 altimetria percorso      Foto 3 noi tre prima della gara

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      </item>
      <item>
         <title>01/08/2026 - Giro Torre Fungo Lancia [ giasti03 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7261</link>
         <description>lascio la descrizione nel dettaglio alle varie relazioni molto fedeli che si trovano in rete.
ieri torno su questa classica dopo più di sette anni, roccia sempre buonissima, scalata divertente e meno caldo di quello che mi aspettavo.
Per Gerry prima volta su questo giro, mentre per il Dome è una abitudine come per me la cresta del soldato.
bella giornatina di spensieratezza.
foto 1 Dome sul secondo della Corti
foto 2 doppie dal fungo
foto 3 alla fine</description>
      </item>
      <item>
         <title>31/07/2026 - Tiarfin Ovest ed est [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7260</link>
         <description> Difficoltà F+ con prevalenza di passaggi di I ed uno di II sullo Ovest. Difficoltà contenute, ma occorre, come la cima di ieri d altronde, sapersi muovere in ambiente molto selvaggio e quasi sempre in totale isolamento. Ambiente molto sfasciumoso , occorre saggiare appigli ed appoggi ad ogni passaggio.</description>
      </item>
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         <title>30/07/2026 - Terza grande [ manty57 ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7259</link>
         <description> Dopo aver dormito in auto appena sotto Casera Razzo, sono sceso in val Pesarina, Park sul tornante q. 1465 poi per forestale, indi attraversamento di due passi con affaccio sulla val Frison. Sentiero ripido e faticoso poi roccette con passaggi di II ed uno di II +.
Scarsa documentazione fotografica causa poca batteria nel telefono
Non incontrato un anima in tutta la ascensione..volendo si può evitare l overtourism.
Panorama stupendo sul tutta la Carnia ed il Cadore

Caldo torrido..mette veramente a dura prova.</description>
      </item>
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         <title>30/07/2026 - Monviso 3841 m , cresta E integrale [ ucamosciomoscio ]</title>
         <link>http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=0&amp;id=7258</link>
         <description>Quarto abbraccio del Rè di Pietra, salito per la bellissima e divertentissima cresta E nella sua versione integrale che comprende il superamento diretto del Torrione di Saint Robert. Mi aspettavo roccia marcia, invece è per gran parte da buona ad ottima, ripulita dagli innumerevoli passaggi. Fatta slegati sino alla base del Torrione, poi in conserva lunga con qualche breve lunghezza. Salita e discesa totalmente prive di neve se si esclude il brevissimo  (15 m ) nevaio da attraversare prima dell'attacco. Salita effettuata in scarpe da trekking basse. Sempre un'emozione raggiungere la vetta di questo gigante, oggi buona visibilità, ma inferiore a 2 anni fa quando si vide il mare e la costa ligure. Il dislivello indicato si riferisce all'intera 2 gg, la sola cresta è di 1100 m di dislivello.
Bellissima escursione con Greta
Foto 2 Poco sotto la vetta del Saint Robert
Foto 3 il tiro di 4 sopra il passaggio detto della lepre</description>
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